Coscienza e Spiritualità… e le donne?

di Giovanna Visini

  Il riconoscimento recente da parte della psicologia dell’esistenza di molte linee evolutive della coscienza (cognitiva, affettiva, morale, interpersonale, creativa, psicosessuale, spirituale, ecc.) e la concezione del sistema dell’Io come il regolatore e l’armonizzatore dell’insieme di queste molteplici correnti permettono di iniziare una revisione e una correzione dello sviluppo psicologico che è stato, questo è innegabile, identificato con lo sviluppo cognitivo, lo sviluppo razionale dell’intelletto. Da Aristotele, attraverso la scolastica medioevale e fino a Kant e all’Illuminismo la ragione è considerata l’unica fonte della conoscenza. Quello che in Kant e Cartesio diventa palesemente esplicito, poiché con l’Illuminismo la società vede consapevolmente se stessa per la prima volta come società razionale (“penso, dunque sono”), era già in atto da secoli, in Occidente per lo meno dai tempi dei Greci.

    Kant fonda la ragione come facoltà indipendente distinta dalle emozioni, dai sentimenti, dai desideri che non possono in alcun modo produrre conoscenza (su questo argomento si può vedere l’interessante libro di Victor J. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità, Ragione, Linguaggio, Ed. Riuniti, 1989). Questo far coincidere in qualche modo coscienza o Io con la ragione e con il pensiero logico-deduttivo ha avuto conseguenze pesantemente negative, poiché tutto quello che non era pensiero razionale, quindi le altre linee di sviluppo come la sessualità, le emozioni, i sentimenti, i desideri, le intuizioni, la spiritualità era dissociato e represso (un’altra implicazione di questo è stato il fatto di considerare la razionalità come il punto d’arrivo dell’evoluzione della coscienza umana e non come una tappa evolutiva che può essere oltrepassata).

    Inoltre, vari fattori si sono combinati per far sì che si producesse un cortocircuito patologico che ha fatto coincidere razionalità non solo con coscienza e consapevolezza del proprio Io, ma anche con mascolinità. A livello ontogenetico, cioè dello sviluppo psicologico individuale, l’identità maschile si forma faticosamente per differenziazione dalla madre e in generale dal “femminile”, quindi per contrapposizione e opposizione (e solo in seguito per identificazione positiva con il maschile paterno, quando c’è e quando si può). L’Io maschile si forma grazie alla battaglia vinta contro il femminile, il bambino, cioè, arriva ad affermare “non sono una femmina”. Il fantasma della bisessualità è molto forte come dimostrano gli studi etnografici sui riti di passaggio e la ricerca psicologica.

    A livello filogenetico, cioè a livello dell’evoluzione dell’umanità e delle sue visioni del mondo, vediamo l’affermazione progressiva del patriarcato, che inizia in modo disuguale più o meno nell’Età del Bronzo, ma che diventa un sistema di potere consolidato praticamente in quasi tutto il pianeta molto più tardi ( in Europa circa nel VI sec. A.C.). Le divinità maschili si sostituiscono a quelle femminili, il Dio Padre scalza la Dea Madre e così, a poco a poco, tutto ciò che è femminile nella procreazione, nella vita e nella religiosità viene non solo negato, ma considerato negativo, pericoloso, malefico.

    Fino al tardo Neolitico, cioè nelle fasi arcaica, magica e magico-mitica, non troviamo una chiara consapevolezza dell’identità personale totalmente differenziata dall’ambiente. In queste epoche, come è ormai riconosciuto da quasi tutti gli studiosi dell’argomento, non si può parlare di supremazia di un sesso sull’altro (né matriarcato, né patriarcato). Il senso di se stessi, della propria interiorità, dell’anima, progredisce lentamente e possiamo seguirne gli sviluppi, per quanto riguarda l’Occidente, attraverso la letteratura e la filosofia greca. In Omero vediamo che l’essere umano non è ancora un soggetto vero e proprio; gli eroi omerici sono dominati da forze arbitrarie e tenebrose, sono ancora in balia del potere magico. Tuttavia già nell’Iliade e nell’Odissea queste forze sono rappresentate dagli dei olimpici, che costituiscono un mondo certamente più ordinato e armonioso delle forze primitive e selvagge della natura della fase più arcaica (Crono, Gea, Urano, i Titani). E la coscienza di sé, la consapevolezza della propria individualità la vediamo crescere attraverso i lirici greci e poi affermarsi ancora di più nelle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide.

    In Eschilo e più precisamente nell’Orestiade vediamo l’essere umano che, stretto tra due divinità che ordinano azioni opposte tra loro, non può contare che su stesso. Oreste deve decidere se obbedire ad Apollo e uccidere la madre o seguire le Erinni/Eumenidi e rifiutare il matricidio. Non è certo casuale che questo dilemma che accelera la costituzione del soggetto umano, dell’Io, si configuri come scelta tra il regno della madre, sostenuto da divinità matriarcali come le Erinni, o quello del padre di cui Apollo è un rappresentante. Apollo, nuovo dio solare, sostiene la preminenza del maschile sul femminile. Insomma l’Io maschile a livello collettivo si sviluppa trasformando la necessaria differenziazione in dissociazione e opposizione tra i sessi (anche Ken Wilber, al seguito del filosofo di Jürgen Habermas, concorda su questo. Egli, però, considera il patriarcato come frutto di un accordo pacifico e inevitabile tra uomini e donne dovuto alla maggiore forza fisica maschile che gli permetteva di produrre più cibo e di diventare dominante. Ma questo approccio si ferma solo all’eventuale causa “obiettiva”, non prende, cioè, in considerazione la componente psicologica, interiore, del fenomeno. Ci riferiamo alla patologica necessità di trasformare la differenza in causa/pretesto per disprezzare, sminuire ed emarginare le donne e il femminile).

    Erich Neumann, nel famoso libro Storia delle Origini della Coscienza, Astrolabio 1978) spiega molto accuratamente quello che descrive come un passaggio evolutivo necessario dell’identità maschile, aderendo però totalmente al pregiudizio antifemminile. Dice infatti a proposito dell’Orestiade di Eschilo: “L’argomento è la vittoria del figlio, che uccide la madre per vendicare il padre e che, con l’aiuto di questo lato paterno-solare, introduce l’epoca del patriarcato. Qui patriarcato va inteso nel senso di Bachofen, come predominio del mondo maschile dello spirito, del sole e della coscienza, mentre nel matriarcato dominano l’inconscio e un modo di pensare, o meglio, di sentire preconscio, prelogico e preindividuale”.

    Un secolo dopo Eschilo, Aristotele (IV sec. A.C.) diede un fondamento teorico al mutamento ideologico proclamato nell’Orestiade. Non siamo già più totalmente immersi nel magico-mitico. L’Io maschile comincia a razionalizzare basandosi sulla dimostrazione logica e sulle “evidenze” naturali. Il filosofo dunque utilizza la metafisica e la storia naturale per dimostrare che il maschio ha il ruolo predominante nella procreazione perché apporta la forma, l’impronta del divino, mentre la donna non mette a disposizione che la materia, indeterminata e passiva. E’ lui il principio generatore e motore, l’artefice attivo. L’uomo trasmette l’anima, il principio divino che fa dell’essere vivente un umano. Aristotele afferma nella Metafisica che “E’ l’uomo quello che genera l’uomo” e aggiunge “anche la donna è generata dall’uomo”. E’ lo sperma che causa la germinazione, “la donna non genera da sé”, essa non possiede la stessa anima del maschio, cioè l’anima cognitiva.

    Aristotele sa bene, però, che la donna è comunque necessaria alla procreazione come ricettacolo del seme maschile e quindi non se ne può fare a meno. Tuttavia pur dovendo accettare questo fatto increscioso, riesce a salvare la superiorità maschile affermando che la donna è “un maschio menomato”, il risultato di una debolezza maschile, come se lo sperma non fosse abbastanza forte da “formare” i mestrui, che sono la materia messa a disposizione dalla donna. Andrewo Magno e Tommaso d’Aquino continueranno a pensarla in questi termini. Nella Summa contra gentiles, San Tommaso sostiene che l’uomo ha “una ragione più perfetta” e “una virtù più solida”. Da Aristotele, passando per la cultura giudaico-cristiana (anche se il messaggio di Gesù era assolutamente rivoluzionario per quanto riguardava la condizione delle donne), fino ai Padri della Chiesa, alla scolastica Medievale, e all’Illuminismo, la donna viene sempre esclusa dal mondo luminoso della coscienza e relegata al mondo degli impulsi oscuri e pre-razionali della natura e dell’incoscio. La scienza occidentale si sviluppa come prolungamento del mondo clericale, che aveva associato la mascolinità con la separazione e la trascendenza e che disprezzava la “terrestre” femminilità come fonte di disordine e di corruzione nel mondo, come ha dimostrato David F. Noble nel bel libro Un Mondo senza Donne, Bollati Boringhieri 1994). In questa filiazione va ricercata l’origine di quel mondo senza donne che è durato secoli, una società di uomini con un sapere che rappresentava solo metà dell’umanità.

    Ritorniamo adesso alla psicologia maschile. L’evoluzione dell’identità maschile, come sostiene anche Elisabeth Badinter nel suo XY, De l’Identité Masculine (Odile Jacob, 1992) avviene attraverso la differenziazione dall’universo femminile materno, che è il primo, fondamentale e naturale milieu del bambino. Il bambino per assumere la propria identità sessuale deve disidentificarsi dalla madre. Quanto più questo processo viene reso difficile da diversi fattori patologici che non analizzeremo qui, tanto più può essere traumatico. Ma immaginiamo che non intervengano patologie, allora due osservazioni si impongono: 1) non necessariamente questa differenziazione dal femminile per affermare la propria mascolinità deve trasformarsi in dissociazione, con seguito di ostilità, svilimento, disprezzo, repressione di tutto ciò che è associato al femminile, come di fatto storicamente è avvenuto; 2) non si capisce perché questo che è comunque il percorso maschile, anche in una eventuale forma non patologica, sia diventato il modello dell’ “evoluzione della coscienza” in generale. Infatti, anche l’Io della bambina, pur essendo dello stesso sesso, si differenzia dall’ambiente materno, anche l’Io della bambina può incontrare patologie in questo processo, ma non se ne sa molto perché questo tema è stato studiato poco o niente. Quando, poi, degli studi sono stati intrapresi, spesso lo si è fatto alla luce dei pregiudizi maschili. Solo negli ultimi trenta, quarant’anni si è cominciato a colmare questo abisso di ignoranza già ammessa da Freud con affermazioni del tipo: “Della vita sessuale della bambina sappiamo meno che non di quella dei maschietti” o anche: “Non dobbiamo del resto vergognarci di ciò: anche la vita sessuale della donna adulta è ancora un ‘dark continent’ per la psicologia.” (Il problema dell’analisi condotta da non medici, Opere, Vol.10, 1926).

    Il fatto è che, proprio perché il patriarcato ha escluso le donne dal mondo della coscienza e del logos (che poi era anche ragione e spirito), considerandola “natura” e “materia” irrazionale, il sapere, la conoscenza, la filosofia, la scienza sono sempre stati gestiti dagli uomini, in un circolo vizioso senza fine. Gli uomini parlavano dei loro processi, analizzavano se stessi, e identificavano solo se stessi con la Coscienza, con la Ragione ed erano i soli ad avere rapporti con lo Spirito. Ciò che trovavano in se stessi era universale, valeva dunque anche per le donne. Ora in quanto esseri umani, certamente uomini e donne hanno molto in comune in tutti i campi, (fisico, biologico, mentale, spirituale). Lo Spirito Assoluto, inoltre, trascende il corpo-mente e quindi le differenziazioni sessuali. Tuttavia, qui e ora, mentre siamo nello spazio-tempo e in cammino verso la trascendenza, dobbiamo prendere atto che ci sono peculiarità proprie a ciascun genere e inoltre, cosa che mi sembra fondamentale, che c’è stato un tale e prolungato condizionamento su come le donne “dovevano essere” secondo i pregiudizi maschili, che recuperare la verità su noi stesse, il “Chi sono Io?” femminile deve tenere conto delle distorsioni che sono divenute a volte una seconda natura. Forse potremmo dire con Mme d’Epinay, amica di Diderot: “Ci vorrebbero parecchie generazioni per tornare a essere quali la natura ci fece.”

    La donna, in quanto soggetto, è stata esclusa anche dalla spiritualità. Questo è avvenuto progressivamente dopo il Neolitico, l’epoca delle Dee Madri, quando la donna ricopriva importanti ruoli religiosi e spirituali e con l’affermarsi del patriarcato. Lo Spirito diventa a un certo punto appannaggio dell’uomo, solo gli uomini possono avere un rapporto diretto con Dio e le donne di riflesso, attraverso gli uomini (ci sono state delle eccezioni, almeno parziali, come per esempio le prime assemblee cristiane dove le donne profetizzavano; alcune sette cristiane condannate come eretiche; varie forme di sciamanesimo; in Oriente le scuole mistiche che onoravano il principio spirituale femminile come il Tantrismo e il Taoismo, anche se poi, nei secoli, la discriminazione patriarcale delle donne ha comunque prevalso).

    Insomma anche in questo ambito le donne non sono state protagoniste. Certamente non si tratta di tornare alla Dea Madre, come propongono certe femministe, o ai rituali magici delle streghe della Wicca Religion fondata da Phillis Curott che fa molte adepte tra le donne in carriera americane. Queste sono regressioni all’egocentrismo e al narcisismo prepersonale. Ma Dio Padre con la sua religione comunque mitica e tradizionalmente misogina non è più adeguata al nostro livello di coscienza razionale e post-razionale. Invece il bisogno di trascendenza e di spiritualità rimane, anche se le religioni tradizionali non possono soddisfarlo sempre o del tutto, e questo vale per donne e uomini senza distinzione. Solo le tradizioni non dualiste rispondono ai bisogni spirituali di chi vuole integrare oltre che spirito, materia, mente e corpo, anche maschile e femminile. Infatti, anche se lo Spirito è al di là di ogni dualità e di ogni forma e quindi anche del maschile e del femminile, al di là di Eros e Agapé e al di là della Via che Sale e della Via che Scende (ne è l’origine e la quiddità), il mondo manifesto in cui siamo incarnati come uomini o donne ci obbliga a un percorso, un cammino (il famoso paradosso: siamo già quello che diventeremo): questo cammino ha bisogno anche della voce femminile, del contributo femminile, delle esperienze femminili.

    Una visione aggiornata della questione femminile in ambito spirituale viene presentata da Ken Wilber nel suo libro The Eye of the Spirit (Shambala 1997). Può essere così riassunta: la spiritualità maschile enfatizza l’azione, l’identità, l’autoaffermazione, l’Eros; la spiritualità femminile invece la relazione, la comunione, l’Agapé, un misticismo incarnato, immanente, discendente, centrato sul corpo. Ora, se è vero che la spiritualità maschile è stata caratterizzata sia in Oriente che in Occidente dall’ascetismo e dalla Via che sale, che rifiuta il corpo, il mondo, la materia, la donna, io credo che questo sia più che altro una conseguenza della (necessaria, come credono alcuni, patologica come penso io e altri studiosi, soprattutto donne) dissociazione dal femminile che a un certo punto della storia viene operata dall’Io maschile. Questo Io si identifica alla Coscienza, luminosa, apollinea, razionale e si sente minacciato dall’Altro da Sé femminile, la differenziazione diventa dissociazione. Femminile diventa sinonimo di irrazionalità emotiva e istintuale, tipica di donne, animali e bambini.

    La spiritualità femminile, d’altra parte, non ha avuto altra scelta che uniformarsi all’ascetismo maschile, non poteva, infatti, avere forme di espressione autonome in un ambiente culturale e istituzionale da millenni formato e gestito dagli uomini. E’ quindi difficile dire esattamente come sarebbe una spiritualità femminile (e anche maschile) senza dissociazioni (Vedi i libri di Ida Magli su questo tema, in particolare Storia Laica delle Donne Religiose, Longanesi & C., 1995). Ma possiamo farcene un’idea, anche perché le donne, soprattutto negli ultimo trent’anni hanno cominciato a dare contributi importanti attraverso le loro esperienze e la loro riflessione.

    Io credo che l’essere umano, uomo e donna, sia contemporaneamente azione e comunione. Eros e Agapé. La via che sale e la via che scende è una sola; e uno/a solo/a Chi la percorre (la lingua ci limita orribilmente perché non prevede la trascendenza della dualità). E quindi, quando finalmente sarà possibile integrare e trascendere maschile e femminile nell’essere umano, integrare e trascendere le qualità e caratteristiche dell’uno e dell’altro che sono state scisse e separate e attribuite separatamente, ma che sono entrambe forme di manifestazione dell’Uno-nell’Essere Umano (dell’atman) vedremo in modo differente lo Spirito e la spiritualità, e ci verranno rivelati nuovi mondi e nuove forme.

    Le tradizioni nonduali come il Buddismo Mahayana, lo Zen, il Tantrismo, il Taoismo, lo Yoga Integrale di Aurobindo si fondano sul riconoscimento della compresenza di Lui/Lei, Shiva/Shakti, Coscienza/Forza. L’Ascesa verso lo Spirito e la Discesa verso la materia e le forme. Un unico movimento inseparabile. Tutto è Spirito. E in esse troviamo allora l’amore verso tutta la manifestazione, la gentilezza, la tolleranza, l’equanimità. Nulla viene negato o rifiutato o represso. La materia e la vita in tutte le loro forme vengono accolte. Luce e ombra, bene e male, e tutte le dualità e gli opposti vengono riconosciuti e trascesi, incessantemente, manifestati, riconosciuti e trascesi. Queste vie sono considerate più “femminili” nel senso che non rifiutano la via che scende, l’evoluzione dallo Spirito alla Materia, e perché sono arrivati alla comprensione che samsara è nirvana e nirvana è samsara.

    Ma oggi, grazie alla nostra comprensione più integrale e sintetica potremmo chiedere perché continuare considerare la via che scende verso la materia come femminile e la via che sale come maschile? Non è questo già un modo di pensare frutto di millenni di opposizioni inconciliabili da superare? Coscienza e materia, coscienza ed energia, Shiva e Shakti sono UNO, e non sono né maschili né femminili; sono, e basta. La Verità è al di là delle opposizioni duali. Io credo che sia importante in questa fase della nostra evoluzione impostare il problema in questi termini, infatti c’è un gran bisogno di sintesi e di integrazione. E’ il movimento evolutivo che dal razionale porta al post-razionale non più dualistico e analitico ma, appunto, integrativo e sintetico. Si tratta del livello dello sviluppo della coscienza che Wilber chiama “il centauro” o visione-logica che caratterizza la post-modernità. (Nel suo libro Integral Psychology, Wilber, prendendo in esame l’identità di genere, fa corrispondere a questo livello l’androgino, espressione della trascendenza dell’opposizione maschile e femminile). E’ indubbio che l’identità di genere abbia subito negli ultimi decenni un profondo mutamento, grazie anche al femminismo, e che ci sia in atto un processo di integrazione in ogni essere umano degli aspetti che sono stati definiti attraverso i secoli come maschili e femminili (Jung è stato uno dei primi a comprendere la necessità di integrare gli aspetti inconsci maschili e femminili dell’animus e dell’anima rispettivamente nella donna e nell’uomo, dando in questo modo un contributo notevole nell’ambito della psicologia occidentale).

    Mentre questa integrazione continua più o meno faticosamente, sarà ancora necessario per un lungo periodo il contributo del punto di vista femminile in tutti i campi del sapere per riequilibrare concezioni e teorie elaborate da studiosi uomini. Così, anche la ricerca spirituale beneficerà di una genuina impronta femminile grazie allo sforzo delle prossime generazioni di donne e questo sarà fonte di scoperte e nuove impostazioni. Per ora siamo ancora agli inizi. La Verità, dicevamo, è una, è quella dello Spirito Assoluto fuori dal tempo e dallo spazio. Ma come sottilinea Wilber ripetutamente, introducendo il concetto di “nuova filosofia perenne”, la qualità della comprensione spirituale umana e la forma in cui tale comprensione viene presentata ed espressa, diventano più profonde e più adeguate con il passare del tempo (secondo il principio che ogni stadio di sviluppo è adeguato e ogni stadio successivo è più adeguato).

    Se, dunque, nella ricerca spirituale il contributo femminile deve essere quasi interamente sviluppato, va un po’ meglio in altri ambiti. Negli ultimi quarant’anni, infatti, è iniziata una seria critica della scienza e conoscenza maschile da parte di studiose donne che finalmente cominciano a essere presenti in tutti i campi. Quando utilizzano il loro spirito critico, riuscendo a disidentificarsi da una cultura intrisa di pregiudizi e preconcetti misogini consolidati nei secoli, si aprono nuovi e insospettati spiragli sul fatto che tutte le discipline esprimano esclusivamente, o quasi esclusivamente, “punti di vista maschili”. Le donne non hanno avuto voce e questo si è voluto considerarlo come la conseguenza necessaria del loro non avere intelligenza, anima, ragione.

    Adesso che cominciano a intervenire voci anche femminili nelle accademie e nei centri di ricerca, si pone in discussione, come fanno Carol Gilligan e Riane Eisler, la teoria maschile dello sviluppo psicologico maschile. Si sostiene per esempio sulla base di ricerche documentate, che nelle bambine non avviene questa traumatica formazione dell’Io per contrapposizione, appunto perché le bambine si identificano naturalmente con la madre e non c’è contraddizione tra la loro identità sessuale e la madre da cui dipendono. Non c’è lotta e uccisione del drago (almeno quando la bambina non subisce traumi o non viene condizionata fin da subito da una educazione patriarcale a disprezzare se stessa come femmina e quindi a rifiutare la madre).

    Questo favorisce fin dall’inizio lo sviluppo di un “Io in relazione al Tu”, che non è necessariamente il modello maschile eroico, che privilegia la competitività, la distanza, la negazione della relazione affettiva. Questo approccio è interessante e innovativo, perché pone in discussione giustamente una scienza psicologica che è in se stessa già viziata dal fatto di considerare universale il punto di vista maschile. Tuttavia, a mio parere, bisogna stare attenti a non cadere nella trappola di considerare le donne come naturalmente portate alla relazione e gli uomini all’autoaffermazione e all’autonomia, le prime agli affetti e i secondi al pensiero, facendo così ancora una volta il gioco della discriminazione. Temo che potremmo cadere negli stessi stereotipi. Io, Tu, relazione tra Io e Tu sono problematiche proprie di ogni individuo, che è insieme tutto/parte (un olone), come tutto affermiamo e difendiamo la nostra identità, come parte comunichiamo con un ambiente, cooperiamo, cerchiamo amore e relazione. Le donne e gli uomini esprimono entrambi il bisogno di essere se stessi, di autonomia, di indipendenza, di azione, di volontà propria e anche nello stesso tempo di relazione, comunione, cura, protezione, accoglimento. Se questi aspetti sono stati dissociati invece che integrati e sviluppati entrambi in ognuno di noi, indipendentemente dal genere maschile e femminile allora ci sentiamo incompleti e soffriamo. E’ una realtà molto diffusa con cui ogni giorno ci confrontiamo e a cui porre rimedio. Già si è cominciato, per fortuna.

    Come sostiene lo psicologo junghiano Edward Whitmont , nel suo Il Sorriso della Leonessa, Piemme 1999, non si può più riproporre la teoria sostenuta ancora fino a poco tempo fa da studiosi Neumann e lo stesso Jung e anche tante psicologhe donne come Esther Harding e Hélène Deutsch , secondo cui la coscienza e l’intelletto sia negli uomini che nelle donne è maschile mentre l’inconscio e le emozioni sono femminili. Il fatto è che nel periodo patriarcale valori, i modelli di percezione, di sentimento e di comportamento maschili modellavano la struttura della coscienza. I modelli femminili, o quelli che si credeva lo fossero (chi poteva dire cosa era femminile, a parte le caratteristiche fisiche e biologiche, visto l’imperversare dei pregiudizi e degli stereotipi!), erano svalutati e rifiutati, repressi e ridotti al ruolo di condizionamenti inconsci.

    Ora finalmente cominciamo a essere consapevoli che le capacità analitiche, di astrazione e separative, proprie dell’emisfero sinistro del cervello, e quelle più olistiche, unitive, analogiche e intuitive, proprie dell’emisfero destro, sono prerogative di entrambe i sessi, anche se i primi sono stati definiti storicamente maschili o Yang, e i secondi femminili o Yin. Ma l’attribuzione esclusiva a un sesso di un tipo di funzionamento o di un altro e anche il fatto di coltivare attraverso l’educazione l’uno o l’altra modalità a seconda che si tratti di un bambino o di una bambina, sono state le conseguenze del pregiudizio patriarcale e di come sono andate storicamente le cose. Tra l’altro studi recenti sul cervello hanno dimostrato che nelle donne i due emisferi comunicano più facilmente che nei maschi, permettendo una maggiore flessibilità e complessità nelle valutazioni e nei giudizi. Lo spirito non è monopolio degli uomini, come le donne non sono sole ad avere istinti, sentimenti e intuizioni. Allo stesso modo le donne e gli uomini hanno uno sviluppo della coscienza in cui l’Io deve armonizzare diverse linee, la cognitiva, come l’affettiva, la morale ecc. Lo sviluppo cognitivo non è tout court sinonimo di maggior consapevolezza, questa è una confusione in cui ancora a volta possiamo cadere. Inoltre poiché tradizionalmente le donne sono state escluse da questo sviluppo, diventa necessario ricostruire tutta questa storia cercando la verità.

    Tutto ciò è stato fonte di grandi disastri sia per la psicologia maschile che per quella femminile. Per quanto le cose abbiano cominciato a cambiare dalla fine del secolo scorso e soprattutto, in modo irreversibile, negli ultimi quarant’anni, il patriarcato esiste ancora e non solo in molte culture diverse da quella occidentale. La sua eredità opera attivamente dentro la psiche maschile e femminile e quindi nelle famiglie e nella società, provocando molti disagi e sofferenza.

    E’ dunque fondamentale, come sostiene anche la bioenergetica e la psicoenergetica, ricollegarsi consapevolmente con il corpo, con le energie istintuali della sessualità e dell’aggressività, con le emozioni, l’affettività, i sentimenti e renderci conto di tutte le gabbie e le corazze che ci costringono e ci imprigionano. Sono modelli superegoici che ci vengono trasmessi e imposti dalla famiglia e dalla società su come vivere il nostro essere uomini e donne in un determinato contesto con i relativi giudizi: forti o deboli, autoaffermativi o sottomessi, potenti o umili, razionali o sentimentali e intuitivi, altruisti o egoisti, ecc. Nella ricerca di “Chi siamo Noi” ci rendiamo conto di tutto quello che non ci appartiene, discriminiamo, ci liberiamo. In questo cammino integriamo finalmente maschile e femminile dentro di noi per trascenderli in una nuova forma di consapevolezza integrale.

    Per le donne si tratta di un indispensabile percorso. Non si tratta tanto di recuperare la metà che manca: la propria forza, la capacità di azione e autoaffermazione, il proprio potere personale, l’autostima e la fiducia in se stesse. Si tratta, come per l’uomo del resto, di riarmonizzare l’intera personalità attorno all’accettazione di ciò che si è. Dunque spesso, molto più spesso di quanto si creda, è necessario partire dall’accettazione della propria femminilità, vissuta troppe volte in modo distorto attraverso gli occhi degli altri e dei loro giudizi e pregiudizi, divieti e permessi, premi e castighi. A volte la femminilità è completamente negata, insieme alla madre, all’affettività, alla capacità di relazione, al nutrimento di ogni tipo, perché percepita come “sfera inferiore”, dove non c’è né gloria né potere.

    Se ci avviciniamo alla spiritualità senza aver integrato la nostra personalità di donne, rischiamo di continuare a riprodurre gli stessi schemi di subordinazione ed emarginazione, di vittimismo e sacrificio, di conflitto e lacerazione interna tra ciò che pensiamo e ciò che sentiamo. Rischiamo di non realizzare il fatto che il cammino spirituale è un cammino di verità e di libertà e continuiamo a ricercare sicurezza e approvazione. Come dice Christina Feldman, buddhista e maestra di meditazione, nel bel libro Donna Risvegliati! L’emancipazione della donna sul cammino del risveglio spirituale (Ubaldini 1990): “Il nostro cammino spirituale riguarda l’integrità e la libertà. E’ un cammino che conduce a porre fine a tutte le frammentazioni e a tutte le divisioni dentro di noi (…) La donna risvegliata emerge dalla crisalide delle sua risorse interiori. E’ una donna che ha preso dimora nella libertà e che la manifesta celebrando la propria interdipendenza con tutte le esistenze”.

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