A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
Via G.B. Moroni 22, 20146 Milano - Tel. 02-4523842 Cell. 338-2124389
Website: http://www.rebirthing-milano.it E-mail: giovannavisini@tiscali.it

Di cosa si tratta | Testimonianze | Biografia | Bibliografia | Link Utili | Download | Newsletter | Sito Associazione.
 

 
   
 
Gli attacchi di panico,

il respiro e l'esperienza di morte-rinascita

 

Attacchi di panico e respirazione

Filippo Falzoni Gallerani, che ha sviluppato in Italia la scuola di Rebirthing Transpersonale, sostiene, già da molti anni, la relazione che esiste tra gli attacchi di panico e le alterazioni della respirazione (vedi il suo libro Rebirthing Transpersonale Ed. Rusconi 1996).

Recentemente, ricercatori dell’Ospedale San Raffaele di Milano hanno confermato le convinzioni del dott. Falzoni, basate sulla sua esperienza più che ventennale circa l’efficacia del respiro per risolvere questo disturbo. Dopo dieci anni di ricerca, al San Raffaele hanno stabilito che i soggetti che soffrono di panico manifestano una reazione all’eccesso di anidride carbonica. La soluzione proposta è quella di utilizzare un farmaco per inibire i ricettori cerebrali dell’anidride carbonica, come cura “momentanea e sintomatica”.

Il dott. Falzoni, nel brano Gli attacchi di panico e il Rebirthing (che potete leggere sul sito www.rebirthing-italia.com) sottolinea i limiti dell’approccio medico tradizionale: “Non si tiene conto di molti fattori, come il fatto che l’eccesso di anidride carbonica dovuta a una cattiva respirazione è spesso associata a emozioni trattenute e blocchi energetici (…); inoltre non sono neppure approfonditi i meccanismi dell’iperventilazione (che nelle sue prime fasi, ad esempio, provoca un momentaneo aumento dell’anidride carbonica e successivamente un suo abbassamento)”.

Nel libro citato, Falzoni chiarisce la relazione tra attacco di panico e respirazione: “Al contrario di quanto si era creduto, [l’attacco di panico] non consiste in un’espressione acuta d’ansia, ma in un disturbo a sé stante. In anni di pratica, si è costatato che le sensazioni scatenanti i casi di panico avevano molti punti in comune con quelle indotte dall’iperventilazione, e che esisteva un’evidente relazione tra gli attacchi di panico e le alterazioni del respiro. Si è notato che gli stessi sintomi dell’iperventilazione (capogiro, formicolio alle mani, timore di perdere il controllo emotivo, respiro affannoso, oppressione, vertigine, paura ed eventuale tachicardia) sorgono con estrema facilità in coloro che, senza esserne coscienti, si trovano in condizione di subventilazione. Per questi soggetti è sufficiente un breve periodo di tensione psicologica per indurli all’irrigidimento muscolare che inibisce la respirazione completa e, dopo un certo tempo che il soggetto respira al di sotto di una soglia ottimale, è predisposto a fenomeni di “iperventilazione spontanea” ogni volta che si trova in circostanze che lo inducono ad ampliare la respirazione anche solo parzialmente. Gli attacchi di panico molto spesso insorgono così.

(…)Grazie all’esperienza accumulata seguendo centinaia di casi similari, si può sostenere che cause e sintomi degli attacchi di panico verrebbero definitivamente curati se la terapia si incentrasse sulle radici del problema: lavorando cioè per sbloccare la respirazione e non per limitarla o inibirla. Invece di rallentare e ridurre la respirazione intenzionalmente o tramite l’assunzione di farmaci, si dovrebbe riconoscere che proprio essa è il mezzo di cura naturale, e che la guarigione viene dal favorire questo fenomeno. Si deve perciò insegnare al soggetto a respirare affinché egli impari, con appropriati esercizi, a eliminare lo stato di subventilazione causata, ancora una volta, da quella tensione muscolare che la scuola bioenergetica definisce ‘corazza psicosomatica’."

Sappiamo che gli attacchi di panico sono in aumento e che, secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità, ne soffre attualmente circa il 20 per cento della popolazione . Individuato il meccanismo biologico ed energetico e riconosciuto, grazie a Filippo Falzoni, il grande contributo dato dal Rebirthing alla risoluzione di questo disturbo, sembra importante approfondire alcuni aspetti psicologici e ambientali che lo caratterizzano. Nella letteratura medica e psicologica sull’argomento si trovano, infatti, menzionate sia le alterazioni del respiro sia le problematiche relative alla paura in generale e alla paura di morire e al confronto con la morte in particolare, ma, che io sappia, non è mai stato fatto il tentativo di approfondire la relazione che esiste tra i vari fattori che caratterizzano i DAP e di trovare significati più comprensivi, tenendo conto della inseparabilità di corpo e mente/psiche.

Quando questo disturbo viene affrontato, non soltanto con la riduzione farmacologica del sintomo (raramente avviene la sua totale eliminazione, oltre al fatto che si instaura una dipendenza), ma utilizzando metodi come il Rebirthing Transpersonale, l’attacco di panico si rivela come la somatizzazione di un complesso insieme di problematiche, di cui una componente fondamentale risulta essere una profonda “insicurezza ontologica”, la presenza del confronto con la morte e quell’area di esperienze chiamate tradizionalmente di “morte e rinascita”.

Nell’ambito protetto di una seduta di respirazione, il soggetto vive consapevolmente i propri sintomi e permette che, attraverso il respiro e l’energia attivata dal respiro, si manifestino completamente sia i disturbi psicosomatici sia i blocchi e le emozioni a essi connessi. Si registra, allora, molto frequentemente l’emersione di ricordi traumatici relativi sia alla propria nascita biologica sia, in generale, a tutte quelle esperienze stratificatesi nel tempo che hanno una connotazione di paura esistenziale connessa a un cambiamento di situazione o a una trasformazione dello stato di coscienza. Troviamo spesso, associati a questi vissuti, il rifiuto dei propri limiti e fantasie “eroiche” su se stessi uniti al sentimento di inadeguatezza, il pensiero della morte e la paura di morire, pensieri catastrofici e pessimismo, con le conseguenti risposte difensive di bisogno esasperato di controllo, percezione del mondo come ostile e minaccioso, impossibilità a lasciarsi andare, permanente stato di stress e di tensione psicofisica.

Il confronto con i contenuti inconsci, la disidentificazione da essi e la successiva integrazione porta non solo alla scomparsa dei sintomi, ma a una riorganizzazione e armonizzazione della personalità, a un nuovo equilibrio tra mente e corpo e al recupero del contatto con la dimensione più profonda dell’essere, il Sé, osservatore e testimone della personalità psicofisica, che viene percepito, al tempo stesso, come fondamento e come scopo del nostro essere nel mondo.
La sofferenza come paura del cambiamento
Le tradizioni spirituali orientali insistono nell’insegnare che la nostra sofferenza è causata principalmente dall’illusione e dall’ignoranza che ci impediscono di vedere la realtà come è veramente. Avvolti dal velo di maya delle nostre false percezioni, noi ci consideriamo individualità separate, con una nascita e una morte definite nel tempo, aggrappati al nostro corpo, agli oggetti, alle persone, al nostro passato e al nostro futuro senza comprendere che una legge fondamentale dell’universo è il cambiamento e l’impermanenza di tutti i fenomeni materiali, vitali e mentali che incessantemente emergono e scompaiono cambiando forma.. Fluire con la Vita e con la Realtà, essere consapevoli, significa essere nel presente, accettare ciò che è e svelare a noi stessi quello che, sotto il continuo cambiamento, permane immutato, oltre tutte le dualità concettuali e oltre il tempo e lo spazio. Questo implica inizialmente una riunificazione di mente e corpo, una “discesa” dell’io disincarnato identificato con il “pensiero” e i suoi meccanismi nel corpo, un mettere radici nella realtà del qui e ora.

Non è casuale che gli attacchi di panico, insieme alla depressione, siano un disturbo così diffuso nelle società occidentali attuali, dove l’accelerazione dello sviluppo tecnologico, la globalizzazione, la minaccia ecologica, il contatto ravvicinato con altre culture, lo sconvolgimento delle tradizionali “identità” maschile e femminile, la crisi della famiglia tradizionale ha fatto vacillare o crollare molti punti di riferimento sociali, culturali e psicologi. Un aspetto fondamentale di quanto avvenuto in questo secolo e soprattutto negli ultimi cinquant’anni, si riferisce al cambiamento del significato attribuito all’individualità. Gli anni 60 hanno tolto di mezzo, come sostiene Alain Ehrenberg (in La fatica di essere se stessi, Einaudi 1999) “pregiudizi, tradizioni, ostacoli, limiti, confini che strutturavano la vita collettiva…siamo ormai emancipati nel senso proprio del termine”. Questa emancipazione “ha fatto progressivamente di noi degli uomini senza guida, ci ha posto a poco a poco nella condizione di dover giudicare da soli e di dover fondare da soli i nostri punti di riferimento. … Il diritto di scegliere la propria vita e il pressante dovere di diventare se stessi pongono l’individualità in una condizione di continuo movimento. E ciò induce a porre in altri termini la questione dei limiti normativi dell’ordine interiore: la contrapposizione tra il permesso e il vietato tramonta per far posto a una contraddizione lacerante tra il possibile e l’impossibile”. Scrive ancora Ehrenberg: “Noi viviamo oggi con questa certezza e questa verità, che ognuno dovrebbe avere la possibilità di forgiarsi da sé la propria storia invece di subire la propria esistenza come un destino. … Tale dinamica alimenta i valori dell’indeterminazione, accelera il processo di dissoluzione della permanenza, allarga la compagine dei punti di riferimento per scompaginarla al tempo stesso. L’uomo senza qualità, di cui Musil ha delineato il ritratto, è l’uomo aperto all’indeterminato, l’uomo che si spoglia gradualmente di ogni forma di identità imposta e strutturata dall’esterno. … L’individuo che, riscattato dalla morale, si forgia da sé e tende verso il superumano (agire sulla propria natura, oltrepassarsi, essere più che sé) è la realtà di oggi, ma è un individuo che invece di possedere la forza dei demiurghi, è intimamente fragile, manca di essere, è stremato dal suo stesso essere sovrano e se ne lamenta”.

La nostra visione della coscienza si basa sulle teorie evoluzionistiche integrali di Ken Wilber, di cui abbiamo esposto il pensiero in molti altri scritti. Nell’ambito relativo all’evoluzione culturale dell’umanità, Wilber utilizza il modello di Spiral Dynamics. Anche di esso abbiamo parlato in altri scritti, ma lo riassumiamo brevemente. La teoria di Spiral Dynamics, basata sul lavoro di Clare Graves, è stata sviluppata da Don Beck e da altri. Si tratta di una mappa dell’evoluzione della coscienza e della cultura dell’umanità che inizia 100.000 anni fa e include otto livelli o meme di diverso colore. Questi meme sono sistemi di valori o visioni del mondo che si sono evoluti nel tempo. Il più antico è il meme beige (arcaico/istintuale) che si riferisce ai primi gruppi umani. Attraverso il porpora (magico/animistico), il rosso (magico/mitico), il blu (mitico/autoritario), l’arancione (razionale/scientifico), il verde (multiculturale/ post-moderno) si arriva ai livelli più elevati che stanno appena emergendo, il giallo (integrale) e il turchese (olistico).

Alla luce di questa concezione, dovremmo considerare i cambiamenti descritti da Ehrenberg come una tappa evolutiva necessaria di emancipazione dalla presa del “collettivo” sulla nostra coscienza, un passaggio faticoso e nemmeno generalizzato, o concluso, di passaggio dai meme arancione e verde ai meme giallo e turchese, la visione del mondo integrale e olistica. L’identità personale non si costruisce più sul binomio tra permesso e vietato, la fase precedente della “nevrosi” freudiana, come dice Ehrenberg, ma nella solitudine della difficile ricerca della nostra identità, della nostra vera natura, tra infiniti destini possibili; la scoperta, tra infinite possibilità, della nostra “necessità”, la redefinizione di valori morali su nuove basi. Paradossalmente l’ipertrofia dell’individualità, del soggetto, l’ego, affrancato dai vincoli delle proibizioni collettive e completamente libero di scegliere, arrivata alla sua estrema espressione scopre l’ombra regressiva e terrificante che è il desiderio di fusione e di ritorno all’irresponsabilità, poiché come dice Alan Watts, si trova immerso totalmente nel paradosso di un “doppio legame”: la libertà illimitata è impossibile per l’ego, è prerogativa del Sé e l’ego si trova completamente destabilizzato.

La questione, in realtà, è che questo sviluppo, nel suo svolgimento, ha subito alcune distorsione patologiche (avviene negli individui e anche a livello collettivo), negando e rimuovendo aspetti della realtà, invece che trascendendo e integrando. Il soggetto è un olone, la coscienza è un olone, cioè sempre tutto e parte nello stesso tempo. L’io ipertrofico, onnipotente e autodeificato, rifiuta di essere anche parte, parte di una rete d’interessere, che ha radici nell’Universo, che è sempre se stesso e non se stesso, se stesso e altro. Il passaggio dalla visione del mondo razionale e post-razionale (il livello 5 nel modello di evoluzione della coscienza di Wilber e i meme arancione e verde) al fulcro successivo, il fulcro 6, il pensiero sistemico, integrale, esistenziale (meme giallo e oltre), riunifica mente e corpo, mente e natura, maschile e femminile e tutte le dualità, e permette a questo io terrorizzato dalla sua stessa consapevolezza di trovare risposte alla sua angoscia, nella comprensione della inesistenza della separazione tra soggetto e oggetto, tra l’io e l’ambiente, tra l’io e il mondo, tra ragione e natura. Accetterà l’impossibilità del controllo e inizierà a sentirsi parte di un flusso ininterrotto di essere e divenire. Trascende e include il suo passato evolutivo individuale, familiare, collettivo, fisiosfera e biosfera e tutta la faticosa marcia della coscienza, della noosfera (a livello individuale: corpo, emozioni e mente), ristabilisce i nessi e le interrelazioni. Solo così la sua individualità e identità non soccomberà sotto il peso, impossibile da sostenere, di una libertà male interpretata e falsa e sarà capace di riprendere il cammino evolutivo verso più elevati livelli di coscienza, dando nuovi significati al bisogno di responsabilità, necessità, destino.

Gli attacchi di panico, come la depressione in altra forma, possono assurgere a simbolo del disagio provocato da questo momento difficile di transizione che è attraversato da molti, nelle società tecnologiche e democratiche. Appaiono come l’esasperazione di un’affermazione disperata del nostro corpomente che reclama la sicurezza e la protezione in un’epoca dove domina l’insicurezza, e dove ci viene richiesto di assumerci la responsabilità in prima persona di tutto ciò che avviene, come se dovessimo diventare demiurghi onnipotenti o soccombere sotto il peso del fallimento. E’ la risposta sbagliata a un problema sbagliato, un doppio legame. Ci affanniamo a rispondere, mentre dovremmo respingere al mittente il dilemma paradossale. Il grido spaventato, rimasto soffocato per anni sotto montagne di rimozioni e di repressioni, esplode quando le vicende della vita ci obbligano a confrontarci, comunque, con l’ineluttabilità del cambiamento, con la fragilità della nostra esistenza, con l’apparente assurdità della morte, con il desiderio di continuare a vivere situazioni e vicende che devono essere superate e trascese e ci accorgiamo che la falsa idea di noi stessi e del mondo vacilla pericolosamente. Ma se la perdiamo cosa ci rimane?

Così ancora rifiutiamo, neghiamo in un’estrema contrazione psicofisica che ci toglie il fiato, ci irrigidiamo in un “no” disperato. E crediamo che sia corretto farlo, perché siamo offuscati e confusi da false credenze, da schemi mentali fallaci, da visioni del mondo scorrette e irreali, da illusioni e fantasie. Il “collettivo”, società, cultura e religioni, nella loro generalità, sono, naturalmente, espressione della visione del mondo “media” dominante e anche delle visioni più regressive, quindi non solo non ci aiutano, ma anzi continuano ad alimentare il paradosso in modo da mantenere in piedi l’edificio sociale: farci consumare sempre di più, imporci modelli di vita stereotipati e conformistici o incrementare paure e sensi di colpa per prepararci meglio per un Aldilà mitologico. Una medicina che non accetta la morte e la vive come una propria sconfitta, un utilizzo indiscriminato di psicofarmaci che ci conferma che alla nostra paura e alla nostra angoscia non ci sono vere soluzioni, un’economia che non è al servizio dell’umanità ma che mantiene miliardi di persone nella povertà e nella fame, una concezione dell’essere umano fondata sull’efficienza, l’eterna giovinezza, la bellezza che non deve sfiorire mai, l’immortalità se possibile, ed emargina vecchi, malati e sofferenti… che aiuto ci potranno mai dare.

L’attacco di panico ci rimanda alla nostra estrema vulnerabilità, ai nostri limiti. La paura, la non accettazione del cambiamento, il riproporsi continuo del passato che non riusciamo a lasciare andare, il rifiuto della morte, tutto questo non abbiamo voluto/potuto affrontarlo dentro di noi e si è rafforzato, stratificandosi anno dopo anno, alimentato da piccoli e grandi eventi che abbiamo creduto di aver superato, che abbiamo razionalizzato, rimosso. A un certo punto, un evento della vita, forse neppure troppo traumatico, funziona da catalizzatore e appaiono i sintomi del disturbo: dolore al cuore, come se una mano lo stringesse, dicono alcune persone, senso di soffocamento, vertigine, sudorazione, tachicardia, confusione mentale e una grande angoscia. L’attacco di panico ci dice che non possiamo andare avanti così, che si richiede una “revisione”, dobbiamo tornare a noi stessi e rifondare la nostra identità, come un Io in relazione al Tu, un Io e un Tu rinnovati. Dobbiamo riscoprire che se non siamo onnipotenti, non siamo neanche impotenti, se non siamo perfetti abbiamo però qualità, talenti, capacità, che, se abbiamo limiti come esseri storici incarnati nello spazio-tempo, siamo anche in una relazione di interessere con un tutto oltre il tempo e lo spazio. L’attacco di panico offre l’opportunità di un confronto senza precedenti con noi stessi, con la vita, con la morte e il suo significato, e come possiamo vivere una vita piena, se non vi includiamo la morte che della vita è l’estrema espressione?

Notiamo anche come questo atteggiamento estremo di ipertrofia egoica e di bisogno di controllo che alla fine implode su se stesso, segnala in modo evidente che, a livello individuale come a livello collettivo, non è più possibile continuare con un modello “aggressivo”, tradizionalmente qualificato come maschile, che dissocia e reprime le “qualità” tradizionalmente considerate femminili. La crisi delle stereotipate identità maschile e femminile e la crisi ecologica senza precedenti fanno emergere la necessità di rivalutare e reintrodurre attitudini come l’abbandono, la resa, la ricettività, l’accettazione, il sentimento, la sensibilità, l’apertura del cuore, la comunione, il prendersi cura degli altri e della natura, l’umiltà (che viene da humus, terra) che riconosce e rispetta le leggi dell’universo, contrapposta alla mancanza di misura (l’ubris) e all’arroganza dell’eroe demiurgico, isolato e alienato dalle sue radici, da che si sente il padrone della natura e la distrugge, diventando portatore di morte mentre ricerca disperatamente l’immortalità (sul tema dell’evoluzione della coscienza maschile in relazione al femminile si può leggere il mio scritto Coscienza e Spiritualità … e le donne? su questo sito).

Le nostre paure sono varie e molteplici, ma l’origine vera e profonda di essa è fondamentalmente la paura di morire, la paura del non-essere. Come dice A. Watts, la vera psicoterapia, come i cammini spirituali già fanno, sarà quella che prenderà in considerazione la morte. Perché la rimozione e repressione della morte è la causa non solo dalla nostra ansia e della nostra angoscia più profonde, ma è la ragione del fatto che non abbiamo il coraggio di vivere pienamente: non possiamo accettare pienamente la vita perché con essa dobbiamo accettare la morte. L’una è l’altra, inseparabilmente. In Psicoterapie Orientali e Occidentali Watts scrive: “Nessuno, credo, ha fatto uno studio serio e rigoroso sul grado in cui la paura della morte è implicata nelle nevrosi e nelle psicosi. Ignorarla o allontanarla con una spiegazione vuol dire trascurare la più grande opportunità che ci offre la psicoterapia, perché ciò che la morte nega non è l’individuo, non è l’organismo/ambiente, ma è l’io, e quindi la liberazione dall’io è sinonimo della piena accettazione della morte.” E in L’Audacia di Vivere A. Desjardins afferma: “Osare vivere è osare morire a ogni istante, ma è ugualmente osare nascere, vale a dire superare le grandi tappe dell’esistenza in cui ciò che siamo stati muore per fare spazio ad altro, con una visione rinnovata del mondo, pur ammettendo che ci siano diversi stadi da superare prima dell’ultima tappa del Risveglio. Questo significa essere sempre più consapevoli che a ogni istante si nasce, si muore e si rinasce.”

Se il sesso era il grande tabù dell’800, la morte lo è stato del secolo appena terminato e, con ogni evidenza, lo è ancora oggi, sebbene cominci a essere avvertita da molti la necessità di un cambiamento e, in certi ambienti più sensibili, qualcosa si stia già facendo, penso per esempio all’opera di E. Kubler-Ross e di M. de Hennenzel, al movimento degli hospices e a una nuova attenzione data all’accompagnamento dei morenti. Comprendere e accettare la morte, la nostra come quella di una persona amata, è certamente un compito arduo. Tuttavia, nella nostra cultura è ancora più difficile, perché la morte è il grande “rimosso”, anche se ci circonda a ogni passo, anche se ne sentiamo parlare ogni giorno. Diventare consapevoli della morte è un grande passo nella nostra crescita interiore, vuol dire riconciliarci con chi siamo veramente e con la realtà.

La morte, sia come eventualità che ci spaventa sia come evento con cui abbiamo dovuto confrontarci, è una componente importante degli attacchi di panico, perché è vissuta come la sintesi di tutto quel continente ignoto che sfugge al nostro controllo, quel nemico minaccioso contro cui dobbiamo mobilitare le nostre difese, quel limite estremo che viene posto all’ego e al suo desiderio di onnipotenza, alla nostra illusoria pretesa di essere più forti della rete interrelata di eventi in cui siamo immersi.

L’analista junghiano L. Zoja sostiene che, a livello collettivo, l’ombra di quest’atteggiamento si manifesta nel disprezzo di sé che traspare dalla ciclica previsione della fine del mondo, della recessione economica definitiva, della grande nemesi, e nella diffusione di apprezzati spettacoli che mettono in scena la vittoria delle forze della natura sull’orgogliosa tecnologia umana, mentre a livello individuale l’impossibilità a riconoscere i limiti e la giusta misura porta all’autosvalutazione, al pessimismo, al catastrofismo, alla paura e alla sua somatizzazione (L. Zoja, Nascere non basta, Cortina Editore, 1985). Senza dimenticare l’altro aspetto, di cui parlavamo all’inizio, cioè la possibilità che emerga un desiderio inconscio di fuga dalle responsabilità, diventate troppo pesanti, verso un’arcaica fusione in cui l’individualità si annulla nell’incoscienza (le varie forme di dipendenza per esempio).

Non un Io che raggiunge un livello di coscienza più comprensivo, una personalità integrata che riconosce corpo, emozioni, mente, anima e spirito e si colloca in una relazione più creativa con la realtà, ma un io strutturalmente debole che, frustrato e stressato dal suo sforzo narcisistico di controllo/negazione del mondo e delle sue leggi, si abbandona alla regressione. Anche l’attrazione per la spiritualità orientale, in particolare per il buddhismo, può nascondere una trappola di questo genere. Jack Engler in “Gli obiettivi terapeutici della psicoterapia e della meditazione” (“Le trasformazioni della coscienza”) si riferisce proprio a queste problematiche quando afferma che in molti allievi dei suoi corsi di meditazione nota che il senso di identità e di autostima appare particolarmente disturbato, sia per problemi psicopatologici sia perché stanno semplicemente attraversando fasi di trasformazione della personalità, come gli adolescenti e le persone di mezza età. “L’insegnamento buddhista secondo il quale non si ha né si è un sé durevole viene spesso frainteso nel senso che non si deve lottare con i compiti di formazione dell’identità o con la scoperta di chi si è, delle proprie capacità, dei propri bisogni e delle proprie responsabilità, del modo di entrare in rapporto con gli altri, di ciò che si debba e non si debba fare della propria vita.”

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007