A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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La Nuova Era Integrale

Avanguardia Evolutiva e Sistema

Operativo Integrale

di Ken Wilber - (Stralcio A: dal Libro "Kosmic Karma" di prossima pubblicazione)

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Quattro Significati di “Spiritualità”

Se consideriamo di nuovo per un attimo con attenzione gli stati, i livelli, le linee e l’io, troveremo che essi sono alla base delle più comuni definizioni di “spiritualità”.

In Integral Psychology, indico che ci sono almeno quattro definizioni di spiritualità ampiamente utilizzate, ognuna delle quali contiene una verità importante, ma parziale, e ognuna delle quali deve essere inclusa in un approccio teorico equilibrato: 1) la spiritualità implica esperienze di vette e stati alterati, che possono prodursi in quasi tutti gli stadi e a qualsiasi età; 2) la spiritualità implica i livelli più alti di ciascuna linea; 3) la spiritualità è essa stessa una linea di sviluppo separata; 4) la spiritualità è un’attitudine (come apertura, fiducia, amore) che l’io, qualunque sia lo stadio di sviluppo, può o non può avere.(20)

Abbiamo già trattato alcuni dei principali elementi di queste definizioni. Abbiamo esaminato in particolare quell'idea di spiritualità che implica esperienze di vette e stati alterati (#1). Vediamo ora una breve descrizione degli altri tipi.

Spesso, quando si riferiscono a qualcosa definendolo “spirituale”, le persone vogliono significare esplicitamente o implicitamente i livelli più alti in una qualsiasi delle linee evolutive. Per esempio, nella linea cognitiva, pensiamo di solito alla consapevolezza transrazionale come spirituale, ma in generale non pensiamo che sia spirituale la mera razionalità o la logica. In altri termini, i più elevati livelli della cognizione sono spesso considerati spirituali, ma molto meno quelli bassi e medi. La stessa cosa avviene con gli affetti o le emozioni: gli affetti più elevati o transpersonali come amore e compassione, sono di solito definiti spirituali, ma gli affetti più bassi come odio e rabbia, non lo sono. Similmente per quanto riguarda la gerarchia dei bisogni di Maslow: i bisogni più bassi, come l’autoprotezione, non sono generalmente considerati spirituali, ma i bisogni più elevati, come l’autotrascendenza lo sono.

Questo è, secondo me, un uso corretto poiché riflette alcuni degli aspetti evolutivi più rilevanti della spiritualità (in particolare, più una persona è evoluta in una data linea, più quella linea sembra assumere qualità spirituali). Questo non è l’unico aspetto della spiritualità – abbiamo già visto che gli stati sono molto importanti, e vedremo tra poco altri due aspetti – ma è un fattore che deve essere preso in considerazione in ogni trattazione comprensiva o integrale della spiritualità.

La terza definizione vede la spiritualità come una linea evolutiva a sé stante. Gli stadi della fede di James Fowler ne sono un esempio molto conosciuto e rispettato (Fowler, 1981). La letteratura contemplativa mondiale è piena di descrizioni meticolose degli stadi dello sviluppo contemplativo (di nuovo, non come una serie di rigidi scalini di una scala, ma come onde fluenti d’esperienze meditative sempre più sottili, spesso culminanti nel senza forma causale, per poi aprirsi alla permanente coscienza nonduale. Vedi Brown, 1986; Goleman, 1988). Nell’utilizzazione molto comune di questa visione, la linea spirituale comincia nell’infanzia (o anche prima, nel bardo e negli stati prenatali), per poi dispiegarsi in sfere di coscienza più ampie e profonde fino alla grande liberazione dell’illuminazione. Questa è un’altra importante visione della spiritualità che ogni teoria comprensiva o integrale prenderà in considerazione.

Considerare la spiritualità come una linea relativamente indipendente spiega anche il fatto generalmente riconosciuto che una persona possa essere altamente evoluta per quanto concerne la linea spirituale e, tuttavia, poco o patologicamente sviluppata per quanto concerne le altre linee, come quella psicosessuale o interpersonale, spesso con esiti nefasti.(21)

La quarta definizione intende la spiritualità essenzialmente come un’attitudine o un tratto che l’io può possedere come non possedere a ogni stadio della crescita, e quest’attitudine – forse benevolenza amorevole, pace interiore, carità o bontà – è ciò che più caratterizza la spiritualità. In questa visione, possiamo avere un’onda magica spirituale o non spirituale, un’onda mitica spirituale o non spirituale, un’onda razionale spirituale o non spirituale, eccetera; e questo dipende dalla capacità dell’io di integrare quell’onda in un modo sano o patologico. Anche questo è un modo di intendere la spiritualità molto comune e importante che sarà preso in considerazione da una teoria integrale.(22)

Due precisazioni: Primo, queste quattro definizioni principali sono, di fatto, definizioni molto comuni di “spiritualità”. Non sono le uniche, ma sono alcune tra le più utilizzate. Secondo, queste quattro definizioni dipendono dal fatto che esistono gli stati, i livelli, le linee e l’io, rispettivamente. Sembra che le persone riconoscano intuitivamente o spontaneamente l’esistenza di stati, livelli, linee e io, e quando si tratta della spiritualità traducono le loro intuizioni spirituali nei termini di quelle dimensioni disponibili, e questo dà luogo a quelle definizioni.

Tali definizioni non sono reciprocamente incompatibili. Esse, in realtà, si combinano in un tutto integrato, come ho cercato di sostenere in Integral Psychology. Possiamo renderci conto, per esempio, che ogni modello che includa in modo coerente gli stati, i livelli, le linee e l’io, prende in considerazione automaticamente questi quattro aspetti della spiritualità. Ma per vedere come questo funzioni in modo più specifico, abbiamo bisogno di un altro elemento: i quattro quadranti. (I quattro quadranti non vanno confusi con le quattro definizioni di spiritualità; il numero quattro è del tutto accidentale in questo caso.) Ma i quattro quadranti sono essenziali, a mio parere, per vedere come le varie definizioni di spiritualità possano essere riunite in un reciproco accordo.

Quadranti

Per la maggior parte delle persone risulta inizialmente un po’ difficile comprendere i quattro quadranti, mentre in seguito diventa molto facile utilizzarli. I quadranti si riferiscono al fatto che qualsiasi cosa può essere osservata da quattro prospettive, per così dire: possiamo osservare qualcosa dall’interno o dall’esterno, e al singolare o al plurale. Per esempio, la mia coscienza in questo momento. Posso osservarla dall’interno, nel qual caso osservo i miei vari sentimenti, speranze, paure, sensazioni e percezioni che posso avere in ogni momento dato. Questa è una visione in prima-persona o fenomenologica, descritta del linguaggio dell’“io”. Ma la coscienza può anche essere osservata in modo oggettivo, “scientifico”, nel qual caso potrei concludere che la mia coscienza sia il prodotto di meccanismi cerebrali oggettivi e di sistemi neurofisiologici. Questa è una visione oggettiva o in terza-persona. Queste sono le osservazioni dall’interno o dall’esterno della mia coscienza.

Ma la mia coscienza o “io” non esiste in un vuoto; esiste in una comunità di altri “io”. Quindi in aggiunta all’osservazione della coscienza al singolare, possiamo considerare come la coscienza esista al plurale (come parte di un gruppo, di una comunità, di una collettività). E proprio come possiamo esaminare l’interno e l’esterno di un individuo, possiamo esaminare l’interno e l’esterno di una collettività. Possiamo cercare di comprendere qualsiasi gruppo di persone dall’interno, in una risonanza empatica di comprensione reciproca, o possiamo cercare di osservarlo dall’esterno, in modo obiettivo e distaccato (entrambi i modi sono utili, purché ciascuno di essi sia preso in considerazione e onorato).

All’interno della collettività, troviamo tutte le varie visioni del mondo condivise (arcaica, magica, mitica, razionale, ecc.), l’etica, i costumi, i valori, e le strutture intersoggettive che quei gruppi di individui hanno in comune (che si tratti di famiglia, pari, corporazione, organizzazione, tribù, città, nazione, pianeta). L’interno del collettivo è descritto nel linguaggio del “noi” e include tutti quei fattori intersoggettivi di cui si può fare esperienza se si è genuini membri di quella cultura. Dall’esterno, osserviamo tutte le strutture oggettive e le istituzioni sociali del collettivo, come gli edifici, le infrastrutture e la base tecno-economica (caccia e pesca, orticoltura, agraria, industriale, informatica), gli aspetti quantitativi della società (i tassi di natalità e mortalità, gli scambi monetari, i dati oggettivi), i modi di comunicazione (stampa, telegrafo, telefono, internet), ecc. Questi sono tutti “essi”, oggetti, o modelli dei sistemi sociali interoggettivi.

Abbiamo, quindi, quattro prospettive principali (l’interno e l’esterno del singolare e del plurale); io, ciò, noi e essi. Poiché le dimensioni oggettive (l’esterno individuale e l’esterno collettivo) sono descritti entrambi nel linguaggio in terza-persona o nel linguaggio del “ciò”, possiamo ridurre i quattro quadranti a tre: io, noi e ciò. O prospettive in prima-persona, seconda-persona, e terza-persona.(23) O arte, morale e scienza. O il bello, il buono e il vero.

L’aspetto più importante è che ciascuno dei livelli, ciascuna delle linee e ciascuno degli stati della coscienza ha questi quattro quadranti (o più semplicemente le tre dimensioni principali di io, noi e ciò) (Wilber, 1995, 1996d, 1997a, 2000b).(24) Questo modello integra esplicitamente le descrizioni della coscienza in prima, seconda e terza-persona in ciascuno dei livelli, linee e stati. Questo fornisce quello che io credo sia un modello della coscienza più comprensivo e integrale. Questo modello “tutti-i-quadranti, tutti-i-livelli, tutte-le-linee, tutti-gli-stati” è chiamato talvolta semplicemente “tutti-i-quadranti, tutti-i-livelli” o AQAL, in breve. Ho esplorato lungamente questo modello in molti libri, come Sex, Ecology, Spirituality; A Brief History of Everything; e Integral Psychology. Se esaminiamo sistematicamente le implicazioni di questo modello AQAL, scopriamo che esso schiude la possibilità di un approccio più integrale all’educazione, alla politica, agli affari, all’arte, al femminismo, all’ecologia, ecc. (vedi, per esempio, Crittenden, 2001; Wilber, 2000c).

Devo sottolineare che questo testo ha trattato quasi esclusivamente un solo quadrante, cioè l’interiorità dell’individuo (che è chiamato quadrante Alto/Sinistra). Ma in altre lavori ho trattato ampiamente gli altri quadranti, e la mia posizione è che certamente tutti i quadranti devono essere inclusi in una descrizione più integrale della coscienza. Torneremo sui quadranti più avanti, e indicheremo come la formulazione AQAL può contribuire alla soluzione del “problema difficile”.

La Griglia di Esperienze Religiose Rivisitata

Per rendersi conto di quanto i quattro quadranti siano importanti per comprendere anche la psicologia individuale, torniamo alla nostra “griglia religiosa” come un esempio. Abbiamo trattato sopra soltanto il quadrante Alto/Sinistra (l’interiorità individuale), e questo va bene per la fenomenologia delle esperienze spirituali. Ma per una visione integrale, abbiamo bisogno di includere anche gli altri quadranti.

Il quadrante Alto/Destra (l’esteriorità dell’individuo): durante qualsiasi stato di coscienza spirituale, religioso o non ordinario, quali sono i correlativi aspetti neurofisiologici e della condizione del cervello? Questo può essere investigato dalla scansione PET, dai modelli dell’EEG, dai marcatori fisiologici, eccetera. Viceversa, quali sono gli effetti dei vari agenti fisiologici e farmacologi sulla coscienza? Un’enorme quantità di ricerche di questo tipo è stata già intrapresa, naturalmente, e continua a esserlo a un ritmo accelerato. La coscienza è chiaramente collegata in molti modi complessi ai sistemi oggettivi biologici e neurofisiologici, e continuare le ricerche su queste correlazioni rappresenta sicuramente un importante impegno all’ordine del giorno. Questo tipo di ricerche sulla coscienza – concentrate sul versante cervello della connessione mente-cervello – è uno degli studi convenzionali sulla coscienza più frequenti, e io ne sono un convinto sostenitore, dal momento che fornisce delle tessere essenziali dell’intero puzzle.

Nessuno, tuttavia, ha mai potuto dimostrare con successo che la coscienza possa essere del tutto ridotta a quei sistemi oggettivi; ed è assolutamente evidente che fenomenologicamente questo non possa essere dimostrato. Sfortunatamente, la tendenza degli approcci in terza-persona che riguardano la coscienza è di cercare di rendere il quadrante Alto/Destra l’unico che valga la pena di considerare, e quindi riduce tutta la coscienza a “ciò” oggettivi nel corpo/cervello individuale – ma questo copre soltanto un quarto della storia, per così dire.

Tuttavia, si tratta di una parte importante della storia. Questo quadrante è, infatti, la casa delle scuole di psicologia che sono sempre più dominanti e degli studi sulla coscienza che ho menzionato nell’introduzione (come la scienza cognitiva, la psicologia dello sviluppo, la teoria dei sistemi applicata agli stati del cervello, la neuroscienza, la psichiatria biologica, ecc.). Questo quadrante fornisce il versante “cervello” dell’equazione e ha bisogno di essere correlato con il versante “mente” (rappresentato, per esempio, dal nostro “schema generale” o cartografia a spettro intero delle onde, correnti e stati, sintetizzato in questo articolo).(25) Un’altra ulteriore questione essenziale è che questi sono solo due dei quadranti che bisogna includere nel modello integrale.

Il quadrante Basso/Sinistra (l’interiorità del collettivo): come avviene che i vari contesti intersoggettivi, etici, linguistici e culturali modellino la coscienza e gli stati alterati? I postmodernisti e i costruttivisti hanno dimostrato, correttamente a parer mio, il ruolo fondamentale giocato da retroterra culturale e dai contesti intersoggettivi nel plasmare la coscienza individuale (Wilber, 1995, 1998). Ma molti postmodernisti hanno spinto questa intuizione verso limiti estremi e assurdi, sostenendo la posizione autocontraddittoria che i contesti culturali creano tutti gli stati. Invece di ridurre la coscienza al linguaggio del “ciò”, cercano di ridurre l’insieme della coscienza al linguaggio del “noi”. Tutte le realtà, incluse quelle della scienza oggettiva, vengono considerate delle semplici costruzioni culturali. Al contrario, la ricerca mostra in modo inequivocabile che vi sono numerosi aspetti quasi-universali in molte realtà umane, inclusi molti stati alterati (per esempio, tutti gli esseri umani sani mostrano modelli simili di onde cerebrali nel sonno REM e nel sonno profondo senza sogni). Nondimeno, questi modelli ricevono, di fatto, alcuni dei loro contenuti e sono plasmati in modo significativo dai contesti culturali, e questo forma, di conseguenza, una parte importante di un’analisi più integrale (Wilber, 1995, 1998, 2000b, 2001). (Circa la natura dell’intersoggettività e le ragioni per cui non può essere ridotta allo scambio di significanti linguistici, vedi la nota 23.)

Il quadrante Basso/Destra (l’esteriorità del collettivo): come avviene che i vari modi tecno-economici, le istituzioni, le condizioni economiche, le reti ecologiche e i sistemi sociali influiscano sulla coscienza e gli stati alterati? La profonda e importante influenza dei sistemi sociali oggettivi sulla coscienza sono stati investigati da una grande varietà di approcci, come l’ecologia, la geopolitica, l’ecofemminismo, il neomarxismo, la teoria dinamica dei sistemi e le teorie del caos e della complessità (per esempio, Capra, 1997; Diamond, 1990; Lenski, 1995). Essi, nel loro insieme, tendono a vedere il mondo come un sistema olistico di “ciò” interrelati. Anche queste teorie costituiscono una componente importante di un modello integrale. Sfortunatamente, molti di questi studiosi (come del resto gli specialisti degli altri quadranti) hanno cercato di ridurre la coscienza a questo unico quadrante – di ridurre la coscienza a bit digitali in una rete sistemica, un elemento oggettivo della Rete della Vita, o un modello olistico di “ciò” senza profondità e interiorità (flatland), distruggendo completamente le dimensioni dell’io e del noi. Certamente un approccio più integrale includerebbe tutte le dimensioni – io, noi, ciò e essi – evitando di ridurre uno qualsiasi dei quadranti agli altri.(26)

Naturalmente, la suddetta analisi si applica non soltanto agli stati ma anche ai livelli, alle linee e all’io: tutti devono essere situati nei quattro quadranti (intenzionale, comportamentale, culturale e sociale) per una comprensione più integrale che risulti in un modello “tutti-i-quadranti, tutti-i-livelli, tutte-le-linee, tutti-gli-stati”.

Suggerimenti per la Ricerca

Ho cercato di sostenere che molti dei livelli, linee e stati nei vari quadranti possono, in principio, essere investigati con un tipo di “ricerca simultanea” (Wilber, “An Integral Theory of Consciusness”, in CW7). I contenuti specifici della ricerca sono spiegati dettagliatamente in quel saggio, ma la questione è molto semplice: in aggiunta all’ampio lavoro di ricerca che attualmente viene condotto separatamente sui vari livelli, linee e stati nei vari quadranti, i tempi sono ormai maturi per 1) iniziare a specificare le correlazioni che questi fenomeni hanno tra loro; e quindi 2) muoversi verso una teoria più integrale non solo della coscienza, ma del Kosmo in generale; una teoria che 3) cominci a mostrarci il come e il perché delle connessioni intrinseche tra tutto ciò che esiste.(27) Questa sarebbe una vera “teoria del tutto”, per lo meno un abbozzo, anche se l’insieme dei dettagli rimarrebbero fuori dalla nostra portata.

In breve, che si sia o no d’accordo con la mia particolare versione di un modello integrale della coscienza, credo che ci siano ormai prove sostanziali per sostenere che qualsiasi modello comprensivo dovrebbe almeno voler considerare la necessità di includere quadranti, livelli, linee, stati e l’io. Nel campo degli studi integrali siamo ancora agli inizi, ma, a mio parere, ci sono grandi speranze circa il suo futuro sviluppo in quanto parte importante di una visione comprensiva ed equilibrata della coscienza e del Kosmo.

Appendice A. Ci Sono Stadi di Sviluppo Spirituali?

Questo saggio ha suggerito che ci sono almeno quattro differenti definizioni di “spiritualità” più comunemente usate (la spiritualità implica stati alterati, si riferisce ai più elevati livelli di ogni linea, è essa stessa una linea separata, è una qualità dell’io a ogni livello dato), e che ciascuna di esse sembra riflettere un importante fenomeno della coscienza (cioè, stati, livelli, linee, io). Negli ultimi anni abbiamo assistito a un acceso e talvolta aspro dibattito intorno alla questione se la spiritualità implicasse o meno dei livelli, con alcuni che sostenevano che senza dubbio ci sono e altri che rispondevano che assolutamente non ci sono, mentre i sostenitori di una posizione adducevano spesso spiegazioni ad hominem delle motivazioni degli avversari.

Una visione più integrale della spiritualità riconosce che entrambe le posizioni sono corrette. Alcuni aspetti della spiritualità mostrano senza dubbio dei livelli, e alcuni aspetti non li mostrano. Nei quattro aspetti esposti sopra, il primo e il quarto non implicano stadi. Il secondo e il terzo lo fanno.

Possiamo esaminare alcuni di questi aspetti evolutivi della spiritualità utilizzando l’eccellente articolo di Robert Forman “What Does Mysticism Have to Teach Us about Consciusness” (Journal of Consciusness Studies, 5, 2, 1998, 185-201). Forman inizia mettendo in evidenza tre tipi di coscienza mistica particolarmente importanti e a quanto sembra universali, che egli chiama “evento di coscienza pura” (PCE, “pure consciusness event” ), che è uno stato di coscienza senza forma con assenza di pensieri, oggetti, o percezioni; “stato mistico duale” (DMS), in cui la coscienza senza forma è presente (di solito come un tipo di consapevolezza che testimonia) simultaneamente con le forme e gli oggetti del pensiero e della percezione (ma la dualità soggetto-oggetto è ancora presente, da cui la definizione di stato mistico “duale”; e “stato mistico unitivo” (UMS), in cui soggetto e oggetto sono uno o non duale.

Nel mio schema, PCE è lo stato di coscienza causale (senza forma); poiché, come Forman sottolinea, si tratta sempre di uno stato temporaneo, non può diventare una struttura permanente (se lo diventasse, sarebbe un tipo di nirodh irreversibile o di cessazione permanente senza forma). DMS, d’altra parte, inizia solitamente come uno stato di coscienza, ma può diventare progressivamente una struttura più o meno permanente di testimone causale (cioè, lo stato causale è diventato una struttura causale). Similmente, UMS spesso inizia come uno stato non duale temporaneo, ma poi progressivamente può diventare una struttura o onda non duale permanente. Sono completamente d’accordo con Forman quando afferma che questi sono tre eventi mistici molto reali e quasi universali; sono anche sostanzialmente d’accordo con le sue conclusioni circa che cosa questi eventi significhino per gli studi sulla coscienza, e questa è la ragione per la quale essi fanno parte della “cartografia a spettro intero” o “schema generale” presentato in Integral Psychology (che ho sintetizzato sopra).

Forman sottolinea, mi sembra correttamente, che questi tre eventi sono spesso temporanei (nel qual caso sono ciò che definisco stati), ma gli ultimi due possono diventare acquisizioni più o meno permanenti (nel qual caso li definisco strutture, anche se alcuni sono “senza forma” o “senza struttura”; struttura, livello, onda significano semplicemente permanenza). Come afferma Forman, “Il modo di discriminare nei tre eventi rappresenta un mutamento profondo nella struttura epistemologica; la relazione sperimentata tra l’io e gli oggetti percepiti cambia profondamente. In molte persone questa nuova struttura diventa permanente” (186).

La domanda diventa allora: questi tre eventi si dispiegano in una sequenza per stadi? Forman risponde con cautela: “Di solito”. “Questi mutamenti a lungo temine nella struttura epistemologica spesso assumono la forma di due salti quantici nell’esperienza [cioè, il passaggio da PCE a DMS e poi da DMS a UMS]; essi si sviluppano tipicamente in modo sequenziale” (186). Forman aggiunge: “Dico tipicamente perché talvolta qualcuno può saltare o non raggiungere uno stadio particolare. Ken Wilber difende la sequenza per stadi. William Bernard, d’altro canto, non è d’accordo con questa posizione” (186) Dopo molte discussioni reciprocamente utili su questo tema, Forman si è reso conto che la mia posizione è in realtà più complessa. Come abbiamo visto, ci sono temporanee esperienze di vetta delle dimensioni più elevate praticamente a ogni stadio, e quindi, per esempio, anche se una persona è permanentemente al livello DMS, può ancora avere esperienze di vetta temporanee di UMS. Questo rende molto difficile individuare un qualche tipo di sequenzialità, perché le strutture/stadi (che sono sequenziali) e gli stati (che non lo sono) possono esistere ed esistono simultaneamente. Quindi, per quanto concerne questi eventi più elevati, io sostengo che sono fenomeni spirituali sia sequenziali che non sequenziali (se prendiamo i quattro aspetti della spiritualità, descritti sopra, gli aspetti # 1 e # 4 non sono sequenziali, gli aspetti # 2 e # 3 lo sono), e chi sostiene o una o l’altra posizione non sembra possedere un modello molto integrale.

Io sostengo, inoltre, semplicemente che per una acquisizione permanente di queste competenze più elevate, bisogna che ci siano alcuni prerequisiti. Per esempio, usando le categorie di Forman che sono molto utili, perché lo stato DMS sia un’acquisizione permanente, è necessario avere una qualche forma di accesso allo stato PCE, dal momento che DMS è una combinazione dell’esperienza della pura coscienza con agli oggetti e i pensieri della veglia. E’ inevitabile che ci sia un qualche tipo di sequenza per stadi, anche se breve (cioè, si può raggiungere PCE senza raggiungere DMS, ma non viceversa). Lo stesso avviene con UMS, in cui la barriera ultima tra la pura coscienza causale e il mondo delle forme è trascesa (sia temporaneamente come stato non duale, sia permanentemente come onda non duale). Perché ciò avvenga, la coscienza deve abbandonare l’attaccamento a qualsiasi oggetto particolare, mentre gli oggetti sono ancora presenti (cioè, DMS), altrimenti l’attaccamento nascosto impedirà la vera unione. Quindi, bisogna attraversare DMS, anche se brevemente, per raggiungere l’acquisizione permanente della coscienza unitiva permanente. Cioè, una persona può raggiungere DMS senza aver raggiunto UMS, ma non viceversa: abbiamo allora una sequenza per stadi se ci riferiamo all’acquisizione permanente.

(Per una trattazione ulteriore di questi temi, vedi Integral Psychology; per quanto riguarda il modello Vedantico/TM dei sette stadi di coscienza, a cui il lavoro di Forman si ispira, vedi il cap. 10 di Eye of Spirit, seconda edizione riveduta, CW7.)

Un ultimo commento circa lo stato UMS (stato mistico unitivo) e il misticismo della natura. Questi due aspetti sono spesso confusi, ma sono in realtà alquanto diversi. Riporto una nota tratta da Integral Psychology che tratta questo tema (nota 14 del cap.7) e che utilizza come punto di partenza la nozione di Mark Baldwin di “coscienza di unità”:

“ La “coscienza di unità” di Baldwin si riferisce all’unità con la dimensione grossolana o misticismo della natura (livello psichico). Non riconosce il misticismo archetipico, la coscienza sottile, il sogno lucido, o savikalpa samadhi (tutte le forme di misticismo della divinità o misticismo del livello sottile); e non riconosce neppure la coscienza senza forma (causale), e, quindi, non raggiunge il puro non duale (che è unione di forma e vuoto). L’unione con la natura, quando non riconosce lo stato senza forma della cessazione, riguarda sempre il livello psichico, la coscienza cosmica grossolana, o il misticismo della natura (non il misticismo non duale o integrale). Nondimeno, si tratta di una esperienza transpersonale profonda e genuina.

Uno dei modi più semplici per definire se una “esperienza di unità” si riferisca alla dimensione grossolana (misticismo della natura), alla dimensione sottile (misticismo della divinità), alla dimensione causale (misticismo senza forma), o alla genuina coscienza non duale (unione delle forme di tutte le dimensioni con il puro senza forma) è quello di considerare la natura della coscienza durante il sogno e il sonno profondo. Se chi scrive parla di esperienza di unità avuta durante la veglia, si tratta di solito di misticismo della natura della dimensione grossolana. Se questa coscienza di unità continua nello stato di sogno – e allora lo scrivente parla di sogno lucido, unione con luminosità interiori e anche con la natura esteriore grossolana – questo è di solito il misticismo della divinità della dimensione sottile. Se questa coscienza continua nello stato di sogno profondo – così che chi scrive realizza un Sé che è interamente presente nei tre stati di veglia, di sogno e di sonno profondo – questo è di solito il misticismo senza forma della dimensione causale (turiya). Se poi si scopre che questo Sé senza forma è uno con le forme di tutte le dimensioni – grossolana, sottile e causale – questa è la pura coscienza non duale (turiyatita).

Molti mistici della natura, ecopsicologi e neopagani considerano che l’unità con la natura della dimensione grossolana e dello stato di veglia sia la possibilità più elevata di unione disponibile, ma questo è in realtà la prima delle quattro maggiori unioni mistiche o samadhi. Il “sé profondo” dell’ecopsicologia non deve essere confuso con il Vero Sé dello Zen, l’Ati dello Dzogchen, il Brahman-Atman del Vedanta, ecc. Queste distinzioni aiutano anche a collocare filosofi come Heidegger e Foucault, i quali parlarono entrambi di unioni di tipo mistico con la natura. Esse erano spesso esperienze di unità con la natura profonde e autentiche (Nirmanakaya), ma non devono essere confuse con lo Zen o il Vedanta, perché questi ultimi si spingono fino al causale senza forma (Dharmakaya, nirvikalpa samadhi, jnana samadhi, ecc.), e quindi nella pura unità non duale (Svabhavikakaya, turiyatita) con tutte le dimensioni, grossolana, sottile e causale. Molti scrittori confondono Nirmanakaya con Svabhavikakaya, e così ignorano le principali dimensioni dello sviluppo interiore che si stendono tra i due, cioè Sambhogakaya e Dharmakaya).

Appendice B. Il Problema di Difficile Soluzione

Il modello “tutti-i-quadranti, tutti-i-livelli” (AQAL) presentato in questo testo, poiché include le onde transpersonali e non duali ha – o pretende di avere – una soluzione per “il problema di difficile soluzione ” che riguarda la coscienza (il problema di come possiamo trarre esperienze soggettive da un mondo che si suppone materiale, oggettivo e non esperienziale).

Le tradizioni di saggezza operano generalmente una distinzione tra verità relativa e verità assoluta (la prima si riferisce alle verità relative nel mondo convenzionale, dualistico e l’ultima si riferisce alla realizzazione del mondo assoluto o non duale, una realizzazione nota come satori, moksha, metanoia, liberazione, ecc. (Deutsch, 1969; Gyatso, 1986; Smith, 1993). Un modello integrale include auspicabilmente le due verità. Io propongo di considerare che, dalla prospettiva relativa, tutte le entità esistenti hanno quattro quadranti, incluse un’interiorità e un’esteriorità, e che, di conseguenza, le “esperienze soggettive” e la “materia/energia oggettiva” emerge in modo correlato dal primo momento.(28) Dalla prospettiva assoluta, un modello integrale suggerisce che la soluzione finale di questo problema può essere realmente scoperta soltanto nel satori, o risveglio personale al Sé non duale. La ragione per cui il problema difficile rimane difficile è la stessa per cui la verità assoluta non può essere espressa con parole relative: il non duale può essere conosciuto soltanto attraverso un cambiamento della coscienza, non un cambiamento di parole, mappe o teorie.

Il problema difficile ruota essenzialmente intorno alla relazione effettiva tra soggetto e oggetto, e si afferma che questa relazione svela la sua verità ultima soltanto nel satori (come sostengono i filosofi delle tradizioni non duali, da Plotino a Lady Tsogyal, a Meister Eckhart; vedi Alexander, 1990; Forman, 1998b; Murphy, 1992; Rowan, 1993; Smith, 1993; Walsh, 1999; Wilber, 1996c, 1997a). Potremmo dire che ciò che è “visto” nel satori è che il soggetto e l’oggetto sono non duali, ma queste sono soltanto parole, e quando si cerca di esprimerlo, l’assoluto o non duale genera solo antinomie, paradossi, contraddizioni. Secondo questo punto di vista, la “soluzione” non duale al problema difficile può essere trovata soltanto dallo stato o dal livello di coscienza non duale stesso, il che richiede di solito anni di disciplina contemplativa, e quindi non è una “soluzione” che possa essere trovata in un libro o in una rivista – e quindi rimarrà un problema di difficile soluzione per coloro che non trasformano la loro coscienza. In breve, la soluzione finale, assoluta, non duale al “problema difficile” si trova soltanto nel satori.

Sul piano relativo – che implica i tipi di verità che possono essere espresse in parole

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007