A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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L’evoluzione dell’illuminazione
Dialogo tra :
Ken Wilber e Andrew Cohen

 

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A.C. : Nel veicolo?

K.W. : Esatto

A.C. : Allora stai dicendo che il veicolo deve perfezionarsi.

K.W. : Sì. A volte succede che alcune persone abbiano una qualche forma di immersione nel vuoto, una radicale realizzazione di questa coscienza infinita, senza confini che è la loro vera realtà, poi, come hai detto tu, questo stato si esaurisce, e quelle persone ritornano nel solito veicolo egoico, sono di nuovo il solito io contratto e non sanno che cosa sia avvenuto. Eppure non vogliono intraprendere una vera pratica o un cammino trasformativo che renderebbe il loro veicolo capace di mantenere quella realizzazione in modo più completo e duraturo. Questo è un peccato perché, come tu hai detto, si escludono dal mondo delle forme, dalla possibilità di essere coinvolti in questo mondo e , allo stesso tempo, da ciò che è necessario fare per diventare un veicolo trasparente del senza tempo.

La cosa migliore per una realizzazione non duale o integrale è di lavorare su entrambi i piani. Dobbiamo, in un certo senso, perfezionare la nostra capacità di realizzare completamente il vuoto momento dopo momento, ma si tratta del vuoto da cui emergono tutte le forme, momento dopo momento.

Quindi dobbiamo avere una totale accettazione del mondo del samsara in quanto veicolo ed espressione del nirvana stesso. Sfortunatamente, penso che tu abbia ragione quando dici che molte scuole non duali non rispettano questa comprensione.

Si tende a privilegiare un corno o l’altro dell’equazione: o ci si immerge nel samsara, cioè la sfera senso-motoria - la natura è spirito, ogni oggetto manifesto è considerato spirito, ecc. – oppure ci si immerge nella dimensione in cui c’è cessazione di ogni forma. Mentre ciò a cui, credo siamo interessati io e te e certamente ciò di cui stiamo parlando qui, è una realizzazione che abbraccia sia il vuoto sia la forma. E lasciami aggiungere questo: l’evoluzione avviene nel mondo delle forme, non in quello del vuoto. Questo significa allora che l’evoluzione è l’altra metà dell’equazione, quindi se non contribuiamo a far avanzare l’evoluzione, non possiamo neppure realizzare completamente quel vuoto che pure siamo.

A.C. : Eccellente. Adesso vorrei andare oltre. Infatti, nella tua descrizione della visione non duale in cui la distinzione tra nirvana e samsara scompare, in questa interpretazione dell’illuminazione, mi sembra, tuttavia, di capire che l’idea sia ancora quella di essere liberati da questo mondo.

K.W. : Sì, capisco cosa vuoi dire.

A.C. : Bene, allora affronto adesso la questione di cosa sia l’illuminazione in rapporto alla sfera del tempo e del divenire. Quello che cerco di evidenziare è ciò che io chiamo ‘impulso evolutivo’. Come ho detto prima, si tratta di una compulsione estatica a trasformare il mondo. Ora, questa spinta è differente da ciò che viene detto nelle tradizioni sul voto dei bodhisattva perché, a mio parere, il voto dei bodhisattva riguarda l’impegno di rimanere in giro abbastanza a lungo per liberare gli esseri senzienti da questo mondo. Ma nell’impulso evolutivo estatico di cui parlo io la liberazione viene di fatto trovata attraverso la resa all’imperativo di evolversi in questo mondo.

K.W. : Non liberandosi da esso.

A.C. : Giusto. In questa interpretazione dell’illuminazione, tutta la coscienza e l’energia sono usate al servizio della creazione stessa, oltre l’ego. In altre parole, il veicolo è utilizzato per questo grande e impegnativo obiettivo. L’illuminazione, la liberazione estatica che avviene quotidianamente, deve essere trovata e sperimentata direttamente e consapevolmente solo attraverso un’assoluta e perfetta resa a questo scopo. Almeno idealmente, quindi, se qualcosa del genere è possibile, non ci sarebbero motivazioni egoiche e si sarebbe costantemente consumati dal fuoco di questa causa che pure sfuggirebbe a una nostra comprensione totale, poiché il suo culmine avviene sempre nel futuro.

K.W. : Sì, sono d’accordo con il senso generale di quello che dici. Lasciami riformularlo così. Come ho detto prima, c’è stato un importante cambiamento dalle religioni del primo periodo Assiale che mettevano l’accento sull’ascesi, la trascendenza, la cessazione, alle tradizioni non duali. Questo cambiamento è stato epocale: il vuoto non era più separato dalla forma, si realizzava che il vuoto non è altro che forma e la forma non è altro che vuoto, come recita il Sutra del Cuore. Ora, questa nuova comprensione, che porta al Buddhismo Mahayana e al Vajrayana, non esisteva nelle precedenti religioni. Le più antiche sostenevano che il mondo del samsara è spirito. Si tratta cioè dell’immersione nella pura manifestazione, nella natura. Poi venne il periodo Assiale che sosteneva: “No, il trascendente è la sola realtà spirituale, unicamente la dimensione ascendente, senza tempo, è la vera realtà.”

L’approccio non duale dice: “Aspettate un attimo, avete ragione entrambi. Quello che dobbiamo fare è trovare un modo per realizzare questa unione.”

Il voto originario dei bodhisattva era: “Faccio voto di raggiungere l’illuminazione il più presto possibile per il bene di tutti gli altri esseri”, infatti, com’era solito sottolineare Kalu Rimpoche: “Se rimandi la tua illuminazione, come pensi di poter salvare qualcun altro, idiota!” Questo approccio divenne più maturo nella visione tantrica. Comunque la base comune delle due tradizioni, per lo meno implicitamente, era la comprensione che nirvana e samsara, il vuoto e la forma, il senza tempo e la dimensione del tempo, l’essere e il divenire, sono i due aspetti di una realizzazione integrale. Nella realizzazione bisogna abbracciarli entrambi. Ma tu hai ragione quando affermi che le tradizioni spesso non si sono mantenute fedeli a questa visione. Penso anche che ci sia un altro significato o un livello più profondo di comprensione della realizzazione non duale intesa come impulso evolutivo nel mondo delle forme che si evolvono.

A.C. : E’ appunto di questo che sto parlando!

K.W. : Penso che la ragione possa essere trovata proprio in ciò che abbiamo detto: un saggio, diciamo migliaia di anni fa, poteva avere una profonda realizzazione del dharmakaya o puro vuoto, una profonda realizzazione del nirvikalpa samadhi, e poi anche una profonda realizzazione di un’unione con tutte le forme. Quindi il saggio in questione avrebbe realizzato sia il vuoto sia il mondo delle forme e sia che essi sono intrinsecamente una cosa sola. Vuoto e forme emergono momento dopo momento come ‘vuoto di tutte le forme che emergono estaticamente’. Ma, non di meno, il saggio più perfettamente illuminato, nel senso del sahaji, dell’esperienza non duale, può essere solamente ‘uno con’ il mondo delle forme del suo tempo. E quel mondo non ha le conoscenze che abbiamo noi oggi sul mondo delle forme.

A.C. : Vuoi dire sull’evoluzione.

K.W. : Certo, specialmente l’evoluzione, la sua esatta natura, cosa significhi, cosa succede nel mondo delle forme. In esso noi scopriamo un’inequivocabile tendenza verso livelli sempre maggiori di differenziazione, integrazione, complessità e unificazione. Si tratta di una comprensione fondamentale perché significa che il nostro veicolo nel mondo delle forme sta diventando più trasparente e quindi più capace di intendere i processi che avvengono nel mondo delle forme. Questo cambia ogni cosa. Non importa quanto qualcuno potesse essere profondamente illuminato migliaia di anni fa, il mondo delle forme allora non includeva questa conoscenza. Quindi questo non era parte della loro realizzazione, anche se la loro realizzazione del vuoto era meravigliosa quanto può esserlo per noi oggi, perché il vuoto è il vuoto, non cambia, non ha parti in movimento, ecc. Quindi non stiamo togliendo niente al saggio vissuto migliaia di anni fa, ma riconosciamo che noi abbiamo almeno una cosa in più: noi viviamo oggi. Fra migliaia di anni la gente guarderà indietro al nostro mondo delle forme e riderà istericamente per come eravamo idioti. Nel frattempo noi dobbiamo andare avanti nell’incorporare nel mondo delle forme il vuoto radicale. Il risultato è una specie di vuoto evolutivo, o ‘illuminazione evolutiva’. Sì, è così.

A.C. : In questa illuminazione evolutiva l’elemento importante, se capisco bene, è la resa al movimento di un impulso che si risveglia e che spinge a partecipare in modo planetario al processo evolutivo per amore dell’evoluzione stessa. L’illuminazione evolutiva è questo, non si tratta di un semplice ottenimento della propria personale liberazione da o trascendenza di questo mondo.

K.W. : Sì, sono d’accordo.

A.C. : Io sottolineo proprio questo cambiamento di accento da una visione all’altra. Questo mi sembra significativo per la definizione di cosa sia finalmente l’illuminazione ai giorni nostri, poiché aumenta il numero delle persone che cominciano a interessarsi all’illuminazione, cosa sia, cosa significhi. Direi che nel novanta per cento dei casi, se non di più, il messaggio che ricevono si limita alla trascendenza, la trascendenza personale. E mentre di solito viene richiesto anche di abbandonare l’egocentrismo e di provare compassione, raramente, anzi mai, ci si riferisce a quella passione rivoluzionaria e impetuosa per la totale trasformazione del mondo, quella spinta che sorge dal cuore spirituale quando si è veramente liberato dal mondo. Voglio dire che molto spesso quello che viene propinato è un tiepido e strano miscuglio di antichi concetti di illuminazione conditi con idee sulla compassione basate sull’emotività di tipo “new age”. In questo modo si indica una strada che non condurrà a realizzare il fuoco della vera liberazione.

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007