A.C. : Nel
veicolo?
K.W.
: Esatto
A.C.
: Allora stai dicendo che il veicolo deve perfezionarsi.
K.W.
: Sì. A volte succede che alcune persone abbiano una qualche
forma di immersione nel vuoto, una radicale realizzazione di questa
coscienza infinita, senza confini che è la loro vera
realtà, poi, come hai detto tu, questo stato si esaurisce, e
quelle persone ritornano nel solito veicolo egoico, sono di nuovo il
solito io contratto e non sanno che cosa sia avvenuto. Eppure non
vogliono intraprendere una vera pratica o un cammino trasformativo che
renderebbe il loro veicolo capace di mantenere quella realizzazione in
modo più completo e duraturo. Questo è un peccato
perché, come tu hai detto, si escludono dal mondo delle
forme, dalla possibilità di essere coinvolti in questo mondo
e , allo stesso tempo, da ciò che è necessario
fare per diventare un veicolo trasparente del senza tempo.
La
cosa migliore per una realizzazione non duale o integrale è
di lavorare su entrambi i piani. Dobbiamo, in un certo senso,
perfezionare la nostra capacità di realizzare completamente
il vuoto momento dopo momento, ma si tratta del vuoto da cui emergono
tutte le forme, momento dopo momento.
Quindi
dobbiamo avere una totale accettazione del mondo del samsara in quanto
veicolo ed espressione del nirvana stesso. Sfortunatamente, penso che
tu abbia ragione quando dici che molte scuole non duali non rispettano
questa comprensione.
Si
tende a privilegiare un corno o l’altro
dell’equazione: o ci si immerge nel samsara, cioè
la sfera senso-motoria - la natura è spirito, ogni oggetto
manifesto è considerato spirito, ecc. – oppure ci
si immerge nella dimensione in cui c’è cessazione
di ogni forma. Mentre ciò a cui, credo siamo interessati io
e te e certamente ciò di cui stiamo parlando qui,
è una realizzazione che abbraccia sia il vuoto sia la forma.
E lasciami aggiungere questo: l’evoluzione avviene nel mondo
delle forme, non in quello del vuoto. Questo significa allora che
l’evoluzione è l’altra metà
dell’equazione, quindi se non contribuiamo a far avanzare
l’evoluzione, non possiamo neppure realizzare completamente
quel vuoto che pure siamo.
A.C.
: Eccellente. Adesso vorrei andare oltre. Infatti, nella tua
descrizione della visione non duale in cui la distinzione tra nirvana e
samsara scompare, in questa interpretazione
dell’illuminazione, mi sembra, tuttavia, di capire che
l’idea sia ancora quella di essere liberati da questo mondo.
K.W.
: Sì, capisco cosa vuoi dire.
A.C.
: Bene, allora affronto adesso la questione di cosa sia
l’illuminazione in rapporto alla sfera del tempo e del
divenire. Quello che cerco di evidenziare è ciò
che io chiamo ‘impulso evolutivo’. Come ho detto
prima, si tratta di una compulsione estatica a trasformare il mondo.
Ora, questa spinta è differente da ciò che viene
detto nelle tradizioni sul voto dei bodhisattva perché, a
mio parere, il voto dei bodhisattva riguarda l’impegno di
rimanere in giro abbastanza a lungo per liberare gli esseri senzienti
da questo mondo. Ma nell’impulso evolutivo estatico di cui
parlo io la liberazione viene di fatto trovata attraverso la resa
all’imperativo di evolversi in questo mondo.
K.W.
: Non liberandosi da esso.
A.C.
: Giusto. In questa interpretazione dell’illuminazione, tutta
la coscienza e l’energia sono usate al servizio della
creazione stessa, oltre l’ego. In altre parole, il veicolo
è utilizzato per questo grande e impegnativo obiettivo.
L’illuminazione, la liberazione estatica che avviene
quotidianamente, deve essere trovata e sperimentata direttamente e
consapevolmente solo attraverso un’assoluta e perfetta resa a
questo scopo. Almeno idealmente, quindi, se qualcosa del genere
è possibile, non ci sarebbero motivazioni egoiche e si
sarebbe costantemente consumati dal fuoco di questa causa che pure
sfuggirebbe a una nostra comprensione totale, poiché il suo
culmine avviene sempre nel futuro.
K.W.
: Sì, sono d’accordo con il senso generale di
quello che dici. Lasciami riformularlo così. Come ho detto
prima, c’è stato un importante cambiamento dalle
religioni del primo periodo Assiale che mettevano l’accento
sull’ascesi, la trascendenza, la cessazione, alle tradizioni
non duali. Questo cambiamento è stato epocale: il vuoto non
era più separato dalla forma, si realizzava che il vuoto non
è altro che forma e la forma non è altro che
vuoto, come recita il Sutra del Cuore. Ora, questa nuova comprensione,
che porta al Buddhismo Mahayana e al Vajrayana, non esisteva nelle
precedenti religioni. Le più antiche sostenevano che il
mondo del samsara è spirito. Si tratta cioè
dell’immersione nella pura manifestazione, nella natura. Poi
venne il periodo Assiale che sosteneva: “No, il trascendente
è la sola realtà spirituale, unicamente la
dimensione ascendente, senza tempo, è la vera
realtà.”
L’approccio
non duale dice: “Aspettate un attimo, avete ragione entrambi.
Quello che dobbiamo fare è trovare un modo per realizzare
questa unione.”
Il
voto originario dei bodhisattva era: “Faccio voto di
raggiungere l’illuminazione il più presto
possibile per il bene di tutti gli altri esseri”, infatti,
com’era solito sottolineare Kalu Rimpoche: “Se
rimandi la tua illuminazione, come pensi di poter salvare qualcun
altro, idiota!” Questo approccio divenne più
maturo nella visione tantrica. Comunque la base comune delle due
tradizioni, per lo meno implicitamente, era la comprensione che nirvana
e samsara, il vuoto e la forma, il senza tempo e la dimensione del
tempo, l’essere e il divenire, sono i due aspetti di una
realizzazione integrale. Nella realizzazione bisogna abbracciarli
entrambi. Ma tu hai ragione quando affermi che le tradizioni spesso non
si sono mantenute fedeli a questa visione. Penso anche che ci sia un
altro significato o un livello più profondo di comprensione
della realizzazione non duale intesa come impulso evolutivo nel mondo
delle forme che si evolvono.
A.C.
: E’ appunto di questo che sto parlando!
K.W.
: Penso che la ragione possa essere trovata proprio in ciò
che abbiamo detto: un saggio, diciamo migliaia di anni fa, poteva avere
una profonda realizzazione del dharmakaya o puro vuoto, una profonda
realizzazione del nirvikalpa samadhi, e poi anche una profonda
realizzazione di un’unione con tutte le forme. Quindi il
saggio in questione avrebbe realizzato sia il vuoto sia il mondo delle
forme e sia che essi sono intrinsecamente una cosa sola. Vuoto e forme
emergono momento dopo momento come ‘vuoto di tutte le forme
che emergono estaticamente’. Ma, non di meno, il saggio
più perfettamente illuminato, nel senso del sahaji,
dell’esperienza non duale, può essere solamente
‘uno con’ il mondo delle forme del suo tempo. E
quel mondo non ha le conoscenze che abbiamo noi oggi sul mondo delle
forme.
A.C.
: Vuoi dire sull’evoluzione.
K.W.
: Certo, specialmente l’evoluzione, la sua esatta natura,
cosa significhi, cosa succede nel mondo delle forme. In esso noi
scopriamo un’inequivocabile tendenza verso livelli sempre
maggiori di differenziazione, integrazione, complessità e
unificazione. Si tratta di una comprensione fondamentale
perché significa che il nostro veicolo nel mondo delle forme
sta diventando più trasparente e quindi più
capace di intendere i processi che avvengono nel mondo delle forme.
Questo cambia ogni cosa. Non importa quanto qualcuno potesse essere
profondamente illuminato migliaia di anni fa, il mondo delle forme
allora non includeva questa conoscenza. Quindi questo non era parte
della loro realizzazione, anche se la loro realizzazione del vuoto era
meravigliosa quanto può esserlo per noi oggi,
perché il vuoto è il vuoto, non cambia, non ha
parti in movimento, ecc. Quindi non stiamo togliendo niente al saggio
vissuto migliaia di anni fa, ma riconosciamo che noi abbiamo almeno una
cosa in più: noi viviamo oggi. Fra migliaia di anni la gente
guarderà indietro al nostro mondo delle forme e
riderà istericamente per come eravamo idioti. Nel frattempo
noi dobbiamo andare avanti nell’incorporare nel mondo delle
forme il vuoto radicale. Il risultato è una specie di vuoto
evolutivo, o ‘illuminazione evolutiva’.
Sì, è così.
A.C.
: In questa illuminazione evolutiva l’elemento importante, se
capisco bene, è la resa al movimento di un impulso che si
risveglia e che spinge a partecipare in modo planetario al processo
evolutivo per amore dell’evoluzione stessa.
L’illuminazione evolutiva è questo, non si tratta
di un semplice ottenimento della propria personale liberazione da o
trascendenza di questo mondo.
K.W.
: Sì, sono d’accordo.
A.C.
: Io sottolineo proprio questo cambiamento di accento da una visione
all’altra. Questo mi sembra significativo per la definizione
di cosa sia finalmente l’illuminazione ai giorni nostri,
poiché aumenta il numero delle persone che cominciano a
interessarsi all’illuminazione, cosa sia, cosa significhi.
Direi che nel novanta per cento dei casi, se non di più, il
messaggio che ricevono si limita alla trascendenza, la trascendenza
personale. E mentre di solito viene richiesto anche di abbandonare
l’egocentrismo e di provare compassione, raramente, anzi mai,
ci si riferisce a quella passione rivoluzionaria e impetuosa per la
totale trasformazione del mondo, quella spinta che sorge dal cuore
spirituale quando si è veramente liberato dal mondo. Voglio
dire che molto spesso quello che viene propinato è un
tiepido e strano miscuglio di antichi concetti di illuminazione conditi
con idee sulla compassione basate sull’emotività
di tipo “new age”. In questo modo si indica una
strada che non condurrà a realizzare il fuoco della vera
liberazione.