A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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IIl futuro della religione
dialogo tra Andrew Cohen e Ken Wilber
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K.W. Giusto. E’ anche importante tenere conto del fatto che, nel mondo d’oggi, meno del due per cento della popolazione si trova ai livelli evolutivi integrali. Settanta per cento della popolazione mondiale si trova al livello mitico o a un livello più basso, cioè a livelli etnocentrici. Come sai, ci sono state molte persone (particolarmente noi “boomers”) che pensavano di aver trovato un nuovo paradigma che avrebbe rappresentato la più grande trasformazione della storia del mondo – mi riferisco a quel genere di cose olistiche, “tutto è uno”, Gaia la Grande Dea. Questa potrebbe essere una magnifica credenza turchese (per usare la terminologia di Spiral Dynamics). Sfortunatamente solo lo 0,1 per cento della popolazione si trova al livello cognitivo che può veramente fare propria questa visione turchese del mondo. Il resto del mondo è ai livelli rosso (egocentrico), blu (assolutistico) e arancione (scientifico/razionale) e non si avvicina neanche lontanamente a questo tipo di visione. Quindi per noi non ci sarà qualche tipo di orientamento spirituale futuro che possa salvare il pianeta. Le probabilità che ciò accada sono praticamente zero. Inoltre, una società illuminata non sarebbe solo una società con un sistema di governo che fosse espressione del livello evolutivo integrale. Sarebbe necessario che ci fossero anche modi equilibrati in cui le popolazioni potessero continuare a trovarsi a livelli precedenti e più bassi di sviluppo, senza danneggiare il pianeta.

 

A.C. Giusto.

 

K.W. Si tratta di un tema molto delicato e difficile da affrontare. Se leggi qualcuno come Thomas Berry, hai l’impressione che se solo adottiamo questa bella visione del mondo olistica, allora tutti saranno felici. Ma questo non cambia il fatto che la gente è ancora a stadi di sviluppo evolutivo più bassi e il solo fatto che ci sia una nuova visione del mondo non li aiuterà per niente. Questa è solo un’esortazione. E’ un obiettivo senza il cammino per arrivarci. E’ davvero necessario, invece, avere una chiara comprensione dello sviluppo della coscienza. Altrimenti, esortare semplicemente le persone a adottare un nuovo paradigma risulta alquanto inutile. Si può suonare l’allarme – è stato fatto per decenni. Ma dove ci mostriamo inadeguati è nell’indicare concretamente il cammino per quell’evoluzione interiore che permetterebbe di raggiungere l’obiettivo.

 

A.C. Sì, siamo inadeguati. Specialmente ora, abbiamo bisogno di cammini di sviluppo interiore che siano appropriati, come dicevo all’inizio, alla complessità senza precedenti dei tempi in cui viviamo. E, come affermi tu, abbiamo bisogno di cammini che prendano in considerazione l’intero spettro dello sviluppo della coscienza umana. Ma coloro che rappresentano l’avanguardia, coloro che sono in grado di riconoscere e apprezzare la prospettiva evolutiva hanno bisogno in modo particolare di un cammino che li sfidi a trovare le risposte alle domande poste dalle drammatiche condizioni di vita attuali. Hanno bisogno di un cammino che non solo faciliti l’esperienza della trascendenza o della liberazione personale, ma, più importante ancora, sia anche il catalizzatore di un salto oltre il relativismo e spinga l’individuo a impegnarsi perché il processo di vita raggiunga un livello di più profonda autenticità e maturità – una maturità che, per sua natura, riconosca e assuma liberamente su di sé una maggiore responsabilità per il futuro della vita stessa. Se l’impulso a risvegliarsi, il desiderio di illuminazione riuscirà alla fine a elevare la coscienza di questo mondo, allora questa spinta dovrà accadere in un contesto che sia consapevole del fatto che, per il peggio o per il meglio, questo mondo si trova in una condizione di rapido cambiamento – cambiamento che disperatamente necessita della nostra cooperazione e partecipazione coscienti. L’impulso spirituale, la spinta alla trascendenza diventano evolutivi solo quando diventano un compito…

 

K.W. … un dovere.

 

A.C. Sì! Un compito, un dovere, un impegno. Un impegno a dedicarsi completamente a quello che, in fondo, possiamo chiamare il nostro dovere spirituale: la totale trasformazione del mondo manifesto, usando le capacità che Dio ci ha dato, grandi o piccole che siano. Sulla base di quello che abbiamo discusso finora, penso che dobbiamo anche ridefinire quale sia oggi il significato di illuminazione. Forse abbiamo bisogno, come afferma Caleb Rosado, di una definizione più “adeguata”. Tradizionalmente, l’accento è stato posto sulla trascendenza, o la scoperta del vuoto fondamento dell’essere oltre il mondo e oltre il tempo, e poi sul mantenimento di quello stato. Ma mi chiedo se all’inizio del XXI° secolo questo tipo di orientamento sia pertinente e adeguato. Penso, infatti, che l’intero scopo dell’illuminazione, dell’andare oltre l’ego, sia per noi, oggi, quello di renderci capaci di essere finalmente davvero disponibili a partecipare alla trasformazione del mondo manifesto, a partire da un livello di coscienza o di sviluppo evolutivo più elevato. In questo preciso momento, è veramente di questo che abbiamo più che mai bisogno. Ed è molto importante comprendere che, finché nel ricercatore dell’illuminazione rimane ancora il più piccolo attaccamento alla condizione di trascendenza, anche se nella dimensione “sottile”, allora egli, in qualche misura, sarà ancora diviso. E questa divisione inibirà la sua capacità di agire, perché egli resisterà alla realizzazione nonduale. Questa è la ragione per cui oggi, nel presentare il cammino verso l’illuminazione, è assolutamente necessario dare sempre più la priorità al contesto evolutivo.

 

k.w. sì, come parte di quella visione comprensiva che ho brevemente descritto prima. Mi riferisco alla semplice nozione che c’è il mondo delle forme e il mondo del senza-forma, e poi la loro unione, il loro “unico sapore” (one taste) nonduale, il loro riunificarsi (di fatto, essi lo sono già). C’è, per così dire, un più e un meno davanti a ognuna di queste dimensioni, ed è sempre una trappola se si enfatizza l’una o l’altra. Quello che cerco di fare, quando parliamo di spiritualità integrale, è di prendere in considerazione le trappole di ognuna di quelle dimensioni in cui rischiamo di cadere se non le includiamo tutte in una visione comprensiva. E tu stai descrivendo molto bene la trappola di continuare a immergersi puramente nella dimensione trascendente, che è, infatti, il blocco più “sottile” che impedisce la realizzazione nonduale.

 

A.C. Giusto. Finché saremo divisi nella nostra passione, anche se nella dimensione sottile, cioè finché proveremo un maggior attaccamento per la condizione della trascendenza che per il totale, illimitato, spontaneo, compassionevole, totalmente nel corpo, estatico e profondamente implicato coinvolgimento nel processo di vita, inevitabilmente, nei livelli grossolano e sottile, resisteremo, senza realizzare quella totale liberazione unita all’incondizionato impegno verso il processo di vita.

 

K.W. Sono d’accordo. Nelle mie iniziali esperienze di questo, ho notato che vi è come una specie di tensione intorno al cuore che esclude ogni manifestazione. Ha senso questo per te?

 

A.C. Sì.

 

K.W. Sembra come una libertà trascendente o purezza, e certamente, all’inizio, c’è maggiore libertà rispetto ai livelli limitati e transitori. Ma, quando entri in quello stato e osservi, scopri una tensione molto sottile che in realtà rappresenta una contrazione, e questo tiene a distanza il samsara, il mondo delle forme, come se fosse una specie di malattia – in modo molto sottile. Ma si tratta dell’ultima barriera prima dell’amore totale, della totale liberazione e della comprensione che tutto abbraccia – una com-prensione (embrace) che alla fine riconosce se stessa come precedente al mondo manifesto, ma non differente dal mondo manifesto, sempre e comunque. E’ veramente una specie di abbraccio totale e radicale delle forme in evoluzione riconosciute come il proprio corpo, la propria sostanza, la propria energia vitale, la propria manifestazione.

 

A.C. E quest’impulso, l’impulso liberato verso questo abbraccio totale, è già esso stesso libertà. Per questo niente deve essere escluso.

 

K.W. Esatto. E questo è un abbraccio esuberante che è sia gioia sia senso del dovere, come dicevi tu.

 

A.C. Sì, un dovere che ci impegna a un compito senza fine. Il punto è, allora, la capacità di accogliere la manifestazione con un abbraccio sempre più ampio, pur rimanendo radicati nel fondamento non-nato e non-manifesto che sempre è e sempre è stato.

 

K.W. Sì, è così. Poiché, ovviamente, l’altra trappola, che penso sia oggi molto più comune nella cultura odierna, è l’immersione nel mondo manifesto, il mero orientamento pagano. Naturalmente, la trappola, in questo caso, è che non c’è trascendenza. Non c’è liberazione dal mondo delle forme. Non c’è non-nato. E quindi non conosciamo il nostro volto originario, il volto che avevamo prima del big bang. E questo viene celebrato come se fosse spiritualità integrale, quando invece tutti gli impulsi verso la trascendenza sono condannati! Il fatto è che, sfortunatamente, non possiamo veramente abbracciare Gaia finché non la trascendiamo, altrimenti il risultato è soltanto la dipendenza dal mondo finito. Non lo abbracciamo con amore, ma lo abbracciamo con lo stesso tipo di dipendenza che potremmo avere dall’eroina o da qualunque altro tipo di attaccamento ai piaceri dei sensi. Ovviamente, poiché tu, in quanto maestro spirituale, hai contatti con studenti che vengono condotti lungo il sentiero del risveglio, la trappola in cui ti imbatti più spesso è quella che riguarda le persone che sono, diciamo, ancora attaccate all’evasione trascendente dalla realtà. Ma, come sai, in generale, qui fuori nel mondo la maggioranza delle persone è drogata dalla dimensione manifesta delle forme limitate.


Una nuova religione?

A.C. Una direzione che vorrei esplorare adesso con te, qualcosa su cui ho riflettuto molto negli ultimi tempi, è questa: come sarebbe un teismo evoluto, adatto ai nostri tempi? In altre parole, in che modo una nuova religione, fondata su una realizzazione autentica, radicale, nonduale, potrebbe emergere nel contesto culturale post-moderno?

 

Parte del retroterra di riflessioni alla base di questo filone di ricerca è la mia osservazione che molte persone che rappresentano oggi l’avanguardia evolutiva, specialmente coloro che sono interessati alla dimensione spirituale e all’evoluzione della coscienza, mostrano una crescita personale che sorpassa i tradizionali cammini religiosi, semplicemente perché questi individui si sono evoluti a uno stadio di sviluppo della coscienza più elevato di quello da cui sono emerse originariamente le varie tradizioni, in alcuni casi parliamo di migliaia di anni fa. Molte tradizioni sono percepite come intrinsecamente limitanti a causa delle loro risposte obsolete ai bisogni individuali e collettivi di quegli esseri umani che sono la punta di diamante dell’evoluzione della coscienza, all’alba del XXI° secolo. In verità, sembra che le tradizioni non rappresentino più un cammino adeguato verso la libertà e verso un’evoluzione senza limitazioni, quindi un gran numero di persone ha cominciato a rivolgersi verso approcci alternativi. Ma accade spesso che, per molte di loro, il contesto che inquadra e sostiene questi percorsi risulti poco chiaro o poco accessibile, e allora essere sul sentiero spirituale diventa quasi sempre una questione strettamente personale.

 

Il fatto è che stiamo arrivando al punto in cui, prima o poi, le potenzialità più elevate realizzate nei passi e nei salti evolutivi effettuati da queste persone, necessiteranno qualche tipo di struttura - una struttura spirituale o religiosa, se vogliamo utilizzare questo linguaggio - che possa realmente contenere e organizzare il più alto livello di esperienze cui quelle persone sono giunte. E’ possibile che ci sia bisogno di dare vita a una nuova tradizione. In altre parole, abbiamo bisogno di trovare una cornice o un contesto in cui possiamo unirci per dare un senso a queste esperienze, così da poterle utilizzare come le fondamenta su cui poggiare la ristrutturazione del nostro intero rapporto con l’esperienza umana.

 

K.W. Sì, lo penso anch’io. Credo che hai toccato un punto molto importante. Oggi è molto frequente sentire la gente affermare che c’è una differenza tra essere “religiosi” e essere “spirituali”, e possiamo anche capirne le ragioni. Le persone dicono: “Sono spirituale, ma non sono religioso”. Quello che intendono con questo è, naturalmente, che la “spiritualità” non è dogmatica o basata sulle tradizioni, ma è basata sull’esperienza e la comprensione personale. Ma se questa spiritualità sopravvive dopo di loro e altre persone possono continuare lo stesso approccio spirituale, allora diventa una religione. Perché religione non significa altro che spiritualità istituita e organizzata. Quindi, quando la gente dice: “Io non amo la religione, io sono spirituale”, quello che vuole dire è che non ama le forme organizzate di spiritualità. Ma quello che dicono veramente è che la loro esperienza personale è tutto ciò che conta. Ma cosa accade se essi hanno una realizzazione spirituale veramente importante, oppure fanno parte di un sangha o di una comunità di pratica che ha una realizzazione molto importante? Se questa realizzazione verrà trasmessa alle generazioni future, allora ci sarà una spiritualità organizzata – e questa è religione. Essi dovranno creare una religione, una struttura in cui dare continuità a quella realizzazione, istituzionalizzarla.

 

A.C. Dio ci scampi!

 

K.W. Sì. Molte persone non amano la religione – esse si limitano ad avere la loro propria esperienza spirituale in questo momento e non vanno oltre. Ma se questa esperienza spirituale dovrà avere senso per ogni persona che non sia solo il loro ego, allora dovrà essere trasmessa. Questo vuol dire che diventa allora ciò che io chiamo una questione che attiene ai Quattro Quadranti (clicca qui per i QQ). Significa che l’esperienza deve essere ancorata nel quadrante Basso/Destra (collettivo esteriore) in termini di istituzioni sociali, cioè strutture che, di fatto, possono darle continuità. Deve avere una visione del mondo intersoggettiva (Basso/Sinistra, collettivo interiore), cioè un insieme di credenze, interpretazioni e comprensioni che indicano come orientarsi in relazione a queste esperienze potenziali più elevate che si stanno realizzando. E, ovviamente, questa esperienza ha anche le dimensioni Alto/Sinistra (individuale interiore) e Alto/Destra (individuale esteriore).


Allora, quando dici che forse abbiamo bisogno di una nuova religione, risponderei che questo sta accadendo già ora, ma sta accadendo in piccoli gruppi o comunità di pratica che stanno realizzando queste esperienze spirituali più elevate che io chiamo del terzo-ordine. Ma essi devono, per così dire, farle atterrare e iniziare a dare loro una struttura. Devono incarnarle, istituzionalizzarle, trovare i modi per riprodurle e trasmetterle. Tuttavia, questo succederà per ora solo in cerchi molto piccoli di praticanti, in sangha, il tuo ne è un esempio, ma ci sono anche alcune straordinarie comunità buddhiste, taoiste e cristiane contemplative che, tutte, ciascuna a suo modo, cercano di incarnare gli stati potenziali più elevati e cercano di farli scendere e dare loro strutture che possano garantirne la continuità. E questo significa creare una nuova religione.

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007