K.W.
Giusto. E’ anche importante tenere conto del fatto che, nel
mondo d’oggi, meno del due per cento della popolazione si
trova ai livelli evolutivi integrali. Settanta per cento della
popolazione mondiale si trova al livello mitico o a un livello
più basso, cioè a livelli etnocentrici. Come sai,
ci sono state molte persone (particolarmente noi
“boomers”) che pensavano di aver trovato un nuovo
paradigma che avrebbe rappresentato la più grande
trasformazione della storia del mondo – mi riferisco a quel
genere di cose olistiche, “tutto è uno”,
Gaia la Grande Dea. Questa potrebbe essere una magnifica credenza
turchese (per usare la terminologia di Spiral Dynamics).
Sfortunatamente solo lo 0,1 per cento della popolazione si trova al
livello cognitivo che può veramente fare propria questa
visione turchese del mondo. Il resto del mondo è ai livelli
rosso (egocentrico), blu (assolutistico) e arancione
(scientifico/razionale) e non si avvicina neanche lontanamente a questo
tipo di visione. Quindi per noi non ci sarà qualche tipo di
orientamento spirituale futuro che possa salvare il pianeta. Le
probabilità che ciò accada sono praticamente
zero. Inoltre, una società illuminata non sarebbe solo una
società con un sistema di governo che fosse espressione del
livello evolutivo integrale. Sarebbe necessario che ci fossero anche
modi equilibrati in cui le popolazioni potessero continuare a trovarsi
a livelli precedenti e più bassi di sviluppo, senza
danneggiare il pianeta.
A.C.
Giusto.
K.W.
Si tratta di un tema molto delicato e difficile da affrontare. Se leggi
qualcuno come Thomas Berry, hai l’impressione che se solo
adottiamo questa bella visione del mondo olistica, allora tutti saranno
felici. Ma questo non cambia il fatto che la gente è ancora
a stadi di sviluppo evolutivo più bassi e il solo fatto che
ci sia una nuova visione del mondo non li aiuterà per
niente. Questa è solo un’esortazione. E’
un obiettivo senza il cammino per arrivarci. E’ davvero
necessario, invece, avere una chiara comprensione dello sviluppo della
coscienza. Altrimenti, esortare semplicemente le persone a adottare un
nuovo paradigma risulta alquanto inutile. Si può suonare
l’allarme – è stato fatto per decenni.
Ma dove ci mostriamo inadeguati è nell’indicare
concretamente il cammino per quell’evoluzione interiore che
permetterebbe di raggiungere l’obiettivo.
A.C.
Sì, siamo inadeguati. Specialmente ora, abbiamo bisogno di
cammini di sviluppo interiore che siano appropriati, come dicevo
all’inizio, alla complessità senza precedenti dei
tempi in cui viviamo. E, come affermi tu, abbiamo bisogno di cammini
che prendano in considerazione l’intero spettro dello
sviluppo della coscienza umana. Ma coloro che rappresentano
l’avanguardia, coloro che sono in grado di riconoscere e
apprezzare la prospettiva evolutiva hanno bisogno in modo particolare
di un cammino che li sfidi a trovare le risposte alle domande poste
dalle drammatiche condizioni di vita attuali. Hanno bisogno di un
cammino che non solo faciliti l’esperienza della trascendenza
o della liberazione personale, ma, più importante ancora,
sia anche il catalizzatore di un salto oltre il relativismo e spinga
l’individuo a impegnarsi perché il processo di
vita raggiunga un livello di più profonda
autenticità e maturità – una
maturità che, per sua natura, riconosca e assuma liberamente
su di sé una maggiore responsabilità per il
futuro della vita stessa. Se l’impulso a risvegliarsi, il
desiderio di illuminazione riuscirà alla fine a elevare la
coscienza di questo mondo, allora questa spinta dovrà
accadere in un contesto che sia consapevole del fatto che, per il
peggio o per il meglio, questo mondo si trova in una condizione di
rapido cambiamento – cambiamento che disperatamente necessita
della nostra cooperazione e partecipazione coscienti.
L’impulso spirituale, la spinta alla trascendenza diventano
evolutivi solo quando diventano un compito…
K.W.
… un dovere.
A.C.
Sì! Un compito, un dovere, un impegno. Un impegno a
dedicarsi completamente a quello che, in fondo, possiamo chiamare il
nostro dovere spirituale: la totale trasformazione del mondo manifesto,
usando le capacità che Dio ci ha dato, grandi o piccole che
siano. Sulla base di quello che abbiamo discusso finora, penso che
dobbiamo anche ridefinire quale sia oggi il significato di
illuminazione. Forse abbiamo bisogno, come afferma Caleb Rosado, di una
definizione più “adeguata”.
Tradizionalmente, l’accento è stato posto sulla
trascendenza, o la scoperta del vuoto fondamento dell’essere
oltre il mondo e oltre il tempo, e poi sul mantenimento di quello
stato. Ma mi chiedo se all’inizio del XXI° secolo
questo tipo di orientamento sia pertinente e adeguato. Penso, infatti,
che l’intero scopo dell’illuminazione,
dell’andare oltre l’ego, sia per noi, oggi, quello
di renderci capaci di essere finalmente davvero disponibili a
partecipare alla trasformazione del mondo manifesto, a partire da un
livello di coscienza o di sviluppo evolutivo più elevato. In
questo preciso momento, è veramente di questo che abbiamo
più che mai bisogno. Ed è molto importante
comprendere che, finché nel ricercatore
dell’illuminazione rimane ancora il più piccolo
attaccamento alla condizione di trascendenza, anche se nella dimensione
“sottile”, allora egli, in qualche misura,
sarà ancora diviso. E questa divisione inibirà la
sua capacità di agire, perché egli
resisterà alla realizzazione nonduale. Questa è
la ragione per cui oggi, nel presentare il cammino verso
l’illuminazione, è assolutamente necessario dare
sempre più la priorità al contesto evolutivo.
k.w.
sì, come parte di quella visione comprensiva che ho
brevemente descritto prima. Mi riferisco alla semplice nozione che
c’è il mondo delle forme e il mondo del
senza-forma, e poi la loro unione, il loro “unico
sapore” (one taste) nonduale, il loro riunificarsi (di fatto,
essi lo sono già). C’è, per
così dire, un più e un meno davanti a ognuna di
queste dimensioni, ed è sempre una trappola se si enfatizza
l’una o l’altra. Quello che cerco di fare, quando
parliamo di spiritualità integrale, è di prendere
in considerazione le trappole di ognuna di quelle dimensioni in cui
rischiamo di cadere se non le includiamo tutte in una visione
comprensiva. E tu stai descrivendo molto bene la trappola di continuare
a immergersi puramente nella dimensione trascendente, che è,
infatti, il blocco più “sottile” che
impedisce la realizzazione nonduale.
A.C.
Giusto. Finché saremo divisi nella nostra passione, anche se
nella dimensione sottile, cioè finché proveremo
un maggior attaccamento per la condizione della trascendenza che per il
totale, illimitato, spontaneo, compassionevole, totalmente nel corpo,
estatico e profondamente implicato coinvolgimento nel processo di vita,
inevitabilmente, nei livelli grossolano e sottile, resisteremo, senza
realizzare quella totale liberazione unita all’incondizionato
impegno verso il processo di vita.
K.W.
Sono d’accordo. Nelle mie iniziali esperienze di questo, ho
notato che vi è come una specie di tensione intorno al cuore
che esclude ogni manifestazione. Ha senso questo per te?
A.C.
Sì.
K.W.
Sembra come una libertà trascendente o purezza, e
certamente, all’inizio, c’è maggiore
libertà rispetto ai livelli limitati e transitori. Ma,
quando entri in quello stato e osservi, scopri una tensione molto
sottile che in realtà rappresenta una contrazione, e questo
tiene a distanza il samsara, il mondo delle forme, come se fosse una
specie di malattia – in modo molto sottile. Ma si tratta
dell’ultima barriera prima dell’amore totale, della
totale liberazione e della comprensione che tutto abbraccia –
una com-prensione (embrace) che alla fine riconosce se stessa come
precedente al mondo manifesto, ma non differente dal mondo manifesto,
sempre e comunque. E’ veramente una specie di abbraccio
totale e radicale delle forme in evoluzione riconosciute come il
proprio corpo, la propria sostanza, la propria energia vitale, la
propria manifestazione.
A.C.
E quest’impulso, l’impulso liberato verso questo
abbraccio totale, è già esso stesso
libertà. Per questo niente deve essere escluso.
K.W.
Esatto. E questo è un abbraccio esuberante che è
sia gioia sia senso del dovere, come dicevi tu.
A.C.
Sì, un dovere che ci impegna a un compito senza fine. Il
punto è, allora, la capacità di accogliere la
manifestazione con un abbraccio sempre più ampio, pur
rimanendo radicati nel fondamento non-nato e non-manifesto che sempre
è e sempre è stato.
K.W.
Sì, è così. Poiché,
ovviamente, l’altra trappola, che penso sia oggi molto
più comune nella cultura odierna, è
l’immersione nel mondo manifesto, il mero orientamento
pagano. Naturalmente, la trappola, in questo caso, è che non
c’è trascendenza. Non c’è
liberazione dal mondo delle forme. Non c’è
non-nato. E quindi non conosciamo il nostro volto originario, il volto
che avevamo prima del big bang. E questo viene celebrato come se fosse
spiritualità integrale, quando invece tutti gli impulsi
verso la trascendenza sono condannati! Il fatto è che,
sfortunatamente, non possiamo veramente abbracciare Gaia
finché non la trascendiamo, altrimenti il risultato
è soltanto la dipendenza dal mondo finito. Non lo
abbracciamo con amore, ma lo abbracciamo con lo stesso tipo di
dipendenza che potremmo avere dall’eroina o da qualunque
altro tipo di attaccamento ai piaceri dei sensi. Ovviamente,
poiché tu, in quanto maestro spirituale, hai contatti con
studenti che vengono condotti lungo il sentiero del risveglio, la
trappola in cui ti imbatti più spesso è quella
che riguarda le persone che sono, diciamo, ancora attaccate
all’evasione trascendente dalla realtà. Ma, come
sai, in generale, qui fuori nel mondo la maggioranza delle persone
è drogata dalla dimensione manifesta delle forme limitate.
Una nuova religione?
A.C.
Una direzione che vorrei esplorare adesso con te, qualcosa su cui ho
riflettuto molto negli ultimi tempi, è questa: come sarebbe
un teismo evoluto, adatto ai nostri tempi? In altre parole, in che modo
una nuova religione, fondata su una realizzazione autentica, radicale,
nonduale, potrebbe emergere nel contesto culturale post-moderno?
Parte
del retroterra di riflessioni alla base di questo filone di ricerca
è la mia osservazione che molte persone che rappresentano
oggi l’avanguardia evolutiva, specialmente coloro che sono
interessati alla dimensione spirituale e all’evoluzione della
coscienza, mostrano una crescita personale che sorpassa i tradizionali
cammini religiosi, semplicemente perché questi individui si
sono evoluti a uno stadio di sviluppo della coscienza più
elevato di quello da cui sono emerse originariamente le varie
tradizioni, in alcuni casi parliamo di migliaia di anni fa. Molte
tradizioni sono percepite come intrinsecamente limitanti a causa delle
loro risposte obsolete ai bisogni individuali e collettivi di quegli
esseri umani che sono la punta di diamante dell’evoluzione
della coscienza, all’alba del XXI° secolo. In
verità, sembra che le tradizioni non rappresentino
più un cammino adeguato verso la libertà e verso
un’evoluzione senza limitazioni, quindi un gran numero di
persone ha cominciato a rivolgersi verso approcci alternativi. Ma
accade spesso che, per molte di loro, il contesto che inquadra e
sostiene questi percorsi risulti poco chiaro o poco accessibile, e
allora essere sul sentiero spirituale diventa quasi sempre una
questione strettamente personale.
Il
fatto è che stiamo arrivando al punto in cui, prima o poi,
le potenzialità più elevate realizzate nei passi
e nei salti evolutivi effettuati da queste persone, necessiteranno
qualche tipo di struttura - una struttura spirituale o religiosa, se
vogliamo utilizzare questo linguaggio - che possa realmente contenere e
organizzare il più alto livello di esperienze cui quelle
persone sono giunte. E’ possibile che ci sia bisogno di dare
vita a una nuova tradizione. In altre parole, abbiamo bisogno di
trovare una cornice o un contesto in cui possiamo unirci per dare un
senso a queste esperienze, così da poterle utilizzare come
le fondamenta su cui poggiare la ristrutturazione del nostro intero
rapporto con l’esperienza umana.
K.W.
Sì, lo penso anch’io. Credo che hai toccato un
punto molto importante. Oggi è molto frequente sentire la
gente affermare che c’è una differenza tra essere
“religiosi” e essere
“spirituali”, e possiamo anche capirne le ragioni.
Le persone dicono: “Sono spirituale, ma non sono
religioso”. Quello che intendono con questo è,
naturalmente, che la “spiritualità” non
è dogmatica o basata sulle tradizioni, ma è
basata sull’esperienza e la comprensione personale. Ma se
questa spiritualità sopravvive dopo di loro e altre persone
possono continuare lo stesso approccio spirituale, allora diventa una
religione. Perché religione non significa altro che
spiritualità istituita e organizzata. Quindi, quando la
gente dice: “Io non amo la religione, io sono
spirituale”, quello che vuole dire è che non ama
le forme organizzate di spiritualità. Ma quello che dicono
veramente è che la loro esperienza personale è
tutto ciò che conta. Ma cosa accade se essi hanno una
realizzazione spirituale veramente importante, oppure fanno parte di un
sangha o di una comunità di pratica che ha una realizzazione
molto importante? Se questa realizzazione verrà trasmessa
alle generazioni future, allora ci sarà una
spiritualità organizzata – e questa è
religione. Essi dovranno creare una religione, una struttura in cui
dare continuità a quella realizzazione, istituzionalizzarla.
A.C.
Dio ci scampi!
K.W.
Sì. Molte persone non amano la religione – esse si
limitano ad avere la loro propria esperienza spirituale in questo
momento e non vanno oltre. Ma se questa esperienza spirituale
dovrà avere senso per ogni persona che non sia solo il loro
ego, allora dovrà essere trasmessa. Questo vuol dire che
diventa allora ciò che io chiamo una questione che attiene
ai Quattro Quadranti (clicca qui per i QQ). Significa che
l’esperienza deve essere ancorata nel quadrante Basso/Destra
(collettivo esteriore) in termini di istituzioni sociali,
cioè strutture che, di fatto, possono darle
continuità. Deve avere una visione del mondo intersoggettiva
(Basso/Sinistra, collettivo interiore), cioè un insieme di
credenze, interpretazioni e comprensioni che indicano come orientarsi
in relazione a queste esperienze potenziali più elevate che
si stanno realizzando. E, ovviamente, questa esperienza ha anche le
dimensioni Alto/Sinistra (individuale interiore) e Alto/Destra
(individuale esteriore).
Allora, quando dici che forse abbiamo bisogno di una nuova religione,
risponderei che questo sta accadendo già ora, ma sta
accadendo in piccoli gruppi o comunità di pratica che stanno
realizzando queste esperienze spirituali più elevate che io
chiamo del terzo-ordine. Ma essi devono, per così dire,
farle atterrare e iniziare a dare loro una struttura. Devono
incarnarle, istituzionalizzarle, trovare i modi per riprodurle e
trasmetterle. Tuttavia, questo succederà per ora solo in
cerchi molto piccoli di praticanti, in sangha, il tuo ne è
un esempio, ma ci sono anche alcune straordinarie comunità
buddhiste, taoiste e cristiane contemplative che, tutte, ciascuna a suo
modo, cercano di incarnare gli stati potenziali più elevati
e cercano di farli scendere e dare loro strutture che possano
garantirne la continuità. E questo significa creare una
nuova religione.