A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Alla Ricerca di un Nuovo Orientamento Morale
dialogo tra Andrew Cohen e Ken Wilber
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Traduzione libera dall'inglese di G.Visini

Pubblicato con il permesso della rivista What is Enlightenment? Feb-Apr. 2004, pag. 39-47,
© What is Enlightenment?Press. Tutti i diritti riservati; http//www.wie.org

Per maggiori informazioni su Andrew Cohen vedi il sito www.andrewcohen.org

Per maggiori informazioni su Ken Wilber vedi il sito wilber.shambala.com

“Il terzo millennio sarà dominato dal paradosso religione/spiritualità: da un lato il declino delle religioni organizzate e dall’altro l’interesse crescente nella spiritualità e nella saggezza… E’ necessaria ridefinire ciò che è prioritario in fatto di spiritualità, c’è urgente bisogno di una fede che sia adeguata. Per adeguata, intendo una fede che sappia dare risposte alle preoccupazioni presenti e future della nostra epoca.”

Caleb Rosado, “What is Spirituality?”


Quel lembo estremo dove emerge l’avanguardia evolutiva dell’umanità è un luogo piuttosto solitario. Quanti, infatti, vogliono spingersi là dove la folla si assottiglia, quanti cercano di raggiungere le potenzialità che si stanno appena delineando all’orizzonte del futuro? Quanti hanno il coraggio di porre le domande che aprono le porte del domani? I pionieri della coscienza non sono mai stati numerosi. Questo sembra essere il modo di procedere dell’evoluzione. Ma se il passato ha qualcosa da insegnarci è forse proprio che sono stati quei pochi individui avventurosi a fare la differenza. “In questo momento della storia abbiamo bisogno di un manipolo devoto di non conformisti che abbiano realizzato la loro trasformazione”, dichiarò circa mezzo secolo fa Martin Luther King Jr. E questo è certamente vero anche per noi, oggi. Come lui aveva capito, i cambiamenti radicali avvengono “non grazie all’adattamento compiacente della maggioranza conformista, ma grazie al disadattamento creativo della minoranza non conformista”. Questa è la sfida spirituale che attende ognuno di noi, la sfida lanciata da un futuro che dipende realmente dalla trasformazione di ciascuno di noi – una trasformazione che non può più essere rimandata. Per questo motivo la rivista What Is Enlightment (WIE) è impegnata a trovare quelle voci d’avanguardia per porre loro le domande che contano, favorire il loro incontro, promuovere il dialogo.

Negli ultimi numeri le potenzialità intrinseche di questa ricerca si sono brillantemente realizzate nella serie di dialoghi tra “il guru e il pandit”- Andrew Cohen e Ken Wilber. [In sanscrito “pandit” indica uno studioso molto competente nella conoscenza della saggezza spirituale.] Cohen, fondatore di WIE, come molti nostri lettori sanno, è un maestro spirituale che si dedica con impegno e dedizione alle pratiche concrete della trasformazione. Wilber può forse essere definito semplicemente il filosofo integrale per eccellenza – architetto di una “teoria del tutto”, elegante e in continuo divenire, che propone una sintesi senza precedenti della saggezza dell’intera umanità. Uniti dalla passione per un futuro possibile e dalla stessa vitale insofferenza verso tutte le vacche sacre, questi due pensatori indipendenti, ogni volta che si incontrano, spingono il discorso spirituale e filosofico verso nuovi orizzonti. In questo quarto dialogo, il guru e il pandit, esplorano la difficile situazione morale dei nostri tempi, gettano luce sulle insidie di quel panorama postmoderno in cui ci troviamo e sfidano tutti noi a impegnarci nella creazione di una morale nuova per un mondo nuovo.

A.C. Quello che vorrei esplorare oggi con te è la difficile situazione morale del nostro tempo e come questo sia collegato alle nostre aspirazioni spirituali.

K.W. Sembra interessante.

A.C. Qui, in Occidente, all’inizio del XXI secolo, vediamo che c’è una mancanza profonda di orientamento morale, non solo per noi della generazione del baby boom, ma anche per le generazioni successive. E penso che questa sia una questione cruciale che tutti noi, interessati come siamo allo sviluppo, alla trasformazione e all’illuminazione, abbiamo bisogno di approfondire.

Siamo tutti venuti al mondo nel contesto culturale postmoderno – un’epoca in cui per le nostre esistenze non è disponibile un quadro di riferimento tradizionale in campo morale, etico, filosofico e spirituale. Di fatto, noi siamo entrati in scena quando si stava consumando il rigetto delle vecchie strutture. E, in larga misura, noi ci siamo liberati da esse, ma finora non abbiamo trovato niente con cui rimpiazzarle. La nostra generazione e le successive hanno sperimentato una libertà così grande – a livello personale, filosofico, politico, religioso – come non era mai accaduto a nessun gruppo di persone in nessun luogo del pianeta. Non ci sono mai state tante persone che abbiano goduto di una tale incredibile libertà di fare esperienza – di pensare quello che vogliono, di fare quello che vogliono e di dire quello che vogliono.

Ma credo che sia questa la questione cruciale che dobbiamo analizzare: l’essere umano avrebbe dovuto possedere un grado di maturità straordinariamente elevato per poter gestire questo tipo di libertà che molti di noi, invece, hanno ottenuto solo per il fatto di essere nati in una determinata epoca. E siamo in molti a non aver fatto buon uso di quella libertà, proprio perché non avevamo la maturità sufficiente. Viviamo, quindi, in un’epoca incredibile in cui il più numeroso gruppo di individui al più alto livello evolutivo si trova in una fase di transizione. Il vecchio è stato respinto, ma non abbiamo ancora trovato una nuova cornice, un nuovo contesto morale, etico, filosofico e spirituale in cui vivere le nostre vite – un quadro di riferimento, insomma, che ci renda capaci di gestire la libertà che abbiamo ricevuto e che ci aiuti a dare significato alla nostra esperienza.

Molti di noi hanno cercato risposta a questa mancanza di riferimenti nelle nostre vite rivolgendosi alla filosofia orientale e alle sue promesse di una coscienza più elevata. Il risultato è stato che molti hanno conosciuto stati più elevati, hanno intravisto la consapevolezza non duale, hanno sperimentato momenti di illuminazione. Come hai detto tu stesso molte volte, l’accadere di intensi episodi spirituali come questi hanno un impatto molto forte sull’anima, specialmente se si tratta di esperienze davvero profonde. Ma, come abbiamo discusso in passato, l’esperienza in sé e per sé non è la cosa più importante. Ciò che conta è come interpretiamo quell’esperienza.

K.W. Giusto. Ciò che importa è il contesto interpretativo nel quale l’esperienza avviene.

A.C. Siamo qui, nell’America postmoderna, immersi fino al collo nella cultura del narcisismo, una cultura priva di un autentico quadro di riferimento morale che permetta di fare distinzioni di valori. Cosa succede quando, in questa situazione, le persone hanno un’esperienza di illuminazione? Facciamo l’ipotesi che assaporino la non dualità, intravedano il puro vuoto, siano inondati dalla pienezza, intuiscano che tutto è Uno e Uno è tutto. Fanno esperienza della verità al di là del bene e del male, al di là degli opposti. Ma come quell’esperienza straordinaria li aiuterà a tenere la rotta nel complesso sistema del mondo in perenne evoluzione e in perenne cambiamento di cui tutti siamo parte?

K.W. In altri termini, se la verità ultima è al di là del bene e del male, come procedere nel mondo del bene e del male?

A.C. Esatto. Questo è ciò che è accaduto a moltissimi di noi e credo accadrà, naturalmente, anche alle generazioni più giovani, se qualcosa non comincia a cambiare. Quando abbiamo avuto queste esperienze di illuminazione, quando abbiamo conosciuto la non dualità, abbiamo concluso: “Oh, la verità ultima è oltre le differenze, oltre il bene e il male”. Questo è ciò che le nostre più profonde esperienze spirituali ci rivelano. Ma poiché avvengono in un contesto culturale che ha molte difficoltà a operare distinzioni di valore, queste esperienze finiscono per mancare di qualsiasi peso morale e, quindi, mancano del potere di creare un vero quadro di riferimento morale per le nostre vite.

K.W. Finiscono per rafforzare il narcisismo culturale postmoderno che io chiamo “boomeritis” – è grottesco.

[ I “boomeritis” sono caratterizzati da una “strana mescolanza di grande intelligenza e narcisismo autocentrato”. E’ un

termine utilizzato da Wilber per quella malattia culturale e psicologica che è tipica della generazione del baby boom. Come prima generazione a sviluppare la visione del mondo multiculturale e ugualitaria, i “boomers” hanno creato quel contesto postmoderno in cui le credenze e le libertà dell’individuo riscuotono il massimo rispetto, spesso in modo indiscriminato, offrendo in questo modo un sicuro rifugio all’egotismo e all’autoindulgenza.]

A.C. Questo è il punto in questione. In passato, quando si perseguivano queste esperienze in un contesto tradizionale premoderno, esisteva già un quadro di riferimento morale, etico, filosofico e spirituale molto saldo che indicava come interpretare quelle esperienze. Oggi, all’inizio del XXI secolo, poiché non abbiamo creato nuove mappe, c’è confusione su cosa sia in realtà il contesto morale, etico e filosofico in cui inquadrare le esperienze spirituali più elevate. Perciò, come hai detto tu, succede che le esperienze di illuminazione rafforzino inavvertitamente la piaga del narcisismo “boomeritis”.

K.W. Sì. Relativismo dilagante, pluralismo dilagante, incapacità di operare scelte – tutto ciò si ritrova rafforzato per le ragioni sbagliate, e sembra persino avere l’approvazione del Dharma di Buddha!

A.C. Penso che sia questa la ragione per cui molte persone si sentano profondamente confuse circa le esperienze degli stati più elevati.

K.W. Sì, sono d’accordo. E sono profondamente d’accordo con tutto quello che hai affermato prima, cioè, riassumendo in modo un po’ rozzo, da un lato c’è il satori (il risveglio) e dall’altro c’è il modo in cui tu interpreti il satori o le tua esperienze. Quale contesto interpretativo possediamo per contenere quelle esperienze? Perché, dopotutto, possiamo sentire di essere uno con ogni cosa, e va bene – in un senso molto profondo questa è la nostra condizione sempre presente e il satori, il kensho, il risveglio sono il riconoscimento di questo stato sempre presente – ma quando riconosciamo questo, come lo integriamo? Charles Manson disse: “Se tutto è uno, niente è sbagliato”. Allora, è così che interpretiamo il nostro satori?

A.C. Alcuni maestri affermano cose di questo genere.

K.W. Questo è esattamente il problema. Quindi il mio approccio generale – e su questo io e te condividiamo un punto di vista simile – è che noi vogliamo la realizzazione più una sua interpretazione integrale. Quasi sempre, quando io e te dialoghiamo, ritorniamo su questo punto – la straordinaria importanza del contesto, dell’interpretazione in cui l’esperienza è inserita. Perché, per quanto queste esperienze siano rare e preziose, se il loro dispiegarsi è inadeguato, possono essere in molti casi più dannose che benefiche.

A.C. Sì. Quindi, dobbiamo riconoscere che l’esperienza spirituale da sola non basta. Infatti, il contesto dell’esperienza personale per la nostra generazione è il narcisismo, un contesto psicologico personale in cui semplicemente non c’è nessun imperativo morale. E molte persone che insegnano queste cose sono il prodotto della nostra generazione e, dunque, sono essi stessi bloccati in quella posizione. Se, invece, sono Orientali, di solito, fanno riferimento a un contesto culturale premoderno, con una visione del mondo morale che non ha quasi niente da spartire con il mondo postmoderno del XXI secolo in cui viviamo.

K.W. E spesso sono anche un po’ ingenui – presumono che noi condividiamo il loro stesso retroterra culturale e poi rimangono scioccati quando le cose non vanno come si aspettavano.



La bussola morale rotta

K.W. Un altro aspetto importante su cui soffermarsi è questo: cosa significa giudizio morale, specialmente in quest’epoca postmoderna – l’epoca di quella che io chiamo “follia aprospettica”, cioè l’epoca del pluralismo e relativismo dilaganti, dove è proibito affermare che una cosa sia migliore o peggiore di un’altra. Le tradizioni sono abbastanza chiare. Ci sono tre pilastri che sostengono la crescita e lo sviluppo spirituali e sono: sila, dhyana, e prajna. Sila è il fondamento morale, il fondamento etico, è il numero uno; poi dhyana, la meditazione e, quindi, prajna, il risveglio o la realizzazione. La sventura di cui ho parlato, la sventura della nostra generazione è che abbiamo finito col pensare che siamo moralmente buoni se non diamo giudizi. Ma questo è precisamente l’errore. Siamo moralmente buoni se diamo il giusto tipo di giudizio. E dobbiamo imparare come dare giudizi saggi, in modo da prendere decisioni morali. Invece, poiché comprensibilmente non vogliamo emarginare nessuno né giudicare ingiustamente, quello che facciamo è dire: non giudichiamo affatto. Quindi, ci teniamo a distanza senza avere un orientamento morale, senza giudizi, senza saggezza che discrimina, e tutta la faccenda va in malora a causa di quest’atteggiamento. Quindi, se mentre stai dicendo che niente è migliore o peggiore di qualcos’altro anche sul piano relativo, hai un’esperienza di satori, di kensho o di unità, essa rinforza la tua bussola morale rotta. E questa bussola morale in pezzi unita alla tua realizzazione è quello che chiami spiritualità.

A.C. E’ un punto molto importante e profondo.

K.W. Oh, è un incubo.

A.C. Questo è un punto che ho cercato di sottolineare per anni – cioè che il satori può essere un evento autoevolutivo, ma può anche non esserlo, se avviene in un contesto etico, morale e filosofico non appropriato. In questo caso può addirittura ritardare o arrestare lo sviluppo e la crescita.

K.W. Sì, questa possibilità è reale - a meno che il satori non sia parte di una pratica trasformativa costante, e questo significa una pratica integrale. Infatti, senza un contesto, un’interpretazione o una comprensione adeguati, quell’esperienza finisce per immobilizzarti al livello in cui ti trovi.

A.C. Precisamente.

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007