A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
Via G.B. Moroni 22, 20146 Milano - Tel. 02-4523842 Cell. 338-2124389
Website: http://www.rebirthing-milano.it E-mail: giovannavisini@tiscali.it

Di cosa si tratta | Testimonianze | Biografia | Bibliografia | Link Utili | Download | Newsletter | Sito Associazione.
 

 
   
 
Alla Ricerca di un Nuovo Orientamento Morale
dialogo tra Andrew Cohen e Ken Wilber
<<pagina precedente

K.W. Devi stare molto attento a questo. Abbiamo, infatti, uno stuolo di cialtroni semi-illuminati che sono rimasti inchiodati alla loro cialtroneria quando hanno fatto l’esperienza dell’unità. Quell’esperienza porta con sé una grande sicurezza, una specie di fondamento incrollabile – è tutto questo è magnifico! E’ un’apertura verso la comprensione di questa condizione sempre presente, letteralmente assoluta. Ma c’è anche la condizione relativa, e gli esseri umani sono un misto di vuoto radicale e di forma relativa. Le tradizioni sono assolutamente chiare sul fatto che c’è la verità assoluta e c’è la verità relativa e dobbiamo onorarle entrambe.

A.C. Giusto.

K.W. Quindi la verità assoluta è al di là del bene e del male, ma la verità relativa contempla il bene e il male. E, nel mondo relativo, si suppone che noi scegliamo il bene e rifiutiamo il male. Buddha è stato molto chiaro su questo punto. Nel mondo assoluto trascendiamo entrambi. Quello che noi abbiamo fatto è stato confondere le due verità. Pensiamo che, poiché l’assoluto è al di là del bene e del male, allora nel mondo relativo non dobbiamo dare nessun giudizio. E questo è già capitolare di fronte all’azione immorale nel mondo relativo. Stiamo già rafforzando l’azione immorale quando facciamo questo.

A.C. E’ vero. E questo succede in una coscienza dove il narcisismo – l’ossessione egoica e la preoccupazione per se stessi – è probabilmente arrivata a un livello senza precedenti nella storia umana.

K.W. Il narcisismo è l’aspetto preoccupante della faccenda. Potrebbe anche essere l’aspetto peggiore, perché, come abbiamo discusso, quando le persone dicono “Non devi esprimere nessun giudizio”, quello che intendono, in realtà, è: “Nessuno può giudicare cattive, sbagliate o inadeguate le mie azioni egoiche e autocentrate”. E questo per l’ego è l’estremo sicuro riparo per resistere alla realizzazione spirituale.

A.C. Giusto. Il narcisismo estremo è troppo spesso l’unico orientamento morale in base al quale, a conti fatti, noi formuliamo i nostri giudizi.

K.W. Possiamo fare riferimento allo schema, abbastanza semplice, dello sviluppo morale umano elaborato da Lawrence Kohlberg. Kohlberg ha scoperto, attraverso un’ampia ricerca, che gli esseri umani attraversano tre grandi stadi di sviluppo o di evoluzione morale. Essi sono chiamati preconvenzionale, convenzionale e postconvenzionale, o egocentrico, etnocentrico e mondocentrico. Per fare un esempio, un neonato non ha la capacità di prendere decisioni in modo articolato – è egocentrico . “E’ giusto ciò che è giusto per me, e al diavolo tutti gli altri”. Questa è la classica posizione narcisista. Poi il bambino cresce ed entra in un gruppo di pari: adesso “è giusto ciò che è giusto per il mio gruppo” – questo è etnocentrico. Certo, ‘etnocentrico’ è diventato, ovviamente, un brutto termine, ma comunque rappresenta uno spostamento in avanti da “è giusto quello che dico io” a “ è giusto quello che dice il gruppo”. Continuando nella loro crescita e sviluppo, gli individui passano dal livello etnocentrico al livello mondocentrico. Cercano di giudicare le persone senza pregiudizi di razza, colore, credo, sesso, ecc. Cercano di rendere i loro giudizi più imparziali, più equi e più compassionevoli. Questi stadi emergono in un ordine che non può essere invertito e ognuno è più elevato e più comprensivo dei precedenti. Ognuno è una dimensione più ampia di attenzione, sollecitudine e responsabilità.

Ora, come si diceva prima, il problema è che, anche se sei allo stadio di sviluppo mondocentrico ma sei prigioniero del fraintendimento pluralistico postmoderno per cui niente è migliore o peggiore di qualcos’altro, allora sei esposto all’invasione egocentrica. In altri termini, se niente è più elevato o meno elevato nella scala dei valori morali, qualunque cosa io faccia, è giusta. Non c’è nessuna sfida per migliorare quello che sto facendo. Restiamo senza motivazione. Questa è una bussola morale a pezzi, nel senso peggiore del termine, ed è ciò che caratterizza l’orientamento culturale creativo, il pluralismo dilagante e il relativismo dilagante. Si tratta di qualcosa che è, inoltre, intrinsecamente autocontraddittorio, perché, quando si applica questo pluralismo che pretende che non ci siano gerarchie, si sta formulando un giudizio gerarchico – si pretende, cioè, che quel giudizio sia migliore degli altri. Questo è, dunque, il tipo di autoinganno cui si dà il nome di moralità nella nostra cultura.

A.C. E’ chiamata moralità più elevata!

K.W. E’ chiamata moralità più elevata. Dunque, quello che cerchiamo di fare, in un certo senso, è dire: “Sì, utilizzare forme di giudizio meno elevate, giudicare le persone sulla base di criteri etnocentrici – è sbagliato. Dobbiamo sforzarci di raggiungere lo stadio di sviluppo più elevato, cioè il postconvenzionale o mondocentrico.” Questo porta già verso una comprensione morale integrale che è essa stessa evolutiva. E questo, penso che tu e io siamo d’accordo, è sila, il fondamento morale, sul quale poggiano la meditazione e la realizzazione.

A.C. Sì, è così.

K.W. Senza questo fondamento morale, non otterremo né la giusta meditazione né il giusto risveglio. Possiamo avere un repentino satori, ma rischia di degenerare in una verità espressiva che non è altro che autopromozione egocentrica o narcisistica. Questa è una catastrofe assoluta che molte volte, nella nostra epoca, è contrabbandata come spiritualità. E’ quello di cui parlavamo prima, un’esperienza dell’assoluto può rafforzare le inclinazione narcisistiche se non abbiamo questo contesto morale in cui contenerle.


il grande disegno

A.C. Nella nostra cultura del narcisismo l’attenzione della maggior parte delle persone, per quanto riguarda emozioni e sentimenti, è concentrata sullo stato di autoconsapevolezza egoica. Quando è così, è praticamente impossibile accogliere l’idea di un più vasto contesto morale, etico, filosofico e spirituale che esista al di fuori del campo strettamente soggettivo di esperienza dell’individuo. Se qualcuno è intellettualmente sofisticato e con un alto sviluppo cognitivo, ha la capacità di riconoscere queste verità più ampie, ma a causa del livello evolutivo in cui si trova, sarà probabilmente difficile avere una connessione emozionale diretta con quelle verità. E senza una connessione emozionale queste verità non avranno un gran peso dal punto di vista morale. Ho scoperto questo difficile aspetto del cammino che riguarda la trasformazione: a meno che una verità – sia assoluta che relativa – non abbia questo peso morale, il suo potere di suscitare concretamente qualsiasi trasformazione permanente o sviluppo evolutivo sarà drasticamente ridotto.

K.W. Sono con te su tutta la linea.

A.C. Dobbiamo essere collegati emozionalmente con la verità, sia essa assoluta o relativa. La mancanza di questo tipo di sviluppo è come una malattia nella nostra generazione – posso vederla in molti dei miei studenti. Quello che cerco di aiutarli a sviluppare è la capacità emozionale. Magari essi hanno avuto una profonda esperienza o hanno riconosciuto la verità a livello assoluto, ma a causa del loro enorme investimento nel narcisismo, in realtà non sono veramente in connessione emozionale con essa. La mia esperienza è che, finché non lo saranno, gli individui non cambieranno mai in modo davvero significativo.

K.W. Come affronti questo problema con i tuoi studenti?

A.C. Oh, Dio mio!

K.W. Scusa se tocco questo aspetto così entusiasmante e piacevole… ma vorrei sapere come gestisci questa riluttanza, questa mancanza di connessione.

A.C. …vediamo, cercando di spingere le persone a confrontarsi con il GRANDE disegno. Cercando di portarle ad affrontare il loro rifiuto di assumersi la responsabilità di quella verità più ampia che hanno riconosciuto e che li riguarda in prima persona – verità che, una volta riconosciuta, diventa il contesto morale dell’esperienza spirituale.

Vedi, il grande disegno di cui parlo è il contesto evolutivo che, ne sono convinto, è il fattore più fondamentale per risvegliarsi a un nuovo orientamento morale adatto ai nostri tempi. Quando scopriamo questo contesto evolutivo e riconosciamo quale importante ruolo potrebbe giocare la nostra trasformazione individuale e collettiva nel più vasto disegno delle cose, allora una coscienza più ampia si risveglia dentro di noi. E se abbiamo il coraggio e l’audacia di fronteggiare questo progetto più vasto, all’improvviso quello che facciamo e perché lo facciamo assume delle importanti implicazioni etiche, filosofiche e spirituali. Esiste un contesto molto reale e decisamente esigente nel quale la nostra presenza qui trova la sua collocazione. Le scelte che facciamo e le ragioni per cui le facciamo assumono improvvisamente un incredibile significato, e non solo per noi stessi.


dove è finito il karma

A.C. I tempi sono davvero cambiati. Una volta, nell’epoca premoderna, il contesto in cui la ricerca dell’illuminazione si collocava era la comprensione che la nostra presenza e la nostra partecipazione al sistema mondo erano parte del disegno karmico.

K.W. Sì. Sembra proprio che il karma si sia dileguato!

A.C. E’ davvero svanito. Nell’epoca premoderna, c’era la sana paura dell’immoralità e del peccato. In Oriente, questo significava cattivo karma e, quindi, dover patire a causa di una terribile rinascita. In Occidente, significava andare all’inferno. Questo contesto karmico era la versione orientale di “Se sei buono vai in paradiso, se sei cattivo vai all’inferno”. Ma nel nostro contesto postmoderno, ci siamo liberati da queste visioni tradizionali e, poiché dobbiamo ancora inventarne di nuove, manchiamo di imperativi morali. Non siamo spaventati dalla minaccia dell’inferno e non siamo preoccupati dalle spiacevoli conseguenze karmiche delle nostre scelte attuali.

K.W. Già! Un tempo era difficile sbarazzarsi del karma. Ora, è sufficiente nascere boomers. Non abbiamo più karma. Non ci crediamo più.

A.C. Se solo fosse così semplice! Ma la questione è che, quando qualcuno ha visto il grande disegno, ne ha avuto un’esperienza diretta, e lo ha riconosciuto, gli si impone, allora, l’obbligo naturale di sforzarsi di vivere a un più alto livello, di manifestare nel mondo, almeno in una certa misura, quello che ha visto. E se quella persona rifiuta di impegnarsi, malgrado la sua realizzazione – se insiste per ragioni egoiche a evitare le implicazioni dell’esperienza che gli ha svelato le sue potenzialità più elevate – allora inizia a creare un’enorme quantità di karma. Il karma, per come io lo comprendo, è il fardello emozionale e psicologico accumulato, fatto di paura, dubbi, inerzia, egoismo, che ci imprigiona senza fine nella melma della delusione e della semicoscienza. In realtà, strettamente connesso alla realizzazione spirituale, c’è un imperativo morale. Non è una passeggiata… ma quando troviamo il coraggio di abbracciare la totalità della nostra situazione karmica, avviene un’evoluzione reale in tempo reale. E, ancora più importante, quando ci sforziamo di comprendere la nostra situazione karmica alla luce del grande disegno, del contesto evolutivo, iniziamo a creare il tessuto morale necessario per lo sviluppo spirituale postmoderno.

K.W. Sì, certo. Ma solo se la gente ascolterà.



un dovere evolutivo

A.C. Come dicevamo prima, una persona può aver sviluppato la capacità cognitiva che gli permette di apprezzare una prospettiva genuinamente integrale e di riconoscere, a livello intellettuale, la necessità di un contesto morale evolutivo, ma, a livello emozionale può non aver superato la posizione postmoderna pluralistica e narcisistica. E, personalmente, credo che questo sia ciò che molti pensatori all’avanguardia, inclusi quelli che sono entusiasti del tuo lavoro, hanno bisogno di capire. Quando qualcuno ha un autentico risveglio e riconosce il contesto evolutivo, scopre, allora, un senso di urgenza. Spesso, quando io e te dialoghiamo, al di sotto della tua chiarezza, traspare questo tipo di urgenza, posso coglierla – è una passione che grida: E’ necessario svegliarsi!

K.W. E’ così.

A.C. Questa urgenza è sentita a livello emozionale. E crea una sorta di imperativo, quasi un “devi”. Oh, mio Dio…!

K.W. Certo, se hai un orientamento morale sei autorizzato ad avere un “devi”, questo è il fatto. E sei autorizzato ad averlo in modo consapevole. Anche i pluralisti hanno un “devi”, solo che non lo ammettono.

A.C. Il “devi” che emerge quando ci risvegliamo al contesto evolutivo è l’imperativo morale dello sviluppo stesso. In altri termini, il riconoscimento che la nostra stessa evoluzione, in quanto risveglio dell’essere umano, è un dovere morale, non un lusso. E questo dovere implica usare il nostro potere, datoci da Dio, di operare scelte personali per catalizzare in modo coerente la trasformazione che sta avvenendo, non solo a nostro vantaggio, ma a vantaggio dell’evoluzione della coscienza stessa.

K.W. Assolutamente. E dici che anche le persone che utilizzano il mio lavoro hanno bisogno di capire questo. Condivido pienamente. Credo che tu e io siamo d’accordo che la gente fa un cattivo uso del mio lavoro, se non coglie il senso del dispiegarsi dello sviluppo morale ed evolutivo.

A.C. Precisamente.

K.W. E, come stavi dicendo, molte persone comprendono a livello cognitivo la visione integrale mondocentrica, ma, poiché vengono da questo vischioso retroterra pluralistico della generazione del baby boom, la loro comprensione cognitiva è in realtà infettata da residui egocentrici. Quindi, essi non vivono all’altezza della loro comprensione cognitiva. E anche se ne discutono, stanno in realtà sabotando la visione integrale.

A.C. O la loro potenzialità di manifestarla.

K.W. Esattamente. Questo diventa il vero problema, perché abbiamo un gran numero di persone che parlano di visione integrale, ma che in realtà non la stanno mettendo in pratica. Il loro centro di gravità morale non è così elevato come il centro cognitivo, quindi non si dà quell’urgenza di cui parlavi. Non esprimono nessuna passione. Anzi, sono terrorizzati dalla passione, perché passione per loro significa che stai prendendo posizione, stai giudicando che una cosa è migliore di un’altra. Naturalmente, il “sé sensibile” dei pluralisti dice: “Oh no, non posso dare giudizi”, e fondamentalmente questo inceppa l’intero processo della loro crescita e del loro sviluppo, perché non puoi essere appassionato a meno che non credi in una certa direzionalità…

A.C. …e nella sua giustezza.

K.W. Questa è anche la ragione per cui la gente è confusa. Nel mondo relativo, questi giudizi li esprimiamo, e sono sempre giudizi che manifestano un olismo e un’integralità crescenti. La ragione per cui mondocentrico è migliore, è più giusto di etnocentrico, è che mondocentrico è più ampio, più comprensivo, include di più – è una sollecitudine più grande, una coscienza più grande e una compassione più grande. Etnocentrico è migliore di egocentrico per la stessa ragione. Quindi, c’è un gradiente di migliore e più giusto nel mondo manifesto, e questo è ciò in cui ci dobbiamo impegnare con passione. Ma, come sai bene, si può farlo solo nel contesto dell’immensità del vuoto o della vasta imparzialità in cui tutto questo emerge momento dopo momento. Quindi, è necessario contenere entrambe le cose: il gusto non duale dell’uguaglianza dove tutto ciò che emerge è la perfetta manifestazione della perfezione ultima e il fatto che tra le cose che emergono alcune sono migliori di altre. Quindi, ci lasciamo coinvolgere con passione in questa direzionalità, ma solo in quanto manifestazione dell’assoluto nel mondo delle forme.

A.C. E questa è la vera non dualità.

K.W. Assolutamente. Tutto questo si inceppa quando la tua bussola morale si rompe, perché in qualche modo te ne stai lì, girando a vuoto, senza andare da nessuna parte, e pensi che questo sia la non dualità, pensi che questo sia sahaj o la coscienza dell’equanimità. Ma, in realtà, è una catastrofe. E’ la completa paralisi dell’azione nel mondo relativo dove ci si aspetta che tu dispieghi questa comprensione più alta e più profonda come il dovere e il dharma della tua realizzazione.

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007