K.W.
Devi stare molto attento a questo. Abbiamo, infatti, uno stuolo di
cialtroni semi-illuminati che sono rimasti inchiodati alla loro
cialtroneria quando hanno fatto l’esperienza
dell’unità. Quell’esperienza porta con
sé una grande sicurezza, una specie di fondamento
incrollabile – è tutto questo è
magnifico! E’ un’apertura verso la comprensione di
questa condizione sempre presente, letteralmente assoluta. Ma
c’è anche la condizione relativa, e gli esseri
umani sono un misto di vuoto radicale e di forma relativa. Le
tradizioni sono assolutamente chiare sul fatto che
c’è la verità assoluta e
c’è la verità relativa e dobbiamo
onorarle entrambe.
A.C.
Giusto.
K.W.
Quindi la verità assoluta è al di là
del bene e del male, ma la verità relativa contempla il bene
e il male. E, nel mondo relativo, si suppone che noi scegliamo il bene
e rifiutiamo il male. Buddha è stato molto chiaro su questo
punto. Nel mondo assoluto trascendiamo entrambi. Quello che noi abbiamo
fatto è stato confondere le due verità. Pensiamo
che, poiché l’assoluto è al di
là del bene e del male, allora nel mondo relativo non
dobbiamo dare nessun giudizio. E questo è già
capitolare di fronte all’azione immorale nel mondo relativo.
Stiamo già rafforzando l’azione immorale quando
facciamo questo.
A.C.
E’ vero. E questo succede in una coscienza dove il narcisismo
– l’ossessione egoica e la preoccupazione per se
stessi – è probabilmente arrivata a un livello
senza precedenti nella storia umana.
K.W.
Il narcisismo è l’aspetto preoccupante della
faccenda. Potrebbe anche essere l’aspetto peggiore,
perché, come abbiamo discusso, quando le persone dicono
“Non devi esprimere nessun giudizio”, quello che
intendono, in realtà, è: “Nessuno
può giudicare cattive, sbagliate o inadeguate le mie azioni
egoiche e autocentrate”. E questo per l’ego
è l’estremo sicuro riparo per resistere alla
realizzazione spirituale.
A.C.
Giusto. Il narcisismo estremo è troppo spesso
l’unico orientamento morale in base al quale, a conti fatti,
noi formuliamo i nostri giudizi.
K.W.
Possiamo fare riferimento allo schema, abbastanza semplice, dello
sviluppo morale umano elaborato da Lawrence Kohlberg. Kohlberg ha
scoperto, attraverso un’ampia ricerca, che gli esseri umani
attraversano tre grandi stadi di sviluppo o di evoluzione morale. Essi
sono chiamati preconvenzionale, convenzionale e postconvenzionale, o
egocentrico, etnocentrico e mondocentrico. Per fare un esempio, un
neonato non ha la capacità di prendere decisioni in modo
articolato – è egocentrico .
“E’ giusto ciò che è giusto
per me, e al diavolo tutti gli altri”. Questa è la
classica posizione narcisista. Poi il bambino cresce ed entra in un
gruppo di pari: adesso “è giusto ciò
che è giusto per il mio gruppo” – questo
è etnocentrico. Certo, ‘etnocentrico’
è diventato, ovviamente, un brutto termine, ma comunque
rappresenta uno spostamento in avanti da “è giusto
quello che dico io” a “ è giusto quello
che dice il gruppo”. Continuando nella loro crescita e
sviluppo, gli individui passano dal livello etnocentrico al livello
mondocentrico. Cercano di giudicare le persone senza pregiudizi di
razza, colore, credo, sesso, ecc. Cercano di rendere i loro giudizi
più imparziali, più equi e più
compassionevoli. Questi stadi emergono in un ordine che non
può essere invertito e ognuno è più
elevato e più comprensivo dei precedenti. Ognuno
è una dimensione più ampia di attenzione,
sollecitudine e responsabilità.
Ora,
come si diceva prima, il problema è che, anche se sei allo
stadio di sviluppo mondocentrico ma sei prigioniero del fraintendimento
pluralistico postmoderno per cui niente è migliore o
peggiore di qualcos’altro, allora sei esposto
all’invasione egocentrica. In altri termini, se niente
è più elevato o meno elevato nella scala dei
valori morali, qualunque cosa io faccia, è giusta. Non
c’è nessuna sfida per migliorare quello che sto
facendo. Restiamo senza motivazione. Questa è una bussola
morale a pezzi, nel senso peggiore del termine, ed è
ciò che caratterizza l’orientamento culturale
creativo, il pluralismo dilagante e il relativismo dilagante. Si tratta
di qualcosa che è, inoltre, intrinsecamente
autocontraddittorio, perché, quando si applica questo
pluralismo che pretende che non ci siano gerarchie, si sta formulando
un giudizio gerarchico – si pretende, cioè, che
quel giudizio sia migliore degli altri. Questo è, dunque, il
tipo di autoinganno cui si dà il nome di moralità
nella nostra cultura.
A.C.
E’ chiamata moralità più elevata!
K.W.
E’ chiamata moralità più elevata.
Dunque, quello che cerchiamo di fare, in un certo senso, è
dire: “Sì, utilizzare forme di giudizio meno
elevate, giudicare le persone sulla base di criteri etnocentrici
– è sbagliato. Dobbiamo sforzarci di raggiungere
lo stadio di sviluppo più elevato, cioè il
postconvenzionale o mondocentrico.” Questo porta
già verso una comprensione morale integrale che è
essa stessa evolutiva. E questo, penso che tu e io siamo
d’accordo, è sila, il fondamento morale, sul quale
poggiano la meditazione e la realizzazione.
A.C.
Sì, è così.
K.W.
Senza questo fondamento morale, non otterremo né la giusta
meditazione né il giusto risveglio. Possiamo avere un
repentino satori, ma rischia di degenerare in una verità
espressiva che non è altro che autopromozione egocentrica o
narcisistica. Questa è una catastrofe assoluta che molte
volte, nella nostra epoca, è contrabbandata come
spiritualità. E’ quello di cui parlavamo prima,
un’esperienza dell’assoluto può
rafforzare le inclinazione narcisistiche se non abbiamo questo contesto
morale in cui contenerle.
il grande disegno
A.C.
Nella nostra cultura del narcisismo l’attenzione della
maggior parte delle persone, per quanto riguarda emozioni e sentimenti,
è concentrata sullo stato di autoconsapevolezza egoica.
Quando è così, è praticamente
impossibile accogliere l’idea di un più vasto
contesto morale, etico, filosofico e spirituale che esista al di fuori
del campo strettamente soggettivo di esperienza
dell’individuo. Se qualcuno è intellettualmente
sofisticato e con un alto sviluppo cognitivo, ha la capacità
di riconoscere queste verità più ampie, ma a
causa del livello evolutivo in cui si trova, sarà
probabilmente difficile avere una connessione emozionale diretta con
quelle verità. E senza una connessione emozionale queste
verità non avranno un gran peso dal punto di vista morale.
Ho scoperto questo difficile aspetto del cammino che riguarda la
trasformazione: a meno che una verità – sia
assoluta che relativa – non abbia questo peso morale, il suo
potere di suscitare concretamente qualsiasi trasformazione permanente o
sviluppo evolutivo sarà drasticamente ridotto.
K.W.
Sono con te su tutta la linea.
A.C.
Dobbiamo essere collegati emozionalmente con la verità, sia
essa assoluta o relativa. La mancanza di questo tipo di sviluppo
è come una malattia nella nostra generazione –
posso vederla in molti dei miei studenti. Quello che cerco di aiutarli
a sviluppare è la capacità emozionale. Magari
essi hanno avuto una profonda esperienza o hanno riconosciuto la
verità a livello assoluto, ma a causa del loro enorme
investimento nel narcisismo, in realtà non sono veramente in
connessione emozionale con essa. La mia esperienza è che,
finché non lo saranno, gli individui non cambieranno mai in
modo davvero significativo.
K.W.
Come affronti questo problema con i tuoi studenti?
A.C.
Oh, Dio mio!
K.W.
Scusa se tocco questo aspetto così entusiasmante e
piacevole… ma vorrei sapere come gestisci questa riluttanza,
questa mancanza di connessione.
A.C.
…vediamo, cercando di spingere le persone a confrontarsi con
il GRANDE disegno. Cercando di portarle ad affrontare il loro rifiuto
di assumersi la responsabilità di quella verità
più ampia che hanno riconosciuto e che li riguarda in prima
persona – verità che, una volta riconosciuta,
diventa il contesto morale dell’esperienza spirituale.
Vedi,
il grande disegno di cui parlo è il contesto evolutivo che,
ne sono convinto, è il fattore più fondamentale
per risvegliarsi a un nuovo orientamento morale adatto ai nostri tempi.
Quando scopriamo questo contesto evolutivo e riconosciamo quale
importante ruolo potrebbe giocare la nostra trasformazione individuale
e collettiva nel più vasto disegno delle cose, allora una
coscienza più ampia si risveglia dentro di noi. E se abbiamo
il coraggio e l’audacia di fronteggiare questo progetto
più vasto, all’improvviso quello che facciamo e
perché lo facciamo assume delle importanti implicazioni
etiche, filosofiche e spirituali. Esiste un contesto molto reale e
decisamente esigente nel quale la nostra presenza qui trova la sua
collocazione. Le scelte che facciamo e le ragioni per cui le facciamo
assumono improvvisamente un incredibile significato, e non solo per noi
stessi.
dove è finito il karma
A.C.
I tempi sono davvero cambiati. Una volta, nell’epoca
premoderna, il contesto in cui la ricerca dell’illuminazione
si collocava era la comprensione che la nostra presenza e la nostra
partecipazione al sistema mondo erano parte del disegno karmico.
K.W.
Sì. Sembra proprio che il karma si sia dileguato!
A.C.
E’ davvero svanito. Nell’epoca premoderna,
c’era la sana paura dell’immoralità e
del peccato. In Oriente, questo significava cattivo karma e, quindi,
dover patire a causa di una terribile rinascita. In Occidente,
significava andare all’inferno. Questo contesto karmico era
la versione orientale di “Se sei buono vai in paradiso, se
sei cattivo vai all’inferno”. Ma nel nostro
contesto postmoderno, ci siamo liberati da queste visioni tradizionali
e, poiché dobbiamo ancora inventarne di nuove, manchiamo di
imperativi morali. Non siamo spaventati dalla minaccia
dell’inferno e non siamo preoccupati dalle spiacevoli
conseguenze karmiche delle nostre scelte attuali.
K.W.
Già! Un tempo era difficile sbarazzarsi del karma. Ora,
è sufficiente nascere boomers. Non abbiamo più
karma. Non ci crediamo più.
A.C.
Se solo fosse così semplice! Ma la questione è
che, quando qualcuno ha visto il grande disegno, ne ha avuto
un’esperienza diretta, e lo ha riconosciuto, gli si impone,
allora, l’obbligo naturale di sforzarsi di vivere a un
più alto livello, di manifestare nel mondo, almeno in una
certa misura, quello che ha visto. E se quella persona rifiuta di
impegnarsi, malgrado la sua realizzazione – se insiste per
ragioni egoiche a evitare le implicazioni dell’esperienza che
gli ha svelato le sue potenzialità più elevate
– allora inizia a creare un’enorme
quantità di karma. Il karma, per come io lo comprendo,
è il fardello emozionale e psicologico accumulato, fatto di
paura, dubbi, inerzia, egoismo, che ci imprigiona senza fine nella
melma della delusione e della semicoscienza. In realtà,
strettamente connesso alla realizzazione spirituale,
c’è un imperativo morale. Non è una
passeggiata… ma quando troviamo il coraggio di abbracciare
la totalità della nostra situazione karmica, avviene
un’evoluzione reale in tempo reale. E, ancora più
importante, quando ci sforziamo di comprendere la nostra situazione
karmica alla luce del grande disegno, del contesto evolutivo, iniziamo
a creare il tessuto morale necessario per lo sviluppo spirituale
postmoderno.
K.W.
Sì, certo. Ma solo se la gente ascolterà.
un dovere evolutivo
A.C.
Come dicevamo prima, una persona può aver sviluppato la
capacità cognitiva che gli permette di apprezzare una
prospettiva genuinamente integrale e di riconoscere, a livello
intellettuale, la necessità di un contesto morale evolutivo,
ma, a livello emozionale può non aver superato la posizione
postmoderna pluralistica e narcisistica. E, personalmente, credo che
questo sia ciò che molti pensatori
all’avanguardia, inclusi quelli che sono entusiasti del tuo
lavoro, hanno bisogno di capire. Quando qualcuno ha un autentico
risveglio e riconosce il contesto evolutivo, scopre, allora, un senso
di urgenza. Spesso, quando io e te dialoghiamo, al di sotto della tua
chiarezza, traspare questo tipo di urgenza, posso coglierla –
è una passione che grida: E’ necessario
svegliarsi!
K.W.
E’ così.
A.C.
Questa urgenza è sentita a livello emozionale. E crea una
sorta di imperativo, quasi un “devi”. Oh, mio
Dio…!
K.W.
Certo, se hai un orientamento morale sei autorizzato ad avere un
“devi”, questo è il fatto. E sei
autorizzato ad averlo in modo consapevole. Anche i pluralisti hanno un
“devi”, solo che non lo ammettono.
A.C.
Il “devi” che emerge quando ci risvegliamo al
contesto evolutivo è l’imperativo morale dello
sviluppo stesso. In altri termini, il riconoscimento che la nostra
stessa evoluzione, in quanto risveglio dell’essere umano,
è un dovere morale, non un lusso. E questo dovere implica
usare il nostro potere, datoci da Dio, di operare scelte personali per
catalizzare in modo coerente la trasformazione che sta avvenendo, non
solo a nostro vantaggio, ma a vantaggio dell’evoluzione della
coscienza stessa.
K.W.
Assolutamente. E dici che anche le persone che utilizzano il mio lavoro
hanno bisogno di capire questo. Condivido pienamente. Credo che tu e io
siamo d’accordo che la gente fa un cattivo uso del mio
lavoro, se non coglie il senso del dispiegarsi dello sviluppo morale ed
evolutivo.
A.C.
Precisamente.
K.W.
E, come stavi dicendo, molte persone comprendono a livello cognitivo la
visione integrale mondocentrica, ma, poiché vengono da
questo vischioso retroterra pluralistico della generazione del baby
boom, la loro comprensione cognitiva è in realtà
infettata da residui egocentrici. Quindi, essi non vivono
all’altezza della loro comprensione cognitiva. E anche se ne
discutono, stanno in realtà sabotando la visione integrale.
A.C.
O la loro potenzialità di manifestarla.
K.W.
Esattamente. Questo diventa il vero problema, perché abbiamo
un gran numero di persone che parlano di visione integrale, ma che in
realtà non la stanno mettendo in pratica. Il loro centro di
gravità morale non è così elevato come
il centro cognitivo, quindi non si dà
quell’urgenza di cui parlavi. Non esprimono nessuna passione.
Anzi, sono terrorizzati dalla passione, perché passione per
loro significa che stai prendendo posizione, stai giudicando che una
cosa è migliore di un’altra. Naturalmente, il
“sé sensibile” dei pluralisti dice:
“Oh no, non posso dare giudizi”, e fondamentalmente
questo inceppa l’intero processo della loro crescita e del
loro sviluppo, perché non puoi essere appassionato a meno
che non credi in una certa direzionalità…
A.C.
…e nella sua giustezza.
K.W.
Questa è anche la ragione per cui la gente è
confusa. Nel mondo relativo, questi giudizi li esprimiamo, e sono
sempre giudizi che manifestano un olismo e
un’integralità crescenti. La ragione per cui
mondocentrico è migliore, è più giusto
di etnocentrico, è che mondocentrico è
più ampio, più comprensivo, include di
più – è una sollecitudine
più grande, una coscienza più grande e una
compassione più grande. Etnocentrico è migliore
di egocentrico per la stessa ragione. Quindi, c’è
un gradiente di migliore e più giusto nel mondo manifesto, e
questo è ciò in cui ci dobbiamo impegnare con
passione. Ma, come sai bene, si può farlo solo nel contesto
dell’immensità del vuoto o della vasta
imparzialità in cui tutto questo emerge momento dopo
momento. Quindi, è necessario contenere entrambe le cose: il
gusto non duale dell’uguaglianza dove tutto ciò
che emerge è la perfetta manifestazione della perfezione
ultima e il fatto che tra le cose che emergono alcune sono migliori di
altre. Quindi, ci lasciamo coinvolgere con passione in questa
direzionalità, ma solo in quanto manifestazione
dell’assoluto nel mondo delle forme.
A.C.
E questa è la vera non dualità.
K.W.
Assolutamente. Tutto questo si inceppa quando la tua bussola morale si
rompe, perché in qualche modo te ne stai lì,
girando a vuoto, senza andare da nessuna parte, e pensi che questo sia
la non dualità, pensi che questo sia sahaj o la coscienza
dell’equanimità. Ma, in realtà,
è una catastrofe. E’ la completa paralisi
dell’azione nel mondo relativo dove ci si aspetta che tu
dispieghi questa comprensione più alta e più
profonda come il dovere e il dharma della tua realizzazione.