Chi sono Io?

Parte 1

Brano tratto dal libro di Arnaud Desjardins: “Il Vedanta e l’Inconscio”

Desiderate trasformarvi, volete “liberarvi” e “svegliarvi”. Auspicate di impegnarvi lungo un cammino, chiedete l’ausilio di una guida, partecipate ad alcuni incontri, ponete domande. Vi considerate dei discepoli.

Dimenticate una cosa soltanto: non siete unificati. Io parlo, voi mi ascoltate, ma chi ascolta veramente? A chi, in voi, mi rivolgo?

Sapete tutti che sul frontone del tempio di Delfi era inciso il celebre precetto “Conosci te stesso”, su cui Socrate fondò il suo insegnamento. Probabilmente conoscerete anche un famoso testo di Shankarāchārya, da me talvolta citato, che dice: “Io non sono né il mentale, né l’intelletto, né le emozioni, né l’ego, né ciò che mangia, né ciò che è mangiato, Cidānandarūpam, Śivoham, Śivoham. Non ho altra forma che la Coscienza e la Beatitudine, sono Shiva, sono Shiva”. Sapete inoltre che, nella nostra epoca, il grande saggio Ramana Maharshi insisteva su quella che in inglese si chiama Self-inquiry, ossia porsi la domanda “Chi sono io?”, non a livello intellettuale, ma vitale.

Vorrei attirare la vostra attenzione su un punto. In effetti, se la domanda sulla propria identità è essenziale, essa è anche falsata, poiché conosciamo la risposta teorica (io sono l’ātman, il Sé, il Self) e nutriamo una certa idea di questo ātman, che è trascendente, sovramentale, sfugge al tempo e alla molteplicità. Agli inizi del Cammino, che in certi casi sono assai prolungati, esiste un divario talmente ampio tra la perfezione illimitata dell’ātman e la vostra confusione, le vostre sofferenze, i vostri smarrimenti e accessi di collera, che ogni tentativo di afferrarlo sarà vano.

Potete domandarvi: “Chi sono io?”, ma se coltivate questo pensiero riposto: “io sono il Sé, l’incondizionato, il senza forma, l’eterno, l’assoluto, il che è vero a livello metafisico, per voi questo Cammino non sarà reale. Senza rimettere assolutamente in discussione l’insegnamento secondo cui siete già, anche non essendone consapevoli, tale realtà immutabile e incontaminata, scendiamo più in basso e ponetevi di nuovo la domanda: “Chi sono io?”.

Non pensate che voglia mettere in dubbio la dottrina di Bhagavan Sri Ramana Maharshi, che venero come migliaia, se non milioni di induisti ed Europei del XX secolo; vorrei tuttavia che vi poneste la domanda sulla vostra identità in maniera più immediata e meno metafisica. “Chi sono io davvero? Chi sono dunque?”. E osservate. Avete letto, o sentito dire da Arnaud, che siete simili a un caleidoscopio, la cui immagine cambia, si compone, si scompone e ricompone, a seconda dei mutamenti esterni. Siete multiformi, come l’intero universo, poiché siete fatti a immagine dell’universo, e siete mutevoli, come tutto l’universo poiché siete fatti a sua immagine. Eppure non ne siete abbastanza impregnati e continuate a considerarvi unificati (nonostante alcune emozioni effimere) e stabili (malgrado qualche cambiamento dovuto all’età).

Ponetevi dunque la domanda: “Chi sono davvero? Colui o colei di stamattina, di ieri o della settimana scorsa?” E osservate. In diverse occasioni prendete una decisione e, quando si tratta di metterla in pratica non capite più perché l’avete presa. Molte volte avete voluto una cosa e, quando si è realizzata, non eravate più la persona che l’aveva tanto voluta. Ognuno deve riflettere su ciò. La prima constatazione è quella dell’instabilità, il contrario dell’immutabilità; la seconda è quella della complessità, l’opposta della semplicità. Nel corso del tempo l’essere umano si struttura veramente in modo frammentario, in senso mentale, emotivo e psicologico. La prima fase consiste nell’abbandonare le radicate illusioni circa la nostra presunta unità e stabilità: a livello intellettivo è possibile sbarazzarsene rapidamente, ma a livello vitale esse permangono. Quando avrete osservato che voi, e sottolineo la parola voi, praticamente non esistete, la domanda “Chi sono io?” assumerà un senso concreto. E non: “Adesso mi metterò a meditare con grande impegno, interrogandomi sulla mia identità, bussando alla porta del cuore, e un giorno si svelerà l’ātman”. No, la domanda si pone subito, e subito cominceranno a presentarsi alcuni elementi di risposta.

“Ma chi sono io davvero?” L’interrogativo è semplicissimo. Si direbbe che sia un postulato: “Conosco la mia identità: sono il tal dei tali”, e si possono enunciare alcuni valori permanenti. “Tutta la vita sarò Arnaud Desjardins, almeno che non cambi nomi e e scelga uno pseudonimo; per l’intera esistenza sarò figlio del tale e della tale”. E poi? In effetti, scoverete dei dati che sono invariabili, i quali vi indurranno a credere a questa identità e permanenza. Ma allorché avrete constatato a sufficienza che non potete contare su voi stessi, che colui il quale scrive una lettera non è il medesimo che riceve la risposta; quando avrete intravisto la complessità delle questioni non armonizzate del pensiero, del corpo, delle emozioni e della sessualità; quando avrete, seppur parzialmente, scoperto la profondità dell’inconscio, sarete veramente indotti a farvi la domanda per cui non occorre ricorrere al Vedanta: “Chi sono davvero? Cos’è me?, Qual è la mia identità? Questo? O questo? Oppure quest’altro?”. Se imboccate il Cammino credendo di poter dire imperturbabilmente: “Io” o “Me”, vi sbagliate. Non è solo nel silenzio immobile della meditazione e dell’introspezione che potete porvi la domanda: “Chi sono?”. E’ anche in rapporto alle vicende dell’esistenza e agli eventi che vi capitano, alle decisioni che dovete prendere, nonché alle azioni che eseguite.

Ricordo che posi a me stesso questa domanda in due periodi della mia vita. Il primo fu sotto l’influsso di ciò che sapevo della dottrina di Ramana Maharshi, nella stessa Tiruvannamalai, all’interno della sala in cui Bhagavan aveva vissuto nel suo corpo fisico. Il secondo fu parecchi anni dopo, in maniera molto più prosaica, nell’ashram di Swâmiji, folgorato da questa terribile intuizione: “Non riesco assolutamente a capire chi sono”. Vedevo le contraddizioni e notavo il modo in cui mi modificavo. L’immagine del caleidoscopio mi è balzata alla mente come quella più pregnante per descrivere la mia condizione.

C’è un nesso possibile tra questa confusione e la trascendenza dell’ātman? Siete nel mezzo di quello che possiamo denominare Cammino, ma è a questo punto che si aprono davanti a voi sentieri ingannevoli, che sfoceranno in un vicolo cieco o produrranno un risultato del tutto diverso dalla liberazione. Questi sentieri inizialmente deviano solo leggermente e, se non siete esperti, la differenza non salterà agli occhi. Se proseguite, però, essi devieranno sempre più dalla strada maestra. In tale coacervo e confusione, cos’è che diventerà il centro d’integrazione, cosa diventerà permanente? Ecco la domanda. Che cosa si alzerà per proclamare: “ Il vero io, me, sono Io”, dal momento che a volte parla una voce, a volte un’altra? E quando dico “il vero io, me, sono Io”, cosa può avere a che fare con la cancellazione dell’ego, dell’io, che tutti gli insegnamenti indicano quale fine da raggiungere?

Se non lo applicate a voi stessi, quello che dico adesso non avrà alcun senso. Solo se ne prendete coscienza potrete attribuire un valore, quale che sia, alle mie parole. Così, pur riconoscendo il fine del superamento o della cancellazione dell’ego, Arnaud comincia con il prospettarci la possibilità di poter un giorno dire: “Sono io”. Vi è in ciò una contraddizione? Potrebbe essercene una, certo, ma spetta a voi fare sempre attenzione, non lasciarvi mai sfuggire questo o quell’elemento dell’insieme. Occorre che il punto di partenza sia bene in vista e non mi stancherò mai di ripeterlo: il punto di partenza è il cambiamento, la molteplicità, cioè le contraddizioni, l’assenza di un elemento stabile, permanente, che sia identico, qui, là, altrove, oggi, ieri, domani e che permetta di affrontare l’infinita varietà delle circostanze.

In questa mutevole molteplicità, in che modo si creeranno la stabilità e l’immutabilità? Chi metterà ordine? Chi creerà un legame? Il discepolo che è in voi o il candidato-discepolo? In questa confusione, comincerà ad apparire tra gli altri, dentro di voi, un personaggio di natura completamente diversa, nel senso che potrà rimanere invariato, con lo stesso fine e gli stessi interessi nel corso di tutta la vostra esistenza. Ma bisogna che tale personaggio sia di un altro ordine. Se si trattasse soltanto di un aspetto di voi stessi, magari più forte degli altri, che decide di asservire a sé il resto della vostra natura, forse ci riuscirebbe, ma non raggiungereste mai né pace né liberazione. Un personaggio tra i tanti potrebbe aggrapparsi a una sua idea immaginaria di saggezza o di padronanza, con tutto ciò che può avere di lusingante per l’ego, e nella sua ignoranza, nel suo disprezzo per quello che in voi non gli piace, potrebbe provare a fondare una sorta di tirannia. Alcuni individui ce l’hanno fatta. Sono riusciti a eludere questa mutevole confusione, creando dentro di sé una forza, ma ciò non li ha mai portati a distruggere l’ego. Un elemento ha sottomesso gli altri, li ha repressi, soffocati e sembra avercela fatta. Ha obbligato il corpo a svolgere gli esercizi fisici che voleva, ha proibito al cuore alcune emozioni, ha indirizzato tutti i pensieri in una certa direzione, ha frustrato la sessualità, martirizzato questo o quell’aspetto dello sfortunato ambizioso che si è impegnato su questo cammino senza sbocco, o più esattamente di quella sua parte che ha imboccato tale cammino.

Alcuni hanno istituito una dittatura dentro di sé, o meglio una parte di loro l’ha stabilita sulle restanti, in nome di un’ambizione sportiva o professionale, per prendersi una rivincita o compiere una vendetta. Apparentemente certe persone si rafforzano perché il resto di loro viene asservito senza pietà, al fine di una parte. L’ambizione può essere sociale, artistica, professionale, intellettuale. Potrebbe anche essere “iniziatica”, “yogica”, addirittura “mistica”. Ma è dittatura. Senza interpellare il resto del popolo, un piccolo gruppo prende il potere e detta legge: ciò può accadere anche all’interno di un essere umano. Senza chiedere consiglio agli altri, un tiranno e poche comparse impongono la loro legge: chi non è d’accordo, in prigione o alla tortura!

In alternativa, potreste non sforzarvi mai, in nessun modo, cosicché non si rafforzerà in voi alcun centro d’integrazione, stabilità e immutabilità. Allora, rimarrete dei bravi dilettanti, forse un po’ interessati alla spiritualità, magari dotati di vera sincerità quando vi prosternata davanti a un saggio induista o tibetano; saranno solo alcuni attimi di voi stessi e la riunificazione non si realizzerà mai. Altrimenti potrebbe comparire una certa forza e, come ci si mette al lavoro per diventare campioni sportivi, grandi ballerini, virtuosi della musica o ministri, sorgerà un centro di tensione, che potrà durare. Ci saranno cose di cui gli altri non sono capaci: ascesi, disciplina, esercizio, privazioni, austerità. Ma non ci sarà mai libertà, mai pace del cuore, gioia, amore, finché un giorno, davanti a una forza maggiore, avverrà il disastro. Napoleone ha avuto le sue Waterloo e Sant’Elena, e gli ambiziosi della spiritualità trovano quasi sempre qualcosa più forte di loro. Allora? Cosa può essere ciò che definisco centro di integrazione attorno al quale si ordinano, cioè si mettono in ordine (dharma), tutti i vostri altri aspetti (mentali, emotivi, fisici, sessuali, consci e inconsci), affinché non nasca in voi un dittatore che, senza pietà, farebbe soffrire le altre componenti del vostro essere?

Da questo caleidoscopico disordine, da questa inesistenza che occorre prima di tutto scoprire, altrimenti ascolterete in modo distratto e poco interessato tutto quel che dico, deve sorgere il discepolo. Ciò su cui insisto oggi sono imprese che sembrano “spirituali” agli occhi degli osservatori o di chi si impegna nel cammino, mentre sono azioni ordinarie, che vanno messe sullo stesso piano di qualsiasi altra impresa ambiziosa, quale che sia. Solo che ciò non si vede di prima acchito. Una parte di noi è in grado di ingannare il resto, analogamente a ciò che succede quando un dittatore prende il potere: buona parte della popolazione è sollecitata a sostenerlo. Può succedere che la vostra presunta via spirituale inganni le altre parti di voi, che il povero cuore creda di trovarvi il suo tornaconto, che la vostra sessualità pensi di trovarvi una realizzazione grandiosa, capace di trascendere la sua frustrazione, che il vostro pensiero creda che, privandosi di tutto quanto lo interessa, vi troverà la saggezza. Allorché il dittatore avrà preso il potere sarà troppo tardi: tutte le forze di opposizione saranno imbavagliate, soffocate, relegate in prigione dentro di voi, sottoposte al lavaggio del cervello. La gioia durevole e la pace che supera ogni comprensione non giungeranno mai. In questo regno diviso dentro di sé, che siete voi, dovrà comparire un re, non un tiranno.

Ho scelto appositamente il termine “re” poiché, se la parola dittatore è moderna (in passato si sarebbe detto despota o autocrate), il paragone dell’essere umano con una società organizzata, gerarchizzata come un reame, è classico, tradizionale.

Non dimenticate però che, nell’antica concezione dell’esistenza, al di sopra del sovrano risiedeva l’autorità spirituale. Il bramino si trovava più in alto rispetto allo ksatriya e il re è sempre stato consacrato dall’autorità spirituale. Per essere vero, il discepolo non può essere un personaggio tra gli altri, un po’ più forte e capace di dominarli tutti. Il discepolo dentro di voi è colui che sorge e rimarrà stabile, che siate innamorati o no, che siate felici o infelici, che tutto vi sia favorevole o sfavorevole, che alberghi in voi la pace o la tempesta. Se esiste, il discepolo in voi sussisterà. Fin dall’inizio, egli ha un sentimento, non solo emozioni, ma un sentimento. Sente l’esistenza di una realtà più vasta dell’ego. Tale realtà religiosa è stata definita divina, metafisica, soprannaturale. Ciò che conta è come la sente il discepolo in voi: più grande delle paure, dei desideri, del gioco di azione e reazione, dell’opposizione, della contraddizione, dell’attrazione, della repulsione.

Dapprima il discepolo sarà debole, avrà bisogno di essere aiutato, nutrito, sostenuto, e può esserlo. Si dice di qualcuno: “E’ discepolo di Anandamay Ma, di Rajneesh, di Swami Muktananda, o di Kalu Rimpoche”. Ma questo è un modo grossolano di esprimersi. Si tratta di qualcuno in cui è nato il discepolo, ma che non è soltanto discepolo, poiché non è ancora unificato. Questa “persona” sarà una serie concatenata di cause es effetti, dovuti alla biologia, all’eredità, all’istruzione, alle condizioni sociali, ai samskāra delle vite precedenti. E’ questa nascita del discepolo che viene talora definita “rinascita”, “individuo rigenerato” o “nato due volte”, come si direbbe in India. Essa viene consacrata esteriormente da un battesimo, forse da un rito, o da un’iniziazione il cui carattere rituale sarà più discreto: lo sguardo di un saggio o una parola possono infatti risvegliare improvvisamente il discepolo. Egli si situa dunque lì, in mezzo alle tempeste, al turbinio, al disordine. Chi dice: “Io sono discepolo del Bost” (il Bost è il nome del primo Centro fondato da A. Desjardins in Francia) è un sciocco. Cos’è questo “io”? Chi è il discepolo? Colui che non sopporta più il Bost e vorrebbe andarsene? Colui che esclama: “Dio mio, che questo Arnaud taccia o altrimenti scoppio; non posso più ascoltare una parola di quel che dice”? Forza, siate onesti, a chi non è successa una cosa simile? Chi è il discepolo? O vivete davvero nell’illusione, oppure dovere riconoscere che “io sono un discepolo” non significa niente. “Nelle mie oscillazioni, nelle mie contraddizioni e nella mia inesistenza, è nato il discepolo”. Dire questo è già diverso.

Il dittatore è sincero, tutti i tiranni lo sono. Credete che Hitler abbia preso il potere in Germania pensando: “Adesso causerò la disgrazia del popolo tedesco”? No, lo ha fatto promettendo: “Farò la felicità dei Tedeschi!”. I despoti sono sempre sinceri e quello che è in voi potrebbe esserlo. Occupiamoci del discepolo. “In me è nato il discepolo”: perché è sorto in voi e non in altri? Perché si è svegliato proprio in voi? Egli esiste potenzialmente dentro ogni persona, ma nella maggioranza delle persone non nasce e per tutta la vita esse saranno semplici concatenamenti di cause ed effetti, di molteplicità, contraddizioni e aspetti del caleidoscopio.

Segue la “Parte Seconda” di questo testo.

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