Ego,  Disidentificazione e Non Dualità

di Arnaud Desjardins

libera traduzione dall’inglese di Giovanna Visini

 

Dobbiamo innanzitutto stabilire a quale livello ci rivolgiamo, se ci rivolgiamo, cioè, a un principiante oppure a una persona che è già avanti nel cammino spirituale; e, inoltre, se si tratta di un principiante equilibrato, ben centrato in se stesso, oppure di un principiante più o meno disturbato, cioè con quei disturbi che in Occidente sarebbero di competenza della psicoterapia. Tutti gli insegnamenti, senza eccezione, e tutti i maestri sono d’accordo nel dire che l’obiettivo è l’eliminazione, la scomparsa di un certa modalità o livello di coscienza che designiamo generalmente come “senso dell’ego”. Primo punto: sappiamo esattamente cosa chiamiamo “ego” e in cosa potrebbe consistere uno stato senza ego,  se non attraverso delle definizioni libresche che ci varrebbero dei buoni voti negli esami di indianismo alla Sorbonne, ma che non possono servirci da punto di appoggio per trasformare la nostra esistenza, liberarci dalle nostre paure e stabilizzarci nella serenità?

La mia risposta personale alla complessa questione dell’ego, è che, per essere trasceso, oltrepassato, l’ego deve essere in buono stato o in buona salute. Anche se, per utilizzare un’immagine molto celebre, il bruco deve morire in quanto tale per diventare farfalla, un bruco malato non può trasformarsi in farfalla. Se l’ego è troppo poco strutturato, com’è possibile pensare di volerlo superare subito? Come parlare di sparizione del senso dell’ego a una persona che non ha neppure l’impressione di esistere veramente e che si sente bloccata da diverse forme di inibizione e malessere, provocate da “impronte” profonde, tracce mnestiche del passato, samskara in sanscrito?

(saṃskāra: letteralmente «fattore purificante» usato in varie accezioni tra cui «disposizione interiore», «traccia mnestica» e «purificazione rituale». Nel buddismo  Theravāda i samskara. sono le impressioni lasciate del karma passato che causano i fenomeni presenti. NdT)

Alcuni esseri umani non sentono neanche di avere il diritto di esistere. Hanno l’impressione di non essere al loro posto in nessun luogo, perché psicologicamente non si sono sentiti sufficientemente amati, sostenuti, riconosciuti nella loro infanzia. Affinché il senso dell’ego possa dissolversi, è necessario per prima cosa che l’ego si sia consolidato, che questa coscienza ordinaria che abbiamo di noi si sia organizzata, strutturata, che noi siamo veramente un ego al singolare, individuale, e non una molteplicità di personaggi o di tendenze che ci costituiscono e che sono tra loro in conflitto.

Io ho fatto riferimento durante gli anni della mia ricerca a un formula che considero ancora oggi molto preziosa: “Per darsi, bisogna appartenersi”. Non possiamo dare che ciò che ci appartiene. Come possiamo abbandonare l’ego (in inglese drop the ego- Dio sa quante volte ho sentito questa espressione), se questo me è informe, privo di forma? Il mio guru mi ha detto una volta in inglese, molto tempo fa: “Arnaud, you are an amorphous crowd”, (Arnaud, sei una folla amorfa), e siccome sapevo che aveva avuto una formazione scientifica nella sua giovinezza, ho capito che dava alla parola amorfo, privo di forma, un significato molto preciso – amorfo in chimica è l’opposto di cristallizzato.  Una parte di noi che è toccata da una verità – non soltanto nell’intelletto ma nel cuore –  vorrebbe sfuggire a un certo livello di coscienza che sentiamo come limitativo, ma altre parti in noi continuano a reclamare: “E io, e io, non ho ricevuto ciò che volevo, non ho potuto fare quello, voglio ancora questo”. Vi è dunque una prima parte di strutturazione o anche di affermazione dell’ego prima di prendere in considerazione la scomparsa della coscienza dell’io,  con tutto ciò che questo pronome rappresenta di limitativo.  Ma questo lavoro di strutturazione deve essere intrapreso fin dall’inizio con una comprensione e  soprattutto un sentimento che permettano l’apertura e il superamento. E’ importante intuire subito ciò che potrebbe essere uno stato non egoista o non egocentrico in modo che questa prima affermazione dell’ego, necessaria all’inizio, non si trasformi nel rafforzamento di una prigione che in seguito diventerebbe un vero ostacolo.

Il senso dell’ego è un’identificazione – intendo con questa parola il prendersi per ciò che non si è veramente – un’identificazione della coscienza con il personaggio che siamo e che designiamo con il nostro nome e cognome. Ramana Maharshi utilizza l’immagine di un attore che impersona un ruolo e che, per un fenomeno che saremmo tutti d’accordo nel considerare come patologico e di competenza della psichiatria, credesse di essere il personaggio che sta interpretando. L’ego è un’allucinazione che fa sì che la coscienza creda di essere Arnaud Desjardins invece di considerare  che interpreta il personaggio Arnaud Desjardins, ma è fondamentalmente libera da questo ruolo.  Questa libertà la troviamo nei bambini che fanno finta giocando di essere un aereo, pur sapendo nella profondità del loro essere che non sono un aereo “nella vita vera”. Ciò che chiamiamo carta d’identità è di fatto la carta delle nostre più importanti identificazioni al nome e alla forma, per parlare come gli induisti, poiché la nostra vera identità è totalmente indipendente da ciò che è scritto sulla carta d’identità in questione. La nostra vera identità sarebbe più o meno: Data di nascita: mai nato; nome dei genitori: brahaman, la realtà assoluta! Come possiamo progredire verso il momento in cui questa identificazione fondamentale cederà e in cui si rivelerà una coscienza pura, senza attributi, che interpreta un certo ruolo? Ecco questa è la vera questione.

All’inizio del cammino, nelle condizioni ordinarie dell’esistenza – questo è certamente ancora più vero per noi, prodotto di questo mondo occidentale moderno, nell’esistenza agitata, destabilizzante che noi viviamo oggi, di quanto lo fosse per gli esseri umani che avevano un tipo di vita molto più calma, scandita da preghiere, meditazioni, rituali – c’è un’identificazione massiccia, l’identificazione di una coscienza pura a una forma apparente, che non è altro che cambiamento. Identificazione con i nostri pensieri, con le nostre emozioni, le nostre sensazioni dai quali siamo completamente travolti.

Swami Prajnanpad la chiamava una falsa non dualità, nella quale il soggetto è totalmente assorbito dall’oggetto. Non ho più nessuna coscienza di me. Swamiji insisteva sulla necessità che passassimo per una tappa importante nella quale sperimentiamo un io più permanente, più stabile, più reale, anche se si tratta di un’individualità che dovrà essere superata anch’essa. Si tratta ancora di un io, ma con una distinzione chiare dell’io e del non-io. L’io in collera, sono io? No, e neppure sono io l’io folle di gioia. Dunque, in un primo tempo si tratta di scoprire un “io” senza attributi, senza predicati, più stabile, più permanente che, per cominciare, procede da una disidentificazione. Questa distinzione di soggetto e oggetto è chiamata “discriminazione dello spettatore e dello spettacolo” o “posizione del testimone”, in inglese: witness position, in sanscrito: sakshin. Ma non è che una tappa.

Dunque, lo stato di coscienza ordinario è una falsa non dualità nella quale non esistiamo più, non nel senso di una felice scomparsa dell’ego, ma nel senso di una identificazione inconscia con i nostri funzionamenti, tanto più profonda quanto più siamo coinvolti emotivamente. Noi non possediamo quella coscienza stabile che l’India paragona a un filo che passa attraverso tutte le perle di una collana, una coscienza permanente che si esprimerebbe soprattutto in termini negativi: io non sono questo pensiero, io non sono questa emozione, io non sono questa condizione fisica dolorosa, io non sono tutto quello di cui posso essere consapevole, che non esisteva ieri e non esisterà domani. Dunque, si tratta di una disidentificazione. Se io sono completamente identificato, il soggetto e l’oggetto sono confusi, sono travolto dai miei pensieri, dalle mie emozioni, dalle mie sensazioni. C’è un assorbimento del soggetto da parte dell’oggetto. Questo oggetto può essere l’insieme delle nostre percezioni interiori, un’emozione dolorosa, una tristezza, un’eccitazione perché abbiamo ricevuto una buona notizia, o pensieri un po’ ossessivi. Una parte della sadhana, dell’ascesi, consiste in questa disidentificazione, questa dissociazione del soggetto dall’oggetto.

Nel linguaggio vedantico, si dice che tutto può essere oggettivato, cioè considerato come un oggetto – compreso, lo dico ancora, ciò che abitualmente consideriamo come attinente al soggetto, cioè le tristezze, le gioie, le colorazioni affettive, i pensieri neri, i pensieri rosa. Se il soggetto è triste nel constatare una tristezza, non è più il soggetto. Il soggetto, il testimone, deve essere puro, senza colorazioni, senza qualificazioni, giusta visione. Questo testimone è sempre identico a se stesso, mentre ciò che è visto cambia continuamente. Questa tappa che Swami Prajnanpad chiamava una vera dualità, è un primo passo.

Tutto può diventare oggetto per un soggetto che ne prende coscienza. Ma niente può prendere coscienza del soggetto stesso, del soggetto ultimo. Tuttavia, questo “io sono”, questo soggetto, anche se è molto puro, anche se è senza emozione, anche se “E’” perché sfugge al cambiamento, perché  sfugge al tempo, mantiene ancora una certa colorazione individuale. Lo sento sempre in qualche modo come “me”. C’è ancora un superamento possibile nel quale scompare anche questo senso di un “io sono”, anche se molto calmo, molto stabile e attorno al quale può organizzarsi  e strutturarsi il nostro funzionamento ordinario. Il soggetto perde qualsiasi riferimento individuale, qualsiasi riferimento di separazione, di dualità e raggiunge la non dualità – non due – che è impossibile immaginare finché non la si è sperimentata. La coscienza diventa allora perfettamente luminosa, chiara, sovranamente distaccata, ma compatibile con l’apparenza di un’azione, di una decisione. Ogni riferimento individuale è scomparso. Per illustrare questo stato, si utilizza l’immagine dell’onda che realizza di essere puramente e semplicemente l’oceano; anche se ci sono migliaia di onde, vi è un solo oceano e l’onda non può avere un’esistenza, o un essere, o una realtà indipendente dall’oceano stesso.

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Riporto qui un breve testo di Ken Wilber che chiarisce  meglio il tema della disidentificazione.

Identificarsi o disidentificarsi dalle emozioni?

La trascendenza è stata a lungo definita come un processo di disidentificazione. E agli studenti di meditazione era di fatto insegnato a disidentificarsi con qualsiasi “io o me o mio” si manifestasse. Ma il secondo fatto è che nella patologia, vi è una disidentificazione o dissociazione di parti dell’io (self), quindi disidentificarsi è il problema, non la cura. Allora, devo identificarmi con la mia rabbia o disidentificarmi da essa? Entrambe le cose, ma i tempi sono tutto – i tempi dello sviluppo, dell’evoluzione interiore in questo caso. Se la mia rabbia emerge alla consapevolezza, ed è autenticamente sperimentata e posseduta come la mia rabbia, allora l’obiettivo è continuare la disidentificazione, lasciar andare la rabbia e l’io che ne fa esperienza  – così da convertire l’io in un “me”, cosa che è sana). Ma se la mia rabbia emerge nel campo della consapevolezza come la tua rabbia o la sua rabbia – ma non come la mia rabbia, cioè se l’ho proiettata all’esterno – l’obiettivo è

prima identificarsi e possedere di nuovo la rabbia. Solo in seguito ci si può disidentificare dalla rabbia e dall’io che la sperimenta (convertendo la prima-persona soggettiva “io” nella prima-persona oggettiva “me” – che è la definizione di un processo sano di “trascendere e includere”).

Ma se come prima cosa non intraprendiamo questa riappropriazione dell’Ombra, allora la meditazione sulla rabbia, o su qualsiasi altra emozione, non fa che aumentare l’alienazione – la meditazione diventa “trascendere e negare”, che è esattamente la definizione dello sviluppo patologico.

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