Carl
Rogers, morto nel 1987, è stato uno degli esponenti di
spicco della Psicologia Umanistica, o Umanistico-Esistenziale, insieme
con Rollo May e Abraham Maslow. Definita da Maslow la “Terza
Forza”, cioè un’alternativa ai due
approcci allora dominanti, la psicoanalisi e il comportamentismo, la
Psicologia Umanistica inaugura intorno agli anni 1950/60
un’epoca straordinaria di rinnovamento e sviluppo della
visione dell’essere umano, dei suoi problemi psicologici ed
esistenziali e delle sue potenzialità di autorealizzazione.
Rogers, prendendo le distanze molto presto dal pensiero freudiano, pone
al centro della terapia l’incontro e la relazione tra
psicoterapeuta e cliente. In un clima empatico e di accettazione
incondizionata da parte del terapeuta, la persona che manifesta il
disagio può ritrovare dentro di sé le risorse per
una positiva trasformazione della personalità. Per Rogers
esiste in ogni individuo una “tendenza
attualizzante” che è la tendenza fondamentale
dell’organismo, inteso in senso olistico, ad esprimere le
proprie potenzialità.
Questo “orientamento” umanistico, oggi riconosciuto
soprattutto sotto il nome di Movimento per il Potenziale Umano, include
molte metodologie terapeutiche e di crescita personale di cui le
principali, oltre a quella rogersiana, sono: la Psicoterapia
Esistenziale, la Gestalt Terapia di F. Perls, lo Psicodramma di J. L.
Moreno, l’Analisi Transazionale di E. Berne, la Bioenergetica
di A. Lowen, la Psicosintesi di R. Assagioli, la Psicologia
Transpersonale, il Rebirthing Transpersonale e varie scuole di
Counseling.
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Gli
interrogativi
“Qual
è lo scopo della mia vita?” “A che cosa
tendo?” “Quali sono i miei propositi?”.
Sono domande queste che ciascuno di noi, una volta o l’altra,
si pone; a volte con calma e riflessione, altre volte in tormentosa
incertezza o nella disperazione. Sono domande antiche che sono state
poste, e a cui si è data risposta, in ogni secolo della
storia. Tuttavia sono anche domande che ogni persona deve porre a se
stessa in modo suo proprio. Sono domande che io, come
“terapeuta”, sento espresse in modi molto diversi,
quando uomini e donne in difficoltà, cercano di scoprire, o
di capire, o di scegliere il significato della loro vita.
In
un certo senso non c’è niente di nuovo che possa
essere detto su questo problema: Infatti il titolo che ho scelto per
questo capitolo è preso dagli scritti di un uomo che
affrontò questi problemi più di un secolo fa.
Esprimere semplicemente un’altra opinione personale sul
problema globale delle mete e degli ideali sembrerebbe presuntuoso. Ma
poiché ho lavorato per molti anni con soggetti disturbati o
disadattati credo di poter individuare un modello comune, una tendenza,
una somiglianza, un ordine nelle risposte del tutto provvisorie, che
essi hanno trovato per sé nei confronti di tali
interrogativi. Vorrei perciò esporre le mie impressioni su
ciò che gli uomini sembrano perseguire, quando sono liberi
di scegliere.
Alcune
risposte
Prima
di esporre la mia esperienza personale con i clienti, vorrei
sottolineare che i problemi menzionati non sono pseudo-problemi, e che
non c’è stato accordo tra gli uomini, nel passato
o nel presente, sulle risposte da dare a essi. Quando gli uomini, nel
passato, si sono chiesti lo scopo della vita, alcuni hanno risposto,
con le parole del catechismo, che “il primo fine
dell’uomo è quello di glorificare Dio”.
Altri hanno pensato che scopo della vita sia prepararsi per
l’immortalità. Altri si sono indirizzati verso un
obiettivo molto più terreno: divertirsi, esseri liberi e
soddisfare ogni desiderio sensuale- Altri ancora (e sono molti oggi),
considerano scopo della vita perseguire e mantenere beni materiali,
posizione sociale, conoscenza, potere. Alcuni hanno eletto a loro scopo
quello di darsi completamente e devotamente a una causa al di sopra di
loro, come il cristianesimo o il comunismo. Un Hitler ha visto come suo
obiettivo fondamentale diventare il capo di una razza superiore, capace
di dominare il mondo intero. In netto contrasto con ciò
molti orientali hanno cercato di eliminare tutti i desideri personali,
per esercitare un completo controllo su se stessi. Ricordo queste
scelte così diverse per indicare qualcuno degli ideali per
cui gli uomini sono vissuti, e per sottolineare quante mete possano
esistere.
In
un recente e importante studio (del 1956, N.d.R.), Charles Morris ha
studiato obiettivamente i tipi di vita preferiti dagli studenti di sei
paesi - India, Cina, Giappone, Stati Uniti, Canada, Norvegia. Come ci
si poteva aspettare ha trovato differenze notevoli fra gli orientamenti
generali di tali gruppi nazionali. L’autore ha anche cercato,
con l’analisi fattoriale dei suoi dati, di determinare le
dimensioni di valore che costituiscono il fondamento di migliaia di
preferenze specifiche e individuali. Senza entrare nei dettagli della
sua analisi, potremo guardare alle cinque dimensioni fondamentali
emerse che, combinate in vari modi, positivi e negativi, sembrano
responsabili delle scelte individuali.
La
prima dimensione di questi valori implica una preferenza per una
partecipazione responsabile, personale, morale, alla vita, capace di
valorizzare e conservare ciò che l’uomo ha
raggiunto.
La seconda pone l’accento sul piacere di compiere azioni
coraggiose per vincere gli ostacoli, e implica fiducia in se stessi e
spirito d’avventura, sia per risolvere problemi personali e
sociali sia per superare ostacoli nel mondo naturale.
La terza dimensione insiste sul valore, superiore a ogni altro, di una
vita interiore molto profonda, volta ad arricchire e ad accrescere la
coscienza di sé. Il controllo sulle persone e sulle cose
è rifiutato in favore di una comprensione profonda e
simpatetica di se stessi e degli altri.
La quarta dimensione esalta l’apertura personale alle persone
e alla natura. La sorgente dei valori è concepita al di
fuori di sé e la persona vive e cresce
nell’apertura e nell’ascolto di tale sorgente.
La quinta e ultima dimensione pone l’accento
sull’edonismo, sul godimento personale. Sono in essa
valorizzati la gioia di vivere, l’abbandono al momento che
passa e l’apertura spensierata alla vita.
Lo
studio di Morris è certamente molto significativo, uno dei
primi che misuri obiettivamente le risposte date da differenti culture
al problema: qual è lo scopo della mia vita? Ha migliorato
la nostra conoscenza delle risposte possibili e ha anche aperto la
strada verso la definizione di alcune dimensioni sulla cui base vengono
fatte le scelte. E, come dice Morris, definire tali dimensioni,
“è come affermare che persone di varie culture
hanno in comune cinque toni maggiori nella scala musicale su cui
compongono differenti melodie”.
Un’altra
prospettiva
Mi
sento comunque vagamente insoddisfatto da questo studio. Nessuno dei
“modi di vita” che Morris ha fatto esaminare dagli
studenti, e nessuna delle dimensioni delineate, sembrano esprimere in
modo soddisfacente le mete che emergono nella mia esperienza.
Osservando un soggetto dopo l’altro sforzarsi, nel corso
della terapia, per trovare una propria strada, ho
l’impressione di intuire, comune a tutti, un modello che non
viene in alcun modo indicato nelle descrizioni di Morris.
Il
modo migliore per definire questo dato vitale essenziale, che vedo
venire alla luce nelle mie relazioni con i clienti, è
utilizzare le parole di Sören Kierkegaard: “Essere
ciò che veramente si è”.
Sono
ben consapevole che ciò può suonare
così ovvio da sembrare assurdo. Essere ciò che si
è sembra un’affermazione di un fatto ovvio,
piuttosto che una meta. Che cosa significa? Che cosa implica? Voglio
dedicare il resto delle mie osservazioni a discutere questi
interrogativi. Premetterò che sembra significare e implicare
alcune cose curiose. In base alla mia esperienza con i clienti e grazie
a una continua riflessione su me stesso, sono giunto ad avere delle
prospettive che mi sarebbero state del tutto estranee dieci o quindici
anni fa.
Spero
che considererete tali opinioni con scetticismo critico, e le
accetterete solo fin dove esse appariranno vere alla vostra esperienza
personale.
Direzioni prese dai clienti
Vedrò
ora se posso cogliere e chiarire alcuni degli indirizzi e delle
tendenze che scorgo quando lavoro coi clienti. Nella mia relazione con
questi soggetti ho sempre cercato di provvedere un clima di sicurezza,
di calore, di comprensione empatica e soprattutto di completa
autenticità. Non ho trovato soddisfacente o utile
intervenire nell’esperienza del cliente con spiegazioni
diagnostiche o interpretative né con suggerimenti o
consigli. Di conseguenza le tendenze che scorgo mi sembra si originino
dal cliente stesso e assolutamente non da me.