A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Essere ciò che veramente si è
(Quello che uno psicoterapeuta pensa sugli scopi personali)
dal libro: “La terapia centrata – sul – cliente”
di Carl R. Rogers

Ed. Martinelli 1970 e1994

Carl Rogers, morto nel 1987, è stato uno degli esponenti di spicco della Psicologia Umanistica, o Umanistico-Esistenziale, insieme con Rollo May e Abraham Maslow. Definita da Maslow la “Terza Forza”, cioè un’alternativa ai due approcci allora dominanti, la psicoanalisi e il comportamentismo, la Psicologia Umanistica inaugura intorno agli anni 1950/60 un’epoca straordinaria di rinnovamento e sviluppo della visione dell’essere umano, dei suoi problemi psicologici ed esistenziali e delle sue potenzialità di autorealizzazione.
Rogers, prendendo le distanze molto presto dal pensiero freudiano, pone al centro della terapia l’incontro e la relazione tra psicoterapeuta e cliente. In un clima empatico e di accettazione incondizionata da parte del terapeuta, la persona che manifesta il disagio può ritrovare dentro di sé le risorse per una positiva trasformazione della personalità. Per Rogers esiste in ogni individuo una “tendenza attualizzante” che è la tendenza fondamentale dell’organismo, inteso in senso olistico, ad esprimere le proprie potenzialità.
Questo “orientamento” umanistico, oggi riconosciuto soprattutto sotto il nome di Movimento per il Potenziale Umano, include molte metodologie terapeutiche e di crescita personale di cui le principali, oltre a quella rogersiana, sono: la Psicoterapia Esistenziale, la Gestalt Terapia di F. Perls, lo Psicodramma di J. L. Moreno, l’Analisi Transazionale di E. Berne, la Bioenergetica di A. Lowen, la Psicosintesi di R. Assagioli, la Psicologia Transpersonale, il Rebirthing Transpersonale e varie scuole di Counseling.

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Gli interrogativi

“Qual è lo scopo della mia vita?” “A che cosa tendo?” “Quali sono i miei propositi?”. Sono domande queste che ciascuno di noi, una volta o l’altra, si pone; a volte con calma e riflessione, altre volte in tormentosa incertezza o nella disperazione. Sono domande antiche che sono state poste, e a cui si è data risposta, in ogni secolo della storia. Tuttavia sono anche domande che ogni persona deve porre a se stessa in modo suo proprio. Sono domande che io, come “terapeuta”, sento espresse in modi molto diversi, quando uomini e donne in difficoltà, cercano di scoprire, o di capire, o di scegliere il significato della loro vita.

In un certo senso non c’è niente di nuovo che possa essere detto su questo problema: Infatti il titolo che ho scelto per questo capitolo è preso dagli scritti di un uomo che affrontò questi problemi più di un secolo fa. Esprimere semplicemente un’altra opinione personale sul problema globale delle mete e degli ideali sembrerebbe presuntuoso. Ma poiché ho lavorato per molti anni con soggetti disturbati o disadattati credo di poter individuare un modello comune, una tendenza, una somiglianza, un ordine nelle risposte del tutto provvisorie, che essi hanno trovato per sé nei confronti di tali interrogativi. Vorrei perciò esporre le mie impressioni su ciò che gli uomini sembrano perseguire, quando sono liberi di scegliere.

Alcune risposte

Prima di esporre la mia esperienza personale con i clienti, vorrei sottolineare che i problemi menzionati non sono pseudo-problemi, e che non c’è stato accordo tra gli uomini, nel passato o nel presente, sulle risposte da dare a essi. Quando gli uomini, nel passato, si sono chiesti lo scopo della vita, alcuni hanno risposto, con le parole del catechismo, che “il primo fine dell’uomo è quello di glorificare Dio”. Altri hanno pensato che scopo della vita sia prepararsi per l’immortalità. Altri si sono indirizzati verso un obiettivo molto più terreno: divertirsi, esseri liberi e soddisfare ogni desiderio sensuale- Altri ancora (e sono molti oggi), considerano scopo della vita perseguire e mantenere beni materiali, posizione sociale, conoscenza, potere. Alcuni hanno eletto a loro scopo quello di darsi completamente e devotamente a una causa al di sopra di loro, come il cristianesimo o il comunismo. Un Hitler ha visto come suo obiettivo fondamentale diventare il capo di una razza superiore, capace di dominare il mondo intero. In netto contrasto con ciò molti orientali hanno cercato di eliminare tutti i desideri personali, per esercitare un completo controllo su se stessi. Ricordo queste scelte così diverse per indicare qualcuno degli ideali per cui gli uomini sono vissuti, e per sottolineare quante mete possano esistere.

In un recente e importante studio (del 1956, N.d.R.), Charles Morris ha studiato obiettivamente i tipi di vita preferiti dagli studenti di sei paesi - India, Cina, Giappone, Stati Uniti, Canada, Norvegia. Come ci si poteva aspettare ha trovato differenze notevoli fra gli orientamenti generali di tali gruppi nazionali. L’autore ha anche cercato, con l’analisi fattoriale dei suoi dati, di determinare le dimensioni di valore che costituiscono il fondamento di migliaia di preferenze specifiche e individuali. Senza entrare nei dettagli della sua analisi, potremo guardare alle cinque dimensioni fondamentali emerse che, combinate in vari modi, positivi e negativi, sembrano responsabili delle scelte individuali.

La prima dimensione di questi valori implica una preferenza per una partecipazione responsabile, personale, morale, alla vita, capace di valorizzare e conservare ciò che l’uomo ha raggiunto.
La seconda pone l’accento sul piacere di compiere azioni coraggiose per vincere gli ostacoli, e implica fiducia in se stessi e spirito d’avventura, sia per risolvere problemi personali e sociali sia per superare ostacoli nel mondo naturale.
La terza dimensione insiste sul valore, superiore a ogni altro, di una vita interiore molto profonda, volta ad arricchire e ad accrescere la coscienza di sé. Il controllo sulle persone e sulle cose è rifiutato in favore di una comprensione profonda e simpatetica di se stessi e degli altri.
La quarta dimensione esalta l’apertura personale alle persone e alla natura. La sorgente dei valori è concepita al di fuori di sé e la persona vive e cresce nell’apertura e nell’ascolto di tale sorgente.
La quinta e ultima dimensione pone l’accento sull’edonismo, sul godimento personale. Sono in essa valorizzati la gioia di vivere, l’abbandono al momento che passa e l’apertura spensierata alla vita.

Lo studio di Morris è certamente molto significativo, uno dei primi che misuri obiettivamente le risposte date da differenti culture al problema: qual è lo scopo della mia vita? Ha migliorato la nostra conoscenza delle risposte possibili e ha anche aperto la strada verso la definizione di alcune dimensioni sulla cui base vengono fatte le scelte. E, come dice Morris, definire tali dimensioni, “è come affermare che persone di varie culture hanno in comune cinque toni maggiori nella scala musicale su cui compongono differenti melodie”.

Un’altra prospettiva

Mi sento comunque vagamente insoddisfatto da questo studio. Nessuno dei “modi di vita” che Morris ha fatto esaminare dagli studenti, e nessuna delle dimensioni delineate, sembrano esprimere in modo soddisfacente le mete che emergono nella mia esperienza. Osservando un soggetto dopo l’altro sforzarsi, nel corso della terapia, per trovare una propria strada, ho l’impressione di intuire, comune a tutti, un modello che non viene in alcun modo indicato nelle descrizioni di Morris.

Il modo migliore per definire questo dato vitale essenziale, che vedo venire alla luce nelle mie relazioni con i clienti, è utilizzare le parole di Sören Kierkegaard: “Essere ciò che veramente si è”.

Sono ben consapevole che ciò può suonare così ovvio da sembrare assurdo. Essere ciò che si è sembra un’affermazione di un fatto ovvio, piuttosto che una meta. Che cosa significa? Che cosa implica? Voglio dedicare il resto delle mie osservazioni a discutere questi interrogativi. Premetterò che sembra significare e implicare alcune cose curiose. In base alla mia esperienza con i clienti e grazie a una continua riflessione su me stesso, sono giunto ad avere delle prospettive che mi sarebbero state del tutto estranee dieci o quindici anni fa.

Spero che considererete tali opinioni con scetticismo critico, e le accetterete solo fin dove esse appariranno vere alla vostra esperienza personale.


Direzioni prese dai clienti

Vedrò ora se posso cogliere e chiarire alcuni degli indirizzi e delle tendenze che scorgo quando lavoro coi clienti. Nella mia relazione con questi soggetti ho sempre cercato di provvedere un clima di sicurezza, di calore, di comprensione empatica e soprattutto di completa autenticità. Non ho trovato soddisfacente o utile intervenire nell’esperienza del cliente con spiegazioni diagnostiche o interpretative né con suggerimenti o consigli. Di conseguenza le tendenze che scorgo mi sembra si originino dal cliente stesso e assolutamente non da me.


 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007