A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Essere ciò che veramente si è
(Quello che uno psicoterapeuta pensa sugli scopi personali)
dal libro: “La terapia centrata – sul – cliente”
di Carl R. Rogers


Al di là delle apparenze

Osservo prima di tutto che il cliente mostra una tendenza caratteristica ad allontanarsi, sia pure con timore ed esitazione, da un sé che non è reale. In altre parole, anche se non sa esattamente dove si dirige, si rende conto di allontanarsi da qualche cosa. E naturalmente, ciò facendo, comincia a definire, anche se in modo negativo, quello che é.

All’inizio può esprimere questo fatto limitandosi ad avere paura di mostrare quello che è realmente. Così un ragazzo di diciotto anni dice, nel corso di un primo colloquio: “so che non sono così straordinario e ho paura che se ne accorgano: è per questo che faccio queste cose. Si accorgeranno un giorno che non sono così. Sto appunto tentando di differire quel giorno il più possibile… Se voi mi conosceste come io mi conosco… (pausa)… Non vi parlerò della persona che penso veramente di essere. Non gioverebbe alla vostra opinione su di me…C’è un solo argomento su cui non vorrei collaborare con voi, ed è questo”.

Risulterà chiaro che la stessa espressione di questa paura è parte del diventare ciò che si è. Invece di apparire semplicemente in un certo modo, egli comincia e essere se stesso, cioè una persona spaventata, che si nasconde dietro apparenze, perché si considera troppo spaventoso per essere visto.


Al di là del “dover essere”


Un’altra tendenza di questo tipo sembra evidente nel fatto che il cliente tende ad abbandonare il modello coartante di ciò che “dovrebbe essere”.

Alcuni soggetti hanno assorbito così profondamente dai loro genitori il concetto “io dovrei essere buono” o “io devo essere buono” che, soltanto con un grandissimo turbamento interiore, possono ammettere di allontanarsi da una tale meta. Così una giovane donna nel descrivere il suo rapporto poco soddisfacente col padre, dice per prima cosa quanto desidera il suo affetto. “Credo che fra tutti i sentimenti verso mio padre quello che veramente era più importante fosse l’avere buoni rapporti con lui… Volevo tanto che lui si interessasse a me, e tuttavia non mi sembrava di ottenere ciò che realmente volevo”. Ella avvertiva sempre di dover soddisfare tutte le sue richieste e tutte le sue attese e ciò era “… proprio troppo. Perché, appena ne soddisfo una, ce n’è un’altra e poi un’altra, e poi un’altra ancora e mai le soddisfo veramente. E’ una sorta di domanda senza fine”. Ella sente di essere stata, come sua madre, sempre sottomessa e condiscendente, cercando continuamente di compiacere le sue richieste. “E in realtà non volevo essere così. Trovo che non è una maniera positiva di essere, ma penso di aver ritenuto che solo così potevo essere considerata e amata. E tuttavia chi vorrebbe amare un tipo di persona così insipida?” Alla risposta del terapeuta “… chi potrebbe amare veramente un fantoccio?”, ella continua “io, almeno, non vorrei essere amata da una persona capace di amare un fantoccio”.

Sebbene queste parole non esprimano nulla del sé verso cui ella può dirigersi, la noia e la rabbia, presenti nella sua voce e nelle sue affermazioni, fanno comprendere che si sta staccando da un sé che “deve essere buono”, che “deve essere sottomesso”.

Un numero notevole di soggetti trova di essere stato spinto a considerarsi cattivo, ed è da questa concezione di sé che sente di allontanarsi. Un giovane mostra molto chiaramente un tale sentimento quando dice: “Non so come ebbi questa impressione, che vergognarmi di me stesso fosse il modo più opportuno di sentire… Che vergognarmi di me fosse il modo in cui io dovevo sentire. Se sei qualcosa che è molto disapprovato, il solo modo in cui puoi avere un po’ di rispetto di te è vergognarti di quella parte di te che non è approvata… ma ora rifuggo fermamente dal vedere le cose da vecchio punto di vista. Avevo quasi la convinzione che mi si dicesse: … l’unica cosa che puoi fare è vergognarti di te, non c’è altra scelta… E l’ho accettata per moltissimo tempo dicendo. D’accordo, non c’è scelta! – Ma ora mi levo contro questo qualcuno e dico: - Non mi interessa quello che dici, io non mi sento di vergognarmi di me!” E’ chiaro che il giovane di cui parliamo sta abbandonando, in tal modo, il concetto di un sé cattivo e degno di biasimo.


Al di là delle attese degli altri


Altri clienti si accorgono di allontanarsi da ciò che la loro cultura richiede. Nella nostra attuale cultura industriale, per esempio, come White ha acutamente puntualizzato nel suo recente libro, ci sono enormi pressioni ad assumere le caratteristiche dell’ “uomo dell’organizzazione”. Solo per questa strada l’uomo diventerebbe in pieno un membro del gruppo, subordinerebbe la sua individualità all’adattamento ai bisogni del gruppo, diventerebbe “l’uomo ben rodato che può trattare con uomini ben rodati”.

In uno studio completo e accurato sui valori degli studenti americani Iacob espone i risultati ottenuti dicendo: “L’effetto principale dell’educazione superiore sui valori degli studenti è quello di condurre a un’accettazione generale di un insieme di modelli e di atteggiamenti caratteristici delle donne e degli uomini educati dai ‘college’, nella comunità americana. Lo sforzo maggiore che viene fatto nei ‘college’ è volto a socializzare l’individuo, a rifinire, civilizzare o foggiare i suoi valori in modo che egli possa riuscire ad appartenere comodamente alla classe degli alunni di ‘college americano’.

Ora, quando i clienti sono veramente liberi di scegliere il comportamento che preferiscono, tendono a ribellarsi, e a porre in discussione la pretesa dell’organizzazione del ‘college’ o della cultura, di modellarsi secondo una forma prestabilita. Uno dei miei clienti dice, ad esempio, con molto calore: “Ho cercato tanto di vivere secondo ciò che aveva significato per l’altra gente, e che certo non aveva alcun senso per me … Eppure, in certi momenti, mi sono sentito ben migliore…”. In lui, come in altri, si manifesta la tendenza ad abbandonare un modo di essere modellato sulle aspettative degli altri.


A l di là del piacere degli altri


Molti soggetti hanno modellato se stessi sforzandosi di piacere agli altri ma, ancora una volta, dal momento in cui sono veramente liberi, abbandonano un tale modo di essere. Così un professionista, riconsiderando una fase della sua evoluzione, scrive, verso la fine della terapia: “Finalmente ho sentito di dover fare semplicemente quello che voglio fare, non quello che penso di dover fare; e senza curarmi di ciò che gli altri pensano che io debba fare. E’ un capovolgimento totale della mia vita. Ho sempre pensato di dover fare le cose perché così ci si aspettava da me, o ancora di più, per rendere la gente come me. Al diavolo! Penso che d’ora innanzi sarò solamente me stesso, ricco o povero, buono o cattivo, razionale o irrazionale, logico o illogico, famoso o ignorato”.

Si può così concludere che, sia pure in modo negativo, i clienti definiscono il loro scopo, il loro intento, scoprendo, nella libertà e nella sicurezza di una relazione comprensiva, alcune delle direzioni che non desiderano seguire. Preferiscono non nascondere se stessi e i propri sentimenti a se stessi e neppure a qualche persona significativa. Non desiderano essere ciò che “dovrebbero” essere, sia che questo imperativo venga posto dai genitori o dalla cultura, sia che venga definito positivamente o negativamente. Non desiderano modellare sé e il proprio comportamento in una certa forma solamente per piacere agli altri. Non vogliono, in altre parole, scegliere di essere qualcosa di artificiale, di imposto, di definito dall’esterno. Si rendono conto, anche se hanno vissuto sino a quel momento in modo diverso, di non dare realmente importanza a tali modi di essere.


Sentire di potersi dirigere da soli


Ma che cosa è implicato, positivamente, nell’esperienza di questi clienti? Tenterò di descrivere alcuni degli aspetti più comuni della direzione prescelta. Innanzi tutto, il cliente si muove verso la propria autonomia. Con questo voglio dire che, gradualmente, lui stesso sceglie le mete verso cui vuole dirigersi. Diventa responsabile di sé. Decide quali attività e quali modelli di comportamento hanno significato per lui, e quali non ne hanno. Penso che questa tendenza verso l’autodirezione sia ampiamente illustrata negli esempi che ho dato. Non vorrei far pensare che i miei clienti si muovano gioiosamente e senza difficoltà in questa direzione. No davvero. La libertà di essere se stessi è una libertà spaventosamente responsabile, e un individuo va incontro a essa con timore, con cautela e, all’inizio, con pochissima fiducia.

Non vorrei far pensare che facciano sempre una buona scelta. Dirigersi da sé, responsabilmente, vuol dire scegliere e poi imparare dall’esperienza fatta. Così i clienti trovano che è un tipo di esperienza frustrante ma entusiasmante. Uno di essi ad esempio, dice: “Mi sento spaventato e vulnerabile, e privo di qualsiasi appoggio, ma sento anche una specie di rinascita, o di forza, o di vigore in me”. E’ questo tipo di reazione che il cliente ha frequentemente quando prende su di sé la responsabilità di dirigere la propria vita e il proprio comportamento.


Sentire di essere in un processo


La seconda osservazione è difficile da fare, poiché non disponiamo di parole adatte per esprimerla. Sembra che i clienti giungano a essere, in modo più aperto, un processo continuo, che fluisce e muta continuamente. Non sono turbati di accorgersi che non sono più gli stessi da un giorno all’altro, che non provano sempre gli stessi sentimenti nei confronti di una data esperienza o di una data persona e che non sono sempre coerenti. Evolvono e sono contenti soprattutto di continuare a vivere nel fluire di una corrente. La necessità di trovare delle conclusioni e delle soluzioni definitiva sembra diminuire.

Un cliente dice: “Le cose sono sicuramente mutevoli, dal momento che io non posso più prevedere il mio comportamento, ora. Era una cosa di cui ero capace qualche tempo fa. Ora non so cosa dirò fra un minuto. E’ proprio un sentimento … sono sorpreso perfino di aver detto queste cose… Vedo continuamente qualcosa di nuovo. E’ un’avventura, ecco cos’è, nell’ignoto… Comincio a goderne ora, sono contento, ora, perfino di tutte quelle vecchie cose negative”.

Comincia ad apprezzare se stesso come un processo fluido, all’inizio nell’ora della terapia, più tardi in tutti i momenti della vita. Non posso fare a meno di ricordare la descrizione fatta da Kierkegaard, dell’individuo che vive realmente: “Una persona che esiste è un costante processo di divenire … e dà a tutto il suo modo di pensare le caratteristiche di un processo … E’ vero per lui quanto è vero per lo stile di uno scrittore. Non è mai qualcosa di compiuto ma qualcosa che trasforma il senso del linguaggio ogni volta che ne fa uso, tanto che l’espressione più comune viene ad assumere, per suo mezzo, la freschezza di una nascita nuova”.

Mi pare non ci sia modo migliore per far comprendere la direzione che il cliente sceglie: l’essere un processo di potenzialità sempre nuovo, invece di essere o divenire qualche cosa di predeterminato.


 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007