Al
di là delle apparenze
Osservo
prima di tutto che il cliente mostra una tendenza caratteristica ad
allontanarsi, sia pure con timore ed esitazione, da un sé
che non è reale. In altre parole, anche se non sa
esattamente dove si dirige, si rende conto di allontanarsi da qualche
cosa. E naturalmente, ciò facendo, comincia a definire,
anche se in modo negativo, quello che é.
All’inizio
può esprimere questo fatto limitandosi ad avere paura di
mostrare quello che è realmente. Così un ragazzo
di diciotto anni dice, nel corso di un primo colloquio: “so
che non sono così straordinario e ho paura che se ne
accorgano: è per questo che faccio queste cose. Si
accorgeranno un giorno che non sono così. Sto appunto
tentando di differire quel giorno il più
possibile… Se voi mi conosceste come io mi
conosco… (pausa)… Non vi parlerò della
persona che penso veramente di essere. Non gioverebbe alla vostra
opinione su di me…C’è un solo argomento
su cui non vorrei collaborare con voi, ed è
questo”.
Risulterà
chiaro che la stessa espressione di questa paura è parte del
diventare ciò che si è. Invece di apparire
semplicemente in un certo modo, egli comincia e essere se stesso,
cioè una persona spaventata, che si nasconde dietro
apparenze, perché si considera troppo spaventoso per essere
visto.
Al di là del “dover essere”
Un’altra tendenza di questo tipo sembra evidente nel fatto
che il cliente tende ad abbandonare il modello coartante di
ciò che “dovrebbe essere”.
Alcuni
soggetti hanno assorbito così profondamente dai loro
genitori il concetto “io dovrei essere buono” o
“io devo essere buono” che, soltanto con un
grandissimo turbamento interiore, possono ammettere di allontanarsi da
una tale meta. Così una giovane donna nel descrivere il suo
rapporto poco soddisfacente col padre, dice per prima cosa quanto
desidera il suo affetto. “Credo che fra tutti i sentimenti
verso mio padre quello che veramente era più importante
fosse l’avere buoni rapporti con lui… Volevo tanto
che lui si interessasse a me, e tuttavia non mi sembrava di ottenere
ciò che realmente volevo”. Ella avvertiva sempre
di dover soddisfare tutte le sue richieste e tutte le sue attese e
ciò era “… proprio troppo.
Perché, appena ne soddisfo una, ce n’è
un’altra e poi un’altra, e poi un’altra
ancora e mai le soddisfo veramente. E’ una sorta di domanda
senza fine”. Ella sente di essere stata, come sua madre,
sempre sottomessa e condiscendente, cercando continuamente di
compiacere le sue richieste. “E in realtà non
volevo essere così. Trovo che non è una maniera
positiva di essere, ma penso di aver ritenuto che solo così
potevo essere considerata e amata. E tuttavia chi vorrebbe amare un
tipo di persona così insipida?” Alla risposta del
terapeuta “… chi potrebbe amare veramente un
fantoccio?”, ella continua “io, almeno, non vorrei
essere amata da una persona capace di amare un fantoccio”.
Sebbene
queste parole non esprimano nulla del sé verso cui ella
può dirigersi, la noia e la rabbia, presenti nella sua voce
e nelle sue affermazioni, fanno comprendere che si sta staccando da un
sé che “deve essere buono”, che
“deve essere sottomesso”.
Un
numero notevole di soggetti trova di essere stato spinto a considerarsi
cattivo, ed è da questa concezione di sé che
sente di allontanarsi. Un giovane mostra molto chiaramente un tale
sentimento quando dice: “Non so come ebbi questa impressione,
che vergognarmi di me stesso fosse il modo più opportuno di
sentire… Che vergognarmi di me fosse il modo in cui io
dovevo sentire. Se sei qualcosa che è molto disapprovato, il
solo modo in cui puoi avere un po’ di rispetto di te
è vergognarti di quella parte di te che non è
approvata… ma ora rifuggo fermamente dal vedere le cose da
vecchio punto di vista. Avevo quasi la convinzione che mi si dicesse:
… l’unica cosa che puoi fare è
vergognarti di te, non c’è altra
scelta… E l’ho accettata per moltissimo tempo
dicendo. D’accordo, non c’è scelta!
– Ma ora mi levo contro questo qualcuno e dico: - Non mi
interessa quello che dici, io non mi sento di vergognarmi di
me!” E’ chiaro che il giovane di cui parliamo sta
abbandonando, in tal modo, il concetto di un sé cattivo e
degno di biasimo.
Al di là delle attese degli altri
Altri clienti si accorgono di allontanarsi da ciò che la
loro cultura richiede. Nella nostra attuale cultura industriale, per
esempio, come White ha acutamente puntualizzato nel suo recente libro,
ci sono enormi pressioni ad assumere le caratteristiche dell’
“uomo dell’organizzazione”. Solo per
questa strada l’uomo diventerebbe in pieno un membro del
gruppo, subordinerebbe la sua individualità
all’adattamento ai bisogni del gruppo, diventerebbe
“l’uomo ben rodato che può trattare con
uomini ben rodati”.
In
uno studio completo e accurato sui valori degli studenti americani
Iacob espone i risultati ottenuti dicendo:
“L’effetto principale dell’educazione
superiore sui valori degli studenti è quello di condurre a
un’accettazione generale di un insieme di modelli e di
atteggiamenti caratteristici delle donne e degli uomini educati dai
‘college’, nella comunità americana. Lo
sforzo maggiore che viene fatto nei ‘college’
è volto a socializzare l’individuo, a rifinire,
civilizzare o foggiare i suoi valori in modo che egli possa riuscire ad
appartenere comodamente alla classe degli alunni di ‘college
americano’.
Ora,
quando i clienti sono veramente liberi di scegliere il comportamento
che preferiscono, tendono a ribellarsi, e a porre in discussione la
pretesa dell’organizzazione del ‘college’
o della cultura, di modellarsi secondo una forma prestabilita. Uno dei
miei clienti dice, ad esempio, con molto calore: “Ho cercato
tanto di vivere secondo ciò che aveva significato per
l’altra gente, e che certo non aveva alcun senso per me
… Eppure, in certi momenti, mi sono sentito ben
migliore…”. In lui, come in altri, si manifesta la
tendenza ad abbandonare un modo di essere modellato sulle aspettative
degli altri.
A l di là del piacere degli altri
Molti soggetti hanno modellato se stessi sforzandosi di piacere agli
altri ma, ancora una volta, dal momento in cui sono veramente liberi,
abbandonano un tale modo di essere. Così un professionista,
riconsiderando una fase della sua evoluzione, scrive, verso la fine
della terapia: “Finalmente ho sentito di dover fare
semplicemente quello che voglio fare, non quello che penso di dover
fare; e senza curarmi di ciò che gli altri pensano che io
debba fare. E’ un capovolgimento totale della mia vita. Ho
sempre pensato di dover fare le cose perché così
ci si aspettava da me, o ancora di più, per rendere la gente
come me. Al diavolo! Penso che d’ora innanzi sarò
solamente me stesso, ricco o povero, buono o cattivo, razionale o
irrazionale, logico o illogico, famoso o ignorato”.
Si
può così concludere che, sia pure in modo
negativo, i clienti definiscono il loro scopo, il loro intento,
scoprendo, nella libertà e nella sicurezza di una relazione
comprensiva, alcune delle direzioni che non desiderano seguire.
Preferiscono non nascondere se stessi e i propri sentimenti a se stessi
e neppure a qualche persona significativa. Non desiderano essere
ciò che “dovrebbero” essere, sia che
questo imperativo venga posto dai genitori o dalla cultura, sia che
venga definito positivamente o negativamente. Non desiderano modellare
sé e il proprio comportamento in una certa forma solamente
per piacere agli altri. Non vogliono, in altre parole, scegliere di
essere qualcosa di artificiale, di imposto, di definito
dall’esterno. Si rendono conto, anche se hanno vissuto sino a
quel momento in modo diverso, di non dare realmente importanza a tali
modi di essere.
Sentire di potersi dirigere da soli
Ma che cosa è implicato, positivamente,
nell’esperienza di questi clienti? Tenterò di
descrivere alcuni degli aspetti più comuni della direzione
prescelta. Innanzi tutto, il cliente si muove verso la propria
autonomia. Con questo voglio dire che, gradualmente, lui stesso sceglie
le mete verso cui vuole dirigersi. Diventa responsabile di
sé. Decide quali attività e quali modelli di
comportamento hanno significato per lui, e quali non ne hanno. Penso
che questa tendenza verso l’autodirezione sia ampiamente
illustrata negli esempi che ho dato. Non vorrei far pensare che i miei
clienti si muovano gioiosamente e senza difficoltà in questa
direzione. No davvero. La libertà di essere se stessi
è una libertà spaventosamente responsabile, e un
individuo va incontro a essa con timore, con cautela e,
all’inizio, con pochissima fiducia.
Non
vorrei far pensare che facciano sempre una buona scelta. Dirigersi da
sé, responsabilmente, vuol dire scegliere e poi imparare
dall’esperienza fatta. Così i clienti trovano che
è un tipo di esperienza frustrante ma entusiasmante. Uno di
essi ad esempio, dice: “Mi sento spaventato e vulnerabile, e
privo di qualsiasi appoggio, ma sento anche una specie di rinascita, o
di forza, o di vigore in me”. E’ questo tipo di
reazione che il cliente ha frequentemente quando prende su di
sé la responsabilità di dirigere la propria vita
e il proprio comportamento.
Sentire di essere in un processo
La seconda osservazione è difficile da fare,
poiché non disponiamo di parole adatte per esprimerla.
Sembra che i clienti giungano a essere, in modo più aperto,
un processo continuo, che fluisce e muta continuamente. Non sono
turbati di accorgersi che non sono più gli stessi da un
giorno all’altro, che non provano sempre gli stessi
sentimenti nei confronti di una data esperienza o di una data persona e
che non sono sempre coerenti. Evolvono e sono contenti soprattutto di
continuare a vivere nel fluire di una corrente. La necessità
di trovare delle conclusioni e delle soluzioni definitiva sembra
diminuire.
Un
cliente dice: “Le cose sono sicuramente mutevoli, dal momento
che io non posso più prevedere il mio comportamento, ora.
Era una cosa di cui ero capace qualche tempo fa. Ora non so cosa
dirò fra un minuto. E’ proprio un sentimento
… sono sorpreso perfino di aver detto queste
cose… Vedo continuamente qualcosa di nuovo. E’
un’avventura, ecco cos’è,
nell’ignoto… Comincio a goderne ora, sono
contento, ora, perfino di tutte quelle vecchie cose negative”.
Comincia
ad apprezzare se stesso come un processo fluido, all’inizio
nell’ora della terapia, più tardi in tutti i
momenti della vita. Non posso fare a meno di ricordare la descrizione
fatta da Kierkegaard, dell’individuo che vive realmente:
“Una persona che esiste è un costante processo di
divenire … e dà a tutto il suo modo di pensare le
caratteristiche di un processo … E’ vero per lui
quanto è vero per lo stile di uno scrittore. Non
è mai qualcosa di compiuto ma qualcosa che trasforma il
senso del linguaggio ogni volta che ne fa uso, tanto che
l’espressione più comune viene ad assumere, per
suo mezzo, la freschezza di una nascita nuova”.
Mi
pare non ci sia modo migliore per far comprendere la direzione che il
cliente sceglie: l’essere un processo di
potenzialità sempre nuovo, invece di essere o divenire
qualche cosa di predeterminato.