Dalla
materia alla vita
L’inizio
del sistema solare e la formazione della Terra si fa
risalire a circa 4,5-5 miliardi di anni fa. Durante il primo miliardo
di anni che seguì, si costituirono progressivamente le
condizioni per la comparsa della vita. La sfera infuocata di lava fusa
era grande abbastanza per trattenere un’atmosfera e conteneva
gli elementi chimici fondamentali per l’apparizione della
vita. Inoltre la Terra si trovava alla distanza conveniente dal Sole,
abbastanza lontana perché potesse iniziare il processo di
raffreddamento e condensazione e tuttavia abbastanza vicina
perché i gas non rimanessero congelati. Dopo 500.000 anni di
raffreddamento graduale, il vapore che riempiva l’atmosfera
condensò, così che per migliaia di anni caddero
piogge torrenziali sulla Terra, piogge che formarono oceani poco
profondi. Durante il periodo di raffreddamento, il carbonio,
l’elemento chimico fondamentale della vita, si
combinò rapidamente con idrogeno, ossigeno, azoto, zolfo e
fosforo per generare una immensa varietà di composti
chimici. Questi sei elementi sono oggi i costituenti chimici principali
di tutti gli organismi viventi.
Le
ipotesi più recenti sull’origine della vita non
postulano più eventi improvvisi particolari, come un fulmine
di una potenza indescrivibile, o l’inseminazione da parte di
macromolecole portate da meteoriti. La ricerca recente sui sistemi
auto-organizzantesi considera che l’ambiente che si era
costituito sulla Terra in quei tempi lontani abbia favorito la
formazione di molecole complesse, alcune delle quali divennero i
catalizzatori di una serie di reazioni chimiche che portarono
progressivamente alla formazione di strutture dissipative. Si tratta di
concetti complessi che non ci interessa esplorare qui, anche se
conoscerli è importante per rendersi conti degli sviluppi
sorprendenti delle nuove scienze a cui ci siamo riferiti in generale
come Teoria Evoluzionistica dei Sistemi. In questo caso si tratta dei
sistemi viventi. La nozione di “strutture
dissipative” si deve al chimico e fisico russo Ilya
Prigogine, premio Nobel. Si tratta della più autorevole
descrizione approfondita sui sistemi auto-organizzantesi, e
l’auto-organizzazione è il concetto centrale della
visione sistemica della vita. Il fenomeno
dell’auto-organizzazione nei sistemi viventi fu studiato da
molti ricercatori di diversi paesi, oltre a Prigogine: James Lovelock.
Lynn Margulis, Humberto Maturana e Francisco Varela, per citarne
alcuni. Prigogine sviluppò la termodinamica non lineare per
descrivere il fenomeno dell’auto-organizzazione in sistemi
aperti lontani dall’equilibrio, dove, come indica la nozione
di “struttura dissipativa” esistono
contemporaneamente sia la struttura e l’ordine da una parte,
sia la “dissipazione” dell’energia,
sprechi e perdite, dall’altra. Nella termodinamica classica,
come abbiamo visto (cf. brano La grande Catena dell’essere),
la dissipazione dell’energia sotto forma di trasmissione di
calore, attrito, ecc. era sempre associata a una perdita.
Prigogine
con il concetto di strutture dissipative mostrò che nei
sistemi aperti (in cui cioè c’è un
flusso costante di materia ed energia che attraversa il sistema; gli
organismi viventi sono sistemi aperti lontani
dall’equilibrio) la dissipazione diventa una fonte di ordine.
Le strutture dissipative possono evolversi: quando cresce il flusso di
energia e di materia che le attraversa esse possono passare per nuove
fasi di instabilità e trasformarsi in nuove strutture di
maggior complessità.
Le
prime cellule, strutture dissipative auto-organizzantesi con membrana,
apparvero circa 3,5 miliardi di anni fa. Erano i batteri (procarioti)
Malgrado la precarietà delle condizioni di vita in un
ambiente primordiale che cambiava continuamente, soggetto a catastrofi
di tutti i tipi, tuttavia i batteri resistettero e si moltiplicarono
prima nell’acqua e poi sul terreno. Una delle prime
attività dei batteri fu la fermentazione, cioè la
decomposizione di zuccheri per creare l’energia necessaria a
tutti i processi cellulari. Questo procedimento permise ai batteri di
vivere delle sostanze chimiche presenti nella terra e
nell’acqua. Alcuni di questi batteri svilupparono
un’altra capacità di grandissima importanza:
assorbire azoto dall’aria e trasformarlo in vari composti
organici. L’azoto è un componente delle proteine
presenti in ogni cellula e tutti gli organismi viventi anche oggi
dipendono per sopravvivere dai batteri che fissano l’azoto.
I
batteri inventarono anche la fotosintesi che divenne allora la fonte
primaria di energia a per la vita. La fotosintesi praticata dai batteri
era molto diversa da quella dei vegetali attuali. Tutte queste
strategie di sopravvivenza permisero ai batteri, non solo di vivere ed
evolversi, ma anche di iniziare a modificare l’ambiente,
mantenendo, attraverso i loro processi di regolazione, le condizioni
adatte allo sviluppo della vita. I batteri si riproducono in modo
asessuale, scambiandosi continuamente geni con i loro vicini. Come
affermano Margulis e Sagan, nel loro libro Microcosmo, mentre gli
esseri umani si trasmettono i geni in modo
“verticale” da una generazione all’altra,
le cellule batteriche lo fanno “orizzontalmente”
tra vicini di una stessa generazione. Essi sono praticamente immortali
da un punto di vista funzionale. Mentre per noi il sesso si coniuga
inevitabilmente alla morte. Insomma i batteri furono veramente gli
indispensabili pilastri e custodi della vita nascente.
Un
nuovo tipo di batteri inventò a un certo punto una nuova
fotosintesi che era capace di estrarre l’idrogeno
dall’acqua (estrarlo dall’aria, come facevano i
batteri che avevano introdotto la fotosintesi usata ancora oggi dai
vegetali, non era sufficiente), rilasciando ossigeno
nell’aria. Questo ossigeno però divenne a un certo
punto eccessivo. L’inquinamento da ossigeno produsse, circa 2
miliardi di anni fa, una catastrofe senza precedente e
l’intera trama batterica dovette riorganizzarsi per poter
sopravvivere.
La
crisi dell’ossigeno innestò un processo evolutivo
che portò all’apparizione dei cianobatteri che
utilizzavano proprio l’ossigeno, la sostanza dannosa. Ma
come? Attraverso la respirazione aerobica, che utilizza
l’ossigeno. La vita fu per sempre modificata e
così l’ambiente in cui evolversi. La
quantità di ossigeno libero nell’atmosfera si
stabilizzò al 21 per cento. Se questo valore scendesse sotto
il 15 per cento niente brucerebbe e gli organismi non potrebbero
respirare e morirebbero. Sopra il 25 per cento tutto brucerebbe. La
combustione sarebbe spontanea e le fiamme divorerebbero la Terra. Da
milioni di anni Gaia, l’ambiente dei procarioti, mantiene
l’ossigeno nell’atmosfera alla quantità
ideale per la vita delle piante e degli animali.
Per
passare a forme superiori di vita fu necessaria la comparsa di un nuovo
procedimento: la simbiosi. Questo avvenne circa 2,2 miliardi di anni or
sono e portò all’evoluzione di cellule nucleate
(eucarioti) , che sono i componenti di tutte le piante e di tutti gli
animali. Queste cellule sono più grandi e più
complesse rispetto ai batteri: la quantità di DNA che si
trova nelle cellule nucleate è centinaia di volte superiore
a quella che si trova nei batteri. L’ipotesi che viene fatta
per spiegare la comparsa degli eucarioti, è che essa sia
dovuta appunto al fenomeno della simbiosi: organismi separati si
sarebbero amalgamati creando nuovi insiemi, con la caratteristica di
tutti gli oloni: che il nuovo olone era qualcosa di più
della somma delle parti.
Nella
cellula nucleata ci sono i mitocondri e altri organuli che sono
organismi distinti. Secondo l’ipotesi citata, essi avrebbero
potuto essere all’origine dei batteri che avrebbero
progressivamente imparato a cooperare con le cellule ospitanti. Grazie
alle relazioni simbiotiche con i batteri, le cellule nucleate
ricevettero la possibilità di muoversi: il fluido cellulare
scorre in modo coerente e l’intera cellula può
espandersi, contrarsi e muoversi rapidamente come un tutto.
L’ipotesi
della simbiogenesi ( cioè l’ipotesi della
creazione di nuove forme di vita attraverso la fusione di specie
diverse) ha solo trent’anni. Essa spiega in modo convincente
l’importanza dei vantaggi combinati delle relazioni
simbiotiche che permettevano alle nuove forme di vita di utilizzare
più volte diverse combinazioni di biotecnologie
specializzate e già collaudate dai batteri, come
l’uso efficiente della luce solare e dell’ossigeno
nonché il movimento Questo rese possibile la migrazione in
molti ambienti diversi e l’evoluzione nelle piante e negli
animali prima nell’acqua e poi sulla terraferma.
Piante
ed animali
I
primi animali si evolvettero circa 700 milioni di anni or sono, mentre
troviamo i primi vegetali intorno ai 500 milioni di anni fa. Entrambi
iniziarono la loro evoluzione nell’acqua e raggiunsero la
terraferma circa 400-450 milioni di anni fa, prima i vegetali e dopo
milioni di anni gli animali. Sia i vegetali che gli animali sono
organismi pluricellulari di enormi dimensioni, ma rispetto a quelle
vegetali, le cellule animali sono fortemente specializzate e
strettamente connesse tra di loro da un gran numero di legami
complessi. La coordinazione e l’interconnessione delle
cellule furono intensificate notevolmente dalla comparsa precoce di
sistemi nervosi. L’evoluzione di piccoli cervelli animali
viene fatta risalire a 620 milioni di anni fa.
I
progenitori delle piante assomigliavano alle alghe che vivevano in
acque poco profonde e illuminate dal sole. Il loro habitat
però a volte si prosciugava e alla fine alcune alghe
trovarono il modo di sopravvivere trasformandosi in piante.
All’inizio quelle piante erano simili a muschi, non avevano
né fusti né foglie, ma con la produzione di un
nuovo materiale nelle pareti delle cellule, la lignina, fu possibile
sviluppare fusti e rami, oltre che i sistemi vascolari per assorbire
acqua dalle radici. Per resistere alla siccità che era una
minaccia costante nel nuovo ambiente terrestre, le piante racchiusero i
propri embrioni in semi che li proteggessero mentre aspettavano di
trovare le appropriate condizioni di umidità per svilupparsi.
Durante
un periodo che va dai 350 ai 250 milioni di anni fa, mentre i primi
animali terrestri, cioè gli anfibi, si evolvevano in rettili
e dinosauri, lussureggianti foreste tropicali di “felci con
semi” ricoprirono estese regioni del pianeta. Quando, circa
200 milioni di anni fa si formarono i ghiacciai su molti continenti, le
felci con semi furono soppiantate da conifere sempreverdi che potevano
resistere al freddo. Circa 125 milioni di anni fa apparvero le prima
piante con fiori, i cui semi erano racchiusi in frutti. Fin
dall’inizio queste piante coevolvettero con animali che si
cibavano dei loro frutti e disseminavano in cambio i semi non digeriti.
I
primi animali si svilupparono nell’acqua da masse globulari e
vermiformi di cellule. Il passaggio sulla terraferma fu un processo di
adattamento molto complesso e di grandissima portata. C’era
il problema della disidratazione, la quantità molto
superiore di ossigeno gassoso nell’atmosfera che richiedeva
organi di respirazione diversi, la luce solare non filtrata che rendeva
necessari vari rivestimenti esterni, e poi per sopportare la forza di
gravità in assenza della spinta idrostatica c’era
bisogno di ossa e muscoli più forti.
Per
facilitare questo passaggio dagli oceani alle nuove condizioni
ambientali, gli animali ricorsero a un espediente molto ingegnoso:
mantennero lo stesso ambiente acquoso per la loro prole.
L’utero animale riproduce ancora oggi
l’acquosità, la spinta idrostatica e la
salinità dell’acqua originaria. Anche le
concentrazioni saline nel sangue e in altri fluidi corporei dei
mammiferi, come il sudore e le lacrime, sono assai simili a quelle
dell’oceano. Di quell’oceano che è stato
la nostra prima culla e che abbiamo abbandonato circa 400 milioni di
anni fa, continuando a portarlo dentro di noi.
Un
altro problema per il mantenimento della vita sulla terraferma era
quello relativo alla regolazione del calcio, che ha un ruolo molto
importante nel metabolismo delle cellule nucleate (eucarioti), i
componenti fondamentali di tutte le piante e di tutti gli animali. Si
richiedevano delle innovazioni creative. Infatti per mantenere
efficiente il metabolismo delle cellule le quantità di
calcio devono essere mantenute a dei valori precisi, molto inferiori a
quelli presenti nell’acqua di mare. Così gli
animali cominciarono ad accumulare il calcio in eccesso attorno e
dentro i propri corpi, trasformandolo in gusci, conchiglie e scheletri.
Gli
anfibi - rane, rospi, salamandre e tritoni - costituiscono
l’anello di congiunzione evolutiva tra gli animali acquatici
e terrestri. Anche i primi insetti raggiunsero la terraferma nello
stesso periodo degli anfibi, cioè circa 400 milioni di anni
or sono. Dopo il loro arrivo sulla terra, per un periodo di 150 milioni
di anni, gli anfibi si evolvettero in rettili. I rettili, come
avrebbero fatto anche i mammiferi, conservarono nelle loro grandi uova
l’ambiente marino da cui provenivano, garantendo alla prole
un luogo confortevole in cui formarsi e crescere. A
quell’epoca, quando apparvero i rettili (250 milioni di anni
fa) la terra era ricoperta di lussureggianti foreste tropicali.
Oltre
alle piante e agli animali, anche un altro tipo di organismo
pluricellulare aveva raggiunto la riva, i funghi che, pur somigliando
alle piante, sono invece completamente diversi e costituiscono un
“regno” a parte. Essi comparvero più o
meno 300 milioni di anni fa e coevolvettero con le piante,
poiché queste ultime dipendono per l’assorbimento
dell’azoto da un minuscolo fungo che sta nelle loro radici.
Che i funghi siano visibili o nascosti, essi sono assolutamente
essenziali per l’esistenza delle foreste.
Dopo
trenta milioni di anni dalla comparsa dei rettili, da una loro linea di
discendenza si svilupparono i dinosauri. Come tutti i rettili, essi
deponevano uova, molti di essi si dotarono di ali finché,
150 milioni di anni fa, si evolvettero in uccelli. Circa 70 milioni di
anni fa i dinosauri e molte altre specie si estinsero di colpo. Si
pensa che la causa possa essere stata una catastrofe provocata
dall’impatto di un meteorite gigantesco di circa undici
chilometri di diametro. L’esplosione generò
un’enorme nuvola di polvere che fece da schermo alla luce e
al calore solare per un lungo periodo, la meteorologia del pianeta
cambiò e i dinosauri non sopravvissero.
Dai
rettili si evolvette, circa 200 milioni di anni fa, un vertebrato a
sangue caldo, le cui femmine non racchiudevano più gli
embrioni nelle uova, ma li nutrivano all’interno del loro
corpo. I piccoli nascevano inermi e bisognosi di cure e di nutrimento
ed erano le madri a occuparsene finché non diventavano
autosufficienti. Queste caratteristiche che includevano anche
l’allattamento, sono all’origine del nome dato agli
animali di questa classe: i mammiferi. I primi mammiferi erano piccole
creature notturne. A differenza dei rettili, svilupparono la
capacità di mantenere il calore dei propri corpi a un
livello abbastanza costante indipendentemente dalle condizioni
ambientali, inoltre una parte delle loro cellule epidermiche si
trasformò in pelo, fornendo un ulteriore isolamento termico
che permise loro di migrare nelle zone con clima freddo.
Le
proscimmie, che sono i primati più antichi, si evolvettero
circa 65 milioni di anni fa da mammiferi notturni che vivevano sugli
alberi, si cibavano di insetti e assomigliavano agli scoiattoli. I
primati erano in gran parte insettivori o vegetariani e si cibavano di
noci, frutti e piante. A volte quando non trovavano più cibi
sufficiente sugli alberi, essi scendevano a terra e assumevano una
posizione eretta per qualche momento, per poi tornare alla posizione
iniziale, come fanno ancora oggi i babbuini. Ma questa
capacità di poter rimanere in posizione eretta anche per
poco tempo rappresentò un forte vantaggio selettivo,
poiché quella posizione liberava le mani per raccogliere
cibo, gettare pietre o afferrare bastoni per difendersi.
A
poco a poco i piedi si appiattirono, l’abilità
manuale si accrebbe e l’utilizzo di strumenti primitivi e di
armi stimolò la crescita del cervello. Da alcune proscimmie
si evolvettero le scimmie e le scimmie antropomorfe. La linea evolutiva
delle scimmie si biforcò da quella delle proscimmie circa 35
milioni di anni fa. E circa 20 milioni di anni fa la linea delle
scimmie antropomorfe (o pongidi) si distaccò da quella delle
scimmie. E solo dopo altri 10 milioni di anni comparvero i nostri
antenati più prossimi, le grandi scimmie antropomorfe, come
orangutan, scimpanzé e gorilla.
Il
cervello delle grandi scimmie antropomorfe è molto
più complesso di quello delle altre scimmie ed essi
possiedono perciò un’intelligenza molto superiore.
Fu
nell’Africa tropicale, all’incirca 4 milioni di
anni fa, che da una scimmia appartenente al genere degli
scimpanzé si evolvette una scimmia antropomorfa dotata di
stazione eretta. Questa specie, estintasi un milione di anni dopo, era
assai simile agli altri grandi pongidi, ma poiché si reggeva
eretta sugli arti posteriori fu classificata come
“ominide”.
Gli
esseri umani
Le
scimmie antropomorfe dotate di stazione eretta e andatura bipede,
chiamate Australopithecus, fecero la loro comparsa 4 milioni di anni
fa. Il nome che significa “scimmia australe” allude
alle prime scoperte di resti fossili avvenute nell’Africa del
Sud.
La
specie più antica è l’ Australopithecus
Afarensis, dal nome della regione etiopica di Afar, dove sono stati
trovati degli importanti fossili, compreso il famoso scheletro di una
femmina che i paleontologi denominarono “Lucy”,
risalente a 3,2 milioni di anni fa. Si trattava di primati di
corporatura esile, alti forse 140 centimetri e con
un’intelligenza pari a quella degli attuali
scimpanzé. Dai 4 ai 3 milioni di anni fa si ebbe una
stabilità genetica degli australopitecini.
In
seguito questa prima specie si evolvette in specie più
robuste. Esse comprendevano due specie primitive del genere Homo (Homo
habilis e Homo erectus) che coesistettero in Africa con gli
australopitecini per molte migliaia di anni finché questi
non si estinsero, circa 1,4 milioni di anni fa.
Una
differenza fondamentale tra i primati e gli esseri umani consiste nel
fatto che i neonati umani hanno bisogno di un tempo molto
più lungo per raggiungere la fanciullezza (e poi la
pubertà e la maturità) di quanto non sia
necessario a qualsiasi scimmia antropomorfa. I neonati sono del tutto
inermi e non formati completamente, hanno bisogno di anni di cure,
protezione, sostentamento e attenzione. I neonati umani, se confrontati
con i piccoli di altri mammiferi, sembrano nati prematuramente. E
questa osservazione è alla base di una ipotesi ampiamente
accettata (Margulis e Sagan) secondo cui sarebbero stati i parti
prematuri di alcune scimmie a innestare l’evoluzione umana.
A
causa di mutamente genetici nei tempi dello sviluppo, le scimmie
antropomorfe nate prematuramente avrebbero potuto conservare i loro
tratti infantili più a lungo delle altre. Coppie di
individui con quelle caratteristiche avrebbero potuto generare neonati
ancora più prematuri, che avrebbero conservato a loro volta
tratti ancora più infantili. Avrebbe avuto inizio allora un
andamento evolutivo da cui, alla fine, è emersa una specie
completamente priva di peli. Questa ipotesi attribuisce una grande
importanza alla fragilità dei piccoli nati prematuramente
nella transizione dalle scimmie antropomorfe agli esseri umani. Questi
neonati bisognosi di cure hanno richiesto la formazione di famiglie che
potessero proteggerli, e queste famiglie hanno probabilmente formato
comunità, tribù nomadi, villaggi che costituirono
le basi per lo svilupparsi della civiltà umana (si tratta
sempre di olarchie che nei Quadranti di Wilber costituiscono il
Basso/Destra, cioè l’aspetto collettivo oggettivo,
esterno dell’olone).
Secondo
l’antropologa Helen Fisher (citata da Elisabeth Badinter nel
suo libro L’uno e l’Altra) la posizione eretta
provocò la ristrutturazione del bacino con conseguente
accorciamento del diametro del canale genitale che rese i parti
difficili e mortali per molte femmine. Attraverso la selezione naturale
fecero la loro comparsa nuovi caratteri genetici. Le femmine
partorivano prematuramente i figli, il cui cranio era più
piccolo e quindi poteva più facilmente passare nel canale
genitale. Ma questa prematurità implicava un impegno
maggiore delle madri per mesi e anni. Dovevano portarsi appresso il
bambino e così facevano più fatica a catturare
piccoli animali e a raccogliere frutti e bacche. Era necessario
concludere un contratto con i maschi, ci si avvia progressivamente
verso le prime famiglie.
La
selezione naturale favorì le specie che copulavano durante
la maggior parte del loro ciclo mensile. Le femmine cominciarono a
perdere il loro estro. La ricettività sessuale permanente e
la copula frontale, poiché con la ristrutturazione dello
scheletro avvenuta dopo l’assunzione della posizione eretta,
anche la vagina aveva ruotato verso il davanti, permisero, sempre
secondo la Fisher, il progressivo instaurarsi della relazione tra
maschio e femmina e dell’amore.
Ma
riprendiamo il filo che ci porta dagli australopiticini ai loro primi
discendenti umani che apparvero in Africa Orientale circa 2 milioni di
anni fa. Presentavano un grande aumento del volume encefalico, grazie
al quale svilupparono una capacità di costruire utensili che
nessun antenato pongide aveva avuto. Si tratta dell’Homo
habilis, che si era evoluto verso 1,6 milioni di anni fa
nell’Homo erectus, una specie più grande e robusta
e il cui cervello si era accresciuto ulteriormente. Si pensa che questi
antichi nostri progenitori fossero riusciti a controllare il fuoco 1,4
milioni di anni fa circa.
L’Homo
erectus fu la prima specie a lasciare i tropici africani e a migrare in
Asia, Indonesia ed Europa, insediandosi in Asia circa 1 milione di anni
fa e in Europa 700.000 anni fa. Questi primi esseri umani dovettero
sopportare lontano dall’Africa natia, delle condizioni
climatiche avverse che avrebbero avuto un impatto
sull’evoluzione successiva. Infatti tutto il periodo
dell’evoluzione propriamente umana, dalla comparsa
dell’Homo habilis alla rivoluzione agricola del Neolitico di
circa 1,5 milioni di anni dopo, avviene durante l’epoca delle
glaciazioni.
Durante
i periodi più freddi, gran parte dell’Europa,
dell’America e dell’Asia erano coperte di ghiaccio.
Nelle epoche in cui il clima era più mite, si verificavano
tremende inondazioni, provocate dallo scioglimento dei ghiacciai. Molte
specie tropicali si estinsero e furono sostituite da altre
più robuste e coperte da folti mantelli di pelo, come il bue
muschiato, il mammut, il bisonte. I primi uomini davano la caccia a
questi animali con punte di lancia e asce di pietra, mangiavano le loro
carni attorno al fuoco nelle loro caverne e si proteggevano dal freddo
con le loro pellicce. Cacciavano insieme e si spartivano il cibo. E la
spartizione del cibo contribuì anch’essa a
promuovere lo sviluppo della cultura e della civiltà, fino a
portare all’espressione della dimensione spirituale e
artistica proprie dell’essere umano.
L’Homo
sapiens si evolve dall’Homo erectus tra 400.000 e 250.000
anni fa. L’Homo sapiens è la specie a cui noi
apparteniamo. L’evoluzione fu graduale e durante 150.000 anni
diede vita a molte specie di transizione, cui viene dato il nome
generico di Homo sapiens arcaico. L’homo erectus 250.000 anni
fa era ormai estinto. La transizione a Homo sapiens si
completò circa 100.000 anni fa in Africa e in Asia e 35.000
anni fa in Europa.
Mentre
avveniva la graduale evoluzione dell’Homo erectus in Homo
Sapiens, in Europa avvenne il distacco di un ceppo distinto da cui si
evolvette, circa 125.000 anni fa, l’uomo di Neandertal,
così chiamato dalla località in Germania dove
furono trovati i primi esemplari. Si estinse 35.000 anni fa. Aveva una
corporatura tozza e massiccia, con ossa grosse, mascelle possenti,
denti anteriori lunghi e sporgenti. Si stabilì in Europa e
nel Vicino Oriente lasciando tracce di sepolture rituali in caverne
decorate con veri simboli legati agli animali cui dava la caccia.
Dopo
l’estinzione dell’uomo di Neandertal, rimane
soltanto l’Homo Sapiens come specie umana vivente. Questa
specie si evolvette in Europa in una sottospecie nota con il nome di
Cro-Magnon, che è il nome di una caverna al Sud della
Francia. Ad essa appartengono tutti gli esseri umani attuali. I
Cro-Magnon erano identici a noi, avevano un linguaggio sviluppato e
produssero una incredibile quantità di innovazioni
tecnologiche e di creazioni artistiche. Di essi ci sono rimasti
utensili di pietra e di osso finemente lavorati, gioielli fatti di
conchiglie e di avorio, magnifiche pitture sulle pareti delle caverne,
a testimoniare la cultura raffinata di questi nostri diretti antenati
paleolitici.
Nel
1994 fu scoperta la caverna di Chauvet nel distretto di
Ardèche, nel sud della Francia. I paleontologi rimasero a
bocca aperta: la grotta è formata da un labirinto di camere
sotterranee ricoperte da più di trecento dipinti di
magnifica fattura ed essi risalgono a 30.000 anni fa. Dunque di molto
anteriori ai famosi dipinti di Lascaux, datati 16.000 anni fa,
considerati fino ad allora dagli studiosi come l’espressione
più alta raggiunta dall’arte Cro-Magnon. Gli
scienziati hanno dovuto rivedere le loro teorie.
Per
dipingere le figure, che rappresentano immagini simboliche di leoni,
mammut e altri animali feroci, sono stati utilizzati ocra, carbone ed
ematite. Vi erano anche molti oggetti rituali, fra cui spicca una
specie di altare su cui era posato un teschio d’orso. E
inoltre una raffigurazione riproduce una figura sciamanica, mezzo uomo
e mezzo bisonte, disegnata nella parte più oscura e
inaccessibile della caverna. Questi dipinti così antichi,
risalenti a un’epoca preistorica, indicano che la
spiritualità e la creatività artistica furono fin
dall’inizio parte integrante dell’evoluzione
dell’essere umano.
Ci
siamo dilungati su questo affascinante viaggio evolutivo che dalle
prime cellule batteriche apparse circa 3,5 miliardi di anni fa, alle
prime cellule nucleate (2,2 miliardi di anni fa), ai primi animali (700
milioni di anni fa), ai primi vegetali (450 milioni di anni fa) fino
alle proscimmie (65 milioni di anni fa), all’Homo habilis (2
milioni di anni fa), all’Homo sapiens (a partire da 400.000
anni fa) e al Cro-Magnon in Europa perché è
importante, a nostro avviso, tenere presente o ricordarsi di tutta la
storia che ci precede. Ci rendiamo allora conto facilmente della
coevoluzione del micro e del macrocosmo, ci è anche
più facile intendere questa immediata e sempre presente
coesistenza dei quattro aspetti dell’olone di cui ci parla
Wilber: interiorità (livello di coscienza individuale e
visioni del mondo collettive) ed esteriorità (condizioni
ambientali, sociali, economiche a livello collettivo, e caratteristiche
delle strutture fisiche e biologiche, dei sistemi nervosi e del
cervello a livello individuale).
Il
cervello uno e trino
La
sequenza olarchica presentata nel Quadrante Alto/Destra (vedi brano La
grande Catena dell’Essere) mostra l’evoluzione
dagli oloni individuali dagli atomi alle cellule, agli organismi
multicellulari, agli animali complessi. Ma anche il cervello si
è evoluto: dal rettile, al mammifero, al primate e
all’essere umano e si tratta di oloni ordinati
gerarchicamente, dal meno complesso al più complesso. A a
ogni tappa evolutiva dei vari strati cerebrali (Alto/Destra)
corrisponde un diverso livello di coscienza (Alto/Sinistra), il
dispiegamento di una diversa visione del mondo e comprensione del mondo
(Basso/Sinistra) nonché lo sviluppo delle strutture per la
sopravvivenza e il sostentamento a livello produttivo, sociale,
economico, tecnologico (Basso/Destra).
Il
neurobiologo Paul MacLean è lo studioso che ha disegnato la
mappa del cervello conosciuto come “uno e trino”.
La parte più antiche che somiglia al gambo di un fungo e
sulla quale poggia il resto del cervello è responsabile
delle reazioni istintive. MacLean lo chiama
“rettiliano” perché è molto
simile strutturalmente al cervello di un rettile. E’ un
cervello molto primitivo che “ha fede in ciò che
dice l’antenato”, ma non sa affrontare le
situazioni nuove perché il suo comportamento è un
riflesso con pochissima autonomia. Contiene l’apparato
essenziale per la regolazione interna, viscerale e ghiandolare, e anche
i centri per mantenersi svegli o dormire.
Sopra
questo cervello ancestrale è collocato il cervello che
abbiamo in comune con gatti e topi, cioè il paleomammifero.
La parte principale di questo secondo strato è il sistema
limbico, un insieme di strutture che generano le emozioni del dolore e
del piacere, essenziali per la sopravvivenza. Se i bisogni di
sopravvivenza vengono frustrati, emergerà la rabbia, la
paura, il dolore, se invece vengono soddisfatti si proverà
piacere. Il sistema limbico umano è strutturato in modo
molto più complesso rispetto a quello dei paleomammiferi, ma
l’organizzazione basica, la chimica ecc., sono molto simili.
Il sistema limbico è collegato grazie a canali di
comunicazione a doppio senso con l’ipotalamo e altri centri
nel gambo cerebrale, implicati nelle sensazioni viscerali e nelle
reazioni emotive, includendo il sesso, la fame, la paura e
l’aggressività.
L’ultimo
strato, il terzo cervello, è la neocorteccia,
dall’aspetto di gheriglio di noce, che conferisce significato
agli eventi della vita. Il fisico austriaco E. Jantsch parla della
sorprendente crescita della neocorteccia come un evento tra i
più drammatici della storia della vita sulla Terra. Con la
neocorteccia appaiono le immagini simboliche, la logica e anche la
matematica. Essa è la sede della mente auto-riflessiva.
MacLean stesso riconosce che ognuno di questi cervelli è un
olone che trascende e include i precedenti, quindi organizzato
gerarchicamente dal meno complesso al più complesso. Questi
cervelli interagiscono secondo il principio dell’influenza
verso il basso e verso l’alto (vedi il principio 5 nel brano
citato).
Questo
cervello ha almeno 35.000 anni, cioè durante questo periodo
non si è più modificato, non vi è
stata alcuna evoluzione a livello biologico. L’Uomo del
Paleolitico, l’ Homo sapiens, somiglia terribilmente a noi. E
allora cosa è avvenuto durante questo periodo di millenni,
che a noi sembra lunghissimo e che non è altro che un breve
attimo per l’evoluzione? Niente più e niente meno
che tutta la Preistoria e tutta la storia
dell’umanità. In effetti quello che è
successo è il passaggio dall’evoluzione biologica
alla evoluzione della noosfera, che si fonda sulla biosfera, ma non
può essere ridotta ad essa. La noosfera, la mente che pensa,
che è consapevole di se stessa contiene la biosfera e la
trascende.
L’olone
inferiore ha preparato le possibilità per
l’evoluzione nell’olone superiore. Queste
possibilità (niente infatti è determinato) si
dispiegano ora nella noosfera, regno del pensiero, dei simboli, della
cultura.
Mente
e repressione
Con
la comparsa dell’Homo Sapiens e della neocorteccia cerebrale
inizia lo sviluppo della storia psicologica e socioculturale
dell’essere umano. E come la fisiosfera e la biosfera anche
la noosfera si è evoluta. Vari stadi di sviluppo
linguistico, politico, economico, sociale, artistico, culturale
emersero progressivamente, incorporando e trascendendo i predecessori.
Come abbiamo visto, però, maggiore differenziazione e
trascendenza implicano la possibilità che la
differenziazione si trasformi in dissociazione e la trascendenza in
repressione. E’ la storia gravida di problemi e sofferenze di
cui si è occupata la psicoanalisi. Quando, per esempio mi
differenzio dall’istinto sessuale biologico, non ne sono
più dominato come gli animali. Sono più libero,
ma anche più libero di dissociarlo e reprimerlo se
interviene un Super-Io che giudica e condanna il sesso. Quando
l’evoluzione produce una nuova differenziazione e quella
differenziazione non è integrata, ne risulta una situazione
patologica.
Ci
sono due modi per affrontare la dissociazione e la repressione. Il modo
utilizzato nelle psicoterapie è “la regressione al
servizio dell’io” come è stata definita
da Freud. Cioè la struttura più elevata
regredisce al livello precedente dove l’integrazione non
è avvenuta, rivive l’episodio e, in un contesto
protetto e benevolo, scioglie il blocco o il trauma, quindi integra
quel livello più o meno inconscio nell’olone
più elevato dell’ego. Si tratta dunque di una
regressione a favore di una più alta integrazione.
L’altro
modo è quello dei Romantici che auspicano un ritorno al
passato tout-court. Poiché confondono differenziazione e
dissociazione, trascendenza e repressione i Romantici quando incontrano
qualche problema di dissociazione, invece di proporre una soluzione per
quel problema, vogliono un ritorno all’indietro della Storia.
Pensiamo alle critiche dei Romantici, per esempio Rousseau o Goethe,
alla società prodotta dalla Rivoluzione Industriale e dal
Razionalismo Illuminista. Analizzando giustamente le repressioni e le
alienazione prodotte dalle macchine, fanno l’elogio del tempo
passato dove si trova il paradiso perduto, del buon selvaggio e delle
società primitive.
I
Romantici di oggi sono quelli che propongono un ritorno alla
tribù dei cacciatori-raccoglitori e l’adorazione
del fallo, oppure il ritorno al Neolitico e ai miti dei Iside e
Demetra, la Dea Madre. Insomma regressione. In realtà ogni
trasformazione evolutiva sia nella storia dell’essere umano
individuale che nella storia dell’umanità
collettiva implica la possibilità del sorgere di patologie.
Più complessa è il livello evolutivo
più numerose possono essere le patologie.
Nell’essere umano che contiene molte livelli di
profondità (la materia, la vita e la mente) qualcosa
può andare storto a ogni livello sia esso fisico, emotivo,
mentale/psichico e anche spirituale, poiché ci sono anche le
patologie spirituali.
Interno
e esterno
Questo
sintetico excursus sull’evoluzione della vita ci ha fornito
informazioni sufficiente per comprendere il senso generale dei vari
livelli verticali presenti nei vari Quadranti. Ci permette inoltre di
riconquistare quella visione d’insieme e
“sistemica” della storia dell’Universo,
dell’Umanità e nostra personale che è
andata smarrita da almeno tre secoli. Ci permette di reintrodurre il
senso, i valori, l’intenzionalità, la
profondità, la qualità nella nostra vita e nel
mondo che ne sono privi, a causa della frammentazione del sapere
specialistico, del riduzionismo scientifico che ha negato
l’interiorità, la profondità, la
coscienza e ha appiattito il mondo considerando valido oggetto di
indagine solo il dato empirico, il
“Ciò”, tralasciando completamente
l’ “Io” e il “Noi”.
Il mondo del “Ciò” e quella che Wilber
chiama flatland, il mondo senza spessore, senza coscienza, senza
Spirito.
Torniamo
adesso ai Quattro Quadranti. Abbiamo visto lo sviluppo delle forme
esteriori dell’ olone individuale che va dalle particelle
subatomiche, all’atomo, alle molecole, alle cellule, agli
organismi, agli organismi neuronali, fino agli organismi neuronali con
il cervello trino. Abbiamo anche visto che c’è lo
sviluppo interiore dell’olone individuale dalla prensione,
alla sensazione, all’impulso, all’immagine, al
simbolo, al concetto, fino a livelli superiori che, utilizzando i
termini della psicologia cognitiva evolutiva, vengono definiti
operazionale concreto e operazionale formale più
l’ultimo livello che Wilber definisce visione logica o
pensiero sintetico.
Gli
ultimi due sono i livelli cognitivi cui in generale è giunta
l’umanità attuale, ma esistono altri livelli che
vanno oltre il “personale” e diventano
“transpersonali”. Lo sviluppo interiore di fatto
equivale allo sviluppo della coscienza, come riconoscono grandi
pensatori e maestri quali Leibniz, Aurobindo Schelling, Whitehead,
Teilhard de Chardin. La coscienza è parte integrante
dell’Universo a ogni livello.
Wilber,
come Tailhard de Chardin, intende in questo caso il termine
“coscienza” nella sua accezione più
generale, come ogni tipo di psichismo, dalle forma più
rudimentali possibili di percezione interiore fino alla consapevolezza
riflessa “del fenomeno umano”. Quello che qui
interessa è mettere in luce che la disputa tra materialisti
e spiritualisti non ha ragione di essere perché bisogna
considerare sempre sia l’aspetto esterno del mondo, sia
l’aspetto interno. “Le cose hanno il loro interno,
il loro sé”. Non esiste olone che non abbia
contemporaneamente i quattro aspetti interno/esterno e
individuale/collettivo.
L’interno
delle cose è la profondità o coscienza,
l’esterno la superficie o la forma, come si esprime Wilber.
Alla luce di quanto presentato sopra sull’evoluzione,
è facile ora cominciare a comprendere le tappe evolutive
delle forme esteriori degli oloni individuali e le corrispondenti tappe
evolutive delle forme di coscienza.
Come
abbiamo visto i Quadranti inferiori Basso/Sinistra e Basso/Destra si
riferiscono alla dimensione collettiva degli oloni. Già
qualche chiarificazione sullo sviluppo culturale e ambientale/sociale
è emersa nella descrizione dell’evoluzione dalle
cellule, alle piante, agli animali, fino agli esseri umani presentata
più sopra, cioè l’evoluzione della
fisiosfera, della biosfera e poi della noosfera con
l’apparizione del cervello trino.
Gli
oloni individuali esistono solo in comunità di oloni che
hanno un livello simile di profondità/coscienza. Gli oloni
collettivi che si presentano nei quadranti inferiori sono sempre
associati agli oloni individuali. Come abbiamo già detto
coevolvono insieme. Il Quadrante Basso/Sinistra si riferisce alla
cultura, cioè il significato interno, la visione del mondo,
i valori e le identità che sono condivisi da
comunità simili. Il Basso/Destra si riferisce al sociale,
inteso come tutte le forme esteriori, materiali, istituzionali della
comunità: dalla base economica e tecnologica,
all’architettura, ai codici scritti, alla taglia della
popolazione, quando si tratta di oloni sociali umani. Da una parte le
visioni del mondo condivise, dall’altra le basi materiali di
queste visioni del mondo.
E’
necessario precisare cosa si intende per visione del mondo comune
quando si tratta di oloni non umani. In realtà cultura deve
qui essere intesa come spazio condiviso, quello a cui un olone
può rispondere. Per esempio gli atomi non rispondono a tutti
gli stimoli dell’ambiente, perché registrano un
ventaglio molto ristretto di eventi che hanno senso per loro, che li
coinvolgono. Gli oloni reagiscono solo a quello che si adatta al loro
mondo comune, che si tratti di atomi, di cellule, di animali. Ogni
altra cosa non esiste per loro.
Questa
è la cultura condivisa: il mondo comune a cui tutti gli
oloni di profondità simile risponderenno. I cani per esempio
condividono un mondo emozionale, hanno un sistema limbico, mentre i
rettili non ce l’hanno, quindi il cane orienta se stesso nel
mondo anche con l’uso di queste cognizioni affettive. Per noi
è molto più facile voler bene a un cane che non a
una iguana. Però il cane non può rispondere a
stimoli che non corrispondono al suo mondo, al suo spazio culturale:
per sempio non apprezza Beethoven. Per poter fare questo
c’è bisogno della neocorteccia e del complesso
cervello trino con la corrispondente interiorità di
immagini, simboli, concetti, pensiero razionale/logico, e post
razionale/sintetico.
Questo
spazio culturale, questo mondo, include i componenti basici dei
precedenti livelli, come l’irritabilità cellulare,
gli istinti dei rettili, le emozioni dei paleomammiferi per aggiungere
nuovi modelli e dispiegare nuove visioni del mondo. A ogni livello
l’Universo guarda se stesso con occhi diversi e crea nuovi
mondi che prima non c’erano. Il mondo del lupo non
è il mondo dell’umano e neppure quello della
lucertola.
L’evoluzione
di queste visioni del mondo, spazi culturali, passa dal fisico e
vegetativo al rettiliano, che è il mondo
dell’impulso alla sopravvivenza (che Wilber chiama uroborico,
da uroboros, il serpente che si mangia la coda della mitologia greca.
E. Neumann spiega che l’uroboros, come l’Uovo
Cosmico, il cerchio, il rotundum è il simbolo
dell’unione insconscia primordiale, indifferenziato,
indistinto, autorappresentazione di uno stato primitivo che corrisponde
alla condizione infantile dell’umanità e del
bambino). Dopo il rettiliano troviamo il tifonico (dalla figura
mitologica di Tifone, mezzo uomo e mezzo serpente, che corrisponde al
limbico-emozionale elementare. Seguono le forme specifiche degli
ominidi e poi degli umani (arcaico, magico, mitico, razionale,
centaurico o esistenziale con possibili livelli più elevati,
transpersonali.
Queste
visioni del mondo sono correlate con le forme esteriori delle strutture
sociali che sostengono e permettono questi spazi comuni culturali degli
oloni individuali. Così i procarioti, cioè i
batteri, coevolvono con il sistema sociale Gaia e il loro spazio
culturale è protoplasmatico. In seguito troviamo le
società con una divisione del lavoro (gli organismi
neuronali, gli insetti per esempio) con una interiorità
collettiva vegetativa/locomotoria, poi i gruppo/famiglie dei
paleomammiferi (con interiorità uroborica). Infine gli umani
con le tribù dei cacciatori/raccoglitori (arcaico), i
villaggi ortoculturali (magico), gli stati/imperi agrari (mitico), le
nazioni/stato industriali (razionale), le federazioni planetarie
informatiche (centauro/pensiero integrativo) e ... fin qui è
arrivata l’evoluzione media
dell’umanità. In realtà, i livelli di
sviluppo culturale e sociale sono molto diversificati, con grosse
percentuali di popolazione al di sotto dei livelli medi più
elevati (razionale e centauro) e percentuali bassissime al di sopra
(livelli transpersonali) .
I
quattro quadranti non possono essere ridotti uno all’altro,
sono invece interconnessi, ineragiscono reciprocamente, si influenzano
a vicenda. Non è come pensava Marx che la struttura
determina la sovrastruttura (cioè l’economia
determina la cultura), ma non è neppure come pensavano gli
idealisti che è il pensiero, la coscienza,
l’interiorità a determinare le strutture
socio-economiche, istituzionali, tecnologiche. Ogni olone ha sempre
tutte e quattro gli aspetti: intenzionale, comportamentale, culturale e
sociale. I quadranti formano un circolo in cui ogni parte influenza
l’altra in ogni direzione, non c’è un
prima o un dopo, un uovo o una gallina, sono insieme causa e causati
ognuno da tutti gli altri. Il sistema sociale influenza la cultura, la
quale determina il contesto entro il quale io posso avere un pensiero
individuale che modifica la fisiologia del mio cervello.
Wilber
spiega che se ho il pensiero “Andare al
supermercato”, lo sperimento interiormente come simbolo,
immagine o concetto. Ne sperimento internamente il senso
(Alto/Sinistra). Questo modifica in qualche modo il mio cervello,
cambiano le onde elettriche, si attivano sinapsi, ecc. Alto/Destra).
Questo può essere visto sperimentalmente con apparecchi
appositi che possono registrare i cambiamenti chimici o elettrici del
cervello (Alto/Destra).
Ma
il pensiero interno ha senso solo nel contesto del mio retroterra
culturale. Se fossi vissuto in una tribù di
cacciatori-raccoglitori non avrei potuto pensare “vado al
supermercato”, forse avrei pensato “tempo di andare
a caccia”. Il ragazzo che è stato allevato dai
lupi ci mostra che senza un retroterra culturale comune, stimoli
adatti, interrelazioni il cervello umano non produca da solo pensieri
linguistici (Basso/Sinistra). Tuttavia la cultura non è
disincarnata, come non lo è la coscienza individuale, ha una
necessaria componente materiale. La tecnologia, le forze produttive, le
istituzioni, i codici scritti, la collocazione geopolitica, sono
sistemi sociali che sono connessi alle visioni del mondo e sono
empiricamente osservabili (Basso/Destra).
Lo
Spirito si manifesta come tutti e quattro i quadranti. Non solo come
interiorità, come Sè più elevato,
neppure come somma totale di tutti i fenomeni oggettivi, o come vita, o
come coscienza trascendente, o come slancio vitale immanente. Tutta la
storia del pensiero umano è stata la storia della
contrapposizione tra chi negava metà della storia e chi ne
negava l’altra metà. Ascetismo ed edonismo,
materialismo e idealismo, spirito contro materia, corpo contro mente.
Ma in realtà tutto ciò non ha senso. Lo Spirito
esiste nei quattro quadranti e come i quattro quadranti.