"Se
ci si mette a osservare un’interazione tra genitore e figlio,
ci si accorge che la quantità e la qualità delle
sconfitte inflitte all’Io del bambino con le parole e con le
azioni, cioè le colpevolizzazioni, eccedono quasi sempre le
necessità educative e di salvaguardia. Si potrebbe quasi
pensare che se gli interventi dei genitori fossero limitati solo a
ciò che è indispensabile all’interesse
del bambino, si determinerebbero sensi di colpa momentanei e facilmente
dissipabili, invece di condensarsi per accumulo e per
intensità in un complesso (che, come tutti i complessi,
è un frammento di personalità che si stacca,
diventa autonomo e disturba dall’inconscio in cui
è caduto).
Sennonché
proprio gli elementi colpevolizzanti stabilizzati nella memoria
consentono il controllo a distanza, nello spazio e nel tempo, del
comportamento del bambino. E’ inevitabile, quindi, che debba
costituirsi un complesso di colpa. Tuttavia
l’entità del complesso può essere
diversa, a seconda di come i genitori usano il loro potere
colpevolizzante. Per ora, per un bambino è questione di
fortuna, e così continuerà a essere fino a quando
i genitori non diventeranno più consapevoli.
L’educazione
ha il fine di impedire che il bambino subisca danni sia direttamente,
facendosi male, sia indirettamente, con un comportamento sociale non
appropriato, per cui i genitori sono obbligati a compiere comunque
azioni aggressive e punitive colpevolizzanti per imprimere nella
memoria del figlio quel ricordo che gli permetta di riconoscere le
situazioni di pericolo fisico e sociale, e di affrontarle con un
comportamento adeguato.
Purtroppo,
questo metodo di insegnamento delle tecniche di sopravvivenza
– il solo che finora conosciamo – è
anche doloroso e pieno di pericoli futuri, perché i suoi
effetti collaterali permangono dopo l’infanzia, inutilmente e
dolorosamente.
Per
cercare di capire cosa accade quando si verifica una di queste azioni
aggressive colpevolizzanti dobbiamo sforzarci di metterci nei panni del
bambino, identificandoci con le sue sensazioni, per sperimentare il suo
vissuto con l’immaginazione e con i residui dei nostri
ricordi. Dobbiamo anche ricorrere alle conoscenze sulle caratteristiche
e sul funzionamento del sistema nervoso. Azioni aggressive colpiscono
molto presto la sensibilità del bambino. Ad esempio, si
smette di tenerlo in braccio e lo si lascia piangere un po’
sperando che si addormenti perché non se ne può
più, e talvolta si urla insensatamente un
“basta”, illudendosi che serva a calmarlo; e
così via. Ma è improbabile che tali azioni, pur
frustrando l’Io che si va sviluppando, gli inculchino il
sentimento della sconfitta e della colpa. Forse ciò
può verificarsi solo quando il bambino ha raggiunto un grado
sufficiente di coscienza di sé e del suo esistere autonomo.
Penso,
con un esempio di comodo, a un bambino che ha da poco iniziato a
parlare e a camminare. Questo bambino non è ancora
pienamente consapevole del fatto che esistono le trasgressioni; ha
percepito vaghi avvertimenti dall’ambiente, ma il concetto
stabile di trasgressione non si è ancora formato. Si
potrebbe dire che è ancora nel paradiso, non ha
consapevolezza della precarietà e delle separazioni
definitive.
E’
in una fase della vita in cui il suo cervello sta crescendo e viene
plasmato in interazione con gli stimoli dell’ambiente, la
fase in cui si fissano le emozioni che producono idee, e le idee che
producono emozioni. Un giorno questo bambino lascia la mano della madre
e corre in mezzo alla strada. E’ inseguito da un urlo,
raggiunto da uno schiaffo o da una sculacciata. Ecco il dolore,
l’umiliazione, la perdita della sicurezza affettiva perenne,
la fine di un mondo di cui avrà nostalgia e che
ricercherà abbastanza inutilmente per tutta la vita.
Per
il bambino è uno scoperta totalmente inattesa, sorprendente
e devastante, che provoca una tempesta neurovegetativa accompagnata da
alterazioni psichiche. Mentre nel suo sistema nervoso si verificano
istantaneamente i fenomeni chimici ed elettrici che fissano
l’associazione, cioè l’accoppiarsi delle
rappresentazioni mentali di lasciare la mano materna con il dolore
della punizione. Ciò è proprio quello che la
madre, senza saperlo, si propone di ottenere, e così
incomincia per il bambino la capacità, indispensabile, di
individuare situazioni pericolose che non sembrano tali.
Contemporaneamente, però, avvengono dei fenomeni negativi.
Se la madre riesce a rimuovere rapidamente la propria angoscia, con
l’aggressività che questa comporta, e
immediatamente consola e coccola il bambino, e se il bambino ha un tipo
di sistema nervoso non troppo sensibile, i fenomeni saranno contenuti.
Se invece la madre, trasportata dalla paura, dalla rabbia e, qualche
volta dalla stupidità, investe il bambino, che magari ha un
tipo di sistema nervoso estremamente vulnerabile, con tutta la violenza
di cui è capace, lo picchia, continua a urlare e a
insultarlo, mentre lo trascina via, lo svergogna davanti ai presenti,
lo priva a lungo di manifestazioni di affetto, si sfoga a casa con il
marito in presenza del piccolo, dicendo quanto è stanca di
occuparsene, allora i fenomeni negativi produrranno effetti distruttivi.
Tutte
le aggressioni, indipendentemente dalle motivazioni e dalle intenzioni
dell’aggressore, provocano nell’aggredito quelle
modificazioni del sistema nervoso determinate dai riflessi della paura
nelle situazioni di pericolo. In queste situazioni gli uomini, come
tutti gli altri mammiferi, dispongono geneticamente di due principali
modalità di reazione: attacco o fuga; e il meccanismo della
paura prepara l’organismo a questi comportamenti istantanei,
come ho già detto in precedenza.
Nel
corpo del bambino che riceve uno schiaffo succedono le stesse cose che
succedono nel corpo di una lepre aggredita da un cane o in quello di un
cassiere di banca che si trova davanti a una pistola puntata. Il cuore
si mette a battere più forte per pompare sangue e dare
ossigeno alle strutture e agli organi necessari al combattimento o alla
fuga; il respiro, allo stesso tempo, diventa più veloce, la
muscolatura si tende, spasmi all’intestino e alla vescica
tendono a svuotare l’organismo per alleggerirlo.
Nel
nostro caso vi è anche un aggravante. L’amor
proprio del bambino riceve un colpo che viene vissuto come mortale.
Questo evento genera una esplosione
dell’aggressività primordiale di cui il bambino
è dotato geneticamente. Ma questa violenza non
può esprimersi, resta in grandissima parte
all’interno, e va a sommarsi e a ingigantire gli effetti
neurofisiologici della reazione di paura.
Purtroppo,
queste reazioni di paura si verificano, in misura maggiore o minore,
anche quando non sarebbero necessari, come nel caso del bambino che
aggrediamo ma amiamo, perché la reazione di paura scatta
prima che la funzione cosciente possa fare delle distinzioni. Ed
è ovvio che un bambino piccolo non è in grado di
farle. Devono passare molti anni nella vita di un individuo, e quindi
si devono accumulare molte esperienze perché si attutiscano
queste reazioni automatiche quando la minaccia non è grave,
o è solo apparente.
Il
bambino sperimenta confusione mentale, terrore, rabbia e
aggressività, odio, desiderio di vendetta, vergogna intensa,
spinta a sottomettersi o a ribellarsi a qualunque prezzo, compresa la
morte propria o dell’altro, pur di far cessare queste
tensioni quasi insostenibili. Simili emozioni le viviamo tutti per
scontri e confronti anche futili. Il trauma che qui ho descritto
è un esempio, ma uno o più traumi prodotti da
aggressioni genitoriali colpevolizzanti avvengono sempre nella vita di
un bambino, contribuendo a costruire il complesso di colpa.
Il
comportamento globale dei genitori, se non c’è
consapevolezza e conoscenza, può produrre una serie di
microtraumi per piccole o grandi aggressioni fisiche o verbali che
creano nel bambino la sensazione profonda di essere irrimediabilmente
sbagliato, ed è proprio questa idea, con i suoi mille
risvolti, che diventa l’essenza del complesso. Ogni
microtrauma va a ingrandire, confermare e ingigantire il complesso
legando la sensazione di essere sbagliato alle emozioni e alle reazioni
fisiche dei traumi precedenti.
Insisto
su un punto: non solo i genitori disinteressati al benessere del
bambino sono dannosi. Anzi, molti genitori contribuiscono a costruire
complessi di colpa opprimenti nei figli proprio perché sono
tormentati da un’enorme preoccupazione per loro. Una
iperprotettività ansiosa determina nel bambino che vede
intorno a sé altri bambini più liberi, una
sensazione di impotenza, di sfiducia di fondo in se stesso,
perché è come se i genitori lo informassero in
continuazione che non si fidano della sua capacità di
cavarsela da solo.
Facendo
ora un discorso più generale, appare chiaro che le
trasgressioni sono infinite, tutte quelle che vengono considerate tali
dai genitori, e che si collegano alla loro psicologia, alla loro
patologia, e alla cultura in cui vivono.
Ineluttabilmente,
il comportamento ostile dei genitori colpisce l’autostima. E
accade poi, nel corso della vita, che una grande quantità di
avvenimenti, che soggettivamente temiamo siano lesivi del nostro
valore, evochino quella prima risposta psicosomatica in tutto o in
parte. Se poi l’autostima è stata
nell’infanzia troppo gravemente ferita, allora la sensazione
di non valere sarà permanente, e la prima risposta si
riprodurrà in continuazione indipendentemente dagli
avvenimenti, dando vita all’ansia cronica.
Purtroppo,
i sentimenti di sconfitta dell’Io – sgradevole
mescolanza di sensazioni di incapacità essenziale, di
vergogna, di rabbia impotente – si verificano anche per le
molte altre sconfitte che prima o poi, il bambino sperimenta. Cadute,
malattie, prepotenze e aggressioni di altri bambini, insuccessi bel
gioco e nella scuola. Anche per questo motivo, è
fondamentale che i genitori non siano colpevolizzanti al di
là dell’inevitabile. Fra l’altro, i
sensi di colpa sono tanto velenosi da rendere permanente una certa
carica di ostilità e aggressività verso i
genitori, cosicché, in genere, solo dopo la loro morte si
possono davvero comprendere davvero, quasi per empatia, alcune loro
motivazioni.
In
realtà tutte le aggressioni genitoriali, anche quelle di
genitori validi, incidono sul concetto di sé che si sta
costruendo nel bambino. Le aggressioni avvengono perché il
bambino ha mostrato il suo aspetto negativo: incapacità,
ignoranza, stupidità, violenza, egoismo. Per questo, insieme
alla reazione di paura, il bambino subisce lo sgretolamento
dell’immagine di sé. Vorrei, però,
tentare di dissipare una possibile confusione nata dalla
difficoltà di rendere chiaro un problema complesso, e della
mia ingenua tendenza a pensare che sia in qualche modo possibile, un
giorno, allevare i bambini senza senso di colpa. Ho appena detto che le
aggressioni genitoriali avvengono perché il bambino ha
mostrato qualche suo difetto. Ma quale rapporto
c’è realmente tra difetto e colpevolizzazione?
Tutti
i bambini hanno qualche difetto e tutti vengono, più o meno,
aggrediti per questo. Però la causa del senso di colpa non
è solo l’aggressione educativa o anche solo
punitiva; ancor più pesa l’elemento
colpevolizzante che vi si associa. E l’elemento
colpevolizzante è un a priori contenuto nella psiche del
genitore – anch’egli a suo tempo colpevolizzato
– che si esprime per sua intrinseca necessità,
prendendo talvolta a pretesto le manchevolezze del bambino. Si attiva
quando un figlio entra nella nostra vita, probabilmente
perché ci sentiamo minacciati dalla
responsabilità o dai cambiamenti che la sua presenza
comporta. Forse, più o meno inconsciamente, qualche volta
gliene vogliamo, e “ci vendichiamo” nei suoi
confronti con esagerata aggressività.
Questo
tentativo di chiarimento mi porta a una considerazione molto importante
per i suoi risvolti in terapia. Il senso di colpa è senza
oggetto. Siccome non nasce da questo o da quel comportamento negativo
del bambino, ma dalla “necessità” del
genitore di colpevolizzarlo in occasioni diverse, nessuno
può mai sapere davvero per quali motivi si senta inadeguato.
L’inadeguatezza reale di chiunque consiste in
verità solo nel suo sentirsi inadeguato.
Un
adulto può considerarsi sbagliato perché
è timido, o perché non riesce nel lavoro, o
perché beve, o per tanti altri motivi. Ebbene, il senso di
colpa è certamente utile se riesce a cambiare in positivo i
suoi comportamenti, ma può anche spostarsi su altre presunte
cause, o continuare sotto forma di ansia libera. Al di là
delle parole e dei fatti, il genitore colpevolizzante non comunica al
figlio che sbaglia in qualcosa, ma che è proprio sbagliato
lui. E questa è l’emozione che resta. La mancanza
di un oggetto del senso di colpa spiega perché sia
così difficile eliminarlo usando argomenti razionali. Chi si
disistima ha un nemico inafferrabile. Eppure avere o non avere stima di
sé è questione di vita o di morte. La perdita
totale dell’autostima, o senso di colpa assoluto, porta al
suicidio, se non sempre in senso fisico almeno in senso psicologico.
Naturalmente
i valori, le culture, le caratteristiche individuali sui cui basare
l’autostima sono molteplici, per cui non hanno nessuna
importanza i motivi per i quali ci si sente o no in colpa. Il benessere
globale di un individuo è proporzionale alla sua autostima.
Il fatto è che, da bambini come da adulti, alla base dei
comportamenti e pensieri di ognuno c’è,
onnipresente, l’immagine di sé. La
realtà ci pone in una situazione di sfida permanente nei
confronti degli altri e delle cose; ma in definitiva si tratta di una
sfida nei confronti di noi stessi e delle nostre capacità.
Le
espressioni “sentirsi in pace con se stessi”,
“essere in pace con Dio” o “con la
propria coscienza”, indicano sia l’assenza di sensi
di colpa sia la presenza di una immagine di sé molto
positiva. Molte persone parlano bene di sé o addirittura
pensano bene di sé pur essendo oppresse dai sensi di colpa,
ma questo autoinganno indica solo il conflitto permanente tra
l’incubo della sconfitta (cioè della colpa) e il
bisogno di stimarsi per sopravvivere. L’essenza vera del
nostro dialogo interno, le cose sulle quali dialoghiamo dentro di noi
in continuazione nello stato di veglia, contengono il conflitto.
E’ come se, senza sapere che lo stiamo facendo, sfogliassimo
una margherita inesauribile fatta di petali con su scritto valgo, non
valgo, mi posso stimare, non mi posso stimare.
Gli
argomenti che ognuno tratta fra sé e sé sono
talvolta poco importanti sul piano della realtà esterna, ma
sono sempre importantissimi ai fini dell’autostima. Dalla
primissima infanzia – da quando, cioè, incomincia
la consapevolezza di se stessi – ci si deve confrontare con
questo problema specchiandosi nelle espressioni, negli atteggiamenti e
nei comportamenti degli adulti. Solo da loro, infatti, possiamo
ricavare la sensazione, acritica e irrazionale, ma fondamentale, di
valere, di non valere, di incertezza, di essere adeguati al mondo
oppure no. Moltissimi bambini sono costretti a sostenere lotte
terribili e disperate con la realtà che li circonda per
farsi accettare. Spesso, a causa di malvagie colpevolizzazioni, ne
escono sconfitti, così che difficilmente svilupperanno una
buona immagine di sé.
Tutti
i bambini, del resto, lottano per l’autostima con maggiore o
minor successo. Ma nessuno di loro sfugge del tutto al complesso di
colpa. Dopo che si è formato, il complesso di colpa, la cui
essenza è la disistima per se stessi, cresce con noi e
diventa come un deposito in cui va a immettersi una infinita serie di
esperienze negative di ogni genere nel corso della nostra vita.
Poiché
nel complesso di colpa è scritto a lettere di fuoco che se
accade qualcosa di male non può dipendere che da noi, non
esiste avvenimento negativo – anche totalmente e chiaramente
indipendente da noi – che non risvegli il senso di colpa,
trasformando il dispiacere, il dolore, la sofferenza in qualcosa di
più e di diverso qualitativamente. Forse questa è
la ragione principale della nostra infelicità. Non sappiamo
come sia la sofferenza allo stato puro; è sempre aumentata e
alterata dal senso di colpa.
L’attività
contemplata per eliminare i sensi di colpa può essere
ragionevole, assurda, allucinatoria. E’ sempre individuale e
soggettiva. E’ irrilevante dal punto di vista
dell’emozione che si tratti della meta onnipotente di un
paranoico o del desiderio di andare dal parrucchiere per vedersi
più belli. La vera meta, l’autostima, è
inconscia – anche se con un certo sforzo ognuno
può coglierla – e le strade che vi conducono
possono essere molto contorte.
Racconta
l’antropologa Ruth Benedict che gli indiani kwakiutl,
un’etnia del Nordamerica, accumulavano coperte, pelli, canoe,
oggetti di ogni genere e poi li distruggevano pubblicamente. Lo scopo
era quello di ottenere considerazione e ammirazione dagli altri,
umiliandoli. Una famiglia kwakiutl era all’apice
dell’autostima quando dava fuoco alla propria casa con tutti
i tesori che conteneva. Questo comportamento, però, se ci si
pensa, non è dissimile da quello di qualche personaggio di
film americano che si accende il sigaro con un biglietto da cento
dollari.
La
necessità di stimarsi e inscindibile da qualsiasi azione, e
viceversa. Tant’è vero che un depresso catatonico
non agisce più. La psicoterapia e, in larga misura, la
psichiatria hanno la funzione di eliminare i sensi di colpa,
cioè curare l’autostima.
E’
varo che chi va dallo psicoanalista o dallo psichiatra crede di star
male perché ha disaccordi coniugali, perché non
riesce a impedirsi di mangiare troppo, non mangia più, non
trova mai l’uomo giusto, ha attacchi di panico al cinema, non
riesce a smettere di bere, a dare gli esami, ad avere una vita sessuale
e così via. In realtà ogni paziente, a meno che
non sia in preda a paure primarie, è alla ricerca di una
autostima mai raggiunta, o perduta.
I
neurofarmaci hanno la funzione di mettere a tacere il senso di
inadeguatezza influendo sulle variazioni biochimiche che ne sono la
causa o l’effetto. Le terapie psicologiche tendono a far
emergere e consolidare l’autostima: quelle
“direttive” spingendo il paziente ad agire in modo
da potersi stimare, quelle “analitiche” cercando di
fargli scoprire il suo diritto a vivere senza sentirsi in colpa."