A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Dal libro “Il gusto di essere felici”

di Matthieu Ricard
Saggezza e benessere in ogni momento della vita

Sperling & Kupfer 2008
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Matthieu Ricard nasce in Francia nel 1946. Laureatosi in genetica cellulare all’Istituto Pasteur con il premio Nobel François Jacob e diventato poi ricercatore, nel 1972 decide di abbandonare la carriera scientifica per dedicarsi completamente al buddismo, trasferendosi nel monastero nepalese di Shechen, dove vive tuttora. Fotografo, traduttore di testi tibetani e autore di numerosi saggi sul buddismo, di cui è uno dei massimi esperti mondiali, è l’interprete francese del Dalai Lama. Dal 2000 è membro attivo del Mind and Life Institute e partecipa alla ricerca scientifica sulla plasticità del cervello (vedi su questo sito il testo “La tua mente può cambiare”). Il suo sito è www.matthieuricard.org.

 Uno spiacevole equivoco

I veli dell’io

Proiettando il nostro sguardo verso l’esterno, cristallizziamo il mondo attribuendogli delle qualità che non sono inerenti alla sua natura. E quando guardiamo all’interno, congeliamo la corrente della coscienza immaginando un io che troneggia tra un passato che non esiste più e un futuro che non esiste ancora.

Diamo per scontato di percepire le cose per quelle che sono, ed è raro che mettiamo in dubbio questa opinione. Assegniamo agli oggetti e agli esseri qualità intrinseche, pensando: questo è proprio bello, quello è davvero brutto. Dividiamo il mondo intero in aspetti desiderabili e indesiderabili, attribuiamo una permanenza a ciò che è effimero, e percepiamo come entità autonome e indipendenti fenomeni che sono invece il prodotto di una rete infinita di relazioni che mutano continuamente.

Se ci fosse davvero una cosa assolutamente bella e piacevole, se queste qualità le appartenessero di per sé, avremmo allora motivo di considerarla desiderabile in qualsiasi momento e in qualsiasi contesto della nostra vita. Ma c’è davvero qualcosa al mondo che sia universalmente e unanimemente riconosciuta bella? Come recitano i versi di un Canone buddista: “Per l’innamorato, una bella donna è un oggetto di desiderio; per un eremita, motivo di distrazione; per un lupo, soltanto un buon pasto”. Allo stesso modo, se un oggetto fosse intrinsecamente ripugnante, ognuno avrebbe dei buoni motivi per tenersene alla larga. Ma la realtà dei fenomeni è ben diversa, noi non facciamo che attribuire determinate qualità a cose e persone. In un bell’oggetto, non c’è una qualità intrinseca che possa essere di beneficio alla mente, così come non c’è nulla che possa nuocerle in un oggetto brutto.

Così dovremmo considerare che se noi percepiamo qualcuno come un nemico, ci sono sicuramente altri che hanno per quella stessa persona un grande affetto, ed è perfino possibile che in futuro possa diventare nostro amico. Reagendo come se le caratteristiche fossero inscindibili dall’oggetto a cui le attribuiamo, ci alieniamo dalla realtà ed entriamo in un meccanismo di attrazione e di repulsione costantemente alimentato dalle nostre proiezioni mentali. Quando i nostri concetti solidificano i fenomeni in entità artificiali, perdiamo la nostra libertà interiore proprio come l’acqua perde la sua fluidità quando si trasforma in ghiaccio.

La cristallizzazione dell’io

Per il buddismo la confusione mentale è come un velo che ci impedisce di percepire chiaramente la realtà e oscura la comprensione della natura autentica dei fenomeni. Da un punto di vista pratico, si tratta anche dell’incapacità di identificare i comportamenti che permetterebbero di trovare la felicità e di evitare la sofferenza. Tra le diverse forme di confusione mentale, quella più dannosa consiste nel legarsi al concetto di identità personale, o “io”. Il buddismo distingue un io innato e istintivo, quando pensiamo, per esempio, “mi sono svegliato”, oppure “ho freddo”, e un ego concettuale, plasmato dalla forza dell’abitudine, al quale attribuiamo diverse qualità e che ognuno considera come il nucleo del proprio essere, indipendente e permanente.

In ogni momento, dalla nascita alla morte, il corpo subisce continue trasformazioni, mentre la mente è teatro di innumerevoli esperienze emotive e razionali.. Nonostante questo continuiamo ostinatamente ad attribuire al nostro io permanenza, singolarità e autonomia. Rendendoci conto poi che l’io è estremamente vulnerabile, vogliamo proteggerlo e soddisfarlo, entrando così nel meccanismo dell’avversione e dell’attaccamento: proviamo repulsione per qualsiasi cosa minacci l’io e attrazione per tutto ciò che gli piace, lo conforta, lo rende fiducioso e a proprio agio. Sulla base di queste due emozioni fondamentali, l’attrazione e l’avversione, si generano una grande quantità di emozioni diverse.

L’io, ha scritto il filosofo buddista Han de Wit, “è anche una reazione affettiva al nostro campo di esperienze, un ripiegamento mentale basato sulla paura”. Per il timore di essere danneggiati, per la paura di soffrire, per l’angoscia di vivere e di morire, ci proteggiamo all’interno di una bolla, quella appunto dell’io. Ci illudiamo di essere separati dal mondo, sperando così di allontanare la sofferenza.

Ci ritroviamo invece in una condizione precaria e pericolosa rispetto alla realtà. Siamo infatti fondamentalmente interdipendenti con gli altri esseri e con il nostro ambiente. La nostra esperienza altro non è che il contenuto di un flusso mentale, di un continuum di coscienza, e l’io non è un’entità distinta da questo flusso. Dobbiamo immaginarlo come un’onda che si propaga, influenzando il proprio ambiente ed essendone influenzata, senza per altro trasportare alcuna entità. Ma siamo talmente abituati a mettere su questo flusso mentale l’etichetta dell’io che ci identifichiamo con quest’ultimo e temiamo disperatamente che possa scomparire. Ne consegue un forte attaccamento alla propria identità e al concetto di “mio”: il mio corpo, il mio nome, la mia mente, le mie proprietà, i miei amici… Da ciò scaturiscono sia il desiderio di possesso, sia l’avversione verso gli altri. I concetti di “me” e di “altro” si cristallizzano nella nostra mente portando al sentimento erroneo di un dualismo irriducibile che è alla base di tutte le altre afflizioni mentali, i desideri alienanti, l’odio, l’invidia, l’orgoglio e l’egoismo. Percepiamo il mondo nello specchio deformante delle nostre illusioni, trovandoci in costante dissonanza con la vera natura dei fenomeni, e questo porta inevitabilmente alla sofferenza.

Possiamo osservare la cristallizzazione dell’io e del mio in tutta una serie di situazioni quotidiane. Stiamo tranquillamente riposando in un’imbarcazione, in mezzo a un lago, quando veniamo urtati da un'altra barca e ci svegliamo di soprassalto. Siamo furibondi con il conducente maldestro, se non addirittura malintenzionato, e ci ergiamo per insultarlo… quando ci rendiamo conto che l’imbarcazione è vuota. Ci viene da ridere per quel nostro immotivato eccesso d’ira, e ci riaddormentiamo tranquillamente. La sola differenza tra le due reazioni è che, in un primo momento, pensavamo di essere stati l’obiettivo della malevolenza di qualcuno, e poi ci siamo resi conto che nessuno voleva attentare alla nostra identità. Così, se qualcuno ci sferra un pugno probabilmente ce la legheremo al dito per un bel po’. Se invece ci limitiamo a considerare il dolore fisico, noteremo che si attenua rapidamente fino a diventare impercettibile. L’unica cosa che continua a farci male è l’ammaccatura dell’io. Invece, concependo l’io come un semplice concetto, e non come un’entità autonoma da proteggere e soddisfare a ogni costo, non ci sentiremmo affatto feriti.

Il Dalai Lama fa spesso un esempio che spiega bene l’attaccamento al sentimento del “mio”. Stiamo contemplando uno splendido vaso di porcellana in una vetrina quando un commesso maldestro lo fa cadere. Pensiamo: Che peccato! Era un vaso talmente bello! Ma poi continuiamo tranquillamente per la nostra strada. Se invece avessimo appena acquistato quel vaso, l’avessimo esposto orgogliosamente sul nostro caminetto, e fosse caduto andando in mille pezzi, avremmo esclamato sgomenti: “Il mio vaso si è rotto!” e il nostro morale ne avrebbe risentito. L’unica differenza tra i due casi è l’etichetta “mio” che abbiamo posto sul vaso.

Un esperimento psicologico ha attestato un caso simile. Ad alcuni studenti si regalano diversi oggetti, tutti con un valore di mercato di cinque dollari, e con questi si organizza una vendita all’asta. Si verifica puntualmente che gli studenti non vogliono sborsare, in media, più di quattro dollari per i regali messi in vendita dagli altri e rifiutano di cedere a meno di sette dollari il proprio regalo. Si rivela così, in modo quasi caricaturale, il valore aggiunto dal sentimento di possesso.

La percezione erronea di un io reale e indipendente è all’origine dell’egocentrismo, che ci porta ad attribuire alla nostra sorte un valore ben più grande di quella di chiunque altro. Se il nostro capo insulta un collega che detestiamo, fa una lavata di capo a un altro che ci è indifferente o se la prende aspramente con noi, saremo soddisfatti nel primo caso, non proveremo niente di particolare nel secondo e ci sentiremo feriti e amareggiati nel terzo. Ma in nome di che cosa il benessere di una queste tre persone dovrebbe prevalere su quello delle altre? L’egocentrismo, che ci pone al centro dell’universo, ha un punto di vista assolutamente relativo. L’errore consiste nel fossilizzarci sul nostro punto di vista e sperare, se non addirittura esigere, che il nostro mondo prevalga su quello degli altri.

Nel corso di una visita del Dalai Lama in Messico, qualcuno gli ha mostrato un planisfero e gli ha detto: “Santità, guardi qui! Se si considera la disposizione dei diversi continenti ci si rende immediatamente conto che il Messico è al centro del mondo”. Quando ero bambino, un mio amico bretone mi dimostrò in modo simile che la piccola isola di Dumet, al largo di La Turballe, era il centro delle terre emerse! Comunque sia, il Dalai Lama ha risposto: “Se prendiamo per buono questo ragionamento, Città del Messico è al centro del Messico, la mia casa è al centro della città, la mia famiglia è al centro della mia casa e nella mia famiglia sono io a essere al centro del mondo!”.

Che cosa fare con l’io?

A differenza del buddismo, ci sono ben pochi metodi psicologici che si occupano del problema di restringere la percezione del possesso, restrizione che, nel caso del saggio, arriva fino allo sradicamento dell’ego. Si tratta certo di un’idea nuova, per un occidentale addirittura sovversiva, visto che ritiene sia questo l’elemento fondamentale della personalità. Sradicare completamente l’ego? Quindi non esistere più? Come si può concepire un individuo senza io? Una concezione del genere, sconfinando in una forma di schizofrenia, non è forse psichicamente pericolosa? L’assenza di identità, o un’identità debole, non sono forse i segni clinici di patologie più o meno gravi? Non sarebbe il caso di possedere una personalità ben costruita invece di rinunciare all’ego? Questa è la reazione difensiva tipicamente occidentale di fronte a questi concetti poco familiari. L’idea che sia necessario possedere un io ben solido si basa sulla supposizione che le persone che soffrono di problemi psichici abbiano un io frammentario, fragile e insufficiente.

La psicologia della prima infanzia descrive come un neonato impara a conoscere il mondo e a mettersi a poco a poco in rapporto con la madre, con il padre e con quelli che lo circondano. Spiega come, verso l’età di un anno, capisca che lui e la madre sono due entità distinte, che il mondo non è semplicemente un’estensione del suo essere e che il suo comportamento può determinare una serie di conseguenze. Questa presa di coscienza si chiama “nascita psicologica”. Successivamente l’individuo viene concepito come una persona, idealmente stabile, solida, fondata sulla certezza dell’esistenza di un io. L’educazione dei genitori, e poi quella scolastica, puntellano questi concetti, che ritroviamo in tutta la nostra letteratura e la nostra storia. In un certo senso, la credenza in un io solido e concreto costituisce uno dei tratti dominanti della nostra civiltà. Non si parla forse continuamente di plasmare personalità forti, resistenti, capaci di adattarsi e di lottare?

Nasce qui la confusione tra io e fiducia in sé. L’io non può che procurarci una fiducia artificiale, fondata su attributi precari come il potere, il successo, la bellezza, la forza fisica, il brio intellettuale, le opinioni altrui, e tutto ciò che crediamo costituisca la nostra identità, sia per noi che per gli altri. Quando le cose, cambiano, e il divario con la realtà si fa troppo grande, l’io si irrita, si contrae e vacilla. La fiducia in sé crolla e non restano che frustrazione e sofferenza.

Secondo il buddismo, la fiducia in sé è tutt’altra cosa. E una qualità innata dell’assenza dell’ego! Dissipare l’illusione dell’io significa dunque liberarsi dalla vulnerabilità. Infatti, la sensazione di sicurezza che deriva da questa illusione è estremamente fragile. La fiducia autentica scaturisce invece dal riconoscimento della vera natura dei fenomeni, e dalla presa di coscienza delle nostre qualità fondamentali, quelle che il buddismo definisce “natura Buddha”, presente in ogni essere. Questo produce una forza serena che non è più minacciata né dalle circostanze esteriori né dalle paure interiori, una libertà che va al di là della fascinazione e del timore.

Un altro pensiero molto comune è che senza un io forte non proveremmo più emozioni, e la vita diventerebbe tristemente monotona. Non avremmo la creatività, lo spirito d’avventura: in breve, una personalità. Ma proviamo a osservare quelli che manifestano un io ben sviluppato, e a volte ipertrofico. Non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. I campioni del “sono io il più forte, il più celebre, il più influente, il più ricco e il più potente” non mancano. Chi sono invece quelli che hanno ridotto al minimo l’importanza dell’io per aiutare gli altri? Socrate, Diogene, il Buddha, Gesù, i Padri del deserto, Gandhi, Madre Teresa di Calcutta, il Dalai Lama, Nelson Mandela… E tanti altri che operano nell’anonimato.

L’esperienza dimostra che chi si è liberato dai diktat dell’ego pensa e agisce con una spontaneità e una libertà opposta alla costante paranoia generata dai capricci di un ego tronfio. Paul Ekman, uno dei più eminenti esperti della scienza dell’emozione, che si è dedicato in particolare allo studio di persone dotate di qualità umane eccezionali, fra i tratti fondamentali di questi individui riscontra “il balenare della bontà, una modalità d’essere che gli altri percepiscono e apprezzano e, a differenza dei tanti ciarlatani carismatici, una perfetta coerenza tra la loro vita privata e la loro vita pubblica”. Ma soprattutto “spicca l’assenza di ego: queste persone ispirano gli altri proprio grazie alla minima importanza che attribuiscono al loro status, alla loro fama, per farla breve al loro io. Non si preoccupano affatto di sapere se la loro posizione o la loro importanza sono riconosciute”. Ekman sottolinea inoltre che “la gente aspira istintivamente a trovarsi in compagnia di esseri del genere, e anche se non sa bene spiegarsi il perché, si sente arricchita dalla loro presenza”. Le loro qualità contrastano con i difetti dei campioni dell’ego, la cui presenza risulta fastidiosa, se non nauseante. Tra la messa in scena di un io sovrano assoluto e la calorosa semplicità dell’assenza di egocentrismo, la scelta non è difficile.

Ma non tutti sono d’accordo. Per esempio, Pascal Bruckner: “Benché molte religioni orientali non facciano che ripeterci pedissequamente il contrario, occorre riabilitare l’io, l’amor proprio, la vanità, il narcisismo, tutte cose eccellenti nella misura in cui contribuiscono a rafforzare il nostro potere”. Una definizione del genere si addice però più a un dittatore che a Gandhi o a Martin Luther King. Questa è, in effetti, la tentazione totalitaria: attribuire all’io il massimo potere, pensando che così possa modellare il mondo a propria immagine e somiglianza. Ma i risultati non si chiamano forse Hitler, Stalin, Mao o il Grande Fratello? Megalomani che non sopportano che al mondo ci sia un solo granello di polvere diverso da come lo desiderano?

La confusione tra potere e forza d’animo è grande. Il potere è uno strumento con il quale possiamo uccidere o guarire, mentre la forza d’animo è ciò che ci permette di attraversare le tempeste dell’esistenza con la tenacia del coraggio e della serenità. La forza interiore scaturisce proprio dalla libertà nei confronti della tirannia dell’ego.

L’idea che per riuscire nella vita sia necessario un io potente deriva dalla confusione tra l’attaccamento all’io e alla propria immagine e la forza d’animo, la determinazione indispensabile alla realizzazione delle nostre aspirazioni più profonde. In pratica, minore è l’importanza che attribuiamo all’io, più facilmente riusciamo a sviluppare una forza interiore duratura. La ragione è semplice: ritenere che il nostro io sia la cosa più importante ci trasforma in un bersaglio, esposto a ogni sorta di proiettile mentale: gelosia, paura, avidità, repulsione… Tutti fattori che non fanno che destabilizzarlo.






 


©2008-2009 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 10/12/2008