Matthieu
Ricard nasce in Francia nel 1946. Laureatosi in genetica cellulare
all’Istituto Pasteur con il premio Nobel François Jacob e
diventato poi ricercatore, nel 1972 decide di abbandonare la carriera
scientifica per dedicarsi completamente al buddismo, trasferendosi nel
monastero nepalese di Shechen, dove vive tuttora. Fotografo, traduttore
di testi tibetani e autore di numerosi saggi sul buddismo, di cui
è uno dei massimi esperti mondiali, è l’interprete
francese del Dalai Lama. Dal 2000 è membro attivo del Mind and
Life Institute e partecipa alla ricerca scientifica sulla
plasticità del cervello (vedi su questo sito il testo “La
tua mente può cambiare”). Il suo sito è www.matthieuricard.org.
Uno spiacevole equivoco
I veli dell’io
Proiettando il nostro sguardo verso l’esterno, cristallizziamo il
mondo attribuendogli delle qualità che non sono inerenti alla
sua natura. E quando guardiamo all’interno, congeliamo la
corrente della coscienza immaginando un io che troneggia tra un passato
che non esiste più e un futuro che non esiste ancora.
Diamo per scontato di percepire le cose per quelle che sono, ed
è raro che mettiamo in dubbio questa opinione. Assegniamo agli
oggetti e agli esseri qualità intrinseche, pensando: questo
è proprio bello, quello è davvero brutto. Dividiamo il
mondo intero in aspetti desiderabili e indesiderabili, attribuiamo una
permanenza a ciò che è effimero, e percepiamo come
entità autonome e indipendenti fenomeni che sono invece il
prodotto di una rete infinita di relazioni che mutano continuamente.
Se ci fosse davvero una cosa assolutamente bella e piacevole, se queste
qualità le appartenessero di per sé, avremmo allora
motivo di considerarla desiderabile in qualsiasi momento e in qualsiasi
contesto della nostra vita. Ma c’è davvero qualcosa al
mondo che sia universalmente e unanimemente riconosciuta bella? Come
recitano i versi di un Canone buddista: “Per l’innamorato,
una bella donna è un oggetto di desiderio; per un eremita,
motivo di distrazione; per un lupo, soltanto un buon pasto”. Allo
stesso modo, se un oggetto fosse intrinsecamente ripugnante, ognuno
avrebbe dei buoni motivi per tenersene alla larga. Ma la realtà
dei fenomeni è ben diversa, noi non facciamo che attribuire
determinate qualità a cose e persone. In un bell’oggetto,
non c’è una qualità intrinseca che possa essere di
beneficio alla mente, così come non c’è nulla che
possa nuocerle in un oggetto brutto.
Così dovremmo considerare che se noi percepiamo qualcuno come un
nemico, ci sono sicuramente altri che hanno per quella stessa persona
un grande affetto, ed è perfino possibile che in futuro possa
diventare nostro amico. Reagendo come se le caratteristiche fossero
inscindibili dall’oggetto a cui le attribuiamo, ci alieniamo
dalla realtà ed entriamo in un meccanismo di attrazione e di
repulsione costantemente alimentato dalle nostre proiezioni mentali.
Quando i nostri concetti solidificano i fenomeni in entità
artificiali, perdiamo la nostra libertà interiore proprio come
l’acqua perde la sua fluidità quando si trasforma in
ghiaccio.
La cristallizzazione dell’io
Per il buddismo la confusione mentale è come un velo che ci
impedisce di percepire chiaramente la realtà e oscura la
comprensione della natura autentica dei fenomeni. Da un punto di vista
pratico, si tratta anche dell’incapacità di identificare i
comportamenti che permetterebbero di trovare la felicità e di
evitare la sofferenza. Tra le diverse forme di confusione mentale,
quella più dannosa consiste nel legarsi al concetto di
identità personale, o “io”. Il buddismo distingue un
io innato e istintivo, quando pensiamo, per esempio, “mi sono
svegliato”, oppure “ho freddo”, e un ego concettuale,
plasmato dalla forza dell’abitudine, al quale attribuiamo diverse
qualità e che ognuno considera come il nucleo del proprio
essere, indipendente e permanente.
In ogni momento, dalla nascita alla morte, il corpo subisce continue
trasformazioni, mentre la mente è teatro di innumerevoli
esperienze emotive e razionali.. Nonostante questo continuiamo
ostinatamente ad attribuire al nostro io permanenza, singolarità
e autonomia. Rendendoci conto poi che l’io è estremamente
vulnerabile, vogliamo proteggerlo e soddisfarlo, entrando così
nel meccanismo dell’avversione e dell’attaccamento:
proviamo repulsione per qualsiasi cosa minacci l’io e attrazione
per tutto ciò che gli piace, lo conforta, lo rende fiducioso e a
proprio agio. Sulla base di queste due emozioni fondamentali,
l’attrazione e l’avversione, si generano una grande
quantità di emozioni diverse.
L’io, ha scritto il filosofo buddista Han de Wit, “è
anche una reazione affettiva al nostro campo di esperienze, un
ripiegamento mentale basato sulla paura”. Per il timore di essere
danneggiati, per la paura di soffrire, per l’angoscia di vivere e
di morire, ci proteggiamo all’interno di una bolla, quella
appunto dell’io. Ci illudiamo di essere separati dal mondo,
sperando così di allontanare la sofferenza.
Ci ritroviamo invece in una condizione precaria e pericolosa rispetto
alla realtà. Siamo infatti fondamentalmente interdipendenti con
gli altri esseri e con il nostro ambiente. La nostra esperienza altro
non è che il contenuto di un flusso mentale, di un continuum di
coscienza, e l’io non è un’entità distinta da
questo flusso. Dobbiamo immaginarlo come un’onda che si propaga,
influenzando il proprio ambiente ed essendone influenzata, senza per
altro trasportare alcuna entità. Ma siamo talmente abituati a
mettere su questo flusso mentale l’etichetta dell’io che ci
identifichiamo con quest’ultimo e temiamo disperatamente che
possa scomparire. Ne consegue un forte attaccamento alla propria
identità e al concetto di “mio”: il mio corpo, il
mio nome, la mia mente, le mie proprietà, i miei amici…
Da ciò scaturiscono sia il desiderio di possesso, sia
l’avversione verso gli altri. I concetti di “me” e di
“altro” si cristallizzano nella nostra mente portando al
sentimento erroneo di un dualismo irriducibile che è alla base
di tutte le altre afflizioni mentali, i desideri alienanti,
l’odio, l’invidia, l’orgoglio e l’egoismo.
Percepiamo il mondo nello specchio deformante delle nostre illusioni,
trovandoci in costante dissonanza con la vera natura dei fenomeni, e
questo porta inevitabilmente alla sofferenza.
Possiamo osservare la cristallizzazione dell’io e del mio in
tutta una serie di situazioni quotidiane. Stiamo tranquillamente
riposando in un’imbarcazione, in mezzo a un lago, quando veniamo
urtati da un'altra barca e ci svegliamo di soprassalto. Siamo furibondi
con il conducente maldestro, se non addirittura malintenzionato, e ci
ergiamo per insultarlo… quando ci rendiamo conto che
l’imbarcazione è vuota. Ci viene da ridere per quel nostro
immotivato eccesso d’ira, e ci riaddormentiamo tranquillamente.
La sola differenza tra le due reazioni è che, in un primo
momento, pensavamo di essere stati l’obiettivo della malevolenza
di qualcuno, e poi ci siamo resi conto che nessuno voleva attentare
alla nostra identità. Così, se qualcuno ci sferra un
pugno probabilmente ce la legheremo al dito per un bel po’. Se
invece ci limitiamo a considerare il dolore fisico, noteremo che si
attenua rapidamente fino a diventare impercettibile. L’unica cosa
che continua a farci male è l’ammaccatura dell’io.
Invece, concependo l’io come un semplice concetto, e non come
un’entità autonoma da proteggere e soddisfare a ogni
costo, non ci sentiremmo affatto feriti.
Il Dalai Lama fa spesso un esempio che spiega bene l’attaccamento
al sentimento del “mio”. Stiamo contemplando uno splendido
vaso di porcellana in una vetrina quando un commesso maldestro lo fa
cadere. Pensiamo: Che peccato! Era un vaso talmente bello! Ma poi
continuiamo tranquillamente per la nostra strada. Se invece avessimo
appena acquistato quel vaso, l’avessimo esposto orgogliosamente
sul nostro caminetto, e fosse caduto andando in mille pezzi, avremmo
esclamato sgomenti: “Il mio vaso si è rotto!” e il
nostro morale ne avrebbe risentito. L’unica differenza tra i due
casi è l’etichetta “mio” che abbiamo posto sul
vaso.
Un esperimento psicologico ha attestato un caso simile. Ad alcuni
studenti si regalano diversi oggetti, tutti con un valore di mercato di
cinque dollari, e con questi si organizza una vendita all’asta.
Si verifica puntualmente che gli studenti non vogliono sborsare, in
media, più di quattro dollari per i regali messi in vendita
dagli altri e rifiutano di cedere a meno di sette dollari il proprio
regalo. Si rivela così, in modo quasi caricaturale, il valore
aggiunto dal sentimento di possesso.
La percezione erronea di un io reale e indipendente è
all’origine dell’egocentrismo, che ci porta ad attribuire
alla nostra sorte un valore ben più grande di quella di chiunque
altro. Se il nostro capo insulta un collega che detestiamo, fa una
lavata di capo a un altro che ci è indifferente o se la prende
aspramente con noi, saremo soddisfatti nel primo caso, non proveremo
niente di particolare nel secondo e ci sentiremo feriti e amareggiati
nel terzo. Ma in nome di che cosa il benessere di una queste tre
persone dovrebbe prevalere su quello delle altre? L’egocentrismo,
che ci pone al centro dell’universo, ha un punto di vista
assolutamente relativo. L’errore consiste nel fossilizzarci sul
nostro punto di vista e sperare, se non addirittura esigere, che il
nostro mondo prevalga su quello degli altri.
Nel corso di una visita del Dalai Lama in Messico, qualcuno gli ha
mostrato un planisfero e gli ha detto: “Santità, guardi
qui! Se si considera la disposizione dei diversi continenti ci si rende
immediatamente conto che il Messico è al centro del
mondo”. Quando ero bambino, un mio amico bretone mi
dimostrò in modo simile che la piccola isola di Dumet, al largo
di La Turballe, era il centro delle terre emerse! Comunque sia, il
Dalai Lama ha risposto: “Se prendiamo per buono questo
ragionamento, Città del Messico è al centro del Messico,
la mia casa è al centro della città, la mia famiglia
è al centro della mia casa e nella mia famiglia sono io a essere
al centro del mondo!”.
Che cosa fare con l’io?
A differenza del buddismo, ci sono ben pochi metodi psicologici che si
occupano del problema di restringere la percezione del possesso,
restrizione che, nel caso del saggio, arriva fino allo sradicamento
dell’ego. Si tratta certo di un’idea nuova, per un
occidentale addirittura sovversiva, visto che ritiene sia questo
l’elemento fondamentale della personalità. Sradicare
completamente l’ego? Quindi non esistere più? Come si
può concepire un individuo senza io? Una concezione del genere,
sconfinando in una forma di schizofrenia, non è forse
psichicamente pericolosa? L’assenza di identità, o
un’identità debole, non sono forse i segni clinici di
patologie più o meno gravi? Non sarebbe il caso di possedere una
personalità ben costruita invece di rinunciare all’ego?
Questa è la reazione difensiva tipicamente occidentale di fronte
a questi concetti poco familiari. L’idea che sia necessario
possedere un io ben solido si basa sulla supposizione che le persone
che soffrono di problemi psichici abbiano un io frammentario, fragile e
insufficiente.
La psicologia della prima infanzia descrive come un neonato impara a
conoscere il mondo e a mettersi a poco a poco in rapporto con la madre,
con il padre e con quelli che lo circondano. Spiega come, verso
l’età di un anno, capisca che lui e la madre sono due
entità distinte, che il mondo non è semplicemente
un’estensione del suo essere e che il suo comportamento
può determinare una serie di conseguenze. Questa presa di
coscienza si chiama “nascita psicologica”. Successivamente
l’individuo viene concepito come una persona, idealmente stabile,
solida, fondata sulla certezza dell’esistenza di un io.
L’educazione dei genitori, e poi quella scolastica, puntellano
questi concetti, che ritroviamo in tutta la nostra letteratura e la
nostra storia. In un certo senso, la credenza in un io solido e
concreto costituisce uno dei tratti dominanti della nostra
civiltà. Non si parla forse continuamente di plasmare
personalità forti, resistenti, capaci di adattarsi e di lottare?
Nasce qui la confusione tra io e fiducia in sé. L’io non
può che procurarci una fiducia artificiale, fondata su attributi
precari come il potere, il successo, la bellezza, la forza fisica, il
brio intellettuale, le opinioni altrui, e tutto ciò che crediamo
costituisca la nostra identità, sia per noi che per gli altri.
Quando le cose, cambiano, e il divario con la realtà si fa
troppo grande, l’io si irrita, si contrae e vacilla. La fiducia
in sé crolla e non restano che frustrazione e sofferenza.
Secondo il buddismo, la fiducia in sé è tutt’altra
cosa. E una qualità innata dell’assenza dell’ego!
Dissipare l’illusione dell’io significa dunque liberarsi
dalla vulnerabilità. Infatti, la sensazione di sicurezza che
deriva da questa illusione è estremamente fragile. La fiducia
autentica scaturisce invece dal riconoscimento della vera natura dei
fenomeni, e dalla presa di coscienza delle nostre qualità
fondamentali, quelle che il buddismo definisce “natura
Buddha”, presente in ogni essere. Questo produce una forza serena
che non è più minacciata né dalle circostanze
esteriori né dalle paure interiori, una libertà che va al
di là della fascinazione e del timore.
Un altro pensiero molto comune è che senza un io forte non
proveremmo più emozioni, e la vita diventerebbe tristemente
monotona. Non avremmo la creatività, lo spirito
d’avventura: in breve, una personalità. Ma proviamo a
osservare quelli che manifestano un io ben sviluppato, e a volte
ipertrofico. Non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. I campioni
del “sono io il più forte, il più celebre, il
più influente, il più ricco e il più
potente” non mancano. Chi sono invece quelli che hanno ridotto al
minimo l’importanza dell’io per aiutare gli altri? Socrate,
Diogene, il Buddha, Gesù, i Padri del deserto, Gandhi, Madre
Teresa di Calcutta, il Dalai Lama, Nelson Mandela… E tanti altri
che operano nell’anonimato.
L’esperienza dimostra che chi si è liberato dai diktat
dell’ego pensa e agisce con una spontaneità e una
libertà opposta alla costante paranoia generata dai capricci di
un ego tronfio. Paul Ekman, uno dei più eminenti esperti della
scienza dell’emozione, che si è dedicato in particolare
allo studio di persone dotate di qualità umane eccezionali, fra
i tratti fondamentali di questi individui riscontra “il balenare
della bontà, una modalità d’essere che gli altri
percepiscono e apprezzano e, a differenza dei tanti ciarlatani
carismatici, una perfetta coerenza tra la loro vita privata e la loro
vita pubblica”. Ma soprattutto “spicca l’assenza di
ego: queste persone ispirano gli altri proprio grazie alla minima
importanza che attribuiscono al loro status, alla loro fama, per farla
breve al loro io. Non si preoccupano affatto di sapere se la loro
posizione o la loro importanza sono riconosciute”. Ekman
sottolinea inoltre che “la gente aspira istintivamente a trovarsi
in compagnia di esseri del genere, e anche se non sa bene spiegarsi il
perché, si sente arricchita dalla loro presenza”. Le loro
qualità contrastano con i difetti dei campioni dell’ego,
la cui presenza risulta fastidiosa, se non nauseante. Tra la messa in
scena di un io sovrano assoluto e la calorosa semplicità
dell’assenza di egocentrismo, la scelta non è difficile.
Ma non tutti sono d’accordo. Per esempio, Pascal Bruckner:
“Benché molte religioni orientali non facciano che
ripeterci pedissequamente il contrario, occorre riabilitare l’io,
l’amor proprio, la vanità, il narcisismo, tutte cose
eccellenti nella misura in cui contribuiscono a rafforzare il nostro
potere”. Una definizione del genere si addice però
più a un dittatore che a Gandhi o a Martin Luther King. Questa
è, in effetti, la tentazione totalitaria: attribuire
all’io il massimo potere, pensando che così possa
modellare il mondo a propria immagine e somiglianza. Ma i risultati non
si chiamano forse Hitler, Stalin, Mao o il Grande Fratello? Megalomani
che non sopportano che al mondo ci sia un solo granello di polvere
diverso da come lo desiderano?
La confusione tra potere e forza d’animo è grande. Il
potere è uno strumento con il quale possiamo uccidere o guarire,
mentre la forza d’animo è ciò che ci permette di
attraversare le tempeste dell’esistenza con la tenacia del
coraggio e della serenità. La forza interiore scaturisce proprio
dalla libertà nei confronti della tirannia dell’ego.
L’idea che per riuscire nella vita sia necessario un io potente
deriva dalla confusione tra l’attaccamento all’io e alla
propria immagine e la forza d’animo, la determinazione
indispensabile alla realizzazione delle nostre aspirazioni più
profonde. In pratica, minore è l’importanza che
attribuiamo all’io, più facilmente riusciamo a sviluppare
una forza interiore duratura. La ragione è semplice: ritenere
che il nostro io sia la cosa più importante ci trasforma in un
bersaglio, esposto a ogni sorta di proiettile mentale: gelosia, paura,
avidità, repulsione… Tutti fattori che non fanno che
destabilizzarlo.