A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Dal libro “Il gusto di essere felici”

di Matthieu Ricard
Saggezza e benessere in ogni momento della vita

Sperling & Kupfer 2008
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Le menzogne dell’io

Nella vita di tutti i giorni, il nostro io ci sembra del tutto reale e solido. Pur non essendo tangibile come un oggetto materiale, lo percepiamo attraverso la vulnerabilità cui ci espone costantemente: un semplice sorriso lo gratifica, un aggrottarsi di sopracciglia basta ad addolorarlo. E’ sempre presente, pronto per essere ferito o premiato. Riluttanti a percepirlo come multiplo e inafferrabile, ne facciamo un bastione unico, centrale e permanente. Ma esaminiamo nei dettagli su cosa si basa la nostra identità. Il nostro corpo? Un insieme di carne e ossa. La nostra coscienza? Una successione di pensieri fugaci. La nostra storia? Ricordi che non esistono più. Il nostro nome? Gli attribuiamo ogni sorta di concetti relativi alle nostre origini, alla nostra reputazione e al nostro status sociale, ma dopo tutto non è altro che una serie di lettere.
Se vediamo scritto il nostro nome, per esempio GIOVANNI, la mente ha un sussulto, pensa: Ma sono io! E’ però sufficiente separare le lettere G-I-O-V-A-N-N-I, e non ci sentiamo più coinvolti. L’idea che ci facciamo del “nostro” nome non è che una costruzione mentale, e l’attaccamento alla nostra discendenza e alla nostra reputazione non fa che limitare la nostra libertà interiore. Il sentimento profondo di un io che è il centro del nostro essere: è questo che bisogna analizzare con onestà.

Quando esploriamo il corpo, la parola e la mente, ci rendiamo conto che l’io non è che una definizione, un’etichetta, una convenzione, un segno. Il problema è che questa etichetta viene considerata assolutamente reale. Per smascherare le menzogne dell’io, è necessaria un’indagine inflessibile. Dobbiamo fare come chi, sospettando la presenza di un ladro nella propria abitazione, ispeziona ogni stanza, ogni accesso e ogni possibile nascondiglio, finché non è sicuro che non c’è davvero nessuno, e solo allora può sentirsi tranquillo. Nel nostro caso, si tratta di una ricerca introspettiva che si propone di scoprire ciò che si nasconde dietro la chimera di quell’io che definirebbe noi stessi.

Un’analisi rigorosa ci porterà a concludere che l’io non risiede in nessuna parte del corpo. Non lo si può trovare nella testa, nel cuore o nel petto. E non è nemmeno diffuso ovunque come una sostanza che ci pervade. Siamo soliti pensare che sia associato alla coscienza. Ma anche la coscienza è un fluire continuo: il passato è morto, il futuro non c’è ancora e il presente è inafferrabile. Come è possibile che l’io possa esistere, sospeso come un fiore nel cielo, tra qualcosa che non esiste più e qualcosa che non esiste ancora?

Non può dunque essere individuato né nel corpo né nella coscienza, che per il buddismo equivale alla mente. Inoltre, in quanto entità distinta, non lo si trova né all’interno di una combinazione di corpo e mente, né al di fuori di essi. Nessuna analisi seria, nessun esperimento contemplativo diretto permette di giustificare il sentimento di possesso dell’io. L’io non può essere trovato nel contesto a cui è associato. Possiamo pensare di essere alti, giovani e intelligenti, ma l’altezza, la giovinezza o l’intelligenza non sono l’io. Per il buddismo è soltanto un’etichetta con cui designare un continuum, un po’ come il nome di un fiume, Gange o Mississippi. Il continuum esiste, certo, ma in modo puramente convenzionale e fittizio. E’ totalmente privo di esistenza intrinseca, o reale.



La decostruzione dell’io

Per maggiore chiarezza, riprendiamo quest’analisi un po’ più nei dettagli. Il concetto di identità personale comporta tre aspetti: l’io, la persona e l’ego. Questi aspetti non sono fondamentalmente diversi, ma riflettono diverse modalità di conformarsi alla percezione dell’identità personale.

L’io vive nel presente, è lui che afferma: “Ho fame”, oppure “Io esisto”. E’ la sede della coscienza, dei pensieri, del giudizio e della volontà. E’ l’esperienza stessa della nostra condizione attuale.

Il concetto di persona è più vasto e dinamico, esteso nel tempo, che integra i vari aspetti della nostra esistenza sul piano fisico, mentale e sociale. I suoi confini sono vaghi. La persona può far riferimento al corpo (avere un bell’aspetto), a sentimenti intimi (una sensazione estremamente personale), al carattere (una brava persona), alle relazioni sociali (separare la vita personale da quella professionale) o all’essere umano in generale (il rispetto della persona). La sua continuità nel tempo ci permette di realizzare le rappresentazioni di noi stessi che appartengono al passato e le proiezioni che riguardano il futuro. Il concetto di persona è valido e corretto se lo consideriamo una semplice definizione con la quale indichiamo l’insieme delle relazioni tra la coscienza, il corpo e l’ambiente. Diventa inadeguato e nocivo se gli attribuiamo un’esistenza autonoma.

Infine c’è l’ego. Quello che consideriamo il centro del nostro essere. Siamo soliti concepirlo come un tutto indivisibile e permanente che ci caratterizza dall’infanzia alla morte. Non si tratta soltanto della somma dei nostri arti, dei nostri organi, della nostra pelle, del nostro nome, della nostra coscienza, ma anche del loro esclusivo proprietario. In effetti parliamo del “nostro braccio”, e non di una “estremità allungata del nostro essere”, e anche se ci viene amputato, il nostro ego non ne rimane mutilato. Un uomo senza gambe si sente sminuito nella propria integrità fisica, ma non in quella del proprio ego.

Se dovessimo tagliare il nostro corpo a fettine, in quale momento l’identità comincerebbe a disgregarsi? Percepiamo l’ego finché manteniamo la facoltà di pensare. Arriviamo così al celebre motto cartesiano che nel pensiero occidentale sottende qualsiasi concetto di identità: Cogito, ergo sum, penso, dunque sono. Ma il fatto di pensare non può certo essere considerato una prova dell’esistenza, poiché l’io è il contenuto momentaneo del nostro flusso mentale che cambia a ogni istante. Come spiega il filosofo buddista Han de Wit: “Partiamo dal presupposto che l’esperienza implichi la presenza di un io che sperimenta (…). Ma l’idea ‘io sto sperimentando qualcosa’ non prova affatto l’esistenza di una persona che sperimenta qualcosa”. In effetti non è sufficiente percepire qualcosa, o averne un’idea, perché questa cosa esista concretamente. Un miraggio e un’immagine illusoria ci sembrano frutto di una percezione corretta, eppure sono entrambi privi di realtà. Han de Wit conclude: “L’ego è il prodotto di un’attività mentale che crea e ‘mantiene in vita’ nella nostra mente un’entità immaginaria”.

L’idea che l’ego potrebbe essere solo un concetto si oppone alla maggior parte del pensiero occidentale. A tale proposito Cartesio è ancora una volta categorico: “Quando considero la mia mente, oppure considero me stesso in quanto cosa che pensa, non posso distinguere in me nessuna parte, sono una cosa unitaria e integra”. Il neurologo Charles Scott Sherrigton rincara la dose: “L’ego è unitario (…). Si considera tale e gli altri lo trattano in questo modo. Ci si rivolge a lui come a ‘una’ entità, tramite un nome al quale risponde”. Ognuno di noi ha la percezione istintiva di un io unitario, eppure nel momento in cui tentiamo di definirlo ci sfugge di mano.



Alla ricerca dell’io perduto

Dove si trova dunque l’io? Non possiamo pensare che stia unicamente nel corpo, perché quando affermiamo “Io sono fiero di me”., è la coscienza a essere fiera, e non il corpo. Si trova allora unicamente nella coscienza? E’ alquanto discutibile. Quando diciamo: “Qualcuno mi ha spinto”, non è la coscienza a essere spinta. Ed è anche ovvio che non è possibile trovare l’io fuori del corpo e della coscienza. Se si trattasse di un’entità autonoma non potrebbe costituirne l’essenza. E se fosse allora la somma delle parti, della loro struttura e continuità? Se il concetto di io fosse semplicemente associato all’unione del corpo e della coscienza? Con un ragionamento del genere ci allontaniamo dall’idea di un io concepito come proprietario o come entità, per passare a una nozione più astratta. La soluzione di questo enigma consiste nel considerare l’io come una designazione mentale o verbale attribuita a un processo dinamico, a un insieme di relazioni mutevoli che integrano percezione dell’ambiente, sensazioni, immagini mentali, emozioni e concetti. L’io non è che un’idea.

Prende forma nel momento stesso in cui uniamo l’ “io”, l’esperienza del momento presente, con la “persona”, la continuità della nostra esistenza. Come spiega il neuropsichiatra David Galin, abbiamo una tendenza innata a semplificare gli insiemi complessi per ridurli a entità, e inferire che queste entità sono durevoli.

E’ infatti più facile muoverci nel mondo se diamo per scontato che i suoi elementi restino immutati nel tempo, e quindi trattare la maggior parte dei fenomeni come se fossero entità costanti. Se dovessimo percepire il nostro corpo come un turbinio di atomi che non restano identici a se stessi neppure un milionesimo di secondo, non riusciremmo più a capire chi o che cosa siamo. Tuttavia dimentichiamo troppo facilmente che la percezione ordinaria del nostro corpo e dell’insieme dei fenomeni non è che un’approssimazione, e che in realtà tutto cambia in ogni momento.

E’ questo il modo in cui reifichiamo noi stessi e il mondo. Ciò non vuol dire che l’io non esista – ne facciamo continuamente esperienza – ma che esiste soltanto in modo illusorio. Ecco perché nel buddismo si afferma che l’io è “privo di esistenza autonoma e permanente”. In questo senso il Buddha affermava che l’io, come ogni altro fenomeno che ci sembra dotato di un’esistenza intrinseca, è in realtà simile a un miraggio. Visto da lontano, il miraggio di un lago sembra reale, ma se ci avviciniamo ci rendiamo conto che non potremo mai berne l’acqua. I fenomeni non sono dunque così come ci sembrano, ma non sono per questo inesistenti: proprio come un’illusione, si manifestano senza essere caratterizzati da una realtà assoluta. Il Buddha così lo ha descritto:

Come una stella cadente, un miraggio, una fiamma,
L’illusione di un mago, una goccia di rugiada,
una bolla sull’acqua,
Come un sogno, un lampo, una nuvola:
Così dovrebbe essere considerato ogni fenomeno.

(Rajsamadhi Sutra)



I fragili aspetti dell’identità

Il concetto di “persona” include l’immagine che abbiamo di noi stessi. L’idea della nostra identità, del nostro status sociale, è radicata nella nostra mente e influenza costantemente il nostro rapporto con gli altri. Quando una discussione si fa accesa, non è tanto l’oggetto del dibattito che ci infastidisce, quanto la messa in discussione della nostra identità. E’ sufficiente che qualche parola mal interpretata minacci l’immagine che abbiamo di noi stessi, perché la situazione ci appaia insopportabile, anche se le stesse parole, rivolte a qualcun altro in circostanze differenti, non ci darebbero così fastidio. Chiunque abbia una forte immagine di se stesso cercherà di assicurarsi che sia riconosciuta e accettata da tutti. Non c’è niente di più angosciante che vederla contestata.

Ma qual è il valore di questa identità? E’ importante ricordare che il termine “personalità” deriva da persona, che in latino significa “maschera”. La maschera attraverso (per) la quale l’attore fa riecheggiare (sonat) il proprio ruolo. A differenza dell’attore, che sa di portare una maschera, noi ci dimentichiamo spesso di distinguere tra il ruolo che svolgiamo nella società e la nostra natura più profonda.

Talvolta capita di fare incontri particolari in paesi lontani, e in condizioni più o meno difficili, come nel corso di un trekking o di una traversata in mare. In quei momenti, la sola cosa che conta è condividere l’avventura con i compagni di viaggio, con le loro qualità e i loro difetti, che manifestano nel corso delle peripezie che viviamo insieme. Poco importa chi siano, quale mestiere esercito, quanti soldi possiedano o quanto siano importanti a livello sociale. Ma quando, finita l’avventura, gli stessi compagni si ritrovano, la spontaneità di quei momenti è svanita perché ognuno ha recuperato la propria maschera, il proprio ruolo sociale di padre di famiglia, di imbianchino o di dirigente di impresa. L’incanto è spezzato. La profusione di etichette falsa i rapporti umani, e invece di vivere più sinceramente possibile ci fa ostentare il comportamento più utile a preservare la nostra immagine.

Di solito siamo spaventati all’idea di affrontare il mondo senza alcun riferimento, e quando dobbiamo abbandonare maschere e titoli siamo presi dalla vertigine dell’ignoto: se non sono più musicista, scrittore, impiegato, colto, bello o forte, chi sono? Eppure l’assenza di etichette è la migliore garanzia di libertà, il modo più agile, leggero e gioioso di attraversare il mondo.

Non essere più vittime delle menzogne dell’ego non ci impedisce di alimentare una forte determinazione per ottenere gli obiettivi che ci siamo prefissati e di godere di ogni istante la ricchezza delle nostre relazioni con il mondo intero. Anzi, accade proprio l’esatto contrario.



Attraverso un muro invisibile

Come possiamo utilizzare.quest’analisi che contraddice i concetti e i presupposti occidentali? In fondo, finora l’idea, benché vaga, di un io centrale ci ha reso un certo servizio, nel bene e nel male. In che misura una presa di coscienza della natura illusoria dell’io trasformerà i nostri rapporti con le persone che ci sono vicine e con il mondo che ci circonda? Un tale cambiamento di rotta non potrebbe risultare destabilizzante?

La risposta è che una trasformazione del genere non può che essere positiva. Finché l’ego è dominante, la mente è come un uccello che va a sbattere continuamente contro una parete di vetro, quella della credenza nell’io, restringendo il nostro universo in un’angusta prigione. Siamo sconcertati e storditi dal continuo sbattere contro una parete invalicabile. Poiché non è dotato di esistenza intrinseca, è un muro invisibile, una costruzione mentale, ma si tratta pur sempre di un muro, almeno finché frammenta il nostro mondo interiore e ostacola il fluire del nostro altruismo e della nostra gioia di vivere. Se non avessimo mai costruito il vetro dell’ego, questo muro non avrebbe mai potuto essere eretto. L’attaccamento all’io è fondamentalmente legato alle nostre sofferenze e a quelle che infliggiamo agli altri. Abbandonare la fissazione sulla nostra immagine, non dare tanta importanza all’io ci dona un’immensa libertà interiore, permettendoci di affrontare qualsiasi situazione con spontaneità, benevolenza, forza d’animo e serenità. Non avendo la speranza di un guadagno e il timore di una perdita, siamo liberi di dare e di ricevere. Non c’è più niente che ci spinga a pensare, parlare e agire in modo artificiale, egocentrico e inadeguato.

Aggrapparsi a un universo con i confini imposti dall’io ci fa invece essere preoccupati unicamente di noi stessi. La minima contrarietà ci turba e ci scoraggia. Siamo ossessionati dal nostro successo, dai nostri fallimenti, dalle nostre speranze e dalle nostre inquietudini, e a quel punto la felicità è solo una chimera. Il mondo ristretto dell’io è come un bicchiere d’acqua con una manciata di sale: non può dissetarci. Se invece infrangiamo le barriere dell’io e la mente diventa simile a un vasto lago, quella stessa manciata di sale non potrà alterare il sapore delle sue acque.

Quando l’io non è più percepito come la cosa più importante del mondo, siamo più facilmente interessati agli altri. Le loro sofferenze ci rendono più coraggiosi e determinati ad agire per il loro bene.

Se l’io costituisse davvero la nostra essenza profonda, sarebbe logico inquietarsi alla sola idea di sbarazzarsene. Ma dal momento che è un’illusione, liberarsene non significa strappare il cuore del nostro stesso essere, quanto semplicemente aprire gli occhi.

Vale dunque la pena di dedicare qualche momento dell’esistenza alla pratica della calma interiore, in modo che la mente possa meglio comprendere, attraverso l’analisi e l’esperienza diretta, lo spazio occupato dall’io nella nostra vita. Finché gli attribuiremo una grande importanza non raggiungeremo infatti una pace duratura, anzi, la causa stessa del nostro dolore continuerà a restare intatta nel più profondo del nostro essere, privandoci della più fondamentale delle libertà.

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©2008-2009 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 10/12/2008