Le menzogne dell’io
Nella vita di tutti i giorni, il nostro io ci sembra del tutto reale e
solido. Pur non essendo tangibile come un oggetto materiale, lo
percepiamo attraverso la vulnerabilità cui ci espone
costantemente: un semplice sorriso lo gratifica, un aggrottarsi di
sopracciglia basta ad addolorarlo. E’ sempre presente, pronto per
essere ferito o premiato. Riluttanti a percepirlo come multiplo e
inafferrabile, ne facciamo un bastione unico, centrale e permanente. Ma
esaminiamo nei dettagli su cosa si basa la nostra identità. Il
nostro corpo? Un insieme di carne e ossa. La nostra coscienza? Una
successione di pensieri fugaci. La nostra storia? Ricordi che non
esistono più. Il nostro nome? Gli attribuiamo ogni sorta di
concetti relativi alle nostre origini, alla nostra reputazione e al
nostro status sociale, ma dopo tutto non è altro che una serie
di lettere.
Se vediamo scritto il nostro nome, per esempio GIOVANNI, la mente ha un
sussulto, pensa: Ma sono io! E’ però sufficiente separare
le lettere G-I-O-V-A-N-N-I, e non ci sentiamo più coinvolti.
L’idea che ci facciamo del “nostro” nome non è
che una costruzione mentale, e l’attaccamento alla nostra
discendenza e alla nostra reputazione non fa che limitare la nostra
libertà interiore. Il sentimento profondo di un io che è
il centro del nostro essere: è questo che bisogna analizzare con
onestà.
Quando esploriamo il corpo, la parola e la mente, ci rendiamo conto che
l’io non è che una definizione, un’etichetta, una
convenzione, un segno. Il problema è che questa etichetta viene
considerata assolutamente reale. Per smascherare le menzogne
dell’io, è necessaria un’indagine inflessibile.
Dobbiamo fare come chi, sospettando la presenza di un ladro nella
propria abitazione, ispeziona ogni stanza, ogni accesso e ogni
possibile nascondiglio, finché non è sicuro che non
c’è davvero nessuno, e solo allora può sentirsi
tranquillo. Nel nostro caso, si tratta di una ricerca introspettiva che
si propone di scoprire ciò che si nasconde dietro la chimera di
quell’io che definirebbe noi stessi.
Un’analisi rigorosa ci porterà a concludere che l’io
non risiede in nessuna parte del corpo. Non lo si può trovare
nella testa, nel cuore o nel petto. E non è nemmeno diffuso
ovunque come una sostanza che ci pervade. Siamo soliti pensare che sia
associato alla coscienza. Ma anche la coscienza è un fluire
continuo: il passato è morto, il futuro non c’è
ancora e il presente è inafferrabile. Come è possibile
che l’io possa esistere, sospeso come un fiore nel cielo, tra
qualcosa che non esiste più e qualcosa che non esiste ancora?
Non può dunque essere individuato né nel corpo né
nella coscienza, che per il buddismo equivale alla mente. Inoltre, in
quanto entità distinta, non lo si trova né
all’interno di una combinazione di corpo e mente, né al di
fuori di essi. Nessuna analisi seria, nessun esperimento contemplativo
diretto permette di giustificare il sentimento di possesso
dell’io. L’io non può essere trovato nel contesto a
cui è associato. Possiamo pensare di essere alti, giovani e
intelligenti, ma l’altezza, la giovinezza o l’intelligenza
non sono l’io. Per il buddismo è soltanto
un’etichetta con cui designare un continuum, un po’ come il
nome di un fiume, Gange o Mississippi. Il continuum esiste, certo, ma
in modo puramente convenzionale e fittizio. E’ totalmente privo
di esistenza intrinseca, o reale.
La decostruzione dell’io
Per maggiore chiarezza, riprendiamo quest’analisi un po’
più nei dettagli. Il concetto di identità personale
comporta tre aspetti: l’io, la persona e l’ego. Questi
aspetti non sono fondamentalmente diversi, ma riflettono diverse
modalità di conformarsi alla percezione
dell’identità personale.
L’io vive nel presente, è lui che afferma: “Ho
fame”, oppure “Io esisto”. E’ la sede della
coscienza, dei pensieri, del giudizio e della volontà. E’
l’esperienza stessa della nostra condizione attuale.
Il concetto di persona è più vasto e dinamico, esteso nel
tempo, che integra i vari aspetti della nostra esistenza sul piano
fisico, mentale e sociale. I suoi confini sono vaghi. La persona
può far riferimento al corpo (avere un bell’aspetto), a
sentimenti intimi (una sensazione estremamente personale), al carattere
(una brava persona), alle relazioni sociali (separare la vita personale
da quella professionale) o all’essere umano in generale (il
rispetto della persona). La sua continuità nel tempo ci permette
di realizzare le rappresentazioni di noi stessi che appartengono al
passato e le proiezioni che riguardano il futuro. Il concetto di
persona è valido e corretto se lo consideriamo una semplice
definizione con la quale indichiamo l’insieme delle relazioni tra
la coscienza, il corpo e l’ambiente. Diventa inadeguato e nocivo
se gli attribuiamo un’esistenza autonoma.
Infine c’è l’ego. Quello che consideriamo il centro
del nostro essere. Siamo soliti concepirlo come un tutto indivisibile e
permanente che ci caratterizza dall’infanzia alla morte. Non si
tratta soltanto della somma dei nostri arti, dei nostri organi, della
nostra pelle, del nostro nome, della nostra coscienza, ma anche del
loro esclusivo proprietario. In effetti parliamo del “nostro
braccio”, e non di una “estremità allungata del
nostro essere”, e anche se ci viene amputato, il nostro ego non
ne rimane mutilato. Un uomo senza gambe si sente sminuito nella propria
integrità fisica, ma non in quella del proprio ego.
Se dovessimo tagliare il nostro corpo a fettine, in quale momento
l’identità comincerebbe a disgregarsi? Percepiamo
l’ego finché manteniamo la facoltà di pensare.
Arriviamo così al celebre motto cartesiano che nel pensiero
occidentale sottende qualsiasi concetto di identità: Cogito,
ergo sum, penso, dunque sono. Ma il fatto di pensare non può
certo essere considerato una prova dell’esistenza, poiché
l’io è il contenuto momentaneo del nostro flusso mentale
che cambia a ogni istante. Come spiega il filosofo buddista Han de Wit:
“Partiamo dal presupposto che l’esperienza implichi la
presenza di un io che sperimenta (…). Ma l’idea ‘io
sto sperimentando qualcosa’ non prova affatto l’esistenza
di una persona che sperimenta qualcosa”. In effetti non è
sufficiente percepire qualcosa, o averne un’idea, perché
questa cosa esista concretamente. Un miraggio e un’immagine
illusoria ci sembrano frutto di una percezione corretta, eppure sono
entrambi privi di realtà. Han de Wit conclude:
“L’ego è il prodotto di un’attività
mentale che crea e ‘mantiene in vita’ nella nostra mente
un’entità immaginaria”.
L’idea che l’ego potrebbe essere solo un concetto si oppone
alla maggior parte del pensiero occidentale. A tale proposito Cartesio
è ancora una volta categorico: “Quando considero la mia
mente, oppure considero me stesso in quanto cosa che pensa, non posso
distinguere in me nessuna parte, sono una cosa unitaria e
integra”. Il neurologo Charles Scott Sherrigton rincara la dose:
“L’ego è unitario (…). Si considera tale e
gli altri lo trattano in questo modo. Ci si rivolge a lui come a
‘una’ entità, tramite un nome al quale
risponde”. Ognuno di noi ha la percezione istintiva di un io
unitario, eppure nel momento in cui tentiamo di definirlo ci sfugge di
mano.
Alla ricerca dell’io perduto
Dove si trova dunque l’io? Non possiamo pensare che stia
unicamente nel corpo, perché quando affermiamo “Io sono
fiero di me”., è la coscienza a essere fiera, e non il
corpo. Si trova allora unicamente nella coscienza? E’ alquanto
discutibile. Quando diciamo: “Qualcuno mi ha spinto”, non
è la coscienza a essere spinta. Ed è anche ovvio che non
è possibile trovare l’io fuori del corpo e della
coscienza. Se si trattasse di un’entità autonoma non
potrebbe costituirne l’essenza. E se fosse allora la somma delle
parti, della loro struttura e continuità? Se il concetto di io
fosse semplicemente associato all’unione del corpo e della
coscienza? Con un ragionamento del genere ci allontaniamo
dall’idea di un io concepito come proprietario o come
entità, per passare a una nozione più astratta. La
soluzione di questo enigma consiste nel considerare l’io come una
designazione mentale o verbale attribuita a un processo dinamico, a un
insieme di relazioni mutevoli che integrano percezione
dell’ambiente, sensazioni, immagini mentali, emozioni e concetti.
L’io non è che un’idea.
Prende forma nel momento stesso in cui uniamo l’
“io”, l’esperienza del momento presente, con la
“persona”, la continuità della nostra esistenza.
Come spiega il neuropsichiatra David Galin, abbiamo una tendenza innata
a semplificare gli insiemi complessi per ridurli a entità, e
inferire che queste entità sono durevoli.
E’ infatti più facile muoverci nel mondo se diamo per
scontato che i suoi elementi restino immutati nel tempo, e quindi
trattare la maggior parte dei fenomeni come se fossero entità
costanti. Se dovessimo percepire il nostro corpo come un turbinio di
atomi che non restano identici a se stessi neppure un milionesimo di
secondo, non riusciremmo più a capire chi o che cosa siamo.
Tuttavia dimentichiamo troppo facilmente che la percezione ordinaria
del nostro corpo e dell’insieme dei fenomeni non è che
un’approssimazione, e che in realtà tutto cambia in ogni
momento.
E’ questo il modo in cui reifichiamo noi stessi e il mondo.
Ciò non vuol dire che l’io non esista – ne facciamo
continuamente esperienza – ma che esiste soltanto in modo
illusorio. Ecco perché nel buddismo si afferma che l’io
è “privo di esistenza autonoma e permanente”. In
questo senso il Buddha affermava che l’io, come ogni altro
fenomeno che ci sembra dotato di un’esistenza intrinseca,
è in realtà simile a un miraggio. Visto da lontano, il
miraggio di un lago sembra reale, ma se ci avviciniamo ci rendiamo
conto che non potremo mai berne l’acqua. I fenomeni non sono
dunque così come ci sembrano, ma non sono per questo
inesistenti: proprio come un’illusione, si manifestano senza
essere caratterizzati da una realtà assoluta. Il Buddha
così lo ha descritto:
Come una stella cadente, un
miraggio, una fiamma,
L’illusione di un mago,
una goccia di rugiada,
una bolla sull’acqua,
Come un sogno, un lampo, una
nuvola:
Così dovrebbe essere considerato
ogni fenomeno.
(Rajsamadhi Sutra)
I
fragili aspetti dell’identità
Il concetto di “persona” include l’immagine che
abbiamo di noi stessi. L’idea della nostra identità, del
nostro status sociale, è radicata nella nostra mente e influenza
costantemente il nostro rapporto con gli altri. Quando una discussione
si fa accesa, non è tanto l’oggetto del dibattito che ci
infastidisce, quanto la messa in discussione della nostra
identità. E’ sufficiente che qualche parola mal
interpretata minacci l’immagine che abbiamo di noi stessi,
perché la situazione ci appaia insopportabile, anche se le
stesse parole, rivolte a qualcun altro in circostanze differenti, non
ci darebbero così fastidio. Chiunque abbia una forte immagine di
se stesso cercherà di assicurarsi che sia riconosciuta e
accettata da tutti. Non c’è niente di più
angosciante che vederla contestata.
Ma qual è il valore di questa identità? E’
importante ricordare che il termine “personalità”
deriva da persona, che in latino significa “maschera”. La
maschera attraverso (per) la quale l’attore fa riecheggiare
(sonat) il proprio ruolo. A differenza dell’attore, che sa di
portare una maschera, noi ci dimentichiamo spesso di distinguere tra il
ruolo che svolgiamo nella società e la nostra natura più
profonda.
Talvolta capita di fare incontri particolari in paesi lontani, e in
condizioni più o meno difficili, come nel corso di un trekking o
di una traversata in mare. In quei momenti, la sola cosa che conta
è condividere l’avventura con i compagni di viaggio, con
le loro qualità e i loro difetti, che manifestano nel corso
delle peripezie che viviamo insieme. Poco importa chi siano, quale
mestiere esercito, quanti soldi possiedano o quanto siano importanti a
livello sociale. Ma quando, finita l’avventura, gli stessi
compagni si ritrovano, la spontaneità di quei momenti è
svanita perché ognuno ha recuperato la propria maschera, il
proprio ruolo sociale di padre di famiglia, di imbianchino o di
dirigente di impresa. L’incanto è spezzato. La profusione
di etichette falsa i rapporti umani, e invece di vivere più
sinceramente possibile ci fa ostentare il comportamento più
utile a preservare la nostra immagine.
Di solito siamo spaventati all’idea di affrontare il mondo senza
alcun riferimento, e quando dobbiamo abbandonare maschere e titoli
siamo presi dalla vertigine dell’ignoto: se non sono più
musicista, scrittore, impiegato, colto, bello o forte, chi sono? Eppure
l’assenza di etichette è la migliore garanzia di
libertà, il modo più agile, leggero e gioioso di
attraversare il mondo.
Non essere più vittime delle menzogne dell’ego non ci
impedisce di alimentare una forte determinazione per ottenere gli
obiettivi che ci siamo prefissati e di godere di ogni istante la
ricchezza delle nostre relazioni con il mondo intero. Anzi, accade
proprio l’esatto contrario.
Attraverso un muro
invisibile
Come possiamo utilizzare.quest’analisi che contraddice i concetti
e i presupposti occidentali? In fondo, finora l’idea,
benché vaga, di un io centrale ci ha reso un certo servizio, nel
bene e nel male. In che misura una presa di coscienza della natura
illusoria dell’io trasformerà i nostri rapporti con le
persone che ci sono vicine e con il mondo che ci circonda? Un tale
cambiamento di rotta non potrebbe risultare destabilizzante?
La risposta è che una trasformazione del genere non può
che essere positiva. Finché l’ego è dominante, la
mente è come un uccello che va a sbattere continuamente contro
una parete di vetro, quella della credenza nell’io, restringendo
il nostro universo in un’angusta prigione. Siamo sconcertati e
storditi dal continuo sbattere contro una parete invalicabile.
Poiché non è dotato di esistenza intrinseca, è un
muro invisibile, una costruzione mentale, ma si tratta pur sempre di un
muro, almeno finché frammenta il nostro mondo interiore e
ostacola il fluire del nostro altruismo e della nostra gioia di vivere.
Se non avessimo mai costruito il vetro dell’ego, questo muro non
avrebbe mai potuto essere eretto. L’attaccamento all’io
è fondamentalmente legato alle nostre sofferenze e a quelle che
infliggiamo agli altri. Abbandonare la fissazione sulla nostra
immagine, non dare tanta importanza all’io ci dona
un’immensa libertà interiore, permettendoci di affrontare
qualsiasi situazione con spontaneità, benevolenza, forza
d’animo e serenità. Non avendo la speranza di un guadagno
e il timore di una perdita, siamo liberi di dare e di ricevere. Non
c’è più niente che ci spinga a pensare, parlare e
agire in modo artificiale, egocentrico e inadeguato.
Aggrapparsi a un universo con i confini imposti dall’io ci fa
invece essere preoccupati unicamente di noi stessi. La minima
contrarietà ci turba e ci scoraggia. Siamo ossessionati dal
nostro successo, dai nostri fallimenti, dalle nostre speranze e dalle
nostre inquietudini, e a quel punto la felicità è solo
una chimera. Il mondo ristretto dell’io è come un
bicchiere d’acqua con una manciata di sale: non può
dissetarci. Se invece infrangiamo le barriere dell’io e la mente
diventa simile a un vasto lago, quella stessa manciata di sale non
potrà alterare il sapore delle sue acque.
Quando l’io non è più percepito come la cosa
più importante del mondo, siamo più facilmente
interessati agli altri. Le loro sofferenze ci rendono più
coraggiosi e determinati ad agire per il loro bene.
Se l’io costituisse davvero la nostra essenza profonda, sarebbe
logico inquietarsi alla sola idea di sbarazzarsene. Ma dal momento che
è un’illusione, liberarsene non significa strappare il
cuore del nostro stesso essere, quanto semplicemente aprire gli occhi.
Vale dunque la pena di dedicare qualche momento dell’esistenza
alla pratica della calma interiore, in modo che la mente possa meglio
comprendere, attraverso l’analisi e l’esperienza diretta,
lo spazio occupato dall’io nella nostra vita. Finché gli
attribuiremo una grande importanza non raggiungeremo infatti una pace
duratura, anzi, la causa stessa del nostro dolore continuerà a
restare intatta nel più profondo del nostro essere, privandoci
della più fondamentale delle libertà.
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