A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Dal libro “Il gusto di essere felici”

di Matthieu Ricard
Saggezza e benessere in ogni momento della vita

Sperling & Kupfer 2008
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La Natura della Mente


Che cosa può riuscire a comprendere sulla propria natura una mente che analizza se stessa? la prima cosa che riscontriamo sono i  flussi di pensieri che si manifestano un istante dopo l’altro, senza che quasi ce ne rendiamo conto. Che lo vogliamo o no, la nostra mente è attraversata di continuo da innumerevoli pensieri, alimentati dalle nostre sensazioni, dai nostri ricordi e dalla nostra immaginazione. Ma non scorgiamo forse anche una certa qualità onnipresente, quale che sia il contenuto dei pensieri? E’ la coscienza primordiale che è alla base di qualsiasi pensiero, e continua a essere presente anche quando, per qualche istante soltanto, la mente rimane tranquilla, quasi immobile, conservando tuttavia la sua capacità cognitiva.. Questa facoltà, questa semplice “presenza risvegliata” che potremmo definire anche “pura coscienza” o “pura consapevolezza”, può esistere anche in assenza di costruzioni mentali.

Continuando a lasciare che la mente osservi se stessa, faremo dunque l’esperienza della pura coscienza, oltre che dei pensieri che si manifestano nel suo contesto. Se la sperimentiamo, vuol dire che esiste davvero. Ma a parte tutto ciò, che cos’altro possiamo dire? Se esaminiamo i pensieri, è possibile attribuire loro delle caratteristiche? Hanno forse una precisa collocazione? No. Un colore? Una forma? Nemmeno. A parte la qualità del conoscere non riusciamo a identificare nessun’altra caratteristica intrinseca e reale. E’ per questo che il buddismo afferma che la mente è “priva, o vuota, di esistenza intrinseca”. Questo concetto di vacuità dei pensieri è sicuramente del tutto estraneo alla psicologia occidentale.

Di quale utilità può esserci? Proviamo a considerare cosa succede quando si manifestano un’emozione o un pensiero estremamente potenti, come la collera. Ce ne lasciamo sommergere, e l’emozione si amplifica e si moltiplica dando origine a diversi altri pensieri che ci turbano, ci accecano e ci incitano a pronunciare parole e a commettere atti, anche violenti, che provocano sofferenza negli altri e dei quali finiremo per pentirci. Invece di lasciare che un cataclisma del genere abbia liberamente corso, potremmo provare a esaminare il pensiero della collera in modo da renderci conto fin dall’inizio che si tratta di un’energia priva di sostanza. Torneremo su questo genere di tecniche, ma è indispensabile sottolineare fin d’ora che in questo modo possiamo liberarci dalla morsa delle emozioni perturbatrici.

Acquisire una migliore conoscenza della natura fondamentale della mente ha un altro vantaggio. Se capiamo che i pensieri sorgono dalla pura coscienza per poi farvi ritorno, come onde che si gonfiano sulla superficie dell’oceano e poi ne sono riassorbite, faremo un gran passo in avanti verso la pace interiore. Da quel momento in poi, i pensieri perderanno buona parte della loro capacità di danneggiarci. Per fare pratica con questo metodo dobbiamo, non appena un pensiero si manifesta, osservarne le origini e, quando svanisce, chiederci dov’è finito. Nel breve lasso di tempo in cui la nostra mente è sgombra da ogni pensiero discorsivo, contempliamone la natura. Nell’intervallo in cui i pensieri precedenti sono cessati e i pensieri futuri non si sono ancora manifestati, non percepiamo forse una coscienza pura e luminosa, che non viene alterata dalle nostre costruzioni mentali? Attraverso la nostra esperienza diretta, possiamo comprendere a poco a poco ciò che il buddismo intende con “natura della mente”.


Emozioni perturbatrici: i rimedi



Un’opera di vasto respiro

La maggior parte delle ricerche di psicologia moderna sul controllo delle emozioni ha indicato il modo di gestirle e regolarle solo dopo che hanno occupato la nostra mente. Manca il riconoscimento del ruolo centrale svolto dalla vigilanza e dalla lucidità, quella che il buddismo definisce “presenza risvegliata”. Riconoscere un’emozione nel momento stesso in cui si produce, comprendere che si tratta solo di un pensiero privo di esistenza autonoma e lasciare che si sciolga spontaneamente evitando la reazione a catena che ne deriva: questo è il nucleo della pratica contemplativa buddista.

In una sua recente opera (Emotions Revealed, Times Press, New York 2003) Paul Ekman, che partecipa da diversi anni agli incontri tra il Dalai Lama e famosi scienziati, sotto il patrocinio dell’Istituto Mind and Life, ha posto l’accento sull’utilità di un’osservazione attenta delle sensazioni emotive, paragonabile alla vigilanza e alla presenza risvegliata del buddismo. Ekman ritiene che una delle maniere più pragmatiche di gestire le emozioni sia decidere se intendiamo oppure no esprimerle in parole e atti.

Il controllo di ogni disciplina, sia la musica, la medicina o la matematica, richiede un esercizio intenso. Si direbbe però che in occidente si consideri di rado – a parte nella psicoanalisi, i cui risultati sono incerti e il processo faticoso – l’idea di fare uno sforzo costante e a lungo termine rivolto alla trasformazione dei propri stati emotivi e del proprio carattere. Lo scopo stesso della psicoterapia è diverso e alquanto limitato. Secondo Han de Wit:
… non si tratta di arrivare alla cessazione della sofferenza (il nirvana), o all’illuminazione, ma soltanto di un aiuto alle persone disperatamente intrappolate nel samsara e nella sofferenza che ne deriva, per sostenerlo con una certa serenità (…). La meditazione invece non vuole rendere il samsara sopportabile, perché per il buddismo è profondamente malsano, fondamentalmente irrazionale e fonte ineluttabile di sofferenza.
(Le lotus et la rose, Kunchap, Huy 2002.)

Lo scopo del buddismo non è “normalizzare” la nostra modalità nevrotica di agire. La condizione che generalmente consideriamo normale è solo il punto di partenza, non la destinazione finale. La nostra esistenza ha un valore più grande!

Nella psicologia occidentale la maggior parte dei metodi per modificare in modo durevole gli stati affettivi riguarda la cura delle condizioni patologiche. Secondo Ekman e Davidson: “Fatta salva qualche eccezione, come i recenti sviluppi della psicologia positiva, non è stato compiuto alcuno sforzo per lo sviluppo delle qualità mentali di individui che non soffrono di nessuna patologia. Per il buddismo questo è un approccio insufficiente, in quanto un gran numero di emozioni conflittuali è considerato come un disordine mentale. Una persona in preda a un odio feroce o una gelosia ossessiva non può essere ragionevolmente considerata sana di mente, anche se le sue condizioni non sono ritenute patologiche da un punto di vista psichiatrico. Queste emozioni conflittuali, facendo parte del nostro quotidiano, assumono, per chi se ne occupa, un’importanza e un’urgenza meno pressanti. Di conseguenza il concetto di “addestramento mentale” fa parte delle preoccupazioni ricorrenti dell’uomo moderno molto meno del lavoro, delle attività culturali, dell’esercizio fisico e degli svaghi.

L’insegnamento dei valori umani viene generalmente considerato pertinenza della religione o della famiglia. La spiritualità e la vita contemplativa vengono ridotte a delle specie di vitamine dell’anima. Le conoscenze filosofiche, se acquisite, sono spesso avulse dalla pratica, e ognuno deve trovare da solo le proprie regole di vita. In questo momento, in cui si dispone della pseudolibertà di fare quello che si vuole, senza però aver punti di riferimento certi, ci si ritrova smarriti. Le considerazioni astratte e molto spesso incomprensibili della filosofia contemporanea e lo stile di vita frenetico, con l’imperativo del divertimento a ogni costo, lasciano poco spazio alla ricerca di una fonte d’ispirazione autentica che dia una direzione alla nostra vita. Come dice il Dalai Lama: “Si vorrebbe che la spiritualità fosse facile, rapida e a buon mercato”. Vale a dire inesistente. E’ ciò che Trungpa Rimpoche ha definito “materialismo spirituale”. Pierre Hadot, esperto di filosofia antica, ritiene che “la filosofia non sia che un esercizio introduttivo alla saggezza”, e che una vera scuola filosofica sia soprattutto uno stile di vita.

Dobbiamo riconoscere che nei confronti del cambiamento abbiamo una resistenza molto forte. Non mi riferisco ai superficiali voltafaccia delle mode che caratterizzano la nostra società, ma alla profonda inerzia rispetto a qualsiasi autentica trasformazione del nostro modo d’essere. Nella maggior parte dei casi non vogliamo neppure sentir parlare della possibilità di cambiare, e deridiamo chi cerca una soluzione alternativa. Certo, nessuno desidera essere in collera, geloso o orgoglioso, ma ogni volta che ci capita abbiamo il pretesto che in fondo sia normale, che faccia parte dell’esistenza. Perché dunque cercare di cambiare qualcosa? Cerchiamo piuttosto d’essere noi stessi! E questo equivale a distrarci, a cambiare aria, auto o partner, a consumare il più possibile, a ubriacarci di cose superflue, e soprattutto a evitare di confrontarci con l’essenziale, perché ci costerebbe fatica.

Un atteggiamento del genere sarebbe giustificato se fossimo veramente soddisfatti del nostro destino. Ma è davvero così? Alain scrive: “La stupidità è una malattia che si diffonde molto rapidamente, e si distingue soprattutto per la volontà di non essere guarita”. Come diceva un amico tibetano: “Se davvero pensi che nella tua vita tutto sia perfetto, o sei illuminato o sei completamente imbecille!”

Dal momento che l’io è recalcitrante, e si oppone a tutto ciò che minaccia la sua egemonia, preferiamo proteggere questo parassita così caro e non osiamo neppure chiederci come sarebbe la vita in sua assenza. Questa è la logica bizzarra del nostro soffrire.

Se iniziamo il lavoro introspettivo, ci rendiamo conto, tuttavia, che la trasformazione non è poi così faticosa. Al contrario, nonostante qualche difficoltà scopriamo rapidamente la gioia che scaturisce dallo sforzo, e che ogni progresso è una nuova soddisfazione. Abbiamo la consapevolezza di acquisire una libertà e una forza interiore sempre più grandi, che si traducono nell’attenuazione delle angosce e delle paure. La fiducia impostata sulla gioia di vivere si sostituisce all’insicurezza, e un appassionato altruismo all’egocentrismo cronico.

Sengdrak Rinpoche, un amico che vive da più di trent’anni sulle montagne al confine tra Nepal e Tibet, racconta che quand’era adolescente, durante i suoi primi ritiri, ha attraversato periodi molo difficili. Le emozioni, e principalmente il desiderio, erano talmente intense che credeva di impazzire.

Oggi, quando ne parla, lo fa con un grande sorriso. Familiarizzandosi con i diversi metodi di affrontare le emozioni, ha poi acquisito una perfetta libertà interiore. Da quel momento non è stato altro che pura gioia. E non c’è da dubitarne! Si tratta della persona più semplice, più allegra e più stimolante che abbia mai incontrato. Si ha l’impressione che nulla potrebbe turbarlo e che le difficoltà esteriori gli scivolino addosso, come gocce d’acqua su un petalo di rosa. Quando parla, i suoi occhi brillano di allegria, e la sua persona sprigiona una tale leggerezza che si immagina che da un momento all’altro possa alzarsi in volo come un uccello. Malgrado abbia fatto molti anni di pratica meditativa, molti più di tutte le altre persone che conosco, si comporta come se fosse l’ultimo dei principianti. Continua a vivere sul fianco di quella montagna, circondato da trecento persone che, nel tempo, lo hanno raggiunto per praticare la meditazione negli eremitaggi tutt’intorno al suo.

C’è forse qualcuno che si lamenta perché ci vogliono anni per costruire un ospedale o per completare la propria istruzione? E allora perché lamentarsi degli anni di perseveranza necessari per diventare esseri umani equilibrati e pieni di bontà?

 


©2008-2009 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 10/12/2008