A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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dal libro "La Tua mente puo' cambiare" Di sharon begley
PREFAZIONE DI dANIEL gOLEMAN
pRESENTAZIONE DEL DALAI LAMA
RIZZOLI EDITORE,2007
Prefazione
di
Daniel Goleman


Quando nell’ottobre 2004 Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama, incontrò per una settimana un piccolo gruppo di neuroscienziati nella sua residenza indiana di Dharamsala, l’argomento in agenda era la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di cambiare. Solo dieci o vent’anni fa, il fatto che questa capacità potesse essere oggetto di un serio dibattito scientifico sarebbe stato impensabile; un dogma che la neuroscienza aveva ereditato dal secolo precedente, infatti, stabiliva che il cervello raggiungesse già nell’infanzia l’assetto che avrebbe poi mantenuto per tutta la vita, e che la sua struttura, dunque, non potesse subire cambiamenti durante la crescita.

Tuttavia questa nozione, come tante altre, è finita nella soffitta delle “verità” scientifiche ormai obsolete, lasciate al palo dal progresso. Ora la scienza che studia il cervello ha una nuova, vivace branca che si occupa dei molteplici cambiamenti che questo organo può subire nel corso di una vita; questo volume è un’ottima introduzione a questo giovane e promettente ambito di ricerca.

Da quanto viene presentato, un aspetto è degno di particolare attenzione e riguarda i neuroscienziati che hanno partecipato all’iniziativa. Molti di loro hanno viaggiato per migliaia di chilometri per poter parlare con il Dalai Lama, in India, delle implicazioni delle loro scoperte, che costituiscono un surrogato della tradizionale pratica contemplativa del buddismo di cui egli è guida. Il motivo: le meditazioni che segnano il suo percorso spirituale appaiono ai neuroscienziati un possibile “esperimento della natura”, cioè un test scientifico involontario sulle forme più elevate di neuroplasticità.

Per millenni gli adepti della meditazione hanno esplorato le potenzialità della plasticità cerebrale, immagazzinando osservazioni e trasmettendo questo sapere alle nuove generazioni.

Una delle questioni sollevate dal Dalai Lama appare particolarmente provocatoria: può la mente modificare il cervello? E’ un interrogativo che negli anni ha posto più volte agli scienziati, ottenendo di solito risposte condiscendenti. Dopotutto uno degli assiomi della scienza che studia il cervello è che i processi mentali sono il risultato di un’attività cerebrale, cioè che il cervello plasma e condiziona la mente, non viceversa. Tuttavia i dati riportati nel libro suggeriscono che è possibile che la causalità agisca in entrambi i sensi, e che l’attività mentale ripetuta sia in grado di modificare la stessa struttura cerebrale.

In che misura, per ora non siamo in grado di dirlo, ma il semplice fatto che la neuroscienza stia valutando questa eventualità rappresenta, nel nostro campo, una seconda rivoluzione concettuale: il punto è che non soltanto il cervello cambia struttura nell’arco di una vita, ma che possiamo intervenire nel cambiamento in modo attivo e consapevole. Questo significa sfidare un altro dogma ereditato dalla neuroscienza: l’idea che i sistemi mentali, come la percezione e l’attenzione, siano soggetti a vincoli immutabili. La lezione del buddismo insegna che questi vincoli mentali si possono superare esercitando correttamente la mente.

Fino a dove sia possibile condurre questi sistemi neuronali è stato mostrato da Richard Davidson, il neuroscienziato dell’Università del Wisconsin che ha organizzato questa sessione di incontri. Grazie alla collaborazione del Dalai Lama, alcuni monaci con alle spalle un’eccezionale esperienza meditativa (da 1500 a 55.000 ore di pratica) hanno accettato di essere esaminati nel suo laboratorio. Davidson ha reso noti agli studiosi presenti al convegno alcuni risultati fondamentali, che mostravano per esempio come durante una meditazione sulla compassione si attivassero, in una misura mai osservata in precedenza, aree neuronali legate ai sentimenti positivi e alla predisposizione all’azione. Alcune nozioni classiche sui limiti del nostro apparato mentale dovranno essere riesaminate.

Questo è il decimo volume di una serie destinata a non interrompersi, che punta a descrivere al pubblico dei lettori gli incontri organizzati dal Mind and Life Institute (per maggiori informazioni si consulti il sito www.mindandlife.org). Fondato dal compianto Francisco Varela, neuroscienziato cognitivo cileno che ha lavorato a lungo a Parigi, e da Adam Engle, uomo d’affari americano, l’Istituto elabora i suoi programmi in stretta collaborazione con il Dalai Lama. All’inizio si occupava dell’organizzazione di riunioni scientifiche, come quella descritta nel libro. Gli incontri continuano a svolgersi, ma a questi si sono aggiunte altre attività, tra le quali un seminario annuale per studenti universitari e specializzandi sugli orizzonti di ricerca aperti dai dibattiti, con una particolare attenzione alla neuroscienza e alla scienza cognitiva. Inoltre l’Istituto assegna contributi economici ai giovani ricercatori che vogliono occuparsi di questi argomenti. In memoria del lungimirante fondatore dell’Istituto, queste borse di studio di chiamano “Mind and Life – Francisco J. Varela Research Awards”.

Ogni libro della collana Mind and Life ha una struttura e una carattere particolari che riflettono sia i temi discussi nell’incontro, sia i punti di forza dell’autore. Sharon Begley, giornalista scientifica tra le più affermate a livello internazionale, ha utilizzato la sua straordinaria capacità dialettica per raccontare un intero campo di ricerca e permetterci un tuffo nella scienza cerebrale e mentale, che ci fa rivivere quanto detto a Dharamsala. Il risultato va quindi al di là di quanto avvenuto in quell’occasione, per diventare un bilancio dell’attuale teoria della neroplasticità, cioè di una delle più emozionanti avventure scientifiche dei nostri giorni.

La mente sopra la materia

L’attività mentale cambia il cervello

La lunga ombra di Descartes

Durante una visita a una facoltà di Medicina, il Dalai Lama fu invitato ad assistere a un intervento di chirurgia cerebrale (col consenso della famiglia del paziente). Dopo l’intervento, seduti in poltrona, il Dalai Lama e i neurochirurghi ebbero un breve scambio di idee su come la scienza concepisce la mente e il cervello. Il Dalai Lama accennò alla possibilità, avuta negli ultimi anni, di conversare a lungo con uomini di scienza e come questi ultimi gli avessero spiegato che la percezione, le sensazioni e molte esperienze soggettive sono il riflesso di cambiamenti chimici ed elettrici nel cervello. Quando impulsi elettrici percorrono le reti dei neuroni della corteccia visiva, vediamo; quando fenomeni neurochimici hanno luogo nel sistema limbico, proviamo qualcosa, sia per cause concrete che per via di pensieri prodotti dalla mente. Persino la coscienza, secondo gli scienziati con cui aveva parlato, è solo una manifestazione dell’attività cerebrale, e quando il cervello cessa di funzionare la consapevolezza svanisce come la bruma al levarsi del sole.

Qualcosa in quelle spiegazioni avevano sempre lasciato perplesso il Dalai Lama. Anche ammesso che la mente sia un riflesso di quello che accade nel cervello, e che  sentimenti e pensieri siano manifestazioni dell’attività cerebrale, non è possibile che la causalità vada nelle due direzioni? Cioè, non è possibile che così come il cervello produce i pensieri, i sentimenti e le altre attività cognitive che nel loro insieme costituiscono la mente, allo stesso modo la mente agisca sul cervello producendo cambiamenti fisici nella materia da cui trae origine? In questo caso, la freccia della causalità punterebbe in due direzioni e il puro pensiero influirebbe sulla chimica, sull’attività elettrica del cervello, sui suoi circuiti o perfino sulla sua struttura.

Il neurochirurgo rispose senza esitazione. Gli stati fisici danno origine agli stati mentali, spiegò pazientemente. Una causalità “discendente” dal mentale al fisico non è possibile. Per delicatezza il Dalai Lama lasciò cadere la questione. Non era la prima volta che sentiva un neuroscienziato negare l’influenza della mente sul cervello e affermare  la natura materiale della coscienza.

“Oggi come allora, penso che non ci siano ancora le basi scientifiche per fare asserzioni categoriche” ha scritto il Dalai Lama nel saggio L’universo in un singolo atomo. “Il punto di vista che tutti i processi mentali siano necessariamente processi fisici è un presupposto metafisico, non un fatto scientifico.”

I classici del buddismo parlano poco di cervello in quanto tale. La scoperta che questa massa tondeggiante e soffice come il tofu, dal peso approssimativo di un chilo e mezzo, sia la sede della nostra attività mentale è di pochi secoli fa, e la maggior parte degli scritti buddisti risale a più di mille anni fa. Per molto tempo non c’è stato interesse a occuparsi del cervello più di quanto ce ne fosse a indagare la funzione del sopracciglio sinistro. D’altra parte come spiega Thupten Jinpa, studioso buddista interprete del Dalai Lama, il buddismo ha molto ragionato sul rapporto dei cinque sensi con la mente. “I testi buddisti riconoscono che gli organi di senso sono la base delle sensazioni fisiche e i mezzi con cui le sensazioni esterne si trasformano in stati mentali” dice. “Le discussioni su come il mentale possa influenzare il fisico nascono quando si parla di guarigione, di come i processi mentali possano avere effetti sul corpo, e di come la meditazione possa influenzarlo e sanarlo.” Dopo che gli occidentali hanno identificato nel cervello l’organo del pensiero razionale e delle emozioni, non è poi così strano immaginare che la mente possa a sua volta agire su di esso.

Il Dalai Lama non aveva niente da obiettare in merito alla tesi secondo cui l’attività cerebrale induce quella mentale. D’altra parte trovava prematuro ridurre la seconda alla prima. Potrebbero esserci aspetti della coscienza che non dipendono solo dagli impulsi bioelettrici e dalla liberazione e riassorbimento dei neuromediatori. Questo significa che c’è ancora qualcosa della mente che rimane separato e autonomo dal cervello. Come disse ai suoi ospiti scienziati a Dharamsala al convegno Mind and Life del 2000: “Mi interessa in che misura la mente in se stessa, e nei suoi pensieri più sottili, possa influenzare il cervello. In questo caso non si tratterebbe di una relazione univoca che scaturisce nel cervello e si ripercuote sull’attività mentale, ma dell’azione della mente sul cervello”. E questa correlazione è di natura causale, in quanto gli stati mentali influenzano gli stessi neuroni e circuiti nervosi da cui hanno origine. Il Dalai Lama aveva appena sollevato la questione, quando Francisco Varela colse l’occasione per intervenire: “Gli stati mentali devono a loro volta essere in grado di influire sulla condizione del cervello” dichiarò. “E’ così per forza. Tuttavia non si è andati molto a fondo, perché per un occidentale è un’idea contro-intuitiva. Ma in realtà è logicamente implicita in quello che la scienza sostiene oggi.”

“Logicamente implicita” però non vuol dire “ampiamente ed esplicitamente riconosciuta”. Quando gli scienziati riconoscono l’influenza della mente sul cervello, lo fanno interponendo fra i due un intermediario: il cervello stesso. Il punto di vista generalmente accettato è che il cervello dia origine agli stati mentali. Un particolare schema di neuroni che entrano in attività qui sollecita determinati neurotrasmettitori che raggiungono altri neuroni lì, dando origine a uno stato mentale – per esempio un’intenzione. A essa è associabile un correlato neuronale, un corrispondente stato cerebrale caratterizzato dall’attività di particolari circuiti, rilevabile, supponiamo, attraverso la risonanza magnetica funzionale. Il correlato neuronale dell’intenzione è diverso dallo stato cerebrale che ha causato l’intenzione, e a sua volta può dare origine, e dà origine, a successivi stati cerebrali. Perciò, anche se potremmo pensare ingenuamente che l’intenzione produca un mutamento dello stato cerebrale, quello che accade in realtà è piuttosto banale: lo stato cerebrale che corrisponde all’intenzione influisce su un altro aspetto del cervello in un modo perfettamente newtoniano, qualcosa di elettrico o chimico qui altera qualcosa di elettrico o chimico lì. E questo è tutto ciò che occorre per spiegare i cambiamenti cerebrali: uno stato cerebrale ne origina un altro. Lo stato mentale che interviene a un certo punto a al quale diamo il nome di intenzione è, da questo punto di vista, un semplice effetto collaterale, un epifenomeno privo di efficacia causale propria. Il cervello, e solo il cervello, influisce sul cervello. O almeno, così gli scienziati avevano riferito al Dalai Lama.
E’ una concezione che in filosofia è chiamata “chiusura causale”, per cui solo ciò che è fisico può agire su ciò che è fisico. Una mazza di baseball agisce su una palla, una mano su una tazza quando la alza, le molecole dell’aria sui fili d’erba quando li muove. Un fenomeno non fisico, invece, non sarebbe in grado di influire  su ciò che è fatto di cellule, molecole e atomi. Da qui la negazione che un’intenzione, non fisica, possa spingere il mio corpo ad alzarsi dal letto ogni mattina.

Il buddismo, d’altra parte, respinge la riduzione del mentale al materiale e questo aspetto dottrinale è un ostacolo non trascurabile alla delimitazione di un terreno comune anche alla neuroscienza. Al convegno Mind and Life del 2004, questo limite fu avvertito come se fosse un grosso pachiderma che si aggirava pericolosamente in un negozio di cristallo. Gli scienziati erano così convinti che ogni aspetto della mente altro non fosse se non ciò che avviene nel cervello, che non si curarono di interpellare i buddisti sulla questione. Ma con la sua innocente domanda, il Dalai Lama in realtà aveva toccato un punto col quale la neuroscienza aveva recentemente cominciato a fare i conti, dopo aver trattato per più di un secolo l’idea stessa di un dualismo mente-materia come fosse un pittoresco concetto dell’era pre-scientifica.


Fu René Descartes, il filosofo francese del XVII secolo, a introdurre il dualismo mente-materia come principio scientifico. Era convinto, in linea con il pensiero dei suoi contemporanei, che la sfera mentale con i suoi pensieri fluidi e le sue emozioni passeggere, e il mondo materiale fossero due realtà parallele e separate. Gli scienziati all’epoca non avevano idea di come funzionasse il cervello: come aveva scritto il filosofo inglese Henry More, “non mostra maggiore capacità di pensare di un dolce allo strutto o di una scodella di cagliata”. Sostenere che la massa viscida racchiusa nel nostro cranio fosse capace di ragionare, credere in Dio, concepire idee geniali e amare sarebbe apparso ridicolo. Ma verso la metà del secolo XVII, un gruppo di filosofi naturalisti e alchimisti, medici e uomini di fede – riuniti nel circolo di Oxford e guidati da Thomas Willis – intrapresero il primo studio scientifico sul cervello e sul sistema nervoso.

Willis, padre della neurologia, era convinto che nel labirinto cerebrale fossero distillati ricordi, idee e intuizioni. Che tutto quello che la mente faceva rispecchiasse gli intricati movimenti delle sostanze chimiche lungo i nervi da lui accuratamente sezionati. Willis chiamò la disciplina in cui si era specializzato “neurologia”, inaugurando così la corrente materialista secondo la quale tutto quello che consideriamo “mentale” (emozioni comprese) è, da questo punto di vista, la manifestazione dell’attività cerebrale, e tutto ciò che accade nella mente può e deve essere ricondotto a cause fisiche. Mente e cervello, mentale e fisico, sono considerati sinonimi. Come precisa il filosofo Colin McGinn a proposito di uno dei dogmi della neuroscienza, secondo il quale i processi neuronali non causano semplicemente i processi coscienti: “I processi neuronali sono i processi coscienti. Non solo perché questi sono un aspetto dei processi neuronali, ma nel senso che non c’è niente di più, in uno stato cosciente, del suo correlato neuronale”. Pensare diversamente – pensare che ci sia qualcosa di buono nell’idea dualista che la mente sia in qualche misura indipendente dal cervello – è sufficiente per essere estromessi dai circoli esclusivi della neuroscienza.

Tuttavia, negli anni Novanta qualche dubbio sull’identità di mente e cervello ha cominciato ad affacciarsi ai confini della neuroscienza. Il filosofo John Searle, affascinato dai misteri della mente e del cervello, ha così riassunto la questione: “per quanto ne sappiamo, gli aspetti fondamentali del mondo [fisico] sono come li descrivono la fisica, la chimica e le altre scienze naturali. Ma l’esistenza di fenomeni che non sono fisici o chimici suscita perplessità… Come si inseriscono la realtà mentale, la sfera della coscienza, delle intenzioni e di altri fenomeni mentali in un mondo interamente fatto di particelle elementari e campi di forza?”

Come l’attività neuronale si traduca in esperienze soggettive “resta il principale mistero dell’esistenza umana” come ha sostenuto nel 1998 il neurobiologo Robert Doty. Perché anche se gli scienziati sono in grado di capire i meccanismi con cui affrontiamo questa o quest’altra esperienza, le loro ricerche non spiegano perché proviamo quell’esperienza nel modo in cui la proviamo. Potrei fornirvi la più esauriente descrizione neurofisiologica di quello che accade nel cervello di una persona triste, senza darvi con ciò la minima idea di come stia vivendo la tristezza; e se non aveste conosciuto la tristezza in prima persona, continuereste a non sapere cos’è anche dopo la mia descrizione. Allo stesso modo, se il vostro occhio per un difetto di vista trasformasse la gradazione del rosa, dello scarlatto, del ruggine e del bordeaux in una indistinta fanghiglia, mostrarvi neurone per neurone come il colore rosso vivo viene percepito da una persona normale non vi aiuterebbe molto a conoscere la sensazione che del rosso ha quella persona. Uno stato mentale, si tratti della sensazione del rosso, del suono del Si#, della tristezza o del dolore fisico, è qualcosa di più dei suoi correlati neuronali. E’ quello che i neuroscienziati chiamano “divario esplicativo”; un divario che non è mai stato colmato. Come ha detto McGinn: “Il problema del materialismo è che cerca di costruire la mente a partire da proprietà che si rifiutano di sommarsi e produrre così il mentale”.

Alcuni iconoclasti hanno cominciato a prendere sul serio questo “problema”. Pur partendo dalla premessa fondamentale che la mente deriva dal cervello, si scostano dal filone principale della neuroscienza affermando che nella mente c’è qualcosa di più della pura fisiologia cerebrale. Per i nostri scopi, è la conseguenza di questa posizione a rivelarsi particolarmente interessante: ciò che la mente fa può modificare il cervello. Secondo gli “emergentisti”, un fenomeno di ordine superiore come la mente può influenzare i processi di ordine inferiore dai quali è sorto. Ciò che emerge avrebbe insomma il potere di retroagire su ciò che lo ha fatto emergere.


 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 09/09/2008