Roger
Sperry, neuroscienziato, premio Nobel e docente al California Institute
of Technology (Caltech) dal 1954 fino al 1994, anno della sua morte, ha
elaborato la versione scientificamente più rigorosa di
questa
posizione, da lui battezzata “mentalismo” o
“mentalismo emergentista”. Infastidito dal
predominio di
quella che considerava “l’esclusiva determinazione
dell’intero a partire dalle sue componenti, con un
procedimento
dal basso verso l’alto, in cui gli eventi neuronali
determinano
il mentale ma non viceversa”, teorizzò
l’esistenza
di una facoltà di “controllo dall’alto
in basso
degli eventi mentali sugli eventi neuronali inferiori”.
Suggeriva
che gli stati mentali potessero agire direttamente su quelli cerebrali
fino a influenzare l’attività elettrochimica dei
neuroni.
Ma l’opinione più diffusa, allora come oggi, era
che gli
stati mentali potessero influenzare altri stati mentali solo
perché entrambi appartengono al dominio del cervello.
Sperry precisava che nella sua teoria la coscienza non potesse esistere
senza cervello e che “le forze mentali” che
considerava
causalmente efficaci non fossero “forze soprannaturali
indipendenti dai meccanismi cerebrali”, ma forze
“inseparabilmente legate alla struttura cerebrale e alla sua
organizzazione funzionale". Nemmeno questo, però,
giovò
particolarmente alla sua causa (o alla sua reputazione). Come disse un
visiting professor al Caltech a proposito di Sperry nel 1970,
“è probabile che continuare su questo tono
diminuisca
l’effetto delle sue tanto straordinarie imprese”.
In ogni
caso Sperry restò convinto fino all’ultimo che
l’attività mentale “di livello
superiore”
agisse in modo causale sul “livello inferiore” dei
neuroni
e delle sinapsi, e che i sussurri della mente fossero in grado di
modificarne la trama. Come le scoperte degli anni Novanta e dei primi
anni del nuovo millennio avrebbero dimostrato, era in anticipo rispetto
al suo tempo, e la domanda del Dalai Lama sulla possibilità
che
la mente influenzasse il cervello non era assolutamente fuori luogo.
Mettere
a tacere il circuito del DOC
(Disturbo
Ossessivo-Compulsivo)
Come illustrato nei due capitoli precedenti, i ricercatori continuavano
a studiare come l’input sensoriale cambiasse la struttura del
cervello umano adulto. Grazie alla neuroplasticità,
l’input sensoriale supplementare di un violinista provoca
l’allargamento della rappresentazione cerebrale dei muscoli
della
diteggiatura, e quello di un paziente con ictus curato con la terapia
Cimt fa sì che la rappresentazione cerebrale del braccio e
della
mano colpiti si trasferisca nel tessuto sano. Grazie alla
neuroplasticità, privare la corteccia visiva del suo input
la
spinge a cercare altre funzioni da svolgere, come
l’elaborazione
dei suoni, delle sensazioni tattili e persino del linguaggio. In tutti
questi casi, i segnali coinvolti nel cambiamento provengono dal mondo
esterno. Ma il neuropsichiatra Jeffrey Schwartz,
dell’Università di Los Angeles, sospettava che
segnali in
grado di modificare il cervello potessero arrivare non solo dal mondo
esterno, grazie ai sensi, ma anche dalla mente stessa.
Schwartz e il collega Lewis Baxter avevano organizzato un gruppo di
terapia comportamentale per lo studio e la cura del disturbo
ossessivo-compulsivo (DOC). A causa di questa patologia, i pazienti
sono perseguitati da pensieri invadenti e molesti (le ossessioni) che
li spingono, quasi senza potervisi opporre, a comportarsi
irrazionalmente con gesti ripetitivi simili a rituali (le compulsioni o
coazioni). A seconda del paziente, le coazioni possono consistere in
abluzioni, specialmente delle mani, nel controllo esagerato di
serrature o rubinetti del gas, nel contare i segnali di stop, o le
finestre, o i merli o qualunque altra cosa su cui il paziente si sia
“fissato”. Nei casi gravi, ossessioni e compulsioni
possono
diventare così ingombranti da impedire di uscire di casa,
svolgere un lavoro e coltivare relazioni sociali. Stranamente,
tuttavia, in tutti i casi tranne i più gravi, le fissazioni
sembrano nascere da una parte della mente diversa dalla vera
personalità dei pazienti, che dicono di sentirsi come se un
dirottatore avesse preso il controllo del loro cervello. Per esempio,
le persone con disturbo ossessivo-compulsivo costrette a lavarsi
continuamente le mani, sanno bene di averle pulite; e quelle che si
precipitano a casa per controllare che la porta non sia aperta sanno
bene di averla chiusa meticolosamente a chiave. Nel corso della vita il
disturbo ossessivo-compulsivo ha il 2 o 3 per cento di
possibilità di verificarsi. Colpisce in media una persona su
quaranta, manifestandosi si solito nell’adolescenza o
all’inizio dell’età adulta senza
distinzione tra i
sessi.
Le moderne tecniche di visualizzazione hanno rivelato che il disturbo
ossessivo-compulsivo è caratterizzato
dall’iperattività di due regioni cerebrali in
particolare:
la corteccia orbito-frontale e il corpo striato. La corteccia
orbito-frontale, ripiegata sotto la parte anteriore del cervello,
sembrerebbe destinata al controllo di ciò che è
fuori
posto. Una sorta di rilevatore neurologico di errori,
l’equivalente cerebrale di un correttore ortografico. Quando
è iperattiva, come nei pazienti affetti da disturbi
ossessivo-compulsivi, inonda il resto del cervello con i suoi
messaggi e genera l’allarmante sensazione che
qualcosa sia
pericolosamente in disordine. La seconda struttura soggetta a
iperattività, il corpo striato, è annidato nella
profondità del cervello, poco più avanti rispetto
alle
orecchie. Riceve gli input da altre regioni, come la corteccia
orbitofrontale e l’amigdala, legate agli stati emotivi
dell’ansia e della paura. Nell’insieme, il circuito
cerebrale che include la corteccia orbitofrontale e lo striato
è
stato soprannominato il “circuito della
preoccupazione”, o
il circuito del DOC (disturbo ossessivo.compulsivo).
Fino alla metà degli anni Settanta, gli psichiatri
consideravano
il DOC “refrattario alle terapie”. Allo stesso
tempo
tentavano di affrontarlo con diverse cure, dall’elettroshock
alla
chirurgia cerebrale, dai farmaci alle classiche sedute psicoanalitiche.
Nei tardi anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta
però, gli psichiatri notarono che se alcuni pazienti affetti
da
DOC, che soffrivano anche di depressione, venivano curati con
l’antidepressivo triciclico clomipramina, si riscontrava la
diminuzione di uno o più sintomi del disturbo
ossessivo-compulsivo. Anche antidepressivi più recenti
(Prozac,
Paxil, Zoloft) sono di aiuto in alcuni casi: circa il 60 per cento dei
malati risponde, almeno in parte, alla cura e per loro si ha una
riduzione dei sintomi del 30-40 per cento. Ma con il 40 per cento dei
pazienti che non migliora e il 60 per cento dei sintomi resistenti alla
cura nei pazienti che migliorano, è evidente che
c’è ampio spazio per ulteriori progressi.
Pressappoco nel periodo in cui i ricercatori scoprivano che gli
antidepressivi potevano aiutare alcuni pazienti con DOC, uno psicologo
britannico che lavorava in un ambulatorio londinese cominciò
a
sviluppare quella che sarebbe diventata la prima, efficace terapia
comportamentale della malattia. In quello che chiamò
“intervento di esposizione e risposta (exposure and response
intervention o ERP), Victor Meyer spingeva i malati ad affrontare le
loro paure. All’inizio provò a esporli alla causa
della
loro ansia. Per esempio chiedeva a un paziente convinto che il mondo
pullulasse di germi di toccare tutte le maniglie di un edificio
pubblico senza poi lavarsi le mani. Pur riscontrando dei miglioramenti,
Meyer constatò che alcuni pazienti – in una
percentuale
stimata tra il 10 e il 30 per cento – erano così
disturbati dalla terapia che non la portavano a termine, non
ricavandone alcun beneficio.
Verso la fine degli anni ottanta, Schwartz, della Ucla,
sollevò
un’altra obiezione all’ERP: la sua
crudeltà.
“Proprio non me la sentivo di accompagnare i miei pazienti
alla
toilette di un luogo pubblico, obbligarli a toccare i WC e proibire
loro di lavarsi le mani” ricorda. Mentre cercava
un’alternativa più umana e più
efficace, Schwartz,
che era buddista praticante, cominciò a interessarsi al
potenziale terapeutico della via della “presenza
mentale”.
La presenza mentale (satipatthana) consiste nell’osservare le
proprie esperienze interiori con piena consapevolezza, senza
giudicarle. Occorre collocarsi come al di fuori della propria mente e
osservare lo spontaneo affioramento di pensieri e sentimenti come se
fossero di qualcun altro. Ne Il cuore della meditazione buddista
(tradotto in italiano, Ubaldini Ed. 1978), il monaco Nyanaponika Thera,
tedesco di nascita, descrive questa condizione come “la
chiara e
unica coscienza di quello che oggettivamente accade a noi e in noi nei
successivi momenti della percezione. Incamminarsi sulla via della
presenza mentale significa concentrarsi solo sui nudi fatti si una
percezione, così come si presenta attraverso i cinque sensi
fisici o attraverso la mente … senza reagire con azioni,
discorsi o un commento mentale riferito a se stessi (piacere,
dispiacere, eccetera), un giudizio o una riflessione.”
Schwartz decise di verificare se la presenza mentale potesse aiutare i
suoi pazienti affetti da DOC. Escogitò per loro due compiti:
per
prima cosa avrebbero sperimentato un sintomo senza reagire
emotivamente, poi avrebbero cercato di rendersi conto che quella
sensazione di intollerabile disordine era solo la manifestazione di un
difetto di funzionamento del cervello,
l’iperattività del
circuito DOC. La pratica della presenza mentale, a suo avviso, poteva
rendere il paziente conscio della natura della sua ossessione, e
perciò più capace di concentrarsi su altre cose.
“Mi sembrò che valesse la pena di indagare, per
capire se
imparare a osservare le sensazioni e i pensieri con la calma e la
chiarezza di un testimone esterno potesse rinforzare la
capacità
di resistere ai pensieri insistenti del DOC” dice oggi
Schwartz:
“Pensavo che se fossi riuscito a fare in modo che i pazienti
provassero i sintomi del DOC senza reagire emotivamente al disagio,
rendendosi conto che anche il più viscerale impulso del DOC
non
è altro se non la manifestazione di un difetto funzionale
del
cervello senza alcuna corrispondenza nella realtà, gli
effetti
terapeutici sarebbero stati spettacolari.” In questo caso, la
terapia cognitiva basata sulla presenza mentale avrebbe avuto successo
dove i farmaci, le psicoterapie tradizionali e la prevenzione della
risposta avevano fallito.
Nel 1987, Schwartz promosse una terapia di gruppo in seno a una ricerca
sulle anomalie cerebrali che causano il DOC. I pazienti si
sottoponevano alla terapia e i ricercatori controllavano i loro
progressi utilizzando la TEP (Tomografia a Emissione di Positroni).
Schwartz esordiva mostrando ai pazienti le scansioni, per sottolineare
come a provocare i loro sintomi fosse una disfunzione dei circuiti
cerebrali. Il primo paziente che se ne convinse, un giorno
esclamò: “Ma allora non sono io, è il
DOC!”.
Presto altri pazienti giunsero alla conclusione che le loro ossessioni
e compulsioni in realtà non erano veri e propri pensieri, ma
scorie generate da circuiti cerebrali difettosi. Schwartz si
chiese se insegnare ai pazienti un modo per reagire diversamente alle
idee ossessive del DOC potesse modificare non solo la loro mente, ma
anche il loro cervello. Quindi li spinse a usare la presenza mentale
perché si rendessero conto che credere di aver lasciato
aperto
il gas o di aver bisogno di lavarsi le mani non era una reale
convinzione, ma il ripresentarsi di un’idea ossessiva: la
necessità urgente di rimettere a posto qualcosa era solo la
disfunzione di un collegamento cerebrale.
“La settimana successiva la malattia perse il suo potere di
controllo sui pazienti, che anzi avevano la sensazione di poterla in
parte controllare” dice Schwartz. “E capii di
essere sulla
strada giusta.”
Per scoprire se i benefici riferiti dai pazienti fossero accompagnati
da cambiamenti cerebrali, gli scienziati dell’Ucla iniziarono
una
ricerca, divenuta una pietra miliare della nostra conoscenza circa le
interazioni tra la mente e le basi della biologia cerebrale. Furono
effettuate scansioni TEP su diciotto pazienti affetti da disturbi
ossessivo.compulsivi, prima e dopo dieci settimana di terapia basata
sulla presenza mentale. Nessun paziente era in terapia farmacologica
per il DOC e tutti presentavano sintomi, chi moderati chi gravi. Dodici
pazienti migliorarono in misura significativa. In quei pazienti le
scansioni TEP dopo la terapia mostrarono che
l’attività
nella corteccia orbitofrontale, la chiave di volta del circuito del
DOC, si era ridotta in modo sorprendente rispetto all’esame
fatto
prima della terapia.
“La
terapia aveva modificato il metabolismo del circuito del
DOC” dice Schwartz. “Questa fu la prima ricerca che
dimostrò che una terapia cognitiva-comportamentale
è in
grado di cambiare sistematicamente la chimica alterata di uno specifico
circuito cerebrale.” I relativi cambiamenti cerebrali,
proseguì, erano “un’indicazione
importante di come
uno sforzo volontario, consapevole, possa modificare il funzionamento
cerebrale, e di come simili mutamenti cerebrali auto-orientati
–
la neuroplasticità – appartengano alla genuina
realtà.” Con la nozione di
“strada verso la
neuroplasticità auto-orientata”, pervenne a una
conclusione che Roger Sperry e il Dalai Lama avrebbero accolto con
favore: “L’azione mentale può modificare
la chimica
cerebrale di un paziente con DOC. La menta può cambiare il
cervello”.
Pensare
la depressione
Mentre gli scienziati della Ucla stavano scoprendo che una terapia
cognitiva basata sulla mente può cambiare il cervello
–
che un certo atteggiamento di chi pensa verso i propri pensieri
può modificare l’attività elettrica e
chimica di un
circuito cerebrale – gli scienziati discutevano animatamente
sugli effetti della psicoterapia, che alcuni non ritenevano capace di
apportare tangibili cambiamenti psicologici, e tantomeno di modificare
l’attività del cervello e la sua struttura fisica.
Al
centro della controversia, la depressione.
Il 29 dicembre 1987, la statunitense Food and Drug Administration aveva
autorizzato il colosso farmaceutico Eli Lilly a mettere in commercio la
fluoxetina cloridrato, una sostanza contro questa patologia: col nome
di PROZAC, il nuovo farmaco diventò così popolare
da
comparire sulle copertine delle riviste, negli articoli dei quotidiani
e ispirare più di un romanzo di successo. In breve tempo la
spesa globale per acquistarlo raggiunse i due miliardi di dollari
all’anno. Ma il Prozac sembrava essere qualcosa di
più
dell’ultimo arrivato nella famiglia degli antidepressivi;
grazie
alla sua molecola, era capace di correggere in modo specifico lo
squilibrio all’origine della depressione; squilibrio che,
secondo
alcuni, consisteva in una cronica carenza di serotonina nelle sinapsi
del sistema nervoso centrale. La scalata del Prozac coincise con la
progressiva perdita di prestigio della psicoterapia. Lunga, costosa e
oggetto di scherno più che di rigorosi studi scientifici,
questa
cura cominciò ad apparire antiquata quanto il lettino su cui
Freud faceva sdraiare i suoi pazienti.
Questo non significava, però, che gli psicoterapeuti fossero
pronti a gettare la spugna. Al contrario. Nel 1989 gli scienziati
divulgarono i risultati della più ambiziosa ricerca mai
avviata
per confrontare l’efficacia della psicoterapia e della
terapia
medica nella cura della depressione. Col nome di progetto di ricerca
associato sulla depressione (Treatment of depression Collaborative
Research Project), questo studio biennale fu finanziato e organizzato
dal National Institute of Mental Health. Duecentocinquanta pazienti
ambulatoriali con sintomi depressivi di rilievo furono indirizzati a
caso verso quattro diversi tipi di terapia: psicoterapia
interpersonale, terapia cognitiva-comportamentale, terapia
farmacologica con imipramina (un antidepressivo tradizionale) e pillole
a base di una sostanza priva di effetti farmacologici. Negli ultimi due
casi i pazienti ricevettero anche la cosiddetta gestione clinica,
ovvero si recavano da uno psichiatra per essere visitati e ricevere la
prescrizione medica.
Elaborato negli anni Sessanta, il trattamento cognitivo-compartamentale
non si preoccupa delle cause della depressione, ma tenta di insegnare
ai pazienti a gestire diversamente le proprie idee, le proprie emozioni
e i propri sentimenti. Lo scopo è aiutare le persone
depresse a
riesaminare i loro modi di pensare e a rendersi conto della natura
errata e dannosa di giudizi come: “Il fatto che non mi
abbiano
offerto un impiego significa che sono destinato
all’indigenza, a
restare senza casa né lavoro”. I pazienti imparano
a
riflettere sui propri pensieri e a smettere di concentrarsi su ogni
piccolo insuccesso o delusione. Invece di interpretare una storia
finita male come una prova della loro inettitudine, tanto da portarli a
credere che nessuno vorrà mai bene loro, vengono aiutati a
considerare simili contrattempi banali incidenti di percorso;
anziché pensare che una macchia sul soffitto è la
prova
che “non gliene va mai bene una”, questi pazienti
imparano
a considerare seccature del genere “ordinaria
amministrazione”. In breve, il depresso viene aiutato a
prendere
coscienza di possedere un’inclinazione a trasformare
contrattempi
in catastrofi e delusioni in tragedie, e a sottoporre a un esame
razionale le proprie conclusioni esagerate. Se è convinto
che
non sarà mai apprezzato da nessuno, il terapeuta lo invita a
unirsi a un gruppo in cui potrebbe conversare e possibilmente farsi
degli amici. Esercitarsi a valutare le situazioni in modo obiettivo
aiuta il paziente ad accorgersi del carattere non realistico del
proprio pessimismo e, grazie alle sue nuove capacità
cognitive,
a vivere i momenti di difficoltà e di tristezza senza finire
nel
vortice della depressione.
La terapia interpersonale, d’altra parte, riconosce che anche
se
la depressione può non dipendere dai rapporti con gli altri,
certamente li influenza. Perciò si concentra sulla
risoluzione
di contrasti e conflitti interpersonali, cambiamenti di ruolo
–
il genitore i cui figli crescono e lasciano la casa paterna, solo per
fare un esempio – e altri complessi e dispiaceri persistenti.
Durante le sedici settimane della ricerca, in tutti e quattro i gruppi
si verificò una diminuzione dei sintomi della depressione.
L’imipramina produsse i miglioramenti più
accentuati in
chi era più gravemente malato, mentre il placebo
aiutò
chi lo era in maniera più lieve; i due tipi di psicoterapia
invece si collocarono a metà strada. Tuttavia tra i pazienti
con
depressione lieve o moderata le psicoterapie diedero risultati
paragonabili per entità a quelli della terapia medica.
“Nella [depressione] la potenza della terapia
cognitiva-comportamentale è considerevole,
senz’altro
quanto quella delle normali terapie farmacologiche.”
Così
nel 1996 Gavin Andrews, professore di Psichiatria
all’australiana
New South Wales University, scrisse sulle pagine del “British
Medical Journal”: “Se queste terapie psicologiche
avessero
comportato l’uso di farmaci sarebbero state ufficialmente
dichiarate rimedi efficaci e sicuri, e avrebbero costituito un aspetto
essenziale della farmacopea di ogni medico. Ma poiché non
sono
state sviluppate da società che fanno utili, e non
utilizzano
reti di vendita e campagne pubblicitarie, il loro uso stenta ad
affermarsi”. Nonostante questo e altri studi successivi
abbiano
confermato l’efficacia della psicoterapia nella depressione,
il
preconcetto che sia inefficace o inferiore alla terapia medica si
è rivelato difficile da scalzare.
Mentre la ricerca del National Institute of Mental Health era
in
corso, un giovane psicologo di nome Zindel Segal studiava a sua volta
la depressione. In merito alla polemica farmaci/psicoterapia ricorda
che “la divisione in due schieramenti era molto netta.
C’era una partigianeria produttiva, con gli psicologi che
sostenevano che c’erano prove convincenti
dell’efficacia
delle loro terapie” e molti scienziati convinti che non ci
fosse
posto per la psicoterapia in un mondo dove esiste il Prozac. Invece di
prendere di petto la questione dell’efficacia della
psicoterapia.
Segal decise di verificare se non avesse qualche effetto su un aspetto
diverso, ma forse ancora più importante, della depressione:
la
frequenza delle ricadute.
La depressione è tristemente nota per la frequenza e la
gravità delle sue ricadute. Un paziente può
illudersi di
avere finalmente spezzato le catene della malattia e dopo qualche tempo
ritrovarsi di nuovo nel baratro dello sconforto, così nel 50
per
cento dei casi. A causa dell’elevata frequenza delle
ricadute, i
pazienti soffrono in media, nella vita, di quattro importanti episodi
di depressione, che durano circa cinque mesi ciascuno. “Molte
persone continuano ad ammalarsi” spiega Segal.
“Sfortunatamente, la cura permette di riprendersi, ma il
rischio
di ricaduta resta alto. Nella depressione la guarigione definitiva non
è la regola.” Ed effettivamente medici e pazienti
cominciarono a notare che anche con gli antidepressivi non era tutto
oro quello che luccicava: se smettevano subito di prendere il
farmaco, i malati avevano un’alta probabilità di
avere una
ricaduta entro due anni dall’inizio del trattamento. La
maggior
parte dei pazienti, dice Segal, “ha bisogno di continuare
anche
dopo che i sintomi scompaiono”.