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Inutile
dire che la delusione fu grande. Ma la ricerca aveva anche dimostrato
l’efficacia della psicoterapia rispetto agli antidepressivi.
“Quello che si pensava in quel momento era che la
psicoterapia
soprattutto cognitiva, potesse produrre cambiamenti durevoli negli
atteggiamenti e nelle opinioni che le persone nutrivano su loro stesse,
proteggendole a lungo dopo la conclusione del trattamento”
dice
Segal. “Alcune opinioni, come l’idea che chiedere
aiuto sia
un segno di debolezza o che per essere stimati dagli altri sia
necessario avere sempre ragione, rendono le persone più
vulnerabili rispetto a una ricaduta. Se chi palesa questi atteggiamenti
subisce una frustrazione relativamente modesta, ciò che
è
propenso a dedurre – per esempio che non vale nulla e non
sarà mai stimato da nessuno – aumenta le
probabilità di una ricaduta nella malattia anche dopo una
cura
che ha avuto successo. La nostra ipotesi era che se la terapia
cognitiva fosse riuscita a cambiare questi atteggiamenti, il rischio di
una ricaduta sarebbe diminuito.”
L’intuizione
di Segal nasceva dal fatto che la terapia cognitiva è in
sostanza un allenamento mentale che abitua i pazienti a porsi
diversamente di fronte ai loro pensieri che, nel caso della
depressione, sono spesso cupi, pessimistici, scoraggianti o detto in
altri termini “disforici”. Naturalmente chiunque
può
nutrirli di tanto in tanto. Chi è depresso, però,
innesca
una spirale di idee negative abbastanza intense e tenaci da dare inizio
a un episodio di depressione conclamata, che nei casi tipici
può
durare qualche mese. Un insuccesso professionale o una delusione
sentimentale vengono ingigantiti fino a trasformarsi nella convinzione
che “niente riuscirà bene. La vita non riserva
niente di
buono, sarò sempre un fallito totale”. Come
è stato
illustrato, la terapia cognitiva insegna ai depressi a ragionare sulle
idee e i sentimenti che alimentano la malattia, in modo che non
degenerino provocando un effetto valanga culminante
nell’episodio
depressivo grave, ma che invece diventino, come suggerito da John
Teasdale dell’università di Cambridge,
“di breve
durata e tali da auto-limitarsi”.
Qui
sta la ragione per cui la terapia cognitiva appare
potenzialmente
più efficace nel prevenire le ricadute dei farmaci
antidepressivi: la facilità con cui idee negative innescano
questa tipologia di ragionamento a catena indica piuttosto chiaramente
la probabilità che un paziente ricada nella depressione. Se
la
terapia cognitiva riuscisse ad abolire il legame tra senso di tristezza
e idee abnormi, abolirebbe allo stesso tempo anche il meccanismo che
porta alla ricaduta – pressappoco come quando Schwartz
insegnava
ai pazienti affetti da DOC a considerare le loro ossessioni
nient’altro che l’effetto di una passeggera
disfunzione del
loro cervello. Ma prima di tutto Segal doveva essere certo che la sua
premessa fosse giusta: cioè che i pensieri tristi facessero
affiorare convinzioni in grado di esporre il depresso alla
mercé
delle ricadute.
Prima
di tutto si trattava di imparare a infondere tristezza. Diventato
direttore della Clinica di terapia cognitiva-comportamentale del Centro
per le dipendenze e la salute mentale di Toronto, Segal si
assicurò la collaborazione di trentaquattro persone curate
con
successo dalla depressione nei ventiquattro mesi precedenti. Per
indurre a piacimento lo sconforto, escogitò due sistemi che
si
dimostrarono molto efficaci: chiese ai volontari di pensare a un
momento in cui avevano provato quel sentimento e fare loro ascoltare un
certo brano musicale (La Russia sotto il giogo mongolo di Prokofiev).
Suonato al rallentatore, secondo Segal produce da cinque a dieci minuti
di garantito, autentico abbattimento.
Quando
i volontari erano sufficientemente tristi, Segal chiedeva loro di
indicare in che misura fossero d’accordo con affermazioni del
tipo “se non riesco nel mio lavoro significa che sono un
fallito”, o “se qualcuno non è
d’accordo con
me, con ogni probabilità gli sono antipatico”, o
ancora
“se non mi assegno gli obiettivi più ambiziosi
rischio di
diventare una persona di serie B”.
Segal
constatò che quando una persona era melanconica per il
ricordo
di un episodio triste della sua vita o i funerei accordi della melodia
slava, era molto più probabile che si riconoscesse in quegli
atteggiamenti. “L’esperienza della depressione
può
creare robusti collegamenti mentali tra la tristezza e l’idea
di
essere inadeguati e senza prospettive” dice.
“Continuando a
ripercorrerli, tutte queste esperienze finiscono per diventare
l’atteggiamento mentale normale, o un fuoco che cova sotto la
cenere. Persino tra i depressi usciti dalla fase acuta, la misura in
cui i momenti di tristezza ‘mettono in moto’ questi
atteggiamenti è legata in modo statisticamente significativo
al
rischio di ricaduta, anche a un anno e mezzo di distanza.”
Per
le infelici vittime di questa patologia, una buona terapia spesso
è di aiuto contro l’insonnia e altri sintomi, ma
non
contro i lancinanti dubbi che esse nutrono su se stesse.
Finché
le cose vanno bene, riescono a tenerli a bada, ma se incorrono in un
insuccesso o in qualche altra difficoltà che li demoralizza,
le
convinzioni patologiche tornano a galla: “La situazione
è
senza speranza, sono stato sciocco a pensare diversamente”
oppure
“Non avrò mai una relazione stabile, bisogna che
mi
rassegni”. Il dispiacere appena provato li fa sentire
disperati,
senza valore e non amati – precisamente lo stato
d’animo
che caratterizza il profondo pessimismo della depressione; quello che
può portare alla paralisi esistenziale. La memoria dei
depressi
funziona in modo tale da rinforzare progressivamente le convinzioni
patologiche a ogni ricomparsa della tristezza. Questo rende
più
probabile che l’intera rete cerebrale della depressione entri
in
attività. “L’esperienza della
depressione instilla
la tendenza a ricadere in certi schemi di pensiero e ad attivare certe
reti nervose durante il funzionamento della memoria” dice
Segal.
Ciò
di cui questi pazienti avevano bisogno era di imparare ad assumere un
altro approccio di fronte agli inevitabili dispiaceri che tutti viviamo
prima o poi; un atteggiamento che non permettesse a un passeggero senso
di infelicità (magari prodotto da un funereo brano musicale)
di
farli precipitare nel tunnel della depressione. Quello che occorreva
erano nuovi collegamenti neuronali.
Presenza
mentale e depressione
Nel
1992 Segal ebbe un incontro con John Teasdale e Mark Williams di
Cambridge per trasformare in terapia la sua teoria della ricaduta nella
depressione. Teasdale, che aveva praticato la tecnica della meditazione
della presenza mentale per un certo numero di anni, era al corrente di
un programma di presenza mentale elaborato da Jon Kabat-Zinn
dell’Università del Massachusetts, che da tempo
partecipava ai convegni del Mind and Life Institute. Anche se
Kabat-Zinn impiegava le risorse della mente soprattutto per combattere
lo stress, Teasdale vi intravedeva anche altre possibilità:
per
esempio curare la depressione. Sospettava che i pazienti potessero
sfuggire alle ricadute imparando a considerare i pensieri depressivi
“semplici eventi mentali”, per usare le sue parole.
La
chiave di volta era aiutarli ad avere una chiara consapevolezza dei
loro pensieri e a non considerarli dati di fatto, ma prodotti della
loro mente. Invece di lasciare che un’esperienza o un
pensiero
triste innescassero un nuovo episodio di depressione con la stessa
certezza con cui una scintilla attecchisce in un pagliaio, o di
permettere ai loro sentimenti di trascinarli nello sconforto, i
pazienti avrebbero imparato a rispondere: “I pensieri non
sono un
dato di fatto”, oppure “Posso lasciare che questo
pensiero
venga e se ne vada senza dovere per forza reagire”. La
speranza
di Teasdale era che una simile strategia potesse spezzare il nesso
creato dal cervello tra idee deprimenti e ricordi, quegli schemi di
pensiero che ingigantivano la tristezza, trasformandola in permanente
melanconia. Sarebbe stato come frapporre una lastra di amianto tra la
scintilla e il covone di fieno. O come ricablare i circuiti nervosi
dello stato d’animo.
Il
programma sviluppato dagli scienziati, la terapia cognitiva basata
sulla presenza mentale, consisteva in otto settimane di sedute
individuali di due ore ciascuna. Usando
la tecnica di cui Kabat-Zinn
era stato pioniere, i pazienti spostavano l’attenzione su una
parte del corpo dopo l’altra, cercando do concentrarsi
completamente su quello che la loro mano, il loro ginocchio o il loro
piede sentivano in quel momento. Poi impararono a concentrarsi sulla
respirazione. Se la loro mente vagava dovevano prenderne atto con
“benevola consapevolezza” –
cioè senza
frustrazione e rabbia – e tornare a focalizzarsi sul loro
respiro, che come un magnete li avrebbe ricondotti alla presenza
mentale. I pazienti si allenavano anche a casa, provando a osservare
con lucido distacco i pensieri invece di reagire istintivamente al loro
contenuto, e considerando sentimenti e flussi di idee (specialmente
quelli tristi e pessimistici) nient’altro che condizioni
transitorie, a cui accade di “andare e venire”
nella mente
senza arrecare più conseguenza di una farfalla che
attraversa il
nostro campo visivo. Ma quello che più contava era
esercitarsi a
tenere sempre presente che i pensieri non sono la realtà.
Per
valutare il valore della presenza mentale nella prevenzione delle
ricadute della depressione, Teasdale, Segal e Williams hanno assegnato
in modo casuale la metà dei loro 145 pazienti (che nei
cinque
anni precedenti avevano tutti sofferto di almeno un episodio di
depressione forte) a un programma di terapia cognitiva basata sulla
presenza mentale; l’altra metà avrebbe invece
ricevuto le
cure alle quali ricorreva abitualmente. Dopo otto settimane di terapia
basata sulla presenza mentale, gli scienziati seguirono i pazienti per
un altro anno.
Nel
2000 Teasdale e i suoi colleghi riferirono che mentre con le cure
abituali i pazienti senza ricadute arrivavano al 34 per cento del
totale, con la terapia cognitiva basata sulla presenza mentale erano
saliti al 66 per cento. Si trattava di una diminuzione del rischio di
ricaduta del 44 per cento. E’ interessante notare come
l’effetto preventivo fu osservato solo nei pazienti con tre o
più episodi precedenti di depressione, che costituivano i
tre
quarti del campione. Non si trattava di pazienti
“facili”,
ma di malati con una forma di depressione ricorrente e un passato
segnato da ripetute crisi della malattia. Ciononostante, la terapia
basata sulla presenza mentale riuscì quasi a dimezzare
l’incidenza della ricadute, a dimostrazione che nella
depressione
l’esercizio mentale aiuta a ridurre la loro frequenza.
Nel
2004 Teasdale e la collega Helen Ma ottennero gli stessi risultati. In
un test clinico su 55 pazienti, constatarono che in chi aveva avuto tre
o più episodi di depressione grave la percentuale delle
ricadute
era del 78 per cento nel gruppo curato nel modo abituale e del 36 per
cento nel gruppo curato con la terapia cognitiva basata sulla presenza
mentale. “La terapia cognitiva basata sulla presenza
mentale” fu la loro conclusione “è un
modo efficace
ed efficiente di prevenire le ricadute e il ripresentarsi della
malattia nei pazienti depressi usciti dalla fase acuta con tre o
più episodi patologi precedenti.” O
come disse Segal
“ci sono modi di pensare che si attivano tanto più
facilmente quanto più sono impiegati. La presenza mentale
ostacolo la riattivazione della rete [nervosa] depressiva”.
Tenendo sotto osservazione i loro pensieri, i pazienti che si
esercitano nella presenza mentale possono evitare che i prodotti mal
funzionanti della loro mente inneschino un effetto cascata che li
condurrebbe alla depressione.
Non
è necessario credere in nessun sinistro potere della mente
per
immaginare cosa posa essere avvenuto in questi pazienti. In qualche
modo l’esercizio ha modificato i loro circuiti mentali con
quella
che potremmo chiamare “plasticità
discendente”, dal
momento che ha origine dai processi cognitivi del cervello; la
plasticità ascendente invece è quella che ha
luogo quando
l’input sensoriale modella il cervello, come nel bambino
dislessico che ascolta suoni modificati o nelle scimmie di laboratorio
che svolgono un compito ripetitivo con le dita. (Temi trattati nei
capitoli precedenti.) Le tecniche di visualizzazione avrebbero mostrato
esattamente come la meditazione satipatthana era in grado di allenare
la mente a modificare i circuiti cerebrali-
Cambiare
il cervello nella depressione
Il
neuroscienziato Helen Mayberg non godeva di grande
popolarità
tra gli industriali farmaceutici dopo che, nel 2002, aveva dimostrato
che sul cervello dei depressi antidepressivi e placebo sortivano lo
stesso effetto. Nei pazienti in via di guarigione –
indipendentemente dal fatto che la terapia fosse a base di farmaci
inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina come il Paxil,
o di un’innocua pillola creduta un antidepressivo –
l’attività cerebrale cambiava allo stesso modo,
come
riscontrato dalla Mayberg e dai suoi colleghi del Centro di scienza
della salute dell’Università del Texas. A
giudicare dalle
risonanze magnetiche funzionali, l’attività della
corteccia cerebrale aumentava, mentre quella della regione limbica
diminuiva, e in base a questi dati che la Mayberg teorizzò
che
la terapia cognitiva-comportamentale agisse con lo stesso meccanismo.
Poco dopo fu chiamata all’Università di Toronto;
ne
approfittò per proporre a Zindel Segal una ricerca per
verificare se ci fossero differenze tra le modalità con cui
la
terapia cognitiva-comportamentale e quella con i farmaci antidepressivi
influenzavano il cervello.
“Decisamente
mi aspettavo di scoprire una via d’azione comune”
disse la
Mayberg. “Avevo pensato di occuparmi di psicoterapia quando
ero
ancora in Texas, ma nessuno era qualificato per effettuare con me uno
studio di quel genere. Invece a Toronto incontrai Zindel. Fu come
ricevere un regalo.”
In
primo luogo gli scienziati di Toronto impiegarono la TEP per misurare
l’attività cerebrale dei pazienti depressi. Poi
proposero
a 14 adulti che soffrivano di depressione di sottoporsi a 15/20 sedute
di terapia cognitiva-comportamentale. Altri 13 ricevettero paroxetina
(il nome generico del Paxil). Tutti e ventisette soffrivano pressappoco
del medesimo grado di depressione e dopo le terapie migliorarono nella
stessa misura. A questo punto gli scienziati effettuarono un nuova
scansione cerebrale. “La nostra ipotesi era: quando una
terapia
della depressione fa bene, il cervello cambia nello steso modo, a
prescindere dalla terapia" dice Segal.
La
ricerca della Mayberg, che aveva mostrato come la risposta cerebrale al
placebo e agli antidepressivi fosse la stessa, le fece credere che nei
circuiti cerebrali ci fosse un solo percorso che dalla depressione
porta alla normalità. Ma non era così.
“Eravamo
completamente fuori strada” ammette la ricercatrice. I
cervelli
dei depressi reagivano diversamente ai due tipi di trattamento. La
terapia cognitiva-comportamentale correggeva
l’iperattività della corteccia frontale, sede dei
ragionamenti, della logica, del pensiero analitico e
dell’attività intellettuale in genere –
oltre che di
interminabili elucubrazioni su quella storia sentimentale finita male.
Al contrario, la paroxetina agiva sulla stessa parte del cervello
aumentandone l’attività. Nel sistema limbico, il
centro
cerebrale dell’emotività, la terapia
cognitiva-compartamentale aumentava l’attività
dell’ippocampo, mentre la paroxetina la riduceva.
La
differenza era così accentuata che la Mayberg
pensò
“che ci fosse qualche errore nell’analisi dei
dati”.
Con la terapia cognitiva-comportamentale
“l’attività
della corteccia frontale si riduceva, mentre quella
dell’ippocampo aumentava – l’opposto di
quello che
accadeva con gli antidepressivi. La terapia cognitiva mira alla
corteccia, alle strutture cerebrali del ragionamento, per trasformare
il modo in cui elaboriamo l’informazione e modificare i
nostri
schemi di ragionamento. Alla fine ci convincemmo che non
c’era
nessun errore.”
Impostando
il problema della depressione sulla mente anziché sul
cervello,
la terapia cognitiva-comportamentale “riduce le elucubrazioni
e
l’importanza degli eventi che in precedenza innescavano la
depressione, mentre incrementa l’esame critico dei
pensieri” spiega la Mayberg. “Una storia finita
male
significa davvero che come essere umano sono un fallimento e che
nessuno mi vorrà bene? La terapia cognitiva-comportamentale
favorisce anche la comparsa di nuovi schemi di apprendimento,
testimoniata dall’accresciuta attività
dell’ippocampo, la struttura cerebrale legata alla formazione
di
nuovi ricordi. Esercita il cervello a impiegare circuiti intellettuali
differenti e ad adottare nuovi atteggiamenti nei confronti di idee ed
emozioni negative. La terapia cognitiva-comportamentale agisce
dall’alto in basso, mentre i farmaci agiscono dal basso in
alto” modulando componenti diversi del circuito della
depressione. La terapia cognitiva basata sulla presenza mentale evita
che il circuito della depressione si completi.
Può
apparire sorprendente che questo metodo funzioni così bene
pur
agendo su un aspetto del funzionamento cerebrale del tutto diverso da
quello che i media commerciali indicano come la causa della depressione
– cioè una carenza del neurotrasmettitore
serotonina.
Sulla scia del successo del Prozac, il cui presunto meccanismo di
azione impediva l’eliminazione della serotonina dalle sinapsi
cerebrali, ci è stato ripetuto fino alla nausea che la
depressione rispecchia uno squilibrio biochimico, e che il Prozac, o
altre sostanze in grado di inibire l’eliminazione della
serotonina, sono la via maestra per la guarigione. Tuttavia, passato il
momento iniziale in cui il Prozac sembrava quasi essere una nuova
penicillina, la realtà è tornata a farsi sentire.
Anche
quando funziona (un terzo dei depressi non risponde al farmaco) il
Prozac ha bisogno di qualche settimana per fare effetto, la frequenza
delle ricadute è alta, e molti pazienti sembrano doverlo
assumere per sempre.
“Una
grande operazione promozionale ha dipinto la sfida della depressione
come se si trattasse di correggere uno squilibrio cerebrale”
dice
Zindel Segal. “Questo può essere vero a livello
neuronale,
ma oggi sappiamo che ci sono molte strade per guarire, e anche uno
squilibrio chimico può essere corretto in modi
diversi.”
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