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Anna
Maria Finotti, psicologa e psicoterapeuta, è docente della
Società Italiana di Psicosintesi Terapeutica. Questo
è il
testo di un intervento a un Congresso della SIPT di qualche
anno fa
(fotocopia in mio possesso).
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La
via è una metafora per indicare un cammino, un percorso, un
itinerario che porta verso una meta e traspone nello spazio
l’avventura del nostro tempo.
Essere sulla via significa viversi in una prospettiva dinamica, in un
movimento costantemente rinnovato, tesi verso un fine. Essere sulla via
significa quotidianamente affrontare gli ostacoli per procedere, e
quotidianamente staccarci da ciò che ci circonda,
quotidianamente essere disposti ad abbandonare il conosciuto per
rischiare l’ignoto.
La via ci introduce perciò in una dimensione sperimentale di
conoscenza, in cui siamo chiamati a mettere in gioco noi stessi e in
cui procediamo in proporzione alla nostra capacità di
superare
le sfide che il percorso frappone al nostro andare. Ma non
c’è senso nell’andare anzi non
c’è
nessun andare, se non c’è la meta e la
volontà di
raggiungerla. Solo quando compare una meta cominciamo a essere sulla
via.
La vita peraltro per molti è un vagabondaggio, e tale appare
in
un primo periodo quasi a ciascuno di noi. Vagabondiamo tra bisogni,
paure, desideri, sensi di colpa, complessi, subpersonalità,
ambivalenze, situazioni conflittuali, che rappresentano il labirinto
iniziale e anche iniziatico della nostra “selva
oscura”.
In questa prima fase siamo degli esseri umani erranti, sia nel senso di
chi vaga alla ricerca della via, sia nel senso di chi vaga
nell’errore, non avendo ancora trovato una mappa di
riferimento.
Il nostro apprendimento procede per tentativi ed errori, come se
affidassimo alla vita e all’errore stesso il compito di
educarci
e di guidarci.
Nel percorso psicosintetico è la fase che possiamo chiamare
prepersonale, in cui compare la domanda “chi
sono?”, che
per altro non trova ancora risposta, mentre cominciamo la faticosa
ristrutturazione e integrazione della nostra personalità
intorno
al centro dell’Io, che lentamente comincia ad apparire.
La geografia simbolica della nostra avventura spirituale ci porta in
quel periodo a perderci nei vicoli ciechi di un dedalo, di cui non
intravediamo il senso. Strade che finiscono contro muri, assenza di
direzione, tranne una confusa aspirazione a essere meno con-fusi,
cioè fusi con gli impulsi, con le emozioni, i desideri, i
bisogni, le paure del momento. Magicamente aspettiamo che la vita
risolva i nostri problemi, forse con un incontro, con una situazione
nuova a cui deleghiamo il potere di trasformarci. Siamo prigionieri che
si trascinano con le loro catene, spesso chiamandole sicurezze,
fintanto che non ci accorgiamo, con dolorose prese di coscienza, che
esse minacciano la nostra stessa identità.
Allora avviene una partenza: usciamo da una situazione statica, anche
se fatta da un movimentato vagabondare, per entrare in una situazione
dinamica che prevede una separazione continuamente rinnovata nei
confronti di ciò in cui ci siamo riconosciuti. Sappiamo
quanto
le partenze siano difficili: nel momento della decisione le
razionalizzazioni più impensate tentano di riportarci
nell’inerzia, le paure fanno resistenza al cambiamento, il
bisogno di appartenenza cerca ancora di farci apparire come
desiderabile il nostro stesso carcere, gli attaccamenti subdolamente si
camuffano in doveri, i vecchi modelli in rassicuranti contenitori.
Ma bisogna partire, andare sull’altra sponda, lasciare che i
nemici interiori, che ci volevano trattenere, periscano nelle acque di
quel guado che mette distanza tra noi e il paese della nostra
prigionia. Come nell’esodo biblico, quando il popolo di Dio
esce
dall’Egitto, terra della sua schiavitù, e si mette
in
cammino verso la terra della promessa, mentre il mare inghiotte i suoi
persecutori.
La partenza opera di per se stessa un miracolo: chi parte è
già lontano da ciò che lascia, proiettato verso
un altro
dove; essa rappresenta un momento privilegiato, in cui possiamo
sorprenderci nella nostra verità, misurare il grado di
libertà interiore, capire quanto possiamo osare nella nostra
apertura al nuovo e al futuro. Ma partire non è ancora aver
trovato la via, né tantomeno essere arrivati: è
per altro
il primo, indispensabile distacco dalle nostre precedenti immagini, che
ci consente di attivare, attraverso una persistente disidentificazione,
il processo della nostra individuazione.
Quando cominciamo a distinguere l’Io dalla selva dei
contenuti
del campo della coscienza, quando, per usare una metafora buddista, lo
sguardo ci cade per terra e scopriamo “le orme del
bue” e
cominciamo a cercarlo, allontanandoci dalla foresta delle
identificazioni e delle proiezioni, da esseri umani erranti diventiamo
esseri umani viandanti. E’ comparsa la meta, che
dà
significato al nostro andare: il nostro cammino non è
più
cieco, ma direzionato dalla volontà di ricongiungerci con la
nostra natura originaria, da cui i condizionamenti, sia interiori che
educativi e ambientali, ci avevano allontanati.
Quando entriamo nella via, la prima scoperta che facciamo è
quella della nostra ombra, fedele compagna che, con la sua presenza, ci
guida nella direzione del sole, a essa opposto. La lettura della nostra
ombra, del nostro limite, sia sotto forma di complesso, di
subpersonalità, di tratti del carattere, diventa indicatore
del
processo da attivare per il suo superamento.
Se impariamo a recuperare il valore dell’ombra,
anziché
negarla, paradossalmente essa diventa la nostra bussola. Fino a
incontrarci con quei momenti meridiani, quando il sole è
allo
zenit, che ci permette di riassorbirla, come accade quando ci sentiamo
perfettamente allineati con il nostro Io e cominciamo a riconoscerci in
esso piuttosto che nei contenuti del campo della coscienza.
Ma a volte c’è la nebbia, il grigiore,
l’assenza di
sole: momenti di disorientamento, di aridità, di
offuscamento,
che territorialmente diventano palude, acquitrino, sabbie mobili.
Eppure la prova della nebbia, in cui perdiamo tutti i punti di
riferimento, in cui siamo di nuovo esposti a tutte le illusioni
dell’ombra non integrata, che ancora agisce dentro di noi,
diventano in tutte le esperienze di crescita momenti di severo
confronto, momenti di verifica e di rinnovato impegno nella ricerca
… delle “orme del bue”.
Ma ancora ci attendono i bivi, i crocicchi, gli incroci, che ci
chiedono un riorientamento: momenti di dubbio, in cui tutto diventa di
nuovo possibile; momenti di arresto, di riflessione, in cui di nuovo si
gioca la validità del nostro percorso. I crocicchi erano per
gli
antichi luogo di incontro con il destino, luoghi che chiedevano
vigilanza e attenzione per cogliere un segno, una traccia che indicasse
la direzione giusta.
Ora sappiamo che al bivio, al crocicchio non incontriamo altri che noi
stessi, o meglio le nostre parti non ancora integrate, assieme alla
tensione di una scelta, di una decisione che spesso diventa
irreversibile. Per questo, nel mito, il crocicchio si cancella dopo il
passaggio dell’eroe, per indicarne il valore di prova che lo
faceva diventare luogo sacro, dove venivano eretti altari per invitare
a sostare e pregare.
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