A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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"La metafora della via" Di Anna Maria Finotti


Anna Maria Finotti, psicologa e psicoterapeuta, è docente della Società Italiana di Psicosintesi Terapeutica. Questo è il testo di un intervento a un Congresso della SIPT di qualche anno  fa (fotocopia in mio possesso).

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La via è una metafora per indicare un cammino, un percorso, un itinerario che porta verso una meta e traspone nello spazio l’avventura del nostro tempo.

Essere sulla via significa viversi in una prospettiva dinamica, in un movimento costantemente rinnovato, tesi verso un fine. Essere sulla via significa quotidianamente affrontare gli ostacoli per procedere, e quotidianamente staccarci da ciò che ci circonda, quotidianamente essere disposti ad abbandonare il conosciuto per rischiare l’ignoto.

La via ci introduce perciò in una dimensione sperimentale di conoscenza, in cui siamo chiamati a mettere in gioco noi stessi e in cui procediamo in proporzione alla nostra capacità di superare le sfide che il percorso frappone al nostro andare. Ma non c’è senso nell’andare anzi non c’è nessun andare, se non c’è la meta e la volontà di raggiungerla. Solo quando compare una meta cominciamo a essere sulla via.

La vita peraltro per molti è un vagabondaggio, e tale appare in un primo periodo quasi a ciascuno di noi. Vagabondiamo tra bisogni, paure, desideri, sensi di colpa, complessi, subpersonalità, ambivalenze, situazioni conflittuali, che rappresentano il labirinto iniziale e anche iniziatico della nostra “selva oscura”.

In questa prima fase siamo degli esseri umani erranti, sia nel senso di chi vaga alla ricerca della via, sia nel senso di chi vaga nell’errore, non avendo ancora trovato una mappa di riferimento. Il nostro apprendimento procede per tentativi ed errori, come se affidassimo alla vita e all’errore stesso il compito di educarci e di guidarci.

Nel percorso psicosintetico è la fase che possiamo chiamare prepersonale, in cui compare la domanda “chi sono?”, che per altro non trova ancora risposta, mentre cominciamo la faticosa ristrutturazione e integrazione della nostra personalità intorno al centro dell’Io, che lentamente comincia ad apparire.

La geografia simbolica della nostra avventura spirituale ci porta in quel periodo a perderci nei vicoli ciechi di un dedalo, di cui non intravediamo il senso. Strade che finiscono contro muri, assenza di direzione, tranne una confusa aspirazione a essere meno con-fusi, cioè fusi con gli impulsi, con le emozioni, i desideri, i bisogni, le paure del momento. Magicamente aspettiamo che la vita risolva i nostri problemi, forse con un incontro, con una situazione nuova a cui deleghiamo il potere di trasformarci. Siamo prigionieri che si trascinano con le loro catene, spesso chiamandole sicurezze, fintanto che non ci accorgiamo, con dolorose prese di coscienza, che esse minacciano la nostra stessa identità.

Allora avviene una partenza: usciamo da una situazione statica, anche se fatta da un movimentato vagabondare, per entrare in una situazione dinamica che prevede una separazione continuamente rinnovata nei confronti di ciò in cui ci siamo riconosciuti. Sappiamo quanto le partenze siano difficili: nel momento della decisione le razionalizzazioni più impensate tentano di riportarci nell’inerzia, le paure fanno resistenza al cambiamento, il bisogno di appartenenza cerca ancora di farci apparire come desiderabile il nostro stesso carcere, gli attaccamenti subdolamente si camuffano in doveri, i vecchi modelli in rassicuranti contenitori.

Ma bisogna partire, andare sull’altra sponda, lasciare che i nemici interiori, che ci volevano trattenere, periscano nelle acque di quel guado che mette distanza tra noi e il paese della nostra prigionia. Come nell’esodo biblico, quando il popolo di Dio esce dall’Egitto, terra della sua schiavitù, e si mette in cammino verso la terra della promessa, mentre il mare inghiotte i suoi persecutori.

La partenza opera di per se stessa un miracolo: chi parte è già lontano da ciò che lascia, proiettato verso un altro dove; essa rappresenta un momento privilegiato, in cui possiamo sorprenderci nella nostra verità, misurare il grado di libertà interiore, capire quanto possiamo osare nella nostra apertura al nuovo e al futuro. Ma partire non è ancora aver trovato la via, né tantomeno essere arrivati: è per altro il primo, indispensabile distacco dalle nostre precedenti immagini, che ci consente di attivare, attraverso una persistente disidentificazione, il processo della nostra individuazione.

Quando cominciamo a distinguere l’Io dalla selva dei contenuti del campo della coscienza, quando, per usare una metafora buddista, lo sguardo ci cade per terra e scopriamo “le orme del bue” e cominciamo a cercarlo, allontanandoci dalla foresta delle identificazioni e delle proiezioni, da esseri umani erranti diventiamo esseri umani viandanti. E’ comparsa la meta, che dà significato al nostro andare: il nostro cammino non è più cieco, ma direzionato dalla volontà di ricongiungerci con la nostra natura originaria, da cui i condizionamenti, sia interiori che educativi e ambientali, ci avevano allontanati.

Quando entriamo nella via, la prima scoperta che facciamo è quella della nostra ombra, fedele compagna che, con la sua presenza, ci guida nella direzione del sole, a essa opposto. La lettura della nostra ombra, del nostro limite, sia sotto forma di complesso, di subpersonalità, di tratti del carattere, diventa indicatore del processo da attivare per il suo superamento.

Se impariamo a recuperare il valore dell’ombra, anziché negarla, paradossalmente essa diventa la nostra bussola. Fino a incontrarci con quei momenti meridiani, quando il sole è allo zenit, che ci permette di riassorbirla, come accade quando ci sentiamo perfettamente allineati con il nostro Io e cominciamo a riconoscerci in esso piuttosto che nei contenuti del campo della coscienza.

Ma a volte c’è la nebbia, il grigiore, l’assenza di sole: momenti di disorientamento, di aridità, di offuscamento, che territorialmente diventano palude, acquitrino, sabbie mobili. Eppure la prova della nebbia, in cui perdiamo tutti i punti di riferimento, in cui siamo di nuovo esposti a tutte le illusioni dell’ombra non integrata, che ancora agisce dentro di noi, diventano in tutte le esperienze di crescita momenti di severo confronto, momenti di verifica e di rinnovato impegno nella ricerca … delle “orme del bue”.

Ma ancora ci attendono i bivi, i crocicchi, gli incroci, che ci chiedono un riorientamento: momenti di dubbio, in cui tutto diventa di nuovo possibile; momenti di arresto, di riflessione, in cui di nuovo si gioca la validità del nostro percorso. I crocicchi erano per gli antichi luogo di incontro con il destino, luoghi che chiedevano vigilanza e attenzione per cogliere un segno, una traccia che indicasse la direzione giusta.

Ora sappiamo che al bivio, al crocicchio non incontriamo altri che noi stessi, o meglio le nostre parti non ancora integrate, assieme alla tensione di una scelta, di una decisione che spesso diventa irreversibile. Per questo, nel mito, il crocicchio si cancella dopo il passaggio dell’eroe, per indicarne il valore di prova che lo faceva diventare luogo sacro, dove venivano eretti altari per invitare a sostare e pregare.


 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 28/04/2008