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La
via è anche legata a un bagaglio: più pesante il
bagaglio, più difficile procedere. Dobbiamo imparare a
diventare
essenziali, il che implica la capacità di sviluppare il
non-attaccamento che ci permette di scaricare molte cose superflue,
come modelli, ruoli, abitudini sclerotizzanti, difese, bisogni di
controllo, atteggiamenti superegoici e reattivi per procedere,
rispondendo al bisogno di autoespressione che ci guida verso la nostra
individuazione, sviluppando l’autocoscienza e la
volontà
personale.
Nella nostra bisaccia da viaggio dobbiamo mettere gli atteggiamenti
suggeriti da R. Assagioli, che sono “umiltà,
perseveranza
e spirito di sperimentazione”, oltre naturalmente a una
mappa,
che, senza descriverci il territorio, ci indica la direzione, come fa
l’ovoide della Psicosintesi. E camminare leggeri.
La via, oltre a conoscere salite e discese, procede a tornanti, per cui
in certi periodi possiamo aver l’impressione di andare nella
direzione opposta a quella prevista, di tornare indietro, fintanto che
un nuovo tornante ci riporta nella direzione giusta. E’ il
movimento spiralico della nostra crescita che può crearci
questi
abbagli, mentre ci porta nel corso del suo processo a risperimentarci
in situazioni già note, allenandoci a ritirare le
identificazioni.
Lungo la via ci sono anche le pietre miliari a indicarci la
validità del percorso: sono quelle verifiche interiori,
quelle
conferme rassicuranti, quei punti fermi che sono i sette punti
stabiliti da R. Assagioli per il percorso psicosintetico, la cui
comprensioni ci aiuta nel processo.
Incontriamo anche dei biotopi, luoghi di rigenerazioni spirituale, dove
l’incontro con gli altri, che riconosciamo affini nel
linguaggio
e nelle mete, ci serve per rinforzarci nella volontà di
procedere, dopo una sosta ristoratrice.
La caratteristica fondamentale della via peraltro è che la
si
conosce solo percorrendola: superandone gli ostacoli scopriamo nuove
indicazioni di percorso, che ci guidano verso l’obiettivo
finale.
E’ come una caccia al tesoro: risolvendo una domanda, abbiamo
il
lasciapassare per la seconda e così via fino alla meta, che
è il tesoro da scoprire dentro di noi. Ma trovato il tesoro
dell’Io, sulla sua faccia nascosta troviamo scritto
Sé.
Così appare un invito ad andare oltre, e la via continua,
portandoci dalla psicosintesi personale verso la psicosintesi
transpersonale. Alla domanda “chi sono?” si
affianca la
domanda “dove vado?”: cominciamo a capire che la
via non
è un fine, ma solo un mezzo e a quel punto da viandanti
diventiamo pellegrini, in cammino verso un luogo sacro, che
dà
senso al nostro andare, sacralizzando ogni nostro passo.
Pellegrino nell’accezione medioevale è un uomo
straniero,
che passa per paesi stranieri, alla ricerca di una terra promessa.
Diventato straniero anche a se stesso, ha per casa una tenda, per
patria il mondo e chiama fratello ogni essere che incontra.
Ma l’accesso a questa parte del percorso è
sbarrato da una
porta, “stretta più che la cruna di un
ago”,
attraverso la quale “è più facile che
passi un
cammello che un uomo ricco”.
Per superarla, se non opponiamo resistenza alla voce, che ci chiama di
là da essa, dobbiamo spogliarci di tutto quanto fino allora
abbiamo conquistato nel nostro processo di individuazione: euforica
sensazione di essere un Io, capace di autoaffermarsi e di esprimere la
propria volontà, chiarezza razionale, autonomia psicologica
ora
non servono più, anzi diventano veri e propri ostacoli per
procedere, se non sappiamo attivare anche i loro opposti.
Per passare attraverso quella porta dobbiamo diventare poveri,
“poveri di spirito”: è la totale
spoliazione che ci
è chiesta, la destrutturazione di quanto avevamo
faticosamente
costruito, la disidentificazione anche da noi stessi, dalle immagini
mentali e dai valori della personalità, per trovare
un’interiore nudità, che diventa
“innocenza”.
Di là dalla porta ci attende il deserto e la via diventa una
pista, che il vento continuamente cancella. Ora per procedere non
dobbiamo avere “né bisaccia da viaggio,
né due
tuniche, né sandali, né bastone”,
secondo il detto
evangelico (Mt 10,9-10).
Nell’unica bisaccia che ci è concessa, quella del
cuore,
dobbiamo mettere fede nella meta invisibile e discriminazione,
perché la via diventa un sentiero, sottile come il filo di
una
lama, che si muove ad uguale distanza tra il non attaccamento ai beni
terreni e contemporaneamente allo loro immagine capovolta che
è
la ricerca possessiva dei beni spirituali.
I miraggi nel deserto sono pronti a distrarci: sono i disorientamenti
transpersonali, come li chiama Maslow, le illusioni mentali, i sussulti
emotivi, le fascinazioni dello stesso superconscio, da cui è
anche necessario disidentificarci, come dice R. Assagioli,
“per
avere una vera esperienza del Sé”.
Per evitare i miraggi, le fate morgane, bisogna procedere di notte,
fare l’esperienza della tenebra, con l’orecchio
teso alla
voce che ci guida e l’occhio fisso alla stella che ci indica
il
cammino. Disciplina e purificazione costante dei moventi sono gli
atteggiamenti interiori che ci sono richiesti.
L’orizzonte si sposta dalla terra verso il cielo e in questa
parte del percorso non ci serve più una bussola, ma un
sestante.
Compare la luna che, riflettendo i raggi del sole, ci introduce al
mistero della notte: è il principio del Femminile, che
emerge
all’interno della personalità e ne rende possibile
la
conversione verso i valori dell’anima, dopo che il principio
Maschile ha favorito l’integrazione della
personalità
stessa, rendendola coerente nelle sue varie parti.
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