A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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"La metafora della via" Di Anna Maria Finotti


La via è anche legata a un bagaglio: più pesante il bagaglio, più difficile procedere. Dobbiamo imparare a diventare essenziali, il che implica la capacità di sviluppare il non-attaccamento che ci permette di scaricare molte cose superflue, come modelli, ruoli, abitudini sclerotizzanti, difese, bisogni di controllo, atteggiamenti superegoici e reattivi per procedere, rispondendo al bisogno di autoespressione che ci guida verso la nostra individuazione, sviluppando l’autocoscienza e la volontà personale.

Nella nostra bisaccia da viaggio dobbiamo mettere gli atteggiamenti suggeriti da R. Assagioli, che sono “umiltà, perseveranza e spirito di sperimentazione”, oltre naturalmente a una mappa, che, senza descriverci il territorio, ci indica la direzione, come fa l’ovoide della Psicosintesi. E camminare  leggeri.

La via, oltre a conoscere salite e discese, procede a tornanti, per cui in certi periodi possiamo aver l’impressione di andare nella direzione opposta a quella prevista, di tornare indietro, fintanto che un nuovo tornante ci riporta nella direzione giusta. E’ il movimento spiralico della nostra crescita che può crearci questi abbagli, mentre ci porta nel corso del suo processo a risperimentarci in situazioni già note, allenandoci a ritirare le identificazioni.

Lungo la via ci sono anche le pietre miliari a indicarci la validità del percorso: sono quelle verifiche interiori, quelle conferme rassicuranti, quei punti fermi che sono i sette punti stabiliti da R. Assagioli per il percorso psicosintetico, la cui comprensioni ci aiuta nel processo.

Incontriamo anche dei biotopi, luoghi di rigenerazioni spirituale, dove l’incontro con gli altri, che riconosciamo affini nel linguaggio e nelle mete, ci serve per rinforzarci nella volontà di procedere, dopo una sosta ristoratrice.

La caratteristica fondamentale della via peraltro è che la si conosce solo percorrendola: superandone gli ostacoli scopriamo nuove indicazioni di percorso, che ci guidano verso l’obiettivo finale. E’ come una caccia al tesoro: risolvendo una domanda, abbiamo il lasciapassare per la seconda e così via fino alla meta, che è il tesoro da scoprire dentro di noi. Ma trovato il tesoro dell’Io, sulla sua faccia nascosta troviamo scritto Sé.

Così appare un invito ad andare oltre, e la via continua, portandoci dalla psicosintesi personale verso la psicosintesi transpersonale. Alla domanda “chi sono?” si affianca la domanda “dove vado?”: cominciamo a capire che la via non è un fine, ma solo un mezzo e a quel punto da viandanti diventiamo pellegrini, in cammino verso un luogo sacro, che dà senso al nostro andare, sacralizzando ogni nostro passo.

Pellegrino nell’accezione medioevale è un uomo straniero, che passa per paesi stranieri, alla ricerca di una terra promessa. Diventato straniero anche a se stesso, ha per casa una tenda, per patria il mondo e chiama fratello ogni essere che incontra.

Ma l’accesso a questa parte del percorso è sbarrato da una porta, “stretta più che la cruna di un ago”, attraverso la quale “è più facile che passi un cammello che un uomo ricco”.

Per superarla, se non opponiamo resistenza alla voce, che ci chiama di là da essa, dobbiamo spogliarci di tutto quanto fino allora abbiamo conquistato nel nostro processo di individuazione: euforica sensazione di essere un Io, capace di autoaffermarsi e di esprimere la propria volontà, chiarezza razionale, autonomia psicologica ora non servono più, anzi diventano veri e propri ostacoli per procedere, se non sappiamo attivare anche i loro opposti.

Per passare attraverso quella porta dobbiamo diventare poveri, “poveri di spirito”: è la totale spoliazione che ci è chiesta, la destrutturazione di quanto avevamo faticosamente costruito, la disidentificazione anche da noi stessi, dalle immagini mentali e dai valori della personalità, per trovare un’interiore nudità, che diventa “innocenza”.

Di là dalla porta ci attende il deserto e la via diventa una pista, che il vento continuamente cancella. Ora per procedere non dobbiamo avere “né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone”, secondo il detto evangelico (Mt 10,9-10).

Nell’unica bisaccia che ci è concessa, quella del cuore, dobbiamo mettere fede nella meta invisibile e discriminazione, perché la via diventa un sentiero, sottile come il filo di una lama, che si muove ad uguale distanza tra il non attaccamento ai beni terreni e contemporaneamente allo loro immagine capovolta che è la ricerca possessiva dei beni spirituali.

I miraggi nel deserto sono pronti a distrarci: sono i disorientamenti transpersonali, come li chiama Maslow, le illusioni mentali, i sussulti emotivi, le fascinazioni dello stesso superconscio, da cui è anche necessario disidentificarci, come dice R. Assagioli, “per avere una vera esperienza del Sé”.


Per evitare i miraggi, le fate morgane, bisogna procedere di notte, fare l’esperienza della tenebra, con l’orecchio teso alla voce che ci guida e l’occhio fisso alla stella che ci indica il cammino. Disciplina e purificazione costante dei moventi sono gli atteggiamenti interiori che ci sono richiesti.

L’orizzonte si sposta dalla terra verso il cielo e in questa parte del percorso non ci serve più una bussola, ma un sestante. Compare la luna che, riflettendo i raggi del sole, ci introduce al mistero della notte: è il principio del Femminile, che emerge all’interno della personalità e ne rende possibile la conversione verso i valori dell’anima, dopo che il principio Maschile ha favorito l’integrazione della personalità stessa, rendendola coerente nelle sue varie parti.


 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 28/04/2007