Presento
adesso un caso che ho modificato, per ragioni di riservatezza,
attingendo parzialmente anche alla storia e alle esperienze di altre
persone che si sono affidate al Rebirthing Transpersonale per risolvere
il disturbo da attacchi di panico. Si tratta, dunque, di un percorso
emblematico che racchiude molti elementi psicosomatici, vissuti,
situazioni, esperienze che non sono, ovviamente, sempre tutti presenti
e che, inoltre, possono presentarsi con caratteristiche e forme
diverse, conformemente alla personalità e alla storia del
soggetto.
Marco
soffre da dodici anni di attacchi di panico quando viene da me. Prende
uno psicofarmaco specifico che allevia i sintomi, è stato
anche a lungo in psicoterapia, ma non è soddisfatto
perché non si sente “guarito”. Ha ancora
dei disturbi, anche se meno intensi di prima, come dolore al cuore con
ansia, mancanza di respiro e affanno. Inoltre teme sempre un attacco
maggiore quando guida o quando si trova in ambienti affollati o sul
lavoro, svolge, infatti, un’attività che lo mette
in contatto con molte persone. Tutta la famiglia è
condizionata dal suo disturbo. Sentendosi
“inadeguato” a causa del suo problema, reagisce
chiudendosi in se stesso, comunicando sempre meno. Manifesta anche una
leggera depressione. Dorme male, non è mai veramente
rilassato. Inizialmente è scettico e negativo circa il
rebirthing, pensa che sarà un’ennesima delusione.
Comunque ha deciso di provare.
Il
disturbo è iniziato subito dopo un cambiamento importante
nella sua vita (matrimonio). Durante le prime sedute, il respiro
intenso e l’iperventilazione fanno emergere tutte le tensioni
e contrazioni accumulate a livello fisico: è come
paralizzato dalla testa ai piedi, suda abbondantemente, ha freddo e
caldo. Emergono immagini che simbolizzano lo stato di
rigidità fisica, un gladiatore in una specie di corazza che
lo immobilizza, un fantoccio svuotato di vita, un cadavere. Ma quasi
subito riceve un aiuto dalla dimensione transpersonale: vede un essere
di luce, un angelo, che gli starà vicino per quasi tutte le
sedute e questo lo incoraggia a continuare, lo sostiene e lo aiuta a
modificare l’atteggiamento rigido e di controllo. Quanto
più riesce a lasciarsi andare, tanto più la
“paralisi” diminuisce e cominciano ad affiorare i
vissuti.
Emerge
il ricordo di un’aggressione subita quando aveva circa dodici
anni. Un ragazzo più grande l’aveva immobilizzato
contro una porta e l’aveva picchiato. Terrore. Vuole gridare,
ma non ci riesce, il grido non esce. Non si era difeso e aveva odiato
suo padre che non gli aveva insegnato a reagire in modo appropriato.
Non aveva detto niente a nessuno e si sorprende che questo episodio
possa essere stato traumatico, perché non lo aveva mai
considerato tale. Tuttavia, capiamo nel dialogo che segue la seduta,
che quell’evento aveva contribuito a nutrire il suo
sentimento di essere un debole, con i compagni, infatti, era timido e
si lasciava prevaricare. Nella sua vita questo tema sarà
sempre presente, unito al sentimento di valere più di quanto
non riesca a dimostrare, sia in famiglia sia nella società.
Il padre non lo aveva mai veramente sostenuto nella costruzione della
sua identità maschile e aveva contribuito al suo sentimento
di inferiorità. M. impone a se stesso un modello molto
esigente di performance, è estremamente perfezionista e
ansioso circa il giudizio che gli altri hanno di lui. Nella
realtà si tratta di una persona con molte qualità
e talenti e un mondo interiore molto ricco, ma bloccato
dall’insicurezza e dalla paura.In un’altra
occasione rivive la morte di un parente che gli era molto caro (un
sostituto paterno positivo che lo abbandona troppo presto) e il
funerale cui aveva assistito quando aveva sette o otto anni. Da allora
non ha mai più potuto assistere a un funerale. Il tema della
morte ritorna anche con episodi più recenti. Un altro
vissuto molto traumatico e terrorizzante si riferisce a quando era
stato sottoposto a una tonsillectomia, all’età di
quattro o cinque anni, senza anestesia. Inoltre, i genitori, per
evitare di spaventarlo, l’avevano portato dal medico senza
prepararlo minimamente a quello che sarebbe successo.
Finalmente
in alcune sedute rivive la nascita in modo molto intenso e simbolico.
Rivive in particolare la fase della Matrice Perinatale III, che S. Grof
definisce “Lotta di morte – rinascita”.
E, di fatto, la sua nascita biologica si trasforma in una specie di
seduta sciamanica in cui lui dà una nuova vita a se stesso.
Un’iniziazione di se stesso per rifondare la sua
identità maschile fragile e non integrata che lo lasciava
impreparato ad assumersi la responsabilità della propria
vita, e che era stata compensata, sotto la spinta dei condizionamenti
familiari e culturali, con un modello idealizzato di
“virilità”, eroico ed estremamente
esigente che lo tiranneggiava senza tregua e che reprimeva gli aspetti
femminili della psiche, come la capacità di abbandono, il
contatto con le emozioni, la creatività. Tutto doveva essere
sotto controllo, come si richiede ai “forti”.
Ovviamente, questo aumentava la sua vulnerabilità verso il
mondo e la realtà esterna con il suo lato misterioso e
insondabile, di cui la morte era l’espressione più
terrificante.
Ricordiamo
velocemente cosa avviene a quello stadio del parto: ci sono contrazioni
uterine e il collo dell’utero, a differenza della fase
precedente, è ora dilatato e permette la discesa attraverso
il canale pelvico-genitale. Il feto intraprende una lotta feroce per la
sopravvivenza mentre prova forti pressioni meccaniche e spesso anche un
senso di soffocamento intenso. Le contrazioni uterine limitano
l’alimentazione del sangue al feto. In questa fase possono
intervenire molti altri fattori che riducono ulteriormente
l’afflusso di sangue e provocano episodi di soffocamento. La
MPB III, dice Grof, costituisce un modello empirico di grande ricchezza
e complessità. Oltre al ricordo dell’esperienza di
lotta per la sopravvivenza nel collo dell’utero, si attivano
molti fenomeni archetipici.
A
differenza della matrice precedente che era “senza via
d’uscita”, qui il soggetto non è
impotente e paralizzato, inoltre non è semplicemente
vittima, ma lotta, si muove, potremmo dire che manifesta una certa
aggressività per vincere la battaglia per la vita. Il
conflitto che viene vissuto è quello della morte-rinascita.
I ricordi dei Sistemi di Esperienza Condensata (COEX) che emergono sono
quelli legati a situazioni di pericolo in cui la sopravvivenza
è stata minacciata, avventure esaltanti ma rischiose, ecc.
Vediamo
come M. racconta la sua esperienza: “Sono in una specie di
cono, un tunnel, provo un’enorme pressione sulle orecchie e
vedo un pallina blu che entra ed esce dalle due orecchie, un male
fortissimo, c’è una porta in lontananza, devo
arrivare a quella porta, ho paura di non farcela, devo aprirla, mi
sento impotente, sento un risucchio, come un vortice che stritola e
vedo una luce terribile, vedo una successione di immagini di animali
feroci, un circo e io sono un gladiatore, mi ero già sentito
un gladiatore, anche adesso mi sento immobilizzato. Mi sento
morire… C’è un bambino morto. Adesso
vedo un bambino morto, io sono una specie di guaritore, uno sciamano..
non so. Ho al collo una collana di unghie di tigre. Sfilo
un’unghia dalla collana, è lunga e molto affilata,
mentre la tengo in mano faccio la respirazione a bocca a bocca al
bambino e lo gonfio, lo gonfio fino a farlo diventare grande come me.
Adesso uso l’unghia come un bisturi, apro il corpo dalla gola
alla pancia, tolgo tutti gli organi interni, mi sento calmo. So che
quello che sto facendo è giusto, va fatto. Una volta
svuotato degli organi, entro io in quel corpo, mi adagio sulla schiena
e richiudo cucendo con l’unghia come fosse un ago. Dentro
tutto è di un bellissimo blu, non so se sia acqua o cielo. A
un certo punto ho la netta sensazione che sto morendo, ma non sono
spaventato. Chiuso lì dentro contengo tutto
l’universo, mi vedo da fuori e mentre guardo, il
“me” dentro il corpo apro l’involucro con
l’unghia e comincia a uscire il blu, un fiume di blu, prima
denso, poi sempre più fluido e fluisce, fluisce,
è il cielo, è l’universo stesso che
fluisce, è l’oceano … e nel blu ci sono
delfini e gabbiani, alberi, stelle, galassie, fiori, altri animali. Oh
dio! E’ meraviglioso! Mi sento libero e vivo. Una pace e una
gioia infinite mi pervadono. Una vera estasi.”
Questa
era la nona seduta e, anche se c’erano già stati
notevoli miglioramenti, segna la vera e propria guarigione. La seduta
seguente insiste ancora sul tema della morte e della nascita. Rivive il
funerale di una persona amica avvenuto da poco e a cui questa volta
è riuscito a partecipare. Poi si vede piccolo al centro di
un cerchio fatto di pietre in una tenda indiana, è un
neonato con il pannolino. La tenda e l’ambiente
all’intorno sono blu. Anche se è un neonato
capisce tutto come un adulto, intuisce che si tratta di una specie di
rito, sente una musica, una nenia. E’ il rito per la nascita
del bambino. Di nuovo il corpo del bambino cresce e diventa grande come
è lui adesso, la tenda diventa sempre più calda,
prova malessere, sussulta, si torce. Il bambino ha al collo la collana
di unghie, con un’unghia taglia la tenda e scivola fuori, di
nuovo si riversa fuori il liquido blu. Si ritrova in un luogo dove
c’è una vallata verde in lontananza.
C’è una montagna. Lui è la montagna.
Una voce dentro dice: non morirai mai. Di nuovo un senso profondo di
benessere, pace, gratitudine, comprensione. Sa che è
guarito.
Questo
caso esprime, credo, in modo molto chiaro l’intreccio dei
molti fattori che concorrono, in molti casi, a generare i DAP. Questi
elementi, come dicevo, non sono sempre tutti presenti, non emergono
necessariamente con la stessa intensità, né
sempre sono accompagnati da vivide immagini simboliche. Ma sono
permanenti i temi di fondo, che stiamo analizzando, uniti alle
manifestazioni fisiche dei sintomi da panico con successivo
scioglimento e superamento.
Il
primo attacco si manifesta dopo un cambiamento importante nella vita di
M. che funziona da attrattore per l’acutizzarsi di antiche
paure e complessi. Sposarsi vuol dire assumersi un’enorme
responsabilità verso gli altri, ancor più dopo la
nascita dei figli. Non si sentiva pronto. Si manifesta il senso di
inadeguatezza e di inferiorità non soltanto come espressione
di incapacità, timidezza, difficoltà nelle
relazioni sociali, ma come “paura di vivere”, per
la generale vulnerabilità dell’essere umano di
fronte all’ignoto, all’imprevisto, a quello che non
si può controllare e soprattutto di fronte alla morte. La
paura lo immobilizza, lo mantiene contratto e rigido, è
estremamente perfezionista e cerca di non lasciare niente al caso e
allo stesso tempo di non dare adito a critiche o giudizi negativi su di
sé, mentre si sente incapace di reagire esprimendo quello
che pensa, di farsi valere e questo provoca una notevole accumulo di
energia aggressiva repressa.
Gli
elementi importanti che caratterizzano le sedute e i colloqui si
riferiscono, dunque, a un bisogno di ridefinire e ampliare la visione
di se stessi e del mondo che è troppo angusta, rigida e
soffocante e non permette nessuna ulteriore evoluzione. E’
stritolato dal dilemma di sentirsi fragile e vulnerabile dentro (avendo
represso la sua genuina vulnerabilità), mentre vorrebbe
essere un eroe perfetto, demiurgico, che controlla il mondo e non
subisce nessun limite (la sua identità non si è
costruita in modo armonico tra il riconoscimento e il sostegno alle sue
capacità e potenzialità, alla sua
“unicità”, e l’accettazione
delle limitazioni e della vulnerablità propri di ogni essere
vivente immerso in una rete di “tu”, in una rete di
“interessere”: maschile e femminile, o, usando i
termini di Wilber, agency e communion, individualità e
intersoggettività). Per rimettersi in cammino con fiducia e
positività, M. deve regredire per completare fasi di
sviluppo precedenti rimaste incompiute. Ha bisogno di
un’esperienza di morte e rinascita per sperimentare che
morire non vuol dire “cessare di esistere”, ma
trasformarsi; per capire che cambiare, lasciar andare il passato, idee
e concetti falsi, bisogni regressivi di protezione, non vuol dire
morire, ma crescere ed evolversi. Dentro di sé M., che
è a digiuno di letture psicologiche, antropologiche o
mitologiche trova una grande ricchezza di risorse energetiche e
simboliche per portare a termine il suo compito.
Le
esperienze di morte-rinascita fanno parte del bagaglio
dell’umanità che ha sempre avvertito come il
confronto con la morte fosse necessario per accedere a un
più elevato livello di coscienza. Dai viaggi sciamanici, ai
rituali dei Misteri ellenistici, ai cammini spirituali e contemplativi,
l’esperienza della morte simbolica è sempre stata
considerata uno strumento potente di trasformazione e di crescita.
Rivivere
la propria nascita è certamente un’esperienza
molto intensa e fondamentale per risolvere un certo numero di disturbi
psicosomatici. Come ho ampiamente esposto nel brano Il trauma della
nascita e il rebirthing pubblicato su questo sito, la nascita
biologica, soprattutto nella MPIII, contiene, appunto, una forte
connotazione di “lotta morte-rinascita” e come tale
è una componente del complesso di esperienze che si
riferiscono a questo tema, non solo perché il feto vive una
vera propria minaccia alla propria sopravvivenza, ma anche
perché la nascita è un passaggio dal fulcro 0 al
fulcro 1, cioè un primo e molto precoce passaggio da un
livello di coscienza a un altro (Wilber chiama fulcro un passaggio
dell’Io da un livello di coscienza a un altro). Ogni
passaggio di fulcro, nel procedere dell’evoluzione della
coscienza individuale e collettiva degli esseri umani, implica il
movimento triplice descritto da Wilber sulla base del lavoro di molti
psicologi evolutivi e sulla base della teoria evoluzionistica dei
sistemi (poiché anche la coscienza è un olone e
segue i principi che regolano gli oloni). Questi tre passaggi sono:1)
identificazione con un livello, 2) disidentificazione e trascendenza
(quindi “morte” a quel livello), 3) identificazione
con il nuovo livello e inclusione del precedente (e di tutti i
precedenti). Il movimento è sempre trascendi e includi.
Negli
attacchi di panico, la regressione al momento della nascita e la
risoluzione di tensioni e blocchi psicofisici connessi a
quell’evento, si presentano come un aspetto di un nodo molto
più complesso di problematiche che si collocano, a mio
avviso, essenzialmente ai fulcri 4 (convenzionale), 5 (razionale) e 6
(integrale).Questo perché, come abbiamo mostrato nel brano
già citato sul Trauma della Nascita, l’esperienza
di morte e rinascita non è solamente quella connessa alla
nascita biologica (come S. Grof sembra sostenere), ma si ripropone a
ogni cambiamento di fulcro di coscienza, e anche quando bisogna tornare
indietro per completare l’integrazione di aspetti dei fulcri
precedenti da cui non ci siamo disidentificati e che non abbiamo
trasceso. Questo viene spesso vissuto simbolicamente come
“nascere di nuovo”, perché la ripresa
del cammino evolutivo, grazie all’eliminazione degli ostacoli
che bloccavano l’energia creatrice, è un tornare
alla vita. Allora si attiva anche il ricordo della nostra prima
nascita, quella biologica. Sottolineiamo che, anche se un confronto con
la “morte-rinascita” dell’io a qualsiasi
livello di coscienza è un’esperienza potente e
trasformativa, il fulcro 6, livello esistenziale/integrale,
è quello più importante in questo contesto,
perché a questo punto la coscienza comincia a decostruire la
sua identità esclusiva con il corpomente. Emergono quindi
più facilmente quelle barriere che costituiscono la maggior
parte delle dissociazioni di vissuti traumatici (rimozioni,
repressioni) che si sono costituite al livello del corpomente
grossolano e vitale/emotivo. Quindi è soprattutto a questo
punto che si tende a diventare più consapevoli di tutte le
problematiche irrisolte del passato che funzionano da ostacoli allo
sviluppo successivo e da attrattori regressivi che impediscono ogni
ulteriore crescita.
Riepiloghiamo
brevemente le tappe che più ci interessano
dello sviluppo della coscienza secondo il modello di Ken Wilber.
Il
fulcro 3, io mentale e concettuale, mente rappresentativa o, con la
terminologia di Piaget, conoscenza pre-operazionale. Verso i
quattro/sette anni, dopo le immagini e simboli, cominciano ad apparire
i concetti. Il bambino inizia a entrare nel mondo linguistico, nella
noosfera. A questo stadio il bambino, se tutto è andato
bene, ha integrato i livelli precedenti, l’io
fisico/corporale e l’io emozionale. Con l’emersione
dell’io mentale, è possibile anticipare il futuro,
avere preoccupazioni e ansietà, e anche ricordare il
passato, avere sensi di colpa e rimorsi. La mente concettuale esiste in
un “mondo astratto di pensieri” e per questo
può reprimere e dissociare gli aspetti anteriori, gli
impulsi che vengono dal corpo e le emozioni. Invece di differenziarsi,
trascendere e includere, reprime. La patologia di questo livello
è la nevrosi (la mente reprime corpo ed emozioni). La
visione del mondo corrispondente a questo livello è quella
mitica, che lascia il posto a quella magica del livello precedente. Il
bambino si rende conto che la magia non funziona, non può
comandare il mondo in modo magico e onnipotente, ma pensa che forse
qualcun altro può farlo: dei, demoni e fate che possono
sospendere le leggi della natura. Il potere egocentrico lascia il posto
alla preghiera e al rituale egocentrico. La visione del mondo mitica
inizia con la mente rappresentativa e continua anche nel livello
successivo, la mente regola/ruolo per poi essere trascesa dalla mente
razionale, che realizza che per cambiare qualcosa della
realtà, devi farlo tu stesso.
Il
fulcro 4 è la mente regola/ruolo, chiamata da Piaget
conoscenza concreta-operazionale (dai 7 ai 14 anni). L’io
è capace di formare regole mentali e di assumere ruoli
sociali. Il bambino comincia a rendersi conto che il suo punto di vista
non è l’unico al mondo. La linea evolutiva morale
passa dal preconvenzionale al convenzionale, si assumono i
comportamenti collettivi dominanti, si è conformisti.
Rispetto ai tre stadi precedenti, qui c’è una
profonda trasformazione. Le mie preoccupazioni ora si estendono al
gruppo, ma non oltre. Ci si identifica con la propria famiglia,
tribù, mitologia, ideologia e chi non ne fa parte
è il nemico. A questo livello troviamo un forte
etnocentrismo, che Wilber chiama “appartenenza
mitica”. La visione del mondo è ancora mitologica.
L’identità dell’io è
sociocentrica, deve rappresentare dei ruoli ed è qui che si
colloca la “patologia del copione”. Quando ci sono
problemi nel superamento di questo livello, rimaniamo prigionieri di
false e distorte maschere sociali, di copioni crudeli che affermano
“Sono un fallito”, “non
combinerò mai niente di buono”.
Tra
gli undici e i quindici anni emerge il fulcro 5, la mente
operazionale-formale. Mentre nel precedente livello,
operazionale-concreto, si può operare solo sul mondo
concreto, questo può operare sul pensiero stesso. Per la
prima volta si possono fare ipotesi: cosa succederebbe se…,
si aprono mondi ideali, nuove possibilità. E’
l’adolescenza, in cui diventa possibile
l’introspezione; si comincia a giudicare i ruoli e le regole
assunti prima, la morale diventa postconvenzionale, si passa da un io
sociocentrico a un io centrato sul mondo, universale. Il mondo stesso
è il mio gruppo, e allora si inizia a pensare che tutti gli
individui devono avere accesso allo stesso rispetto e alle stesse
opportunità senza differenze di sesso, credo, razza,
credenze, ecc. Dal punto di vista psicologico, quando si supera il
livello sociocentrico con la sua morale convenzionale e i ruoli e le
regole predefinite, inizia il problema
dell’identità. “Chi sono Io, cosa voglio
dalla vita, qual è il mio posto?” Erikson chiama
questa fase “crisi di identità”, che
è una tipica patologia dell’adolescenza.
Lo
stadio 6 è chiamato da Wilber visione logica o pensiero
integrativo, che opera sintesi e trascende i dualismi. La mente
operazionale-formale (corrispondente al pensiero razionale moderno)
possedeva già la capacità di sintetizzare e
integrare, ma esisteva ancora una tendenza a separare, analizzare, una
logica basata sulla dualità e l’alternativa o/o.
Con la visione logica le parti sono messe insieme e si coglie una rete
di interazioni. Nel Quadrante Sociale di Destra che si riferisce al
mondo oggettivo (per la figura che riproduce i 4 Quadranti clicca qui),
lo stadio 6 produce la Teoria dei Sistemi; nel Quadrante
dell’interiorità e della soggettività
(Alto/Sinistra) produce una personalità integrata,
simbolizzata dal centauro che rappresenta l’integrazione di
mente e corpo e corrisponde a un io integrato in una rete di
responsabilità e servizio. Dice Wilber citando John
Broughton: “a questo livello mente e corpo sono entrambi
sperimentati come un Io integrato”. L’io
è cosciente sia del corpo sia della mente come sua
esperienza. Non è più la mente che osserva il
mondo, ma l’io osservante osserva la mente, il corpo e il
mondo. Questo è anche chiamato livello esistenziale. A
questo fulcro 6, l’io identificato con il corpomente sta
morendo. Non ha più appigli e stampelle da nessuna parte:
né la visione magica o mitica, né la
razionalità gli sono più d’aiuto.
Accettare la propria mortalità, i propri limiti è
necessario per trovare il “proprio essere nel
mondo”.
Gli
esistenzialisti hanno realizzato questo io autentico, hanno analizzato
le menzogne e le illusioni che rendono impossibile
l’autenticità. Mentiamo circa la nostra
mortalità e la nostra finitezza costruendo simboli di
immortalità, mentiamo circa la nostra
responsabilità nelle scelte che facciamo, presentandoci come
vittime della famiglia, della società, del destino, del
nemico. Mentiamo perdendo la ricchezza del presente perché
siamo sempre macerati nei sensi di colpa legati al passato o
nell’ansia riguardo al futuro. Non siamo autentici
perché rifiutiamo la responsabilità di essere
fino in fondo noi stessi senza maschere e infingimenti. Perdute tutte
le consolazioni illusorie, se non riconosciamo ulteriori fasi di
sviluppo, cadiamo come gli Esistenzialisti, nell’angoscia e
nella disperazione dell’assurdo e della mancanza di
significato di noi stessi e dell’universo.
Questa
è la patologia del livello esistenziale, poiché
non si è ancora nel transpersonale, ma non si è
più ancorati al personale. L’io che si
è evoluto fino a questo livello, come dicevamo
all’inizio, per non regredire a più rassicuranti
fasi precedenti (anche perché ogni fase trasformativa fa
emergere in modo più pressante i nodi irrisolti degli altri
fulcri) e non bloccarsi in un sentimenti di impotenza e di terrore,
deve passare a una nuova visione del mondo, deve aprirsi a un nuovo
livello di coscienza dove l’identificazione con
l’ego viene superata completamente e il senso di
identità personale entra in una nuova relazione con il Tu.
Ed è qui che si colloca l’esperienza
più pregnante di morte-rinascita che può aprire
alle fasi evolutive successive che sono ormai quella della sfera
transpersonale e spirituale: olistica o psichica iniziale (il meme
turchese), psichica, sottile, causale, Assoluto.
M.
si colloca al fulcro 5, razionale postconvenziale, con problemi
irrisolti al livello 3, 4 e 5, prima emersione del livello 6 e apertura
verso esperienze di vetta transpersonali. E’ importante
tenere presente che quando si descrivono i processi della psiche umana
è inevitabile cadere in schematizzazioni troppo
semplificatorie. In ogni individuo si accavallano e intrecciano molti
livelli e linee evolutive, viviamo contemporaneamente su molti piani e
qualsiasi schema o mappa va sempre considerata come approssimativa e
comunque riduttiva della ricchezza immensa che nessun strumento
analitico razionale potrà mai cogliere integralmente.
Fatta
questa premessa, continuiamo il nostro discorso. Nel caso di M. la
nascita biologica, oltre al valore in sé come evento che,
rivissuto, porta al superamento di molte tensioni psicofisiche,
è anche l’occasione per inscenare un vero e
proprio rituale iniziatico di morte e rinascita in cui M. adulto
“opera” sulle sue parti infantili per farle
crescere e per integrarle. In qualche modo opera su se stesso quella
iniziazione al mondo adulto che non ha mai realizzato nella vita. Il
bambino non ha superato una serie di paure legate al mondo esterno che
può essere minaccioso e mettere a rischio la sua
sopravvivenza, rimane traumatizzato dal confronto precoce con la morte
di una persona cara e nessuno lo aiuta a capirla e accettarla, crede di
essere stato abbandonato nelle mani di un dottore
“carnefice” che forse lo ucciderà.
Poiché la famiglia, e il padre in particolare, non lo hanno
aiutato a costruirsi una positiva immagine di sé e una
sufficiente autostima, è ancorato a idee menzognere su se
stesso circa la propria inadeguatezza e si porta dentro un senso di
fallimento che il DAP non fa che confermare e acuire. Il suo tentativo
di mettere in discussione la visione del mondo e di se stesso in cui
è immerso e di riconoscere/rifondare il senso di
sé, non è stato accompagnato da una consapevole
ricerca e sostituzione di nuovi valori e significati. Così
si trova in mezzo al guado ad affrontare la vita con una
“mancanza di essere” e un fardello enorme sulle
spalle, in una solitudine terrificante, non più inserito in
una rete di interessere.
Come
negli antichi rituali iniziatici che implicavano la morte simbolica e
la rinascita a una nuova vita e a una nuova identità, M.
partorisce di nuovo se stesso dopo essersi guarito dalle ferite che
erano rimaste aperte nel corso del suo percorso di sviluppo e nello
stesso tempo passa da una visione puramente razionale, che lo aveva
dissociato dal corpo e dalle emozioni, all’inizio dello
stadio esistenziale con una maggiore integrazione di corpomente e con
una apertura alla dimensione transpersonale. Con la comparsa
dell’angelo fin dalla prima seduta, sorprendente anche per
lui che sostiene di avere una visione assolutamente razionale e
scettica sulla realtà, dimostra che la sua
sensibilità ricettiva, l’intuizione e la
creatività sono molto più sviluppate di quanto
egli stesso non sia disposto inizialmente a credere. Inoltre, la
progressiva capacità a lasciarsi andare e accogliere i
messaggi che vengono dalla profondità del suo essere, a
fidarsi e affidarsi, senza controllare, trattenere, ancorarsi alla
sofferenza, come unica certezza e come coazione a ripetere
autodistruttiva, gli permettono di beneficiare al massimo di tutte le
esperienze, sensazioni, emozioni, immagini, insight che il rebirthing
gli permetterà di vivere con intensità ed
efficacia terapeutica. Si colloca qui la maggiore integrazione delle
componenti maschili e femminili della sua psiche che lo
porterà anche a riprendere attività artistiche
che aveva completamente abbandonato.
Possiamo
dire, sintetizzando, che il problema fondamentale di M., come di molte
persone, donne e uomini della nostra società che non
necessariamente sono soggetti ai DAP, ma che comunque esprimono un
livello elevato di sofferenza psicofisica, era quello di riprendere il
cammino evolutivo della coscienza, dopo il superamento di blocchi
energetici e problematiche psicosomatiche connessi alla
necessità di ridefinire la propria identità in
relazione al mondo, raggiungendo una nuova comprensione in cui
libertà e responsabilità, scelta e destino,
possibilità e limiti, io e tu fossero coniugati in un modo
nuovo e creativo. Questo ha implicato la necessità di
tornare indietro a vari momenti del suo percorso evolutivo e,
soprattutto, un confronto con la paura e con la morte.
L’iniziale comprensione del funzionamento dell’ego
e della mente come costrutto sociale e collettivo e il contatto con il
Sé più profondo gli ha permesso di assaporare
cosa significhi essere soggetto della propria vita immerso nello stesso
tempo in una Vita più ampia, in cui accettare ciò
che è diventa la più grande libertà.
Fine.