"Curare
chi soffre d’ansia o è soggetto agli attacchi di
panico consiste anche nell’informarlo dei meccanismi che ho
appena descritto. Il paziente deve sapere, capire, arrivare ad avere
chiarezza totale su quello che succede. Ci vuole calma e tempo, ma
questo apprendimento è basilare. E’ indispensabile
usare illustrazioni anatomiche, poiché vedere, oltre che
ascoltare, ha un effetto molto più potente, e lo scopo
è quello di portare il meccanismo inconscio a contatto con
il controllo della razionalità.
L’ansia
è un moltiplicatore della paura. Se non sappiamo
cos’è, se la viviamo come una forza misteriosa,
priva di connotati, aliena eppure nostra, l’emozione di ansia
o panico produce ulteriore paura, e la paura alimenta ancor
più l’ansia, in un circolo vizioso che va spezzato
con la conoscenza. Penso che tutti i medici dovrebbero usare questo
metodo di informazione perché è a loro che si
rivolge, in prima istanza, il paziente ansioso che quasi sempre ritiene
di essere malato fisicamente.
Una
volta esclusa una patologia organica, il medico deve spiegare al
paziente quello che lo fa soffrire. Non ci si può limitare a
dirgli che non ha nulla, che è solo un fatto nervoso,
illudendosi così di rassicurarlo. Lui continuerà
invece ad avere i sintomi e, in mancanza di un chiarimento,
diventerà ipocondriaco. Dopodiché il medico non
potrà che mandarlo dallo psicologo o dallo psichiatra.
Invece
il ruolo del medico può essere determinante nel risolvere i
molti casi di ansia che hanno bisogno solo di una rassicurazione
efficace, scientifica, inoppugnabile.
Occorre
insegnare a distinguere la sofferenza dalla malattia.
“Soffro, ma non corro alcun pericolo” è
uno slogan fondamentale che il paziente deve fare suo.
Perché è vero le alterazioni neurovegetative
causate dal malfunzionamento dei meccanismo della paura, e che
provocano l’ansia o il panico, non sono mai pericolose, non
viene l’infarto, non si sviene, non si impazzisce. Non
succede niente e tutto passa sempre. E tali alterazioni non fanno danno
nemmeno se vanno avanti per anni. E’ perfino possibile,
paradossalmente, che la tachicardia ansiogena dovuta al
“lotta o fuggi” renda il cuore più forte
e, comunque, nessuno studio ha potuto provare un rapporto tra ansia e
malattie organiche. Il paziente deve anche sapere che
l’attacco di panico si ferma sempre e comunque da solo. Si
ferma subito, se si è imparato a non fuggire e a non
chiedere aiuto.
Dopo
tutto, non sono malattie, ma “banali”, anche se
dolorose, occorrenze di molti individui della nostra specie nella
presente fase evolutiva. Sapere come stanno le cose è
già terapeutico. Si elimina la paura di avere
l’ansia e si apre la strada all’attenuazione della
sofferenza.
Il
medico deve anche chiarire che non esistono limitazioni dietetiche per
un ansioso. Deve, per esempio, aiutare il paziente a non credere al
luogo comune che il caffè faccia male alle persone
“nervose”. Il caffè, in molti casi e se
non ci sono controindicazioni organiche, sveglia la
“mente” e consente un miglior controllo
dell’ansia, o la previene. La caffeina è stata
usata come farmaco efficace, nel Settecento e nell’Ottocento,
per fronteggiare i disturbi che oggi chiamiamo ansia e panico. Allora
si riteneva, erroneamente, che quei disturbi portassero alla pazzia. Ai
tanti pazienti che temono di diventare pazzi, e magari si vergognano di
dirlo, occorre fermamente chiarire che ciò non è
possibile. Non si può diventare pazzi: o lo si è
già da adolescenti oppure no, non lo si diventa. Non
esistono malattie mentali che insorgano in età adulta.
Il
medico dovrebbe dire, pressappoco, al paziente: “Ti sto
aiutando per eliminare o ridurre la sofferenza che hai, e non per
guarire da una malattia che non hai. Ci può essere la
sofferenza senza essere malati”.
Oltre
a queste informazioni, dalla buona efficacia terapeutica, il medico
può consigliare al paziente massaggi, sport, Training
autogeno, Biofeedback, e, soprattutto, di imparare a respirare in modo
corretto in centri specializzati o in una buona scuola di Yoga, dove,
indipendentemente dalle dottrine, gli esercizi respiratori possono
essere molto efficaci. Non credo sia giusto parlare di energie positive
o negative nell’uomo: l’energia è
l’ossigeno e deve distribuirsi bene in tutto il corpo per
generare benessere. Alcune scuole di origine orientale sono anche in
grado di insegnare tecniche di controllo del pensiero, e questo
può essere decisivo per l’eliminazione
dell’ansia.
Freud
diceva “pensare è lavoro preventivo”, e
aveva ragione, perché il pensiero, che ci caratterizza come
specie, serve a pianificare la soluzione dei problemi o a creare.
Purtroppo per il nostro benessere soggettivo, e molto probabilmente per
ragioni evolutive ancora incomprese, il meccanismo del pensiero
è sovradimensionato, il più delle volte rimugina
pensieri parassiti. Gira a vuoto su problemi falsi o irrisolvibili in
quel dato momento. In fondo la meta più ambita di ogni
essere umano sembra quella di raggiungere una condizione in cui, nello
stato di veglia, si può sperimentare di Essere, senza
pensare a nulla, anche mentre si agisce in base a quei riflessi
condizionati che guidano la stragrande maggioranza delle nostre azioni.
Essere totalmente in quello che si sta facendo, senza pensare ad altro,
come nella cerimonia del tè.
Tutte
le dottrine orientali di salvezza hanno questa finalità. Ma
anche in Occidente L’abbandono alla Provvidenza divina, la
meditazione, la preghiera tengono a bada i pensieri inutili e
disturbanti. Estasi vuol dire “trovarsi fuori dalla
mente”, cioè sperimentare di Essere senza che la
mente sia in funzione. Come ha detto Paul Valéry:
“Parfois je suis, parfois je pense”.
“Talvolta sono, talvolta penso”.
L’uso
di droghe da oppiacei e da canapa indiana potrebbero avere da millenni
la stessa motivazione: inibire il pensiero. Bisognerebbe trovare metodi
di rapido apprendimento per controllare l’eccesso di pensieri
inutili, senza dover necessariamente seguire lunghissimi insegnamenti.
Non so di ricerche in quest’ambito, a parte quelle di Fritz
Perls, che ha creato la Terapia Gestalt. Temo comunque che siano
piuttosto scarse, e ciò non deve sorprendere,
perché le tecniche per l’eliminazione del pensiero
erano nate per finalità spirituali di unione col divino, e
non per finalità scientifiche.
Ora
però sono diventate importanti per la ricerca medica. In
ogni caso, la momentanea liberazione dal pensiero può far
provare una felicità prima sconosciuta, annullando il
sentimento di precarietà che ci accompagna sempre, e
integrandoci in un tutto immutabile che è quello che
è.
Una
simile esperienza può persino suscitare il convincimento che
tempo e morte non esistano realmente, e forse per questo il Dalai Lama
è sempre di buon umore.
……………………………………………"