"Confusione
nella testa, sgomento, difficoltà di respirare, batticuore,
vertigini. E’ l’ansia, la regina delle sofferenze
psichiche. Ma cos’è davvero e da dove viene?
Il
naturalista Linneo nel xviii secolo usò per primo il termine
anxietas che, come “angoscia”, deriva dal latino
angustia, cioè strettoia, riferendosi alla presunta
difficoltà a far entrare l’aria nei polmoni. Ma
per lui era una malattia organica a sé stante, e non uno dei
sintomi di un costrutto unitario che noi oggi chiamiamo ansia.
I
medici dell’epoca di Linneo usavano altri termini, ma si
riferivano sempre a vari sintomi dell’ansia che per loro
erano, come per Linneo, altrettante malattie fisiche diverse. Queste
presunte malattie venivano chiamate con nomi affascinanti, chiaramente
riconducibili all’ansia e al panico: Panophobia, Vertigo,
Palpitatio, Suspirium, Oscitatio, Palpitatio melancholica, Tremor.
Da
allora sono state fatte diverse ipotesi sull’ansia, ma tutte
insoddisfacenti..
Adesso,
potendo collegare le antiche grandi intuizioni di William James (1884)
con le straordinarie scoperte fatte dai ricercatori nelle neuroscienze
che rivelano, fra l’altro, l’esistenza di una
“memoria autonoma” dell’amigdala, la
struttura cerebrale che elabora le informazioni di pericolo per
l’incolumità dell’organismo, diventa
possibile formulare nuove ipotesi.
Cominciamo
con un capovolgimento, e guardiamo all’ansia non
più come causa di allarmi neurovegetativi (somatizzazioni),
ma come effetto di alterazioni viscerali di origine ignota oppure
ignorata. E’ come dire che non è l’ansia
a provocare la tachicardia, ma un aumento improvviso e misterioso del
battito cardiaco a provocare l’ansia.
Partendo
da questo presupposto si può arrivare a osservazioni
rilevanti.
Tutte
le cosiddette “somatizzazioni”, tutte le
alterazioni corporee che si accompagnano all’ansia, sono
sempre esclusivamente le stesse alterazioni che si riscontrano nel
nostro corpo quando ci troviamo a fronteggiare una minaccia alla
sopravvivenza. Le reazioni neurovegetative associate
all’ansia sono certamente quelle del nostro ancestrale
meccanismo di difesa del corpo contro i pericoli fisici.
Poiché
il mondo è pieno di pericoli, l’evoluzione, nel
corso di milioni di anni, ha programmato nel nostro organismo delle
risposte automatiche al pericolo, che scattano da sole non appena
percepiamo, con i cinque sensi, una minaccia alla nostra
incolumità. Si tratta di risposte automatiche, fuori dal
controllo dell’Io, ed è opportuno che sia
così, perché se dovessimo essere noi a decidere
cosa fare mentre un’auto sta per investirci, moriremmo di
sicuro. L’insieme di queste risposte automatiche e autonome
della volontà, in presenza di una minaccia alla nostra
integrità fisica, trasforma il corpo, in millesimi di
secondo, in una potente macchina di combattimento.
Le
risposte, infatti, portano a un assetto corporeo pieno di forza e di
energia, adatto a fuggire o a lottare con successo e perciò
tutto il sistema di difesa così congegnato si indica anche,
brevemente, con l’espressione “fuggire o
lottare”.
E’
una reazione al pericolo così rapida che, di fatto
contemporaneamente alla nostra percezione visiva di un animale
pericoloso che ci minaccia, e prima di aver potuto ragionare, i bronchi
si dilatano per rifornirci di ossigeno, il cuore si mette a battere
velocemente per riempire di sangue i muscoli, le coronarie si allargano
per agevolare il flusso del sangue, parte una scarica di adrenalina
destinata a mantenere altissime l’attenzione e la vigilanza,
l’intestino si contrae per disfarsi del suo contenuto che
è un’inutile zavorra, la muscolatura si tende per
passare all’azione. Si dilatano le pupille per migliorare la
visione, c’è una costrizione arteriosa cutanea che
fa rizzare peli e capelli per apparire più grandi e
minacciosi all’avversario (sistema imitato dai soldati con
spalline e colbacchi). Ci sono anche il sudore delle mani per afferrare
meglio, sudore di tutto il corpo (come segnale olfattivo o come
raffreddamento dell’organismo nel calore del combattimento?),
il fegato rilascia zuccheri per aumentare l’energia e
c’è un aggiustamento istantaneo
dell’equilibrio a seconda del tipo di minaccia da affrontare.
Sembra incredibile, ma ribadisco che tutta questa rivoluzione
dell’organismo si produce in qualche millesimo di secondo.
Ora
è necessario fare nostra qualche nozione che viene dalla
neurofisiologia.
Le
risposte automatiche al pericolo sono seguite di regola da
un’azione volontaria quale lottare, fuggire o nascondersi, ed
è logico, giacché risposte automatiche e azioni
difensive sono un unico strumento di sopravvivenza. Ma cosa succede se
le risposte non sono seguite da un’azione? Cosa succede se la
grande energia accumulata per poter combattere non viene sfogata?
Succede che noi percepiamo, sentiamo, avvertiamo le variazioni
somatiche delle risposte che risuonano all’interno del corpo
e raggiungono la coscienza nelle vesti di una tempesta neurovegetativa
incomprensibile. Questo evento genera l’emozione di paura,
ansia, panico. Di contro, quando le risposte sono seguite
dall’azione non proviamo alcun turbamento emotivo.
E’ esperienza comune che mentre si è ingaggiati in
una lotta, o mentre si corre via per salvarsi non si avvertono
emozioni, e questa è una dimostrazione di saggezza della
natura, perché emozioni e ragionamenti sarebbero un
pericoloso impaccio ai comportamenti automatici di salvezza. Ed
è anche esperienza comune che quando le alterazioni
dell’organismo, in genere, sono accompagnate da azioni in
accordo con il compito da svolgere noi non le percepiamo. Quando un
calciatore insegue la palla non avverte l’aumento del battito
cardiaco, e quando facciamo l’amore non percepiamo il cuore
che batte a centottanta pulsazioni al minuto, una velocità
funzionale alla grande quantità di energia necessaria a
svolgere quel gradevole compito. C’è anche il caso
ambiguo in cui osservando un grosso serpente dietro il vetro dello zoo
sentiamo il cuore che batte. Se corressimo via come vorrebbe una parte
del nostro cervello, non lo sentiremmo.
I
cosiddetti paurosi, e gli ansiosi, se si trovano di fronte a incidenti,
incendi, terremoti sono spesso i più coraggiosi e
intervengono tra i primi per salvare gli altri, nonostante il pericolo
reale che corrono. Sono entrati in azione e l’ansia che in
genere li tormenta, scompare. Chiunque sia stato in guerra sa di non
aver mai avuto paura durante il combattimento, ma solo prima e dopo.
Studi
fatti in Inghilterra negli anni quaranta hanno registrato la scomparsa
dei nevrotici che, trovandosi in una situazione di pericolo fisico
reale, non percepivano più le variazioni viscerali e quindi
non avevano più l’ansia. Ansia che è
puntualmente tornata dopo che pochi eroi della RAF inglese posero fine
ai bombardamenti distruggendo l’aviazione tedesca.
Se
ne deduce, nell’insieme, che il meccanismo “fuggire
o lottare”, se c’è un pericolo fisico
concreto, fa bene il suo lavoro, non ci disturba e ci salva. Ma quando
le risposte scattano “a vuoto”, cioè in
assenza di un pericolo fisico ,allora emerge la sofferenza
dell’ansia e del panico.
Diciamo
che le risposte automatiche al pericolo possono talvolta non essere
seguite da un’azione. I casi possono essere tanti (per
esempio, essere legati a un albero mentre un serpente si sta
avvicinando, ma per parlare di ansia si deve trovare qualcosa di unico
che sistematicamente faccia scattare delle risposte che non possano, a
priori, essere seguite da un’azione. Questo ruolo appartiene
al pensiero. Ogni pensiero di pericolo ha infatti la
possibilità di innescare delle risposte automatiche
destinate a restare inespresse, perché è
impossibile battersi fisicamente con il contenuto di un pensiero.
E’ vero, per esempio, che può essere un pericolo
grandissimo non essere accettati da nessuno, perché si
rischierebbe di morire di fame, ma basta avere il pensiero di essere
inaccettabili, senza che sia vero, per far scattare le risposte. E il
pensiero può anche essere subliminale, subconscio, inconscio
(la sottolineatura è mia).
Si
può parlare di grossolanità del nostro sistema
della paura, perché questo meccanismo di difesa e
adattamento diventa spesso strumento di attacco contro se stessi
soprattutto nel senso di colpa, che non è altro che il
pensiero di essere inadeguati e sconfitti.
Mi
tuffo in mare in acque profonde per una nuotata. Sono distante cinque o
sei metri dalla barca, quando vedo una pinna di pescecane. Mi salvo
perché sono dotato di un meccanismo formidabile.
L’occhio vede la pinna e, senza alcun ragionamento, divento
di colpo una bomba di energia che mi permette di raggiungere la barca
in tempo. In millesimi di secondo e senza che io lo percepisca, con una
reazione automatica al pericolo fisico, il cuore ha accelerato
grandemente il suo battito pompando abbondantemente quantità
di sangue ai muscoli, per rifornirli del carburante necessario a farmi
sviluppare la velocità di un campione olimpionico. E non ho
provato nessuna emozione di paura. Non ho percepito il cuore che
batteva forte perché il fenomeno era funzionale e adatto al
pericolo.
Ora
sto prendendo il sole sdraiato comodamente e al sicuro sulla spiaggia.
Mi viene in mente, oppure ne ho il pensiero inconscio, che ieri mi sono
comportato male e ho fatto una brutta figura. Oppure, penso che la mia
ragazza mi ha lasciato e sono solo, sconfitto, e ho un calo di
autostima. Il mio cuore riprende a battere forte, come quando fuggivo
dal pescecane; ma allora batteva senza che me ne accorgessi, senza che
lo percepissi. Ora invece lo sento, il battito, ed è proprio
questa percezione corporea improvvisa, inspiegabile, fuori luogo,
sorprendente e senza finalità che mi provoca lo stordimento
frastornante e sgradevole nella testa che è
l’emozione di paura o ansia.
Ogni
pensiero di pericolo mette in moto un’inutile tempesta
neurovegetativa per difenderci da un pericolo solo pensato,
trasformando il nostro corpo in una macchina da combattimento che non
possiamo usare. Oltretutto l’attivazione fuori luogo del
meccanismo di difesa somatico, in caso di pericolo solo pensato, ci
confonde e non ci permette di affrontare la situazione pensata,
serenamente, con altri pensieri, come sarebbe utile e sensato per noi.
Se, mentre siamo a casa in una situazione tranquilla, e stiamo
studiando per un esame che dovremo sostenere domani, ci viene in mente
che non abbiamo neppure aperto uno dei libri fondamentali per
superarlo, scattano comunque dentro di noi le risposte automatiche di
difesa dai pericoli corporei. Il solo pensiero di una minaccia al
risultato di domani basta a innescare la reazione. E’ vero
che l’esame è, in qualche modo un pericolo, ma
è causa di grande e inutile sofferenza doverlo affrontare,
oggi per domani, in quel modo, con uno sconvolgimento viscerale che
genera panico. Qualunque studente capisce di che cosa sto parlando.
Occorre
ricercare a fondo e capire le cause del drammatico inconveniente, ma
resta il fatto che, se aleggia in qualche modo il concetto di pericolo,
non importa di quale natura, il cervello lancia il segnale di allarme
rosso per la sopravvivenza della specie. E’ così,
ed è un fatto verificabile da tutti. Molti, quando devono
prendere l’aereo, sperimentano lo strano fenomeno per cui
all’aeroporto attendono di imbarcarsi con lo stato
d’animo di chi andava al patibolo. La mente, in preda al
terrore, trascina fino all’aereo un corpo che sta cercando di
correre via, come dimostra l’aumento del battito cardiaco, la
tachicardia, reazione necessaria a irrorare di sangue i muscoli
deputati alla corsa.
Si
deve fare ora un’osservazione molto rilevante.
L’attacco ansioso dipende sì dallo scatenarsi
“a vuoto” delle risposte che risuonano
nell’organismo, ma la sua intensità dipende dalla
sensibilità “propriocettiva”
individuale. La sensibilità propriocettiva, e
cioè il percepire le variazioni interne
dell’organismo, non è uguale per tutti. Varia per
ogni individuo, in grado minore o maggiore. C’è
chi avverte anche un solo battito in più del cuore e chi non
se ne accorge neppure se i battiti in più sono molti. Credo
che, in buona parte, da queste differenze di percezione interna dipenda
l’esser nevrotici, o “sani”: In parte
però dipende dalla qualità e
dall’entità dei pensieri di pericolo per
l’immagine di sé. D’altra parte non ci
può essere un’ansia, e forse nemmeno una grossa
preoccupazione, che non sia preceduta da una sia pur minima alterazione
corporea provocata dal meccanismo di difesa dai pericoli fisici.
……………………………………………….
Un
attacco di panico è sempre la percezione cosciente,
improvvisa e terrorizzante delle alterazioni che stanno avvenendo nel
corpo per un pensiero subconscio di pericolo. Vengono erroneamente
interpretate come morte imminente o come stare per impazzire. Il
pensiero ha spesso a che vedere con stati d’animo di
inadeguatezza, fallimento, sconfitta. E’ possibile,
però, che quando il panico è legato
all’agorafobia e alla claustrofobia, ci si trovi in presenza
anche di un ancestrale terrore di trovarsi lontano dalla tana o di non
potervi fare ritorno.
……………………………………………….
La
quiete della mente si accompagna solo a una quiete alacre del sistema
nervoso autonomo non disturbato dai tanti, inopportuni, interventi
automatici del “fuggire o lottare”.
Credo
che avere presente come stiano le cose possa già essere
terapeutico. La comprensione del meccanismo corporeo che genera i
fenomeni ansiosi può permettere, a chi ne soffre, di capire
cosa gli stia succedendo, consentendogli così di spezzare il
circolo vizioso “ansia > mistero > paura
> ansia”. L’ansioso, a questo punto,
può anche cercare di individuare i ricorrenti pensieri di
pericolo per l’immagine di sé che gli scatenano la
tempesta neurovegetativa. Deve comunque sapere e capire che non sta
correndo alcun pericolo per la propria salute, ma che sta soffrendo a
causa della sua umana imperfezione psicofisica congenita, che
è nel destino di tutti. Se la paura e il panico fossero
dannosi per l’organismo la specie umana si sarebbe estinta da
tempo. Sapere è importante. Arrivare alla conoscenza di un
processo inconscio vuol dire portarlo sotto il controllo corticale, a
contatto con la razionalità.
A
questo punto dobbiamo entrare in territorio ignoto, sul filo incerto
delle ipotesi, nel tentativo di inquadrare il fenomeno
dell’ansia in un contesto più ampio. E’
lecito provare a farlo, sentendosi comunque protetti da Claude Bernard,
il padre della ricerca medica moderna, che diceva: “Le teorie
non sono né vere né false, esse sono fertili
oppure sterili”.
Le
risposte automatiche al pericolo scattano da milioni di anni in base a
informazioni che ricevono dall’olfatto, dalla vista, dal
gusto, dal tatto e dall’udito.
Ma
ora gli uomini si trovano in un punto della loro storia evolutiva in
cui le risposte automatiche al pericolo scattano anche su informazioni
che ricevono dal pensiero. Mi riferisco al tipo di pensiero che noi
abbiamo attualmente, non a quello dei nostri predecessori arcaici del
quale non sappiamo nulla ma che, con ogni probabilità,
permane sordamente in noi. Noi oggi abbiamo un pensiero cosciente, un
pensiero che sa di esistere, un pensiero fatto di parole che parlano
dentro la nostra testa, e questo tipo di pensiero è padre, o
figlio, o coevo, del linguaggio. Gli esperti datano la nascita del
linguaggio tra i trentamila e i centomila anni fa. Si tratta di un
lasso di tempo che per l’evoluzione è
un’inezia e ci dice che il nostro pensiero è un
neonato che appena vagisce, rispetto all’età,
all’esperienza, al rodaggio e alla precisione dei cinque
sensi. Per le risposte automatiche al pericolo il pensiero, o mente,
è un sesto senso, ma molto approssimativo, incerto e
confuso. Forse è in via di integrazione con strutture e
funzioni cerebrali più antiche. Non sappiamo bene in che
cosa consista la mente e come evolva, ma pensiero, mente, linguaggio
sono la nostra gloria, fenomeni meravigliosi e unici tra gli esseri
viventi. Un dono che fa di noi delle creature che creano. Un alberello
appena piantato che, se l’evoluzione non cambierà
strada, darà frutti inimmaginabili.
Se
le cose stanno davvero così, dobbiamo dedurne che
l’ansia affonda le sue radici nell’intelligenza.
……………………………………………"