In
seguito ho incontrato Swami Prajnanpad nel suo ashram povero e austero,
quest’uomo che aveva rinunciato a una carriera politica,
nella quale molti indiani volevano vederlo impegnato (Swamiji era amico
intimo di Lal Bahadur Shastri, che fu primo ministro
dell’India dopo Nerhu), sia una carriera universitaria, e
infine una vita coniugale con una donna che tutti da giovani trovavano
incantevole. Swamij mi ha scosso sin dalle fondamenta (non si scuote un
uomo le cui fondamenta sono solide) convincendomi che ero io stesso
narrow, gretto, shallow, superficiale, e cripple, storpio, nonostante
avessi quarant’anni e la mia vita sembrasse piuttosto ricca,
dal momento che viaggiavo, solcando le strade dell’Asia e che
avevo osato mettere sottosopra i divieti sessuali della mia giovinezza.
Queste parole di Swamiji erano dure da ascoltare. Ero colpito non
soltanto dalla profondità a cui potevo dare un senso
metafisico, l’Essenza sotto l’apparenza, il Reale
sotto l’irreale, l’Uno sotto il molteplice,
l’Immutabile sotto il divenire (questo lo potevo intendere
bene dal momento che mi nutrivo di questo genere di letture), ma anche
dalla mia personale profondità vitale, dalle mie pulsioni,
dai miei istinti. Quell’uomo che rappresentava per me il
Vedanta vivente e che non si poteva sospettare che perorasse la sua
causa personale, giacché viveva nella rinuncia e molte ore
ogni giorno nell’immobilità, bello come una
statua, quest’uomo si batteva con me per distruggere
quell’immagine del saggio che mi ero fatta a partire da
Ramdas e da Ma Anandamayi, nei confronti dei quali, beninteso, conservo
più che mai la mia venerazione. Così mi costrinse
a riconoscere che c’era una forma di disonestà
nella mia personale vita spirituale e che nella meditazione sfuggivo
non soltanto molti aspetti dell’esistenza concreta, ma
soprattutto molti aspetti di me stesso.
***
Senza
dubbio conoscete il ruolo che giocava il lying in Swamiji, pratica
ascetica che consisteva nel riportare alla superficie i ricordi
dell’infanzia con il loro carico traumatico e da
lì sul far luce sul modo in cui abbiamo cominciato a
spaventarci, in cui si è impressa in noi l’idea
che osare di fare affidamento sul nostro slancio può essere
pericoloso o anche colpevole. Rendere cosciente l’inconscio
non si riduce ad attenuare certe sofferenze perché se ne
scopre la causa, è anche comprendere come si è
impressa in noi la seguente terribile legge: “Vivere
è male”. Tutte le forme di educazione, anche se
non sono particolarmente religiose, sembrano dire al bambino:
“questo va molto bene” e “questo
è male, come hai potuto farlo!”. Molto presto,
dividiamo il mondo in due e ci formiamo un’idea di
ciò che è bene, vale a dire ciò che
piace ai nostri genitori o ai nostri educatori, e di ciò che
è male, vale a dire, molto semplicemente, ciò che
a loro dispiace. E da qui comincia la tragedia che Swamiji riassumeva
in queste tre parole: storpio, gretto, superficiale.
Per
voi si trattava di qualcosa di buono. Per vostro padre e vostra madre,
che per altro voi amavate e ammiravate, era male. Dato che
necessariamente sono papà e mamma che hanno ragione e quindi
sono io che ho sbagliato, non posso più credere in me.
Bisogna che diffidi del mio slancio vitale o delle forme che
può prendere. In seguito tessiamo la nostra prigione come un
ragno la sua tela o un bruco il suo bozzolo, siamo noi stessi che la
costruiamo sotto l’impulso dei nostri educatori soffocando le
nostre pulsioni sempre di più. E qui interveniva la formula:
“No denial, Arnaud”, “Non negare niente,
non rifiutare niente”. Dio sa quanto volessi rinnegare in me
tutto quello che mi intralciava e che sembrava andare nella direzione
opposta a quella saggezza che mi affascinava e di cui aveva
l’immagine ammirabile negli occhi dopo tutti i saggi induisti
e i monaci tibetani che avevo inquadrato con passione nel mirino della
mia macchina fotografica. Ricordo la battaglia tra me e Swamiji,
perché Swamiji voleva allontanarmi da quella
spiritualità per ricondurmi in un mondo che io volevo
superare.
Ma
rischiavo di non superarlo, dato che non l’avevo mai guardato
in faccia. Non si trattava soltanto del mondo delle attrazioni
esteriori, le donne per gli uomini, gli uomini per le donne, il
successo, i soldi, il potere, ma anche del mondo che portiamo dentro di
noi. Se, in più, si è stati nutriti da
René Guenon, come lo ero stato io, dall’idea che
c’è una coscienza superiore luminosa e una
coscienza inferiore oscura, infernale, la resistenza sarà
tanto più grande e il malinteso quasi inevitabile.
Ma
lo dico oggi con tutta la forza della mia convinzione: non possiamo
raggiungere il regno dei cieli negando le forze naturali. Queste ci
animano sin dall’infanzia e si manifestano sotto forma di
pulsione sessuale nella pubertà, insieme con gli aspetti
emotivi, l’entusiasmo, l’impegno politico, il sogno
del grande amore, le nobili cause che infiammano gli adolescenti.
Dobbiamo ritrovare una forza di vita in noi che non sia divisa e in
lotta con se stessa. Swamiji utilizzava abbondantemente la parola
sanscrita ben nota shakti o ancora atmashakti, energia fondamentale del
sé: energia unica infinita che si esprime attraverso tutte
le morti, tutte le nascite, dal momento che ogni morte è
l’altra faccia di una nascita, ogni nascita l’altra
faccia di una morte. Anche il metabolismo in noi non è che
un gioco di nascite e di morti a livello fisiologico. Shakti,
l’energia o fullness of life, la pienezza della vita. Swamiji
impiegava molto anche la parola ‘ricchezza’, non
quella dell’avere ma quella dell’essere che
è impossibile far crescere nella divisione e nel conflitto.
Se una parte delle nostre forze vitali viene utilizzata per reprimerne
e negarne un’altra, quanta energia ci resta per esprimerci?
Il
senso generale di soffocamento è collegato al soffocamento
della forza di vivere stessa, dal momento che la forza vitale si
è divisa tra il tentativo di esprimersi e quello di
reprimersi. Certamente questa forza di vita può essere
rischiarata, purificata, ma deve essere considerata come
l’emanazione della più alta realtà. La
Manifestazione, l’espressione del Non-Manifestato, anima le
nostre cellule, la nostra respirazione, il battito del cuore, e la
circolazione del sangue, sottende tutta la nostra psicologia e in
particolare l’energia sessuale. Se non è
più in conflitto con se stessa, questa energia
può essere dominata, trasformata, raffinata e posta al
servizio di una comprensione più alta. Può essere
posta al servizio della giustizia in ogni situazione, della saggezza,
prajna, della volontà di Dio, ma soltanto nella
riunificazione, soltanto nell’audacia di vivere.
L’audacia
di vivere significa non avere più paura di sé,
rifare il cammino inverso, vale a dire sciogliere i nodi e sollevare i
divieti che ci hanno condannato a questa paura di noi stessi e a una
menzogna di una spiritualità disincarnata, fatta di
negazioni. C’è una riunificazione a partire dalla
quale possono cominciare il dominio e il controllo. Dopo aver ritrovato
il coraggio di riconoscere completamente ciò che
è in voi, si tratta di avere il coraggio di gettarsi
nell’esistenza, di assumersi i rischi, di accettare di
ricevere i colpi dell’esistenza, sapendo già che
si verrà esposti al gioco dei contrari: riuscito-fallito,
felice-infelice, lode-biasimo. Certo, dovrete far fronte a situazioni
che sinora avete considerato dolorose, ma sarete in grado di accettarle
dal momento che, se sarete ‘uno con’ una situazione
quale che sia, non ne sarete più colpiti e, se viene
accettata la sofferenza sfocia nella pace del profondo.
In
pratica non esistono grandi destini spirituali che non implichino
l’attraversamento di momenti terribili di sofferenza, di
smarrimento, di prova. Conoscete forse il proverbio inglese che gli
induisti citano così volentieri: “Man’s
extremity is God’s opportunity”, “Quando
l’uomo è ridotto all’estremo bisogno,
Dio ha infine la sua possibilità”. Può
darsi che abbiate ricordi di questo genere: nel momento in cui vi
sembrava di aver toccato il fondo del tormento e di trovarvi in un
vicolo cieco, qualcosa ha ceduto dentro di voi e una pace
inimmaginabile, incredibile vi ha improvvisamente inondato nonostante
la situazione non fosse cambiata. Riprenderò la formula
brutale e magnifica di Karlfried von Dürckheim:
“Ciò che non vi uccide vi fa crescere”.
E per morire veramente ce ne vuole. Nessuno di voi è morto,
nessuno di voi è arrivato a suicidarsi. Ma tutti voi, in un
momento o nell’altro, avete avuto l’impressione di
soffrire e di soffrire sempre di più e che la vita fosse
dura, difficile, dolorosa.
Se
comprendete queste nozioni basilari sulle quali tornerò
instancabilmente, non avrete più paura di soffrire,
perché la sofferenza se accettata, non è
dolorosa; le situazioni tormentose acquistano un senso e raggiungiamo
dentro di noi il regno dei cieli. E’ a questo che dobbiamo
arrivare. E’ a questo che bisogna arrivare. Intendetemi bene:
se seguite questo cammino per paura di soffrire, non progredirete mai.
Siamo d’accordo che la meta del cammino sia la scomparsa
della sofferenza, la pace permanente, la gioia che supera ogni
comprensione. Il Buddha ha detto: “Io non insegno che due
cose, discepoli, la sofferenza (tutte le leggi che ci permettono di
comprendere la sofferenza) e la scomparsa della sofferenza”.
Siamo tutti d’accordo che la meta, la beatitudine, ananda, la
libertà, implica la scomparsa della sofferenze e uno stato
di amore universale e immutabile. Ma il cammino passa per la
sofferenza. E non è un discepolo chi cerca di apprendere
tutto ciò che gli viene proposto nell’ashram o nel
monastero allo scopo di non soffrire più, bensì
chi non ha più paura della sofferenza e non teme
più di mettersi in situazioni che potrebbero farlo soffrire.
Almeno avrà sperimentato, avrà vissuto,
saprà che cosa l’esistenza poteva o non poteva
dargli, avrà iniziato a comprendere la verità di
ciò che noi chiamiamo maya, l’illusione, e moha,
l’attaccamento, con il suo gioco di attrazione e repulsione.
Un discepolo accetta di soffrire.
Un
uomo accetta di soffrire il freddo se vuole esplorare il polo nord, un
altro di subire le intemperie in alta montagna e si espone
eventualmente al freddo e alla nebbia, un altro accetta di affrontare
una tempesta se naviga in alto mare. Chi è impegnato nel
cammino preferisce vivere e soffrire piuttosto che non vivere per non
soffrire. E non ho dimenticato che in me, dietro i resti di una
educazione troppo severa e a un ideale che non volevo rinnegare, si
nascondeva la menzogna e la paura di soffrire. Mi rivedo nel 1966, mi
difendevo colpo su colpo davanti a Swamiji (“You are a
coward, Arnaud”, “Sei un vigliacco,
Arnaud”), cercando di convincermi che Swamiji non fosse un
guru ma uno psicoanalista, ma tutto sommato attirato da
quell’uomo così buono, così nobile e
sorridente. In superficie non avevo che dubbi ma in
profondità sentivo che occorreva fidarsi.
Il
1966 è stato un anno abbastanza doloroso della mia vita.
E’ l’anno in cui Il messaggio dei tibetani
(Documentario piuttosto noto realizzato dall’autore, a cui
è seguito un libro dallo stesso titolo.) è andato
in onda e in cui sono diventato improvvisamente molto noto e in cui
è cambiata la mia vita professionale; ma è stato
anche l’anno di quella lotta con Swamiji che mi obbligava a
vivere in modo più ampio, più vasto e a
riconoscere tutto ciò che era in me, a mettere in
discussione la mia grettezza e superficialità, ad accettare
le forze della profondità in me e a osare vivere ancora di
più nel gioco dell’esistenza nella consapevolezza
che sarei stato messo a dura prova. Era la sola possibilità
di crescere veramente e di raggiungere un giorno una realizzazione all
embracing come si dice in India, includendo tutto ciò che ci
metta completamente al riparo da ogni ritorno di manovella, da ogni
delusione, da ogni nuova esplosione di disperazione o
dall’ira. Se vogliamo sentire di essere a un tempo
completamente invulnerabili e completamente indifesi. È
necessario andare sino in fondo a noi stessi. Se certe vasana
(tendenze, pulsioni) sono state rimosse o represse, come possiamo
diventare veramente solidi, se dobbiamo lottarvi continuamente? Come
possiamo essere in comunione con l’esistenza, che ci rimanda
senza sosta a noi stessi, se non siamo in comunicazione con la nostra
realtà? Swamiji mi obbligava a vedere in me
l’ambizione e non il distacco, le domande affettive e
sentimentali, le domande sessuali, tutto quello che concerne il livello
ordinario dell’esistenza. Mi obbligava a portarlo alla luce
del sole e decidere in seguito il modo in cui lo avrei vissuto,
perché egli mi richiamava allo stesso tempo al controllo e
alla padronanza.
“Oh,
Arnaud, can you miss the fullness of life?”, “Oh,
Arnaud, puoi lasciarti sfuggire la pienezza della vita?”.
Potete essere soddisfatti di vivere la vita soltanto a metà?
Certo,
se la questione viene posta in certi termini, la nostra
dignità non soltanto di discepoli ma anche di esseri umani
risponde di no. No, non voglio vivere la vita a metà una
volta che mi sono incarnato su questa terra. Tutto ciò che
amiamo rappresenta una metà della vita e tutto
ciò di cui abbiamo paura, perché lo associamo
all’idea della sofferenza, rappresenta l’altra
metà. Pienezza della vita significa armonizzare, purificare,
trascenderne la totalità. Ma allora interviene una
difficoltà a me ben nota: per timidezza, per debolezza si
rifiuta la metà dolorosa (il “mentale”
è un gran bugiardo ma è sempre sincero sul
momento) e crediamo che si tratti in realtà di una scelta
deliberata. Io credevo di seguire i valori del bene e del male frutto
della mia razionalità. Invece quei valori non erano altro
che il prodotto dell’esperienza di un bambino, un bambino
segnato dalla legge che ho già descritto secondo la quale:
“Ciò che mi piace è male,
ciò che piace ai miei genitori è bene”.
C’era un fondamento di solidità e di
verità in questo samskara (una impressione scolpita in noi
con il suo particolare dinamismo) massiccio, che si ramifica in tanti
samskara particolari?
Comunque,
non temete, non ho detto che in tutti esistono le pulsioni
più crudeli, più bestiali, più
immonde, e soprattutto non ho detto che prendere coscienza di quelle
pulsioni farà di voi dei seviziatori, degli stupratori o
degli imbroglioni. Quei timori sono ancora le menzogne del
‘mentale’; non si tratta affatto di questo,
bensì di non avere più paura della vita in
sé.
***
Avere
paura della forza della vita, dello slancio vitale, anche se quello
slancio vitale ci ha messo in difficoltà quando eravamo
bambini o adolescenti, rappresenta un sacrilegio. E' un atto blasfemo,
è il rifiuto di Dio stesso. Che lo vogliamo o no, Dio si
esprime attraverso questo mondo così
com’è. Nella Genesi viene detto qualcosa di
inammissibile se non ci riflettiamo più profondamente:
“Dio vide che la sua Creazione era buona” Ma
guardatela la sua Creazione, in cui gli animali più grandi
mangiano quelli più piccoli, in cui la siccità
rovina i raccolti, in cui i terremoti distruggono popolazioni intere,
in cui gli esseri umani sono incapaci di amarsi, in cui i genitori
mutilano i loro bambini credendo di educarli, e tutte le sofferenze che
comportano la guerra e le rivoluzioni.
“Dio
vide che la sua Creazione era buona”. Infatti, se accettiamo
la totalità della creazione, vedremo che essa ha un senso al
di là di ciò che ci colpisce, di ciò
che ci scandalizza, al di là delle contraddizioni e degli
opposti. Per noi la prima applicazione di questa verità,
“Dio vide che la sua Creazione era buona”,
è che dobbiamo accettarci completamente e nella nostra
totalità in quanto creature, vale a dire creazioni o
espressioni di Dio o dell’energia di Dio, come dice con
insistenza la Chiesa ortodossa. Lo yin e lo yang, il giorno e la notte,
il sole e la pioggia, il caldo e il freddo, tutto è in noi,
ed è soltanto accettandoci nella nostra totalità
che possiamo raggiungere ciò di cui la shakti è
espressione, vale a dire l’illuminazione, l’amore,
l’invulnerabilità, la pace, l’infinito.
Quante parole per una realtà che desiderate e che vi
è promessa!
Non
potete raggiungere il Non-Manifestato se non passando per il
manifestato. Non potete raggiungere l’atman se non passando
per la shakti, l’energia, e la pienezza di questa energia. Se
guardate bene, vedete innanzi tutto come questa energia sia composta di
contraddizioni: costruzione e distruzione, nascita e morte,
ciò che si definisce dualità. E questa energia
prende la forma tanto di ciò che vi hanno insegnato a
riconoscere come bene in voi, quanto di ciò che vi hanno
insegnato a riconoscere come male: certi desideri, certi pensieri,
certi fantasmi, certe pulsioni. Così si esprime in pensieri
che vi ossessionano e vi torturano e in stati dello spirito
completamente felici e ottimisti. Si manifesta come dilatazione del
cuore e come angoscia, vale a dire in forme opposte. E, arrivo ora al
punto essenziale che ci permetterà di passare dal livello
ordinario a quello superiore, ciò che può essere
scoperto è questa energia alla sua sorgente, in quanto forza
di vita al di là, o piuttosto al di qua, del gioco dei
contrari. Potete sentire in voi, prendere coscienza in voi della
potenza di questa energia, unicamente come energia positiva. Un
positivo assoluto di fronte al quale non si erge alcuna negativo, mi
aveva detto un giorno Swamiji. Alla sua fonte, quell’energia
in noi atmashakti è soltanto una forza
d’espressione, prima che si possa dire se si ricolleghi a
Brahma, l’aspetto creativo, o a Shiva, l’aspetto
distruttivo della manifestazione universale.
Di
solito voi non avete esperienza in voi e fuori di voi che di
‘coppie di opposti’: buono-cattivo,
gradevole-sgradevole, bello-brutto, bene-male, successo-insuccesso.
Sino a quando rimarrete prigionieri del mondo della dualità,
sarete asserviti al desiderio del loro aspetto felice e alla paura del
loro aspetto doloroso. E’ un vicolo cieco. E’
necessario elevarsi su un altro piano. E per trovare
l’Ultimo, il riposo nella luce, la calma di un lago senza
increspature, l’oceano che si manifesta nelle onde, il
cammino consiste nella scoperta dell’energia nella sua forma
non ancora divisa in polarità contrarie e non ancora
specializzate: unicamente la potenza della vita.
Ci
tengo a ripeterlo, la vita è unicamente positiva.
E’ la sua espressione che prende la forma della creazione e
della distruzione, e noi, noi rimaniamo prigionieri di quel livello. La
Vita è immortale, la Vita è eterna, la Vita
è infinita. E’ la vostra vita in voi,
perché voi non ne conoscete se non la superficie, che vi
sembra inesorabilmente condannata alle opposizioni. Ma se non avete
più paura di voi stessi, se non vi fermate a qualche idea di
generosità o di padronanza di sé che è
giusta se è ben compresa, ma che può essere il
punto d’appoggio della nostra ipocrisia nei confronti di noi
stessi, se voi siete fedeli a voi stessi per quello che siete ogni
giorno, potete scoprire in voi la vita non duale, la scomparsa dei
contrari (le dvanda come si dice in sanscrito, sulle quali insiste
tanto la Bhagavad Gita).