Le
tradizioni spirituali orientali insistono nell’insegnare che
la nostra sofferenza è causata principalmente
dall’illusione e dall’ignoranza che ci impediscono
di vedere la realtà come è veramente. Avvolti dal
velo di maya delle nostre false percezioni, noi ci consideriamo
individualità separate, con una nascita e una morte definite
nel tempo, aggrappati al nostro corpo, agli oggetti, alle persone, al
nostro passato e al nostro futuro senza comprendere che una legge
fondamentale dell’universo è il cambiamento e
l’impermanenza di tutti i fenomeni materiali, vitali e
mentali che incessantemente emergono e scompaiono cambiando forma..
Fluire con la Vita e con la Realtà, essere consapevoli,
significa essere nel presente, accettare ciò che
è e svelare a noi stessi quello che, sotto il continuo
cambiamento, permane immutato, oltre tutte le dualità
concettuali e oltre il tempo e lo spazio. Questo implica inizialmente
una riunificazione di mente e corpo, una “discesa”
dell’io disincarnato identificato con il
“pensiero” e i suoi meccanismi nel corpo, un
mettere radici nella realtà del qui e ora.
Non
è casuale che gli attacchi di panico, insieme alla
depressione, siano un disturbo così diffuso nelle
società occidentali attuali, dove l’accelerazione
dello sviluppo tecnologico, la globalizzazione, la minaccia ecologica,
il contatto ravvicinato con altre culture, lo sconvolgimento delle
tradizionali “identità” maschile e
femminile, la crisi della famiglia tradizionale ha fatto vacillare o
crollare molti punti di riferimento sociali, culturali e psicologi. Un
aspetto fondamentale di quanto avvenuto in questo secolo e soprattutto
negli ultimi cinquant’anni, si riferisce al cambiamento del
significato attribuito all’individualità. Gli anni
60 hanno tolto di mezzo, come sostiene Alain Ehrenberg (in La fatica di
essere se stessi, Einaudi 1999) “pregiudizi, tradizioni,
ostacoli, limiti, confini che strutturavano la vita
collettiva…siamo ormai emancipati nel senso proprio del
termine”. Questa emancipazione “ha fatto
progressivamente di noi degli uomini senza guida, ci ha posto a poco a
poco nella condizione di dover giudicare da soli e di dover fondare da
soli i nostri punti di riferimento. … Il diritto di
scegliere la propria vita e il pressante dovere di diventare se stessi
pongono l’individualità in una condizione di
continuo movimento. E ciò induce a porre in altri termini la
questione dei limiti normativi dell’ordine interiore: la
contrapposizione tra il permesso e il vietato tramonta per far posto a
una contraddizione lacerante tra il possibile e
l’impossibile”. Scrive ancora Ehrenberg:
“Noi viviamo oggi con questa certezza e questa
verità, che ognuno dovrebbe avere la possibilità
di forgiarsi da sé la propria storia invece di subire la
propria esistenza come un destino. … Tale dinamica alimenta
i valori dell’indeterminazione, accelera il processo di
dissoluzione della permanenza, allarga la compagine dei punti di
riferimento per scompaginarla al tempo stesso. L’uomo senza
qualità, di cui Musil ha delineato il ritratto, è
l’uomo aperto all’indeterminato, l’uomo
che si spoglia gradualmente di ogni forma di identità
imposta e strutturata dall’esterno. …
L’individuo che, riscattato dalla morale, si forgia da
sé e tende verso il superumano (agire sulla propria natura,
oltrepassarsi, essere più che sé) è la
realtà di oggi, ma è un individuo che invece di
possedere la forza dei demiurghi, è intimamente fragile,
manca di essere, è stremato dal suo stesso essere sovrano e
se ne lamenta”.
La
nostra visione della coscienza si basa sulle teorie evoluzionistiche
integrali di Ken Wilber, di cui abbiamo esposto il pensiero in molti
altri scritti. Nell’ambito relativo all’evoluzione
culturale dell’umanità, Wilber utilizza il modello
di Spiral Dynamics. Anche di esso abbiamo parlato in altri scritti, ma
lo riassumiamo brevemente. La teoria di Spiral Dynamics, basata sul
lavoro di Clare Graves, è stata sviluppata da Don Beck e da
altri. Si tratta di una mappa dell’evoluzione della coscienza
e della cultura dell’umanità che inizia 100.000
anni fa e include otto livelli o meme di diverso colore. Questi meme
sono sistemi di valori o visioni del mondo che si sono evoluti nel
tempo. Il più antico è il meme beige
(arcaico/istintuale) che si riferisce ai primi gruppi umani. Attraverso
il porpora (magico/animistico), il rosso (magico/mitico), il blu
(mitico/autoritario), l’arancione (razionale/scientifico), il
verde (multiculturale/ post-moderno) si arriva ai livelli
più elevati che stanno appena emergendo, il giallo
(integrale) e il turchese (olistico).
Alla
luce di questa concezione, dovremmo considerare i cambiamenti descritti
da Ehrenberg come una tappa evolutiva necessaria di emancipazione dalla
presa del “collettivo” sulla nostra coscienza, un
passaggio faticoso e nemmeno generalizzato, o concluso, di passaggio
dai meme arancione e verde ai meme giallo e turchese, la visione del
mondo integrale e olistica. L’identità personale
non si costruisce più sul binomio tra permesso e vietato, la
fase precedente della “nevrosi” freudiana, come
dice Ehrenberg, ma nella solitudine della difficile ricerca della
nostra identità, della nostra vera natura, tra infiniti
destini possibili; la scoperta, tra infinite possibilità,
della nostra “necessità”, la
redefinizione di valori morali su nuove basi. Paradossalmente
l’ipertrofia dell’individualità, del
soggetto, l’ego, affrancato dai vincoli delle proibizioni
collettive e completamente libero di scegliere, arrivata alla sua
estrema espressione scopre l’ombra regressiva e terrificante
che è il desiderio di fusione e di ritorno
all’irresponsabilità, poiché come dice
Alan Watts, si trova immerso totalmente nel paradosso di un
“doppio legame”: la libertà illimitata
è impossibile per l’ego, è prerogativa
del Sé e l’ego si trova completamente
destabilizzato.
La
questione, in realtà, è che questo sviluppo, nel
suo svolgimento, ha subito alcune distorsione patologiche (avviene
negli individui e anche a livello collettivo), negando e rimuovendo
aspetti della realtà, invece che trascendendo e integrando.
Il soggetto è un olone, la coscienza è un olone,
cioè sempre tutto e parte nello stesso tempo. L’io
ipertrofico, onnipotente e autodeificato, rifiuta di essere anche
parte, parte di una rete d’interessere, che ha radici
nell’Universo, che è sempre se stesso e non se
stesso, se stesso e altro. Il passaggio dalla visione del mondo
razionale e post-razionale (il livello 5 nel modello di evoluzione
della coscienza di Wilber e i meme arancione e verde) al fulcro
successivo, il fulcro 6, il pensiero sistemico, integrale, esistenziale
(meme giallo e oltre), riunifica mente e corpo, mente e natura,
maschile e femminile e tutte le dualità, e permette a questo
io terrorizzato dalla sua stessa consapevolezza di trovare risposte
alla sua angoscia, nella comprensione della inesistenza della
separazione tra soggetto e oggetto, tra l’io e
l’ambiente, tra l’io e il mondo, tra ragione e
natura. Accetterà l’impossibilità del
controllo e inizierà a sentirsi parte di un flusso
ininterrotto di essere e divenire. Trascende e include il suo passato
evolutivo individuale, familiare, collettivo, fisiosfera e biosfera e
tutta la faticosa marcia della coscienza, della noosfera (a livello
individuale: corpo, emozioni e mente), ristabilisce i nessi e le
interrelazioni. Solo così la sua individualità e
identità non soccomberà sotto il peso,
impossibile da sostenere, di una libertà male interpretata e
falsa e sarà capace di riprendere il cammino evolutivo verso
più elevati livelli di coscienza, dando nuovi significati al
bisogno di responsabilità, necessità, destino.
Gli
attacchi di panico, come la depressione in altra forma, possono
assurgere a simbolo del disagio provocato da questo momento difficile
di transizione che è attraversato da molti, nelle
società tecnologiche e democratiche. Appaiono come
l’esasperazione di un’affermazione disperata del
nostro corpomente che reclama la sicurezza e la protezione in
un’epoca dove domina l’insicurezza, e dove ci viene
richiesto di assumerci la responsabilità in prima persona di
tutto ciò che avviene, come se dovessimo diventare demiurghi
onnipotenti o soccombere sotto il peso del fallimento. E’ la
risposta sbagliata a un problema sbagliato, un doppio legame. Ci
affanniamo a rispondere, mentre dovremmo respingere al mittente il
dilemma paradossale. Il grido spaventato, rimasto soffocato per anni
sotto montagne di rimozioni e di repressioni, esplode quando le vicende
della vita ci obbligano a confrontarci, comunque, con
l’ineluttabilità del cambiamento, con la
fragilità della nostra esistenza, con l’apparente
assurdità della morte, con il desiderio di continuare a
vivere situazioni e vicende che devono essere superate e trascese e ci
accorgiamo che la falsa idea di noi stessi e del mondo vacilla
pericolosamente. Ma se la perdiamo cosa ci rimane?
Così
ancora rifiutiamo, neghiamo in un’estrema contrazione
psicofisica che ci toglie il fiato, ci irrigidiamo in un
“no” disperato. E crediamo che sia corretto farlo,
perché siamo offuscati e confusi da false credenze, da
schemi mentali fallaci, da visioni del mondo scorrette e irreali, da
illusioni e fantasie. Il “collettivo”,
società, cultura e religioni, nella loro
generalità, sono, naturalmente, espressione della visione
del mondo “media” dominante e anche delle visioni
più regressive, quindi non solo non ci aiutano, ma anzi
continuano ad alimentare il paradosso in modo da mantenere in piedi
l’edificio sociale: farci consumare sempre di più,
imporci modelli di vita stereotipati e conformistici o incrementare
paure e sensi di colpa per prepararci meglio per un Aldilà
mitologico. Una medicina che non accetta la morte e la vive come una
propria sconfitta, un utilizzo indiscriminato di psicofarmaci che ci
conferma che alla nostra paura e alla nostra angoscia non ci sono vere
soluzioni, un’economia che non è al servizio
dell’umanità ma che mantiene miliardi di persone
nella povertà e nella fame, una concezione
dell’essere umano fondata sull’efficienza,
l’eterna giovinezza, la bellezza che non deve sfiorire mai,
l’immortalità se possibile, ed emargina vecchi,
malati e sofferenti… che aiuto ci potranno mai dare.
L’attacco
di panico ci rimanda alla nostra estrema vulnerabilità, ai
nostri limiti. La paura, la non accettazione del cambiamento, il
riproporsi continuo del passato che non riusciamo a lasciare andare, il
rifiuto della morte, tutto questo non abbiamo voluto/potuto affrontarlo
dentro di noi e si è rafforzato, stratificandosi anno dopo
anno, alimentato da piccoli e grandi eventi che abbiamo creduto di aver
superato, che abbiamo razionalizzato, rimosso. A un certo punto, un
evento della vita, forse neppure troppo traumatico, funziona da
catalizzatore e appaiono i sintomi del disturbo: dolore al cuore, come
se una mano lo stringesse, dicono alcune persone, senso di
soffocamento, vertigine, sudorazione, tachicardia, confusione mentale e
una grande angoscia. L’attacco di panico ci dice che non
possiamo andare avanti così, che si richiede una
“revisione”, dobbiamo tornare a noi stessi e
rifondare la nostra identità, come un Io in relazione al Tu,
un Io e un Tu rinnovati. Dobbiamo riscoprire che se non siamo
onnipotenti, non siamo neanche impotenti, se non siamo perfetti abbiamo
però qualità, talenti, capacità, che,
se abbiamo limiti come esseri storici incarnati nello spazio-tempo,
siamo anche in una relazione di interessere con un tutto oltre il tempo
e lo spazio. L’attacco di panico offre
l’opportunità di un confronto senza precedenti con
noi stessi, con la vita, con la morte e il suo significato, e come
possiamo vivere una vita piena, se non vi includiamo la morte che della
vita è l’estrema espressione?
Notiamo
anche come questo atteggiamento estremo di ipertrofia egoica e di
bisogno di controllo che alla fine implode su se stesso, segnala in
modo evidente che, a livello individuale come a livello collettivo, non
è più possibile continuare con un modello
“aggressivo”, tradizionalmente qualificato come
maschile, che dissocia e reprime le
“qualità” tradizionalmente considerate
femminili. La crisi delle stereotipate identità maschile e
femminile e la crisi ecologica senza precedenti fanno emergere la
necessità di rivalutare e reintrodurre attitudini come
l’abbandono, la resa, la ricettività,
l’accettazione, il sentimento, la sensibilità,
l’apertura del cuore, la comunione, il prendersi cura degli
altri e della natura, l’umiltà (che viene da
humus, terra) che riconosce e rispetta le leggi
dell’universo, contrapposta alla mancanza di misura
(l’ubris) e all’arroganza dell’eroe
demiurgico, isolato e alienato dalle sue radici, da che si sente il
padrone della natura e la distrugge, diventando portatore di morte
mentre ricerca disperatamente l’immortalità (sul
tema dell’evoluzione della coscienza maschile in relazione al
femminile si può leggere il mio scritto Coscienza e
Spiritualità … e le donne? su questo sito).
Le
nostre paure sono varie e molteplici, ma l’origine vera e
profonda di essa è fondamentalmente la paura di morire, la
paura del non-essere. Come dice A. Watts, la vera psicoterapia, come i
cammini spirituali già fanno, sarà quella che
prenderà in considerazione la morte. Perché la
rimozione e repressione della morte è la causa non solo
dalla nostra ansia e della nostra angoscia più profonde, ma
è la ragione del fatto che non abbiamo il coraggio di vivere
pienamente: non possiamo accettare pienamente la vita perché
con essa dobbiamo accettare la morte. L’una è
l’altra, inseparabilmente. In Psicoterapie Orientali e
Occidentali Watts scrive: “Nessuno, credo, ha fatto uno
studio serio e rigoroso sul grado in cui la paura della morte
è implicata nelle nevrosi e nelle psicosi. Ignorarla o
allontanarla con una spiegazione vuol dire trascurare la più
grande opportunità che ci offre la psicoterapia,
perché ciò che la morte nega non è
l’individuo, non è l’organismo/ambiente,
ma è l’io, e quindi la liberazione
dall’io è sinonimo della piena accettazione della
morte.” E in L’Audacia di Vivere A. Desjardins
afferma: “Osare vivere è osare morire a ogni
istante, ma è ugualmente osare nascere, vale a dire superare
le grandi tappe dell’esistenza in cui ciò che
siamo stati muore per fare spazio ad altro, con una visione rinnovata
del mondo, pur ammettendo che ci siano diversi stadi da superare prima
dell’ultima tappa del Risveglio. Questo significa essere
sempre più consapevoli che a ogni istante si nasce, si muore
e si rinasce.”
Se
il sesso era il grande tabù dell’800, la morte lo
è stato del secolo appena terminato e, con ogni evidenza, lo
è ancora oggi, sebbene cominci a essere avvertita da molti
la necessità di un cambiamento e, in certi ambienti
più sensibili, qualcosa si stia già facendo,
penso per esempio all’opera di E. Kubler-Ross e di M. de
Hennenzel, al movimento degli hospices e a una nuova attenzione data
all’accompagnamento dei morenti. Comprendere e accettare la
morte, la nostra come quella di una persona amata, è
certamente un compito arduo. Tuttavia, nella nostra cultura
è ancora più difficile, perché la
morte è il grande “rimosso”, anche se ci
circonda a ogni passo, anche se ne sentiamo parlare ogni giorno.
Diventare consapevoli della morte è un grande passo nella
nostra crescita interiore, vuol dire riconciliarci con chi siamo
veramente e con la realtà.
La
morte, sia come eventualità che ci spaventa sia come evento
con cui abbiamo dovuto confrontarci, è una componente
importante degli attacchi di panico, perché è
vissuta come la sintesi di tutto quel continente ignoto che sfugge al
nostro controllo, quel nemico minaccioso contro cui dobbiamo mobilitare
le nostre difese, quel limite estremo che viene posto all’ego
e al suo desiderio di onnipotenza, alla nostra illusoria pretesa di
essere più forti della rete interrelata di eventi in cui
siamo immersi.
L’analista
junghiano L. Zoja sostiene che, a livello collettivo, l’ombra
di quest’atteggiamento si manifesta nel disprezzo di
sé che traspare dalla ciclica previsione della fine del
mondo, della recessione economica definitiva, della grande nemesi, e
nella diffusione di apprezzati spettacoli che mettono in scena la
vittoria delle forze della natura sull’orgogliosa tecnologia
umana, mentre a livello individuale
l’impossibilità a riconoscere i limiti e la giusta
misura porta all’autosvalutazione, al pessimismo, al
catastrofismo, alla paura e alla sua somatizzazione (L. Zoja, Nascere
non basta, Cortina Editore, 1985). Senza dimenticare l’altro
aspetto, di cui parlavamo all’inizio, cioè la
possibilità che emerga un desiderio inconscio di fuga dalle
responsabilità, diventate troppo pesanti, verso
un’arcaica fusione in cui
l’individualità si annulla
nell’incoscienza (le varie forme di dipendenza per esempio).
Non
un Io che raggiunge un livello di coscienza più comprensivo,
una personalità integrata che riconosce corpo, emozioni,
mente, anima e spirito e si colloca in una relazione più
creativa con la realtà, ma un io strutturalmente debole che,
frustrato e stressato dal suo sforzo narcisistico di
controllo/negazione del mondo e delle sue leggi, si abbandona alla
regressione. Anche l’attrazione per la
spiritualità orientale, in particolare per il buddhismo,
può nascondere una trappola di questo genere. Jack Engler in
“Gli obiettivi terapeutici della psicoterapia e della
meditazione” (“Le trasformazioni della
coscienza”) si riferisce proprio a queste problematiche
quando afferma che in molti allievi dei suoi corsi di meditazione nota
che il senso di identità e di autostima appare
particolarmente disturbato, sia per problemi psicopatologici sia
perché stanno semplicemente attraversando fasi di
trasformazione della personalità, come gli adolescenti e le
persone di mezza età. “L’insegnamento
buddhista secondo il quale non si ha né si è un
sé durevole viene spesso frainteso nel senso che non si deve
lottare con i compiti di formazione dell’identità
o con la scoperta di chi si è, delle proprie
capacità, dei propri bisogni e delle proprie
responsabilità, del modo di entrare in rapporto con gli
altri, di ciò che si debba e non si debba fare della propria
vita.”
Secondo
Alan Watts l’ansia “è la frustrazione di
non avere la vita senza la morte, ossia di non riuscire a risolvere un
problema che non ha senso. Come Freud disse, l’io
è costituito dalla repressione dei Eros e di Thanatos, della
vita e della morte, è per questo motivo è la
parodia dell’autentica individualità.”
E
lo studioso di Freud, Norman O. Brown, nel bellissimo libro - La Vita
contro la Morte - scrive: “Paradossalmente, ma
inevitabilmente, questa incapacità di morire toglie
l’umanità dalla realtà del vivere, che
per tutti gli animali normali è allo stesso tempo morire, ne
risulta la negazione della vita (repressione) …
L’indirizzare la vita dell’uomo alla guerra contro
la morte, per la stessa inevitabile ironia, provoca il dominio della
morte sulla vita. La guerra contro la morte prende la forma di un
interesse per il passato e per il futuro, e il tempo presente, il tempo
della vita, va perduto.”
continua >>
La sofferenza come paura del
cambiamento.
Il caso di Marco. Morte e
rinascita.