Elisabeth
Badinter, laureata in filosofia, è docente di sociologia
all’Ecole Polytechnique di Parigi. Di quest’autrice
sono stati pubblicati in italiano “L’Uno e
l’Altra, Sulle relazioni tra l’uomo e la
donna” e “L’amore in più:
storia dell’amore materno” editi da Longanesi.
La
fusione originaria
Durante
i nove mesi della vita intrauterina, il feto e la madre formano
un unico essere. Sappiamo da tempo che il benessere del bambino dipende
dal benessere della madre. Stati depressivi, impressioni scioccanti o
forti emozioni si ripercuotono su di lui. Ma non sappiamo ancora fino a
che punto questa preistoria determini la vita dell’individuo.
Lo sviluppo neurologico ancora incompleto permette di parlare di una
specie di memoria in questi tempi delle caverne? I nove mesi passati
nel seno materno non lasciano un’impronta femminile
indelebile sul nascituro?
Alcuni
psicologi hanno adottato il termine
‘imprinting’, usato nell’etologia, per
descrivere l’influenza della madre sul suo piccolo e
l’attaccamento di quest’ultimo a lei. Nelle prime
settimane che seguono la nascita, la simbiosi madre/bambino continua
per quanto lo permetta la vita extrauterina. Durante questi primi mesi,
il neonato, che si trova nella dipendenza assoluta dalla madre, si
differenzia da lei
molto
lentamente. “Qui mette radici l’amore
più potente e completo che sia concesso all’essere
umano di conoscere”. Dal corpo a corpo al ‘tLte
à tLte’, la relazione con la madre è
“unica, incomparabile, inalterabile e diventa per i due sessi
l’oggetto del primo e più potente amore, prototipo
di tutte le successive relazioni d’amore” (Freud,
Compendio di psicoanalisi). La madre non si limita a nutrire il
bambino, lo cura e risveglia in lui molteplici sensazioni fisiche.
Quest’amore
totale del bambino per la madre è
stato celebrato migliaia di volte, soprattutto dagli scrittori di sesso
maschile. Se l’amore materno può essere vissuto
come un “impeto di felicità” dal
neonato, può anche essere avvertito come una minaccia, se la
madre non risponde in modo soddisfacente alla passione di un figlio
troppo amorevole. La giusta misura nell’amore materno
è ancora più importante se si rivolge al figlio
maschio. Troppo amore gli impedirà di diventare un uomo, ma
poco amore rischia di renderlo malato.
Fin
dalla nascita, il neonato maschio è naturalmente in uno
stato di passività primaria, dipende totalmente da colei che
lo nutre. Già Groddeck notava che “durante la
poppata, la madre è l’uomo che dà; il
bambino è la donna che riceve” (Il libro
dell’Es). Questa iniziale relazione erotica insegna al
bambino il nirvana della dipendenza passiva e lascerà delle
tracce indelebili nella psiche dell’adulto. Ma le conseguenze
di questa esperienza non sono le stesse per il bambino e per la
bambina. Per la bambina si tratta della base
dell’identificazione con il suo proprio sesso, mentre per il
maschietto è un’inversione dei ruoli che si
presenteranno successivamente. Per diventare un uomo dovrà
imparare a differenziarsi dalla madre e a rimuovere nel profondo di se
stesso quella passività deliziosa in cui era fuso con lei.
Il legame erotico tra la madre e il bambino non si limita alla
soddisfazione orale. E’ lei che attraverso le sue cure
risveglia la sensualità del figlio, lo inizia al piacere e
gli insegna ad amare il suo corpo. La buona madre è
naturalmente incestuosa e pedofila. Nessuno si sognerebbe di
lamentarsene, ma tutti vogliono dimenticarlo, compresi la madre e il
figlio. Normalmente, lo sviluppo motorio e psichico del bambino
permette una progressiva separazione. Ma quando l’amore
materno è troppo potente, troppo gratificante,
perché il bambino dovrebbe uscire da questa diade deliziosa?
Se, invece, quest’amore totale non è stato
reciproco, il bambino passerà il resto della sua vita a
cercarlo e a soffrire.
E’
nella natura dell’essere umano (maschio o
femmina) cominciare la propria vita in una relazione amorosa passiva e
trovarvi il piacere necessario per continuare poi a crescere e
svilupparsi in seguito. Fino ad oggi, abbiamo pensato che spettasse
solo alla madre incarnare il polo amoroso. Se è impensabile
che lei cessi di esserlo, non è sicuro che il rapporto
esclusivo con il figlio porti a quest’ultimo soltanto dei
vantaggi.
La
femminilità iniziale del bambino
Impregnato
di ‘femminile’ durante tutta la vita
intrauterina, poi identificato con la madre appena nato, il piccolo
maschio non può svilupparsi che diventando il contrario di
quello che era all’inizio. Questa protofemminilità
del bebè umano è considerata in modo diverso
dagli specialisti. Per alcuni favorisce lo sviluppo della figlia e
ostacola quello del figlio. Per altri essa rappresenta un vantaggio per
entrambi i sessi.
Il
concetto di protofemminilità nel bambino è
stato evocato per la prima volta da R. Stoller come risposta alle
teorie di Freud sulla mascolinità innata. Così
facendo Stoller ha operato una rivoluzione radicale: se Freud
riconduceva la bisessualità originaria al primato della
mascolinità (i due primi anni della vita), lo psichiatra e
psicoanalista americano suggerisce invece che la
bisessualità originaria porta al primato del femminile. Per
Freud, che considera inesistente la protofemminilità, la
bambina ha più ostacoli da superare rispetto al bambino.
Pensava, infatti, che “la mascolinità fosse il
modo originario, naturale, dell’identità di genere
nei due sessi, e che fosse il risultato della prima relazione
oggettuale eterosessuale del bambino con la madre, e della prima
relazione omosessuale della figlia” (R. Stoller
“Masculin ou féminin, PUF, 1989). Stoller
rimprovera a Freud di aver trascurato il primo stadio della vita,
caratterizzato dalla fusione che si produce nella simbiosi
madre/bebè. Poiché le donne accettano la loro
femminilità in una forma primaria e incontestata, la loro
identità di genere è più saldamente
radicata in rapporto agli uomini. Questa identificazione preverbale che
potenzia la creazione della loro femminilità diventa nei
bambini maschi un ostacolo da superare.
Se
il bambino e la bambina devono passare entrambi per le stesse tappe di
separazione e individuazione (Cf. i lavori di M. Mahler), il maschio
incontra delle difficoltà ignorate dall’altro
sesso. Lo studio dei transessuali maschi rivela a Stoller i pericoli di
una simbiosi eccessiva tra il figlio e la madre.
“Più una madre prolunga questa simbiosi
– relativamente normale nelle prime settimane o nei primi
mesi – più la femminilità rischia
allora di infiltrare l’identità di
genere.” (R. Stoller). Poiché questo processo lo
ritroviamo pur con minor incidenza nella maggior parte delle relazioni
madre/figlio, continua Stoller, è probabile che sia da
ricercare qui l’origine della paura
dell’omosessualità, più pronunciata
negli uomini che nelle donne; come pure “l’origine
di ciò che chiamiamo mascolinità, cioè
la preoccupazione di essere forti, indipendenti, duri, crudeli,
poligami, misogini e perversi”. Solo se il bambino riesce a
separarsi senza problemi dalla femminilità e dalla
‘femminità’ della madre,
potrà sviluppare
“quell’identità di genere più
tardiva che chiamiamo mascolinità. Allora vedrà
la madre come oggetto separato e eterosessuale che potrà
desiderare”. (Stoller).
No
si potrebbe dire meglio: la mascolinità è seconda
e “da creare”. Essa può essere messa a
rischio dall’unione primaria e profonda con la madre.
Mentre
la relazione omosessuale madre/figlia dei primi mesi non può
che far aumentare nella figlia il sentimento di identità, il
bambino piccolo dovrà fare di tutto per stroncare le sue
pulsioni protofemminili. Il comportamento che le società
definiscono come convenientemente maschili è fatto di
manovre di difesa: paura delle donne, paura di mostrare qualche tratto
femminile, includendo le forme di tenerezza, di passività o
di cura prodigata agli altri e, naturalmente, paura di essere
desiderato da un altro uomo. Da tutte queste paure, Stoller deduce gli
atteggiamenti dell’uomo ordinario: “Essere rude,
arrogante, guerresco; maltrattare e idealizzare le donne; ricercare
soltanto l’amicizia degli uomini, ma, anche, detestare gli
omosessuali; parlare in modo volgare; denigrare le occupazioni delle
donne. Il primo dovere dell’uomo è: non essere una
donna.”
Se
la femminilità iniziale è concepita da Stoller
come un handicap, alcune donne psicologhe la ritengono un grande
vantaggio per i bambini. La simbiosi materna è benefica per
entrambi i sessi perché è l’origine del
sentimento che porta a prendersi cura degli altri, della tenerezza e
dell’attaccamento negli uomini adulti. E’ associata
a comportamenti positivi d calorosi (Miriam M. Johnson, Strong Mothers,
Weak Wifes, 1988) che sono il miele delle relazioni umane posteriori.
Se il bambino ha la sfortuna di avere una madre
“fredda”, sarà incapace, da adulto, di
esprimere questi sentimenti elementari e proverà spesso un
odio inestinguibile per sé e per le donne.
Margaret
Mitscherlich va ancora oltre sostenendo che la nostra
società domanda troppo presto al bambino di staccarsi dalla
madre e di adottare un comportamento maschile. E’ grazie
all’identificazione con la persona che nutre – di
solito la madre – che i bambini superano l’angoscia
e lo sconforto. Interiorizzano i comportamenti della madre che consola
e tranquillizza e sono in grado di vincere il loro odio per il fratello
minore verso il quale si sentiranno, in parte, come una madre. (Helga
Dierichs e M. Mitscherlich, Des Hommes, 1983). Phillis Chelser (La
M>le donne, 1983) parla di quei bambini strappati troppo presto
alle cure materne come “esseri dematrizzati”. Per
questi autori la relazione primaria con la madre è la
condizione stessa dell’identità umana del maschio.
Se questa relazione non è buona o se
l’identificazione non è possibile, il bambino
avrà difficoltà a diventare un maschio umano.
Una
della conseguenze di questo interesse portato alla relazione simbiotica
tra madre e figlio è il fatto di riconoscere
un’importanza del tutto nuova alla fase pre-edipica. Freud
l’aveva evocata tardivamente (in Nuove conferenze sulla
psicoanalisi, 1931) a proposito della specificità della
sessualità femminile. Vedeva nella “fissazione
alla madre”, la preistoria necessaria della costituzione
della femminilità nella bambina. Invece, parla poco di
questa fase nel bambino: “Esiste, ma è meno lunga,
meno ricca di conseguenze e più difficile da differenziare
dall’amore edipico, dal momento che l’oggetto
rimane lo stesso.” Sono Mélanie Klein e i suoi
eredi angloamericani che illuminato questo periodo arcaico, in
particolare quelli che si sono interessati alla formazione
dell’identità maschile. Nel 1967, lo psicoanalista
Ralph Greenson, che lavorava con Stoller sui transessuali, attira
l’attenzione, in una comunicazione al 25° Congresso
di Psicoanalisi, sull’importanza per il bambino di
“disidentificarsi” dalla madre.
Per
i psicoanalisti americani, la tappa edipica è generalmente
meno pericolosa per il maschietto della fase pre-edipica,
poiché il principale pericolo per lui non è tanto
la paura della castrazione paterna quanto il sentimento ambivalente
fatto di desiderio e di paura nei confronti della madre: il desiderio
radicato di ritornare alla simbiosi materna e la paura di restaurare
questa unità arcaica. È dalla risoluzione di
questo conflitto che dipende la costituzione
dell’identità maschile.
Il
bambino nell’universo materno
La
durata della simbiosi madre/figlio varia grandemente da
un’epoca all’altra e, oggi, da una cultura
all’altra. Più la simbiosi è lunga,
intima e fonte di piacere reciproco, più è grande
la possibilità che il bambino divenga femminile.
“Questo effetto persisterà se il padre non
interrompe la fusione in modo sia quantitativo che
qualitativo.” (Stoller).
Questo
non riguarda le nostre società industriali odierne.
Poiché le donne hanno completamente trasformato il loro
stile di vita, la simbiosi con i loro figli è diventata
molto più breve. L’aumento costante del numero di
madri che lavorano fuori casa limita la possibilità
dell’allattamento, e con esso il prolungamento del corpo a
corpo fusionale con il bebè. Al di là delle
necessità economiche, è sempre meno evidente che
esse desiderino questo prolungamento oltre i primi mesi che seguono la
nascita. L’interesse per il bambino entra in competizione con
altri interessi, professionali, culturali e sociali. Il bambino conosce
molto presto la frustrazione della separazione, un cibo diverso e altri
volti che non sono quello della madre. Per la madri che si consacrano
interamente al loro piccolo, arriva la scuola a segnare il tempo della
separazione. Sebbene in Francia non sia obbligatoria prima dei sei
anni, l’uso vuole che vi si mandino i bambini già
verso i tre anni o anche prima…Guarda caso proprio alla fine
del periodo pre-edipico!
All’altro
capo del mondo, le madri delle numerose tribù guerriere
della Nuova Guinea (Cf. i lavori di M. Godelier e G.H. Herdt) si
comportano in modo del tutto diverso. Innanzi tutto i tabù
post partum (cioè il fatto che le attività
sessuali siano proibite alla coppia fino al secondo anno di
età del neonato) contribuiscono a rafforzare la diade
madre/figlio. Il novello padre Sambia o Buruya deve evitare la madre e
il bambino, innanzi tutto perché sia l’una che
l’altro possono contaminarlo a causa degli elementi
inquinanti del parto, e poi perché l’eccitazione
sessuale prodotta dalla vista dell’allattamento potrebbe
portarlo a rompere il tabù, causando in questo modo la
malattia o la morte del neonato.