A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Dal libro “XY De l’identité masculine”

(“XY L’identità maschile”)
di
Elisabeth Badinter

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Fino allo svezzamento, il padre vede poco suo figlio. I Sambia hanno la tendenza a considerare il bambino un prolungamento del corpo della madre durante i primi nove mesi. Il bambino ha accesso al seno della madre senza restrizioni, a volte fino ai tre anni di età. Vive nelle sue braccia, a contatto di pelle, e dorme nudo con lei fino allo svezzamento. Dopo, sia il bambino che la bambina dormono separati dalla madre, ma a una distanza di trenta o sessanta centimetri da lei. Con il passare del tempo, i bambini maschi sono incoraggiati dai genitori a dormire un po’ più lontano dalle loro madri, ma non ancora nello “spazio maschile” della casa. Nonostante un contatto più frequente con il padre, i bambini continuano a vivere con la madre e i fratelli e sorelle fino ai sette o dieci anni.

Le tribù della Nuova Guinea coscienti dei pericoli di “femminilizzazione” del bambino, procedono a riti di iniziazione generalmente molto lunghi e traumatizzanti, tenuto conto dell’intenso legame madre/figlio che bisogna sciogliere. Vedremo più avanti come il rituale separa brutalmente il bambino dalla madre, per strapparlo al suo abbraccio amoroso.

A un livello minore, il momismo americano, osservato fin dal XIX° secolo con l’inizio della società industriale, è un altro tipo di fusione prolungata con la madre. Al corpo a corpo, segue un tLte à tLte con una donna onnipotente che pone non pochi problemi ai figli. Poiché i padri sono assenti, “i figli soffocano sotto l’amore protettivo delle madri” (Joe I. Dubbert, A Man’s Place). L’assenza di identificazione maschile si fa sentire crudelmente. Soprattutto quando i costumi permettono che una madre vesta il suo bambino con abiti femminili fino ai sei anni, come è stato il caso di Franklin D. Roosevelt, e che gli lasci crescere lunghi boccoli… Alcuni bambini non si riprenderanno più, come Ernest Hemingway che ha sofferto per tutta la vita di disturbi dell’identità sessuale. Secondo il suo biografo, Kenneth Lynn, la madre, personalità potente, autoritaria e virile, lo trattò per molti anni come una bambina. Non soltanto lo vestiva e pettinava come se fosse la sorella gemella della figlia maggiore, ma aveva creato per il piccolo Ernest una deliziosa situazione di dipendenza fin dal primo strillo. Per sei mesi, egli dormiva nel letto della madre dove era autorizzato ad accarezzarle il viso, e stringersi a lei e a nutrirsi a volontà dalla suo seno opulento. “E soddisfatto di dormire con la mamma e succhia il latte tutta la notte”, scrive contenta sul suo diario.

Sebbene il padre fosse un uomo debole, senza autorità e profondamente nevrotico (si tolse la vitaidò nel 1928 con un colpo di rivoltella alla tempia), si deve ai suoi interventi se Hemingway non divenne ancor più disturbato. Da bambino aveva avuto con lui un vero legame affettivo: il padre, alla ricerca di tutto ciò che potesse confortare la virilità del figlio, lo portava con sé a caccia e a pesca fin dall’età di tre anni. Ma se il padre ha potuto evitare il peggio, non era abbastanza forte da liberarlo completamente dall’influenza materna, essendo lui stesso una vittima castrata dalla moglie. Per resistere alla madre, Ernest Hemingway non ebbe altra alternativa che quella di fuggire e di odiarla. “come mai un uomo, secondo il suo vecchio amico Dos Passos, ha veramente odiato sua madre”. Perseguitato per tutta la vita da lei e da un profondo desiderio di femminilità, da adulto non utilizzerà per definirla altre parole se non: “Quella baldracca…”

Tagliare nel vivo

o il necessario tradimento della madre

La caratteristica propria dell’identità maschile (all’opposto dell’identità femminile) si trova nella tappa di differenziazione dal femminile materno, condizione sine qua non del sentimento di appartenenza al gruppo degli uomini. La loro somiglianza e la loro solidarietà si costruisce con il tenere a distanza le donne e, innanzi tutto, prima tra tutte, la madre. Alcuni parlano di tradimento, altri di morte simbolica. Un’eventualità potrebbe essere che, nell’orda primitiva evocata da Freud, il matricidio abbia preceduto il parricidio.

Come a ragione sostiene Hermann Burger (in La mère artificielle), ogni uomo si confronta con questo problema: “Da una parte, procedere attivamente contro la madre; dall’altra soffrire passivamente a causa sua…Dobbiamo ucciderla e morire di lei…Così facendo l’uomo deve stare attento a non ferire la sua anima femminile.”

Il dolore della separazione

Rileggendo La passeggiata al faro di Virginia Woolf, Pierre Bourdieu evoca “la metafora del coltello o della lama che colloca il ruolo maschile dalla parte della rottura, della violenza, dell’uccisione, cioè dell’ordine culturale costruito contro la fusione originaria con la natura materna”.

Il coltello o la lama non alludono soltanto al taglio del cordone ombelicale che vale per i due sessi, ma parlano anche di questa seconda separazione dal femminile materno che è rappresentata dalla circoncisione. Praticata qualche giorno dopo la nascita, verso i tre, quattro anni o nell’adolescenza, essa ha sempre l’obiettivo di rinforzare la mascolinità del bambino o del ragazzo. Poiché costituisce una castrazione simbolica, la circoncisione ha interessato molti psicoanalisti. Theodor Reik, Géza Roheim, Herman Numberg o Bruno Bettelheim hanno mostrato che essa staccava il bambino dalla madre e lo introduceva nella comunità degli uomini. Inoltre, sottolinea l’importanza del pene.

Bettelheim nota che per i ragazzi, “l’esibizione del glande liberato dal prepuzio fa parte degli sforzi compiuti per affermare la loro virilità. Su questo punto, il ragazzo circonciso ha una netta superiorità: il suo glande è visibile, cosa che è spesso considerata come il segno di una virilità più salda” (Les blessures symboliques, 1971). Numberg insiste sul fantasma della rinascita che accompagna la circoncisione: il bambino circonciso rinasce senza prepuzio e così è un uomo (Problems of bisexuality as reflected in circoncision, 1949). Agli occhi di Groddeck, la circoncisione degli ebrei è una forma di rimozione della bisessualità, cosa che li distingue da tutti gli altri esseri umani: “Il prepuzio è rimosso per eliminare ogni traccia di femminilità dall’insegna della mascolinità; infatti il prepuzio è femminile, è la vagina nella quale è protetto il glande maschile… presso gli ebrei, se essi tagliano il prepuzio… eliminano la bisessualità dell’uomo, tolgono al maschile il carattere femminile. Rinunciano così, a favore della divinità bisessuale, alla loro similitudine divina innata. Attraverso la circoncisione, l’ebreo diventa soltanto un uomo.” (in Nouvelle revue di psychanalyse, 1973).

La circoncisione, rinuncia simbolica alla bisessualità divina, è insieme il segno della finitezza umana e di quella maschile. Praticata otto giorni dopo la nascita nella tradizione ebraica, interviene nel momento di più forte intensità della simbiosi madre/bambino. Appena nato, il bebè è ancora parte del corpo materno. Quando gli uomini arrivano per prendere il neonato e praticare la circoncisione, il messaggio trasmesso alla madre è che ormai il figlio appartiene a loro e non più a lei. La circoncisione ferisce il figlio e nello stesso tempo la madre che si sente amputata di una parte di se stessa. Per quanto dolorosa sia questa separazione “al coltello”, non è soltanto il segnale che la fusione materna deve finire, ma è anche il recupero simbolico del figlio da parte del padre, il primo atto della differenziazione sessuale.

I tre anni che seguono la nascita del bambino sono il periodo necessario per la separazione psichica del figlio dalla madre. Per fare questo deve rafforzare i confini tra se stesso e lei, “mettere fine al loro primo amore e al loro sentimento di unione empatica” (Carol Gilligan, In different voice, 1982). Il bambino deve sviluppare un’identità maschile mentre è assente una relazione stretta e continua con il padre, simmetrica a quella che una figlia conosce con la madre. Nancy Chodorow constata che, mancando un’identificazione forte con un uomo, “i figli di padri assenti (tipici della famiglia contemporanea) elaborano un ideale di mascolinità attraverso l’identificazione con le immagini culturali di essa e scegliendo uomini famosi come modelli maschili” (The reproduction of mothering. Psychoanalysis and the sociology of gender, 1979). La grande difficoltà per loro consiste nell’operare una disidentificazione, con il seguito di negazione e di rifiuto del femminile, senza il sostegno effettivo di un modello positivo di identificazione. Questa è l’origine di un’identità maschile più negativa che positiva, che mette l’accento sulla differenziazione, sulla distanza rispetto agli altri e sul rifiuto della relazione affettiva. Mentre i processi di identificazione femminile sono relazionali, quelli maschili sono “opposizionali”.

Lillian Rubin, molto ispirata dai lavori della Chodorow, ha tratto le conseguenze di tutto questo per l’uomo adulto. Pensa che l’aggressività maschile verso le donne possa essere interpretata come una reazione a questa perdita precoce e al sentimento di tradimento che l’accompagna; il disprezzo per le donne viene dalla rottura interiore necessaria alla separazione dalla madre. Questo disprezzo, nella sua opinione, ha origine nella paura e non nell’arroganza, “la paura del bambino che è obbligato a respingere la presenza onnipotente della madre” (Des étrangers intimes, 1986).

Anche se rimossa, la simbiosi materna perseguita l’inconscio maschile. Poiché gli uomini sono stati allevati per millenni unicamente dalle donne, devono spendere ingenti quantità di energie per conservare i confini. Tenere le donne a distanza è il solo modo per salvare la virilità. Rousseau lo sapeva bene e infatti chiamava uomini e donne “a vivere abitualmente separati… Essi risentono come e più delle donne del loro troppo intimo commercio. Esse vi perdono i loro costumi, noi vi perdiamo i nostri costumi e insieme la nostra costituzione. Non volendo più soffrire la separazione, non potendo diventare uomini, le donne rendono noi donne” (Lettres à D’Alembert, 1758).

La mascolinità: una reazione, una protesta

L’uomo virile incarna l’attività. Ma quest’attività non è altro che la reazione alla passività e all’impotenza del neonato. Il monopolio dell’attività da parte degli uomini non viene da una necessità sociale. L’interiorizzazione delle norme della mascolinità esige un surplus di repressione dei desideri passivi, in particolare quelli di essere maternalizzati. La mascolinità che si costruisce inconsciamente nei primi anni di vita si rafforza in seguito fino a esplodere letteralmente nell’adolescenza. E’ quello il momento in cui la sofferenza e la paura della femminilità e della passività cominciano a diventare evidenti. La maggior parte dei giovani lotta contro questa sofferenza interiore rafforzando ancora di più i bastioni della mascolinità.

Questa reazione è una lunga battaglia che mette in gioco una formidabile ambivalenza. La paura della passività e della femminilità è tanto più forte quanto più lì si trovano i desideri più potenti e più rimossi dell’uomo. Il combattimento incessante non è mai vinto per sempre, poiché come si potrebbero rinnegare per sempre le reminiscenze dell’Eden? Se nella vita reale, gli uomini resistono bene o male al desiderio raramente dichiarato di regressione, questo può apparire allo scoperto nei romanzi. Molti sono gli scrittori che evocano la nostalgia del ventre materno. Le rLve du singe fou (di C. Frank, 1976) paragona gli uomini adulti a piccoli Peter Pan che rifiutano di crescere. In modo ancora più esplicito, l’autore evoca “l’adulto testardo che si ostina a voler passare per una piccola porta, dove, da bambino, passava … quest’orifizio (il sesso della madre) che non è attraversato che una sola volta e in un solo senso”. Stesso desiderio espresso nel superbo affresco di Günter Grass, Il rombo. Gli uomini sono soltanto bambini che sognano una madre con tre seni. “Hanno bisogno delle loro poppate quotidiane, anche i vecchietti tremanti…Con il seno, gli uomini sono sazi, soddisfatti, protetti. Non devono mai prendere decisioni… vivono esenti da responsabilità”. Lo stesso desiderio, ma questa volta represso, in La mère artificielle di Hermann Burger: “Al diavolo questi eterni piagnucolii di uomini-bebè afflitti da mammamnesi… che vorrebbero svignarsela nel ventre della madre. Mettiamo finalmente in campo la papàmnesi!…”

Philip Roth ha fatto di meglio: il suo eroe David Kepesh subisce una metamorfosi trasformandosi in un enorme seno di donna. Non potendone più della sua virilità e dell’incredibile controllo di sé che essa esige, cade in un delirio che l’autorizza a gustare tutti i piaceri derivanti da un’impotenza totale (Il seno). Desiderio di ritornare nel ventre materno o allo stato di lattante … queste prime ore della vita in cui il bambino è il seno. Al di fuori di questo delirio romantico, tutta l’opera di Philip Roth racconta la guerra spietata dell’adulto al bambino impotente e dipendente: “La voce dell’uomo rifiuta il bambino tentato dall’irresponsabilità.” (La mia vita di uomo).

Per potersi lasciare andare a questi fantasmi regressivi, è necessario aver preso qualche distanza dalle proprie angosce. Forse anche il fatto che oggi si rimettano in questione la mascolinità e la femminilità aiuta gli uomini a sciogliere il nodo della repressione che, ancora vent’anni fa, li soffocava. Ma non tutti sono capaci di questo sguardo lucido su se stessi. I più fragili, ma anche i più feriti, non possono mantenere la loro mascolinità e lottare contro il desiderio nostalgico del ventre materno se non odiando il sesso femminile. Ricordiamo il disgusto di Baudelaire: “Un’altra… piena di pus”.

…..

Rimane il fatto che dall’infanzia e fino all’età adulta, e talvolta per tutta la vita, la mascolinità è più una reazione che un’adesione. Il bambino si afferma opponendosi: non sono mia madre, non sono un bebè, non sono una femmina, proclama il suo inconscio. Secondo l’espressione di Alfred Adler, l’avvento della mascolinità passa per una protesta virile. Il termine ‘protesta’ evidenzia che si tratta dell’eliminazione di un dubbio. Si protesta la propria innocenza quando vi è il sospetto di colpevolezza. La si grida alto e forte per convincere gli altri che non siamo quello che ci sospettano di essere. Così, il bambino (e poi l’uomo) protesta la sua virilità perché rimane un sospetto di femminilità. Ma questa volta il dubbio viene più da se stesso che dagli altri. Deve convincersi della sua innocenza, cioè della sua autenticità maschile.

Questa protesta si rivolge innanzi tutto alla madre, e consta di tre affermazioni: Io non sono lei. Io non sono come lei. Io sono contro di lei.

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007