Fino
allo svezzamento, il padre vede poco suo figlio. I Sambia hanno la
tendenza a considerare il bambino un prolungamento del corpo della
madre durante i primi nove mesi. Il bambino ha accesso al seno della
madre senza restrizioni, a volte fino ai tre anni di età.
Vive nelle sue braccia, a contatto di pelle, e dorme nudo con lei fino
allo svezzamento. Dopo, sia il bambino che la bambina dormono separati
dalla madre, ma a una distanza di trenta o sessanta centimetri da lei.
Con il passare del tempo, i bambini maschi sono incoraggiati dai
genitori a dormire un po’ più lontano dalle loro
madri, ma non ancora nello “spazio maschile” della
casa. Nonostante un contatto più frequente con il padre, i
bambini continuano a vivere con la madre e i fratelli e sorelle fino ai
sette o dieci anni.
Le
tribù della Nuova Guinea coscienti dei pericoli di
“femminilizzazione” del bambino, procedono a riti
di iniziazione generalmente molto lunghi e traumatizzanti, tenuto conto
dell’intenso legame madre/figlio che bisogna sciogliere.
Vedremo più avanti come il rituale separa brutalmente il
bambino dalla madre, per strapparlo al suo abbraccio amoroso.
A
un livello minore, il momismo americano, osservato fin dal XIX°
secolo con l’inizio della società industriale,
è un altro tipo di fusione prolungata con la madre. Al corpo
a corpo, segue un tLte à tLte con una donna onnipotente che
pone non pochi problemi ai figli. Poiché i padri sono
assenti, “i figli soffocano sotto l’amore
protettivo delle madri” (Joe I. Dubbert, A Man’s
Place). L’assenza di identificazione maschile si fa sentire
crudelmente. Soprattutto quando i costumi permettono che una madre
vesta il suo bambino con abiti femminili fino ai sei anni, come
è stato il caso di Franklin D. Roosevelt, e che gli lasci
crescere lunghi boccoli… Alcuni bambini non si riprenderanno
più, come Ernest Hemingway che ha sofferto per tutta la vita
di disturbi dell’identità sessuale. Secondo il suo
biografo, Kenneth Lynn, la madre, personalità potente,
autoritaria e virile, lo trattò per molti anni come una
bambina. Non soltanto lo vestiva e pettinava come se fosse la sorella
gemella della figlia maggiore, ma aveva creato per il piccolo Ernest
una deliziosa situazione di dipendenza fin dal primo strillo. Per sei
mesi, egli dormiva nel letto della madre dove era autorizzato ad
accarezzarle il viso, e stringersi a lei e a nutrirsi a
volontà dalla suo seno opulento. “E soddisfatto di
dormire con la mamma e succhia il latte tutta la notte”,
scrive contenta sul suo diario.
Sebbene
il padre fosse un uomo debole, senza autorità e
profondamente nevrotico (si tolse la vitaidò nel 1928 con un
colpo di rivoltella alla tempia), si deve ai suoi interventi se
Hemingway non divenne ancor più disturbato. Da bambino aveva
avuto con lui un vero legame affettivo: il padre, alla ricerca di tutto
ciò che potesse confortare la virilità del
figlio, lo portava con sé a caccia e a pesca fin
dall’età di tre anni. Ma se il padre ha potuto
evitare il peggio, non era abbastanza forte da liberarlo completamente
dall’influenza materna, essendo lui stesso una vittima
castrata dalla moglie. Per resistere alla madre, Ernest Hemingway non
ebbe altra alternativa che quella di fuggire e di odiarla.
“come mai un uomo, secondo il suo vecchio amico Dos Passos,
ha veramente odiato sua madre”. Perseguitato per tutta la
vita da lei e da un profondo desiderio di femminilità, da
adulto non utilizzerà per definirla altre parole se non:
“Quella baldracca…”
Tagliare
nel vivo
o
il necessario tradimento della madre
La
caratteristica propria dell’identità maschile
(all’opposto dell’identità femminile) si
trova nella tappa di differenziazione dal femminile materno, condizione
sine qua non del sentimento di appartenenza al gruppo degli uomini. La
loro somiglianza e la loro solidarietà si costruisce con il
tenere a distanza le donne e, innanzi tutto, prima tra tutte, la madre.
Alcuni parlano di tradimento, altri di morte simbolica.
Un’eventualità potrebbe essere che,
nell’orda primitiva evocata da Freud, il matricidio abbia
preceduto il parricidio.
Come
a ragione sostiene Hermann Burger (in La mère artificielle),
ogni uomo si confronta con questo problema: “Da una parte,
procedere attivamente contro la madre; dall’altra soffrire
passivamente a causa sua…Dobbiamo ucciderla e morire di
lei…Così facendo l’uomo deve stare
attento a non ferire la sua anima femminile.”
Il
dolore della separazione
Rileggendo
La passeggiata al faro di Virginia Woolf, Pierre Bourdieu
evoca “la metafora del coltello o della lama che colloca il
ruolo maschile dalla parte della rottura, della violenza,
dell’uccisione, cioè dell’ordine
culturale costruito contro la fusione originaria con la natura
materna”.
Il
coltello o la lama non alludono soltanto al taglio del cordone
ombelicale che vale per i due sessi, ma parlano anche di questa seconda
separazione dal femminile materno che è rappresentata dalla
circoncisione. Praticata qualche giorno dopo la nascita, verso i tre,
quattro anni o nell’adolescenza, essa ha sempre
l’obiettivo di rinforzare la mascolinità del
bambino o del ragazzo. Poiché costituisce una castrazione
simbolica, la circoncisione ha interessato molti psicoanalisti. Theodor
Reik, Géza Roheim, Herman Numberg o Bruno Bettelheim hanno
mostrato che essa staccava il bambino dalla madre e lo introduceva
nella comunità degli uomini. Inoltre, sottolinea
l’importanza del pene.
Bettelheim
nota che per i ragazzi, “l’esibizione del glande
liberato dal prepuzio fa parte degli sforzi compiuti per affermare la
loro virilità. Su questo punto, il ragazzo circonciso ha una
netta superiorità: il suo glande è visibile, cosa
che è spesso considerata come il segno di una
virilità più salda” (Les blessures
symboliques, 1971). Numberg insiste sul fantasma della rinascita che
accompagna la circoncisione: il bambino circonciso rinasce senza
prepuzio e così è un uomo (Problems of
bisexuality as reflected in circoncision, 1949). Agli occhi di
Groddeck, la circoncisione degli ebrei è una forma di
rimozione della bisessualità, cosa che li distingue da tutti
gli altri esseri umani: “Il prepuzio è rimosso per
eliminare ogni traccia di femminilità dall’insegna
della mascolinità; infatti il prepuzio è
femminile, è la vagina nella quale è protetto il
glande maschile… presso gli ebrei, se essi tagliano il
prepuzio… eliminano la bisessualità
dell’uomo, tolgono al maschile il carattere femminile.
Rinunciano così, a favore della divinità
bisessuale, alla loro similitudine divina innata. Attraverso la
circoncisione, l’ebreo diventa soltanto un uomo.”
(in Nouvelle revue di psychanalyse, 1973).
La
circoncisione, rinuncia simbolica alla bisessualità divina,
è insieme il segno della finitezza umana e di quella
maschile. Praticata otto giorni dopo la nascita nella tradizione
ebraica, interviene nel momento di più forte
intensità della simbiosi madre/bambino. Appena nato, il
bebè è ancora parte del corpo materno. Quando gli
uomini arrivano per prendere il neonato e praticare la circoncisione,
il messaggio trasmesso alla madre è che ormai il figlio
appartiene a loro e non più a lei. La circoncisione ferisce
il figlio e nello stesso tempo la madre che si sente amputata di una
parte di se stessa. Per quanto dolorosa sia questa separazione
“al coltello”, non è soltanto il segnale
che la fusione materna deve finire, ma è anche il recupero
simbolico del figlio da parte del padre, il primo atto della
differenziazione sessuale.
I
tre anni che seguono la nascita del bambino sono il periodo necessario
per la separazione psichica del figlio dalla madre. Per fare questo
deve rafforzare i confini tra se stesso e lei, “mettere fine
al loro primo amore e al loro sentimento di unione empatica”
(Carol Gilligan, In different voice, 1982). Il bambino deve sviluppare
un’identità maschile mentre è assente
una relazione stretta e continua con il padre, simmetrica a quella che
una figlia conosce con la madre. Nancy Chodorow constata che, mancando
un’identificazione forte con un uomo, “i figli di
padri assenti (tipici della famiglia contemporanea) elaborano un ideale
di mascolinità attraverso l’identificazione con le
immagini culturali di essa e scegliendo uomini famosi come modelli
maschili” (The reproduction of mothering. Psychoanalysis and
the sociology of gender, 1979). La grande difficoltà per
loro consiste nell’operare una disidentificazione, con il
seguito di negazione e di rifiuto del femminile, senza il sostegno
effettivo di un modello positivo di identificazione. Questa
è l’origine di un’identità
maschile più negativa che positiva, che mette
l’accento sulla differenziazione, sulla distanza rispetto
agli altri e sul rifiuto della relazione affettiva. Mentre i processi
di identificazione femminile sono relazionali, quelli maschili sono
“opposizionali”.
Lillian
Rubin, molto ispirata dai lavori della Chodorow, ha tratto le
conseguenze di tutto questo per l’uomo adulto. Pensa che
l’aggressività maschile verso le donne possa
essere interpretata come una reazione a questa perdita precoce e al
sentimento di tradimento che l’accompagna; il disprezzo per
le donne viene dalla rottura interiore necessaria alla separazione
dalla madre. Questo disprezzo, nella sua opinione, ha origine nella
paura e non nell’arroganza, “la paura del bambino
che è obbligato a respingere la presenza onnipotente della
madre” (Des étrangers intimes, 1986).
Anche
se rimossa, la simbiosi materna perseguita l’inconscio
maschile. Poiché gli uomini sono stati allevati per millenni
unicamente dalle donne, devono spendere ingenti quantità di
energie per conservare i confini. Tenere le donne a distanza
è il solo modo per salvare la virilità. Rousseau
lo sapeva bene e infatti chiamava uomini e donne “a vivere
abitualmente separati… Essi risentono come e più
delle donne del loro troppo intimo commercio. Esse vi perdono i loro
costumi, noi vi perdiamo i nostri costumi e insieme la nostra
costituzione. Non volendo più soffrire la separazione, non
potendo diventare uomini, le donne rendono noi donne”
(Lettres à D’Alembert, 1758).
La
mascolinità: una reazione, una protesta
L’uomo
virile incarna l’attività. Ma
quest’attività non è altro che la
reazione alla passività e all’impotenza del
neonato. Il monopolio dell’attività da parte degli
uomini non viene da una necessità sociale.
L’interiorizzazione delle norme della mascolinità
esige un surplus di repressione dei desideri passivi, in particolare
quelli di essere maternalizzati. La mascolinità che si
costruisce inconsciamente nei primi anni di vita si rafforza in seguito
fino a esplodere letteralmente nell’adolescenza. E’
quello il momento in cui la sofferenza e la paura della
femminilità e della passività cominciano a
diventare evidenti. La maggior parte dei giovani lotta contro questa
sofferenza interiore rafforzando ancora di più i bastioni
della mascolinità.
Questa
reazione è una lunga battaglia che mette in gioco una
formidabile ambivalenza. La paura della passività e della
femminilità è tanto più forte quanto
più lì si trovano i desideri più
potenti e più rimossi dell’uomo. Il combattimento
incessante non è mai vinto per sempre, poiché
come si potrebbero rinnegare per sempre le reminiscenze
dell’Eden? Se nella vita reale, gli uomini resistono bene o
male al desiderio raramente dichiarato di regressione, questo
può apparire allo scoperto nei romanzi. Molti sono gli
scrittori che evocano la nostalgia del ventre materno. Le rLve du singe
fou (di C. Frank, 1976) paragona gli uomini adulti a piccoli Peter Pan
che rifiutano di crescere. In modo ancora più esplicito,
l’autore evoca “l’adulto testardo che si
ostina a voler passare per una piccola porta, dove, da bambino, passava
… quest’orifizio (il sesso della madre) che non
è attraversato che una sola volta e in un solo
senso”. Stesso desiderio espresso nel superbo affresco di
Günter Grass, Il rombo. Gli uomini sono soltanto bambini che
sognano una madre con tre seni. “Hanno bisogno delle loro
poppate quotidiane, anche i vecchietti tremanti…Con il seno,
gli uomini sono sazi, soddisfatti, protetti. Non devono mai prendere
decisioni… vivono esenti da
responsabilità”. Lo stesso desiderio, ma questa
volta represso, in La mère artificielle di Hermann Burger:
“Al diavolo questi eterni piagnucolii di
uomini-bebè afflitti da mammamnesi… che
vorrebbero svignarsela nel ventre della madre. Mettiamo finalmente in
campo la papàmnesi!…”
Philip
Roth ha fatto di meglio: il suo eroe David Kepesh subisce una
metamorfosi trasformandosi in un enorme seno di donna. Non potendone
più della sua virilità e
dell’incredibile controllo di sé che essa esige,
cade in un delirio che l’autorizza a gustare tutti i piaceri
derivanti da un’impotenza totale (Il seno). Desiderio di
ritornare nel ventre materno o allo stato di lattante …
queste prime ore della vita in cui il bambino è il seno. Al
di fuori di questo delirio romantico, tutta l’opera di Philip
Roth racconta la guerra spietata dell’adulto al bambino
impotente e dipendente: “La voce dell’uomo rifiuta
il bambino tentato
dall’irresponsabilità.” (La mia vita di
uomo).
Per
potersi lasciare andare a questi fantasmi regressivi, è
necessario aver preso qualche distanza dalle proprie angosce. Forse
anche il fatto che oggi si rimettano in questione la
mascolinità e la femminilità aiuta gli uomini a
sciogliere il nodo della repressione che, ancora vent’anni
fa, li soffocava. Ma non tutti sono capaci di questo sguardo lucido su
se stessi. I più fragili, ma anche i più feriti,
non possono mantenere la loro mascolinità e lottare contro
il desiderio nostalgico del ventre materno se non odiando il sesso
femminile. Ricordiamo il disgusto di Baudelaire:
“Un’altra… piena di pus”.
…..
Rimane
il fatto che dall’infanzia e fino
all’età adulta, e talvolta per tutta la vita, la
mascolinità è più una reazione che
un’adesione. Il bambino si afferma opponendosi: non sono mia
madre, non sono un bebè, non sono una femmina, proclama il
suo inconscio. Secondo l’espressione di Alfred Adler,
l’avvento della mascolinità passa per una protesta
virile. Il termine ‘protesta’ evidenzia che si
tratta dell’eliminazione di un dubbio. Si protesta la propria
innocenza quando vi è il sospetto di colpevolezza. La si
grida alto e forte per convincere gli altri che non siamo quello che ci
sospettano di essere. Così, il bambino (e poi
l’uomo) protesta la sua virilità perché
rimane un sospetto di femminilità. Ma questa volta il dubbio
viene più da se stesso che dagli altri. Deve convincersi
della sua innocenza, cioè della sua autenticità
maschile.
Questa
protesta si rivolge innanzi tutto alla madre, e consta di tre
affermazioni: Io non sono lei. Io non sono come lei. Io sono contro di
lei.