Questo
brano è tratto da un opera del primo Ken Wilber che risale
al 1981. In quell’epoca egli aderiva ancora alla psicologia
transpersonale, poi abbandonata per la visione sempre più
filosofica, postmetafisica e integrale del modello AQAL. Si tratta di
un’interessante presentazione della dissociazione mente-corpo
che viene risanata al livello del centauro (il livello cognitivo
corrispondente è la visione logica iniziale e matura, i meme
di Spiral Dynamics sono il giallo e il turchese). Interessante
soprattutto è il riconoscimento dell’importanza
del respiro consapevole come strumento per riunificare mente e corpo.
Non si tratta della respirazione praticata nel Rebirthing
Transpersonale e la descrizione dei blocchi muscolari si ispira
soprattutto alla bioenergetica di Lowen, tuttavia è una
lettura molto utile per comprendere la relazione tra tensioni fisiche
ed emozioni rimosse e la vera e propria gioiosa rinascita che si
accompagna alla ricostituzione dell’unità di
psiche e soma.
Nel
capitolo precedente abbiamo visto che raggiungendo e poi ripossedendo
la nostra ombra proiettata, possiamo “espandere” la
nostra identità da una persona priva di vigore a un ego
sano. Potremmo colmare il divario, eliminare il confine tra la persona
e l’ombra, e scoprire un senso di auto-identità
più vasto e costante. E’ quasi come traslocare da
un piccolo appartamento a una casa comoda. In questo capitolo passeremo
dalla casa comoda a una residenza spaziosa, continuando il processo di
base di dissoluzione dei confini, ma a un livello più
profondo, analizzando alcuni dei metodi per espandere
l’identità dall’ego (e la sua visione
del mondo) al centauro, raggiungendo e ripossedendo i nostri corpi
proiettati.
La
nozione di ripossedere il corpo, inizialmente, può apparire
a qualcuno una nozione assai bizzarra. Il confine tra l’ego e
la carne è così profondamente inculcato
nell’inconscio della persona media, che la sua reazione al
compito che ci si propone di sanare il divario sarà un misto
di imbarazzo e di noia. Essendo giunta a concepire il confine tra mente
e corpo come immutabilmente vero, non riesce a immaginare
perché tutti vogliano interferirvi ed eliminarlo.
Da
quanto risulta, pochi di noi hanno perso la mente, ma molti di noi
hanno perso il corpo, e mi dispiace dover dire che ciò deve
essere preso alla lettera. Sembra quasi, infatti, che
“Io” sia seduto sul mio corpo come se fossi un
cavaliere sul suo cavallo: Lo batto e lo elogio, lo nutro, lo pulisco e
lo curo quando è necessario. Lo sprono senza consultarlo e
lo freno contro la sua volontà. Quando il mio corpo-cavallo
si comporta bene, generalmente lo ignoro, ma quando diventa turbolento,
il che capita molto spesso, estraggo la frusta per batterlo e
riportarlo a una ragionevole sottomissione.
In
verità, il mio corpo sembra proprio dondolare sotto di me.
Non affronto più il mondo con il mio corpo, ma sul mio
corpo. Sono quassù, sono laggiù, e
fondamentalmente provo un disagio proprio per quanto è
laggiù. La mia consapevolezza è quasi
esclusivamente consapevolezza mentale: io sono la mia mente, ma
posseggo il mio corpo. Il corpo è ridotto dal sé
a una proprietà, qualcosa di “mio”, ma
non “io”. Il corpo, in breve, diventa un oggetto o
una proiezione, esattamente nello stesso modo in cui è
successo per l’ombra. Si eleva un confine
sull’organismo totale, cosicché il corpo viene
proiettato come non-sé. Il confine è una
scissione, una fessura o, per usare le parole di Lowen, un blocco:
“Il blocco agisce anche per separare e isolare il regno della
psiche dal regno del soma. La nostra consapevolezza ci dice che
agiscono l’uno sull’altro, ma a causa del blocco,
essa non si estende tanto profondamente da farci intuire
l’unità sottostante. Infatti, il blocco crea una
scissione nell’unità della personalità.
Non dissocia soltanto la psiche dal soma, ma separa anche i fenomeni di
superficie dalle loro radici nella profondità
dell’organismo”.
La
questione che ci riguarda fondamentalmente è la scissione
dell’organismo totale, il centauro, di cui la perdita del
corpo è soltanto il segno più visibile e
tangibile. La perdita del corpo non è esattamente sinonimo
della scissione del centauro, “l’unità
sottostante”, ma è soltanto una delle
manifestazioni che tale scissione può assumere.
Ciononostante, si tratta della manifestazione su cui accentreremo la
nostra attenzione in questo capitolo, in quanto si tratta della
più facile da comprendere e della più semplice da
comunicare. Vorrei ricordarvi, in ogni caso, che non intendo dire che
il corpo per sé – ciò che chiamiamo
“il corpo fisico” – è una
realtà più profonda dell’ego-mentale.
Infatti, lo stesso semplice corpo è il modo di
consapevolezza più basso, così semplice che
questo testo non lo comprende come argomento a sé. Il corpo
non è “una realtà più
profonda” dell’ego, come pensano molti somatologi,
piuttosto l’integrazione del corpo e dell’ego
è una realtà più profonda delle due
separatamente, e tale integrazione è l’aspetto che
metteremo in rilievo in questo capitolo, anche se, per motivi pratici,
ci soffermeremo sul corpo fisico e sui suoi esercizi.
Come
vi potrete aspettare, le ragioni per cui abbandoniamo i nostri corpi
sono innumerevoli; per cui ora temiamo di rivendicarli. Alcune di
queste ragioni sono già state sottolineate nella discussione
sull’evoluzione dello spettro. A livello superficiale, ci
rifiutiamo di rivendicare il corpo semplicemente perché
pensiamo che non vi sia nessuna ragione per farlo: un gran trambusto
per niente. A livello più profondo, temiamo di rivendicare
il corpo perché ospita, in modo molto chiaro ed evidente,
emozioni e sentimenti forti che, socialmente, sono tabù.
Infine, si evita il corpo perché è dimora della
morte.
Per
tutte queste ragioni, e altre, generalmente una persona
“adattata” ha proiettato da tempo il corpo come
“oggetto là fuori”, o, potremmo dire,
come oggetto “laggiù”. Il centauro
è abbandonato e la persona si identifica come ego opposto al
corpo. Ma, come tutte le proiezioni, l’alienazione del corpo
si risolve soltanto nel corpo proiettato che ricomincia a tormentare
l’individuo, colpendolo nei modi più penosi e
anche peggio, con la sua propria energia. Poiché il corpo, a
tutti gli effetti, si trova dall’altra parte del confine
sé/non-sé, poiché non viene aiutato
non essendo più un alleato, diventa naturalmente un nemico.
L’ego e il corpo assumono un atteggiamento bellicoso, e
inizia così un’intensa, anche se a volte sottile,
guerra di opposti.
Poiché,
come abbiamo visto, ogni confine crea due opposti in lotta tra loro, lo
stesso vale naturalmente per il confine tra l’ego e il corpo.
Vi sono molti opposti importanti associati a questo confine
particolare, ma uno dei più significativi è
quello del volontario opposto all’involontario.
L’ego è la sede del controllo, della
manipolazione, del volontario e dell’attività
volontaria. Infatti, l’ego di regola si identifica soltanto
con i processi volontari. Tuttavia il corpo, fondamentalmente,
è un insieme di processi involontari ben organizzati:
circolazione, digestione, crescita e differenziazione, metabolismo e
così via. Se ciò può sembrarvi strano,
notate i discorsi della persona media e ascoltate attentamente quali
sono i processi ai quali si riferisce come a se stesso. Dirà
“Muovo il braccio”, ma non dirà
“Batto il cuore”. Dirà “Mangio
il cibo”, ma non dirà “Digerisco il mio
cibo”. Dirà: “Chiudo gli
occhi”, ma non dirà “Cresco i
capelli”. Dirà “Muovo le
dita”, ma non dirà “Circolo il
sangue”.
In
altre parole, egli, in quanto ego, si identificherà con
quelle azioni che sono volontarie e controllabili; e tutto il resto,
tutte le azioni spontanee e involontarie, le ritiene in qualche modo
non-sé e non degne di fiducia. Malgrado le evidenti nozioni
contrarie, non sembra strano che vi identifichiate solo con una
frazione di tutto il vostro essere? Non è strano che
chiamiate “voi” al massimo una metà
dell’organismo? A chi appartiene l’altra
metà?
In
un certo senso, l’ego si sente in trappola, vittima della
volubilità indisciplinata del corpo. Non è quindi
insolito trovare persone che si sentono imprigionate nel corpo, e
bramano una situazione, nel momento attuale, o dopo la morte, in cui
l’anima regna suprema, non ostacolata dalla fragile
vulnerabilità della carne, incorporea o fluttuante
nell’aria, coperta da niente di più materiale che
una camicia da notte di raso. E’ facile capire come per molti
la carne e il peccato siano esattamente sinonimi.
L’ego
si sente intrappolato particolarmente dalla vulnerabilità
del corpo al dolore. Il dolore, la sofferenza, la
sensibilità intensa del tessuto vivente e dei nervi,
terrorizzano abbastanza comprensibilmente l’ego, che cerca di
allontanarsi dalla fonte del dolore, bloccando e rendendo insensibile
il corpo così da ridurre la sua vulnerabilità
alle vibrazioni dolorose. Sebbene l’ego non possa controllare
le sensazioni involontarie del corpo, può imparare, e dunque
lo fa, a eliminare la consapevolezza dal corpo, smorzandola e
desensibilizzandola completamente. Ciò è quanto
Aurobindo definiva lo “shock vitale”;
l’impatto e la reazione della consapevolezza nei confronti
della vulnerabilità e della mortalità della
carne, una reazione che rende insensibile il corpo e distorce la
consapevolezza. Questo affievolimento del corpo si verifica soltanto a
un prezzo molto alto. Infatti, se è vero che il corpo
è la fonte del dolore, è altrettanto vero che
è la fonte del piacere. L’ego, uccidendo la fonte
del dolore, uccide allo stesso tempo la fonte del piacere. Non
più dolore … e non più gioia.
La
persona normale, dunque, blocca il proprio corpo senza capire la natura
di questa immobilizzazione. Non capisce neppure di essere
immobilizzata. E’ come un caso diffuso di congelamento. La
vittima del congelamento non capisce che lo sta subendo,
perché l’area interessata è priva di
sensazioni e non può quindi percepire la mancanza di
percezioni: non sente niente, il che è veramente bello.
La
mancanza diffusa di sensazioni è il risultato generale dello
shock vitale, della nostra reazione al corpo e alla scissione del
centauro. La scissione accompagna, a un livello o a un altro, anche
l’ego sano. Infatti, fin quando vi identificate
esclusivamente con l’ego, per definizione il vostro
sé non comprende né integra i processi spontanei
dell’organismo. Quindi, anche se ci siamo allargati dalla
persona all’ego (tema trattato nel capitolo precedente; si
riferisce al confine che divide l’ego in persona e ombra),
potremmo accorgerci che manchiamo, in qualche misura, di una base di
sensazioni significative, di una sorgente di consapevolezza intima e di
attenzione alle sensazioni. Potremmo dunque essere portati a continuare
il processo di discesa, di lasciarsi andare della nostra
identità limitata al solo ego e scoprire
un’identità sentita con tutto
l’organismo psicofisico. Per il terapeuta che agisce a questo
livello, ciò significa la scoperta di un sé
autentico, esistenziale.
Possiamo
studiare diverse modalità di intervento per eliminare il
confine tra la mente e il corpo, in modo da scoprire di nuovo
l’unità degli opposti che giace intorpidita nelle
profondità del nostro essere. “Il divario non
può essere colmato”, dice Lowen, “con
una conoscenza dei processi energetici del corpo. La conoscenza stessa
è un fenomeno di superficie e appartiene al dominio
dell’ego. Bisogna percepire il flusso e sentire il corso
dell’eccitamento nel corpo. Per farlo, comunque, bisogna
arrestare la rigidità del controllo del proprio ego, in modo
che le sensazioni corporee profonde possano raggiungere la
superficie.”
Per
quanto possa sembrare semplice, questa è proprio la
difficoltà che quasi tutti incontrano cercando di
ristabilire un contatto con il proprio corpo. Una persona non
percepirà realmente le gambe, lo stomaco o le spalle, ma,
per abitudine, pensa alle proprie gambe, allo stomaco e alle spalle. Se
li rappresenta, ma non presta loro direttamente attenzione. Questo,
naturalmente, è uno dei meccanismi responsabili in primo
luogo della dissociazione del corpo. Bisognerebbe prestare particolare
attenzione alla tendenza a concettualizzare le nostre sensazioni e fare
uno sforzo ulteriore, per sospendere, almeno temporaneamente, la comune
trasformazione in pensieri e raffigurazioni dell’attenzione
alle sensazioni.
Un
modo per iniziare a riallacciare il contatto con il proprio corpo
è quello di distendersi sulla schiena, allungati su un
tappeto o un materasso. Chiudete gli occhi, respirate profondamente e
tranquillamente, e cominciate a studiare le vostre sensazioni corporee.
Non cercate di sentire qualcosa, non forzate le sensazioni, lasciate
che la vostra attenzione scorra lungo il corpo e notate se avete delle
sensazioni, positive o negative nelle diverse parti del corpo. Per
esempio, riuscite a sentire le gambe? lo stomaco? il cuore? gli occhi?
i genitali, le natiche, il cranio, il diaframma, i piedi? Notate quali
parti del corpo brulicano di sensazioni piene, forti e vitali, e quali
parti sono invece insensibili, pesanti, prive di vita, deboli, tese o
dolenti. Provate per circa tre minuti e notate con quale frequenza la
vostra attenzione abbandona il corpo e divaga in fantasticherie. Non vi
sembra strano che fermarsi sul proprio corpo per tre minuti possa
essere molto difficile? Se non siete nel vostro corpo, dove siete?
Dopo
questa fase preliminare, possiamo passare alla tappa successiva: ancora
sdraiati con le braccia lungo il corpo, le gambe leggermente
divaricate, gli occhi chiusi, respirate profondamente e lentamente,
inspirando dalla gola verso l’addome, passando
l’aria infine nello stomaco. Immaginate, se volete, che
torace e stomaco abbiano all’interno un gran pallone che
gonfiate completamente a ogni inspirazione. Il
“pallone” dovrebbe gonfiarsi delicatamente nel
torace per poi gonfiarsi con forza e del tutto nell’addome.
Se non riuscite a sentire la forza delicata del pallone che si gonfia
in queste aree, lasciate semplicemente che il pallone si gonfi un
po’di più fino a estendersi in
quell’area particolare. Espirate quindi lentamente e
dolcemente, lasciando che il pallone si svuoti del tutto. Ripetete
l’esercizio sette o otto volte, mantenendo
all’interno del pallone una pressione delicata ma stabile,
che gonfi l’addome fino a raggiungere il bacino pelvico. Fate
attenzione a quale regione è tesa, tirata, dolente o
insensibile.
Come
percepite l’area gonfia, in un pezzo unico o divisa in
segmenti, torace, addome, regione pelvica, ciascuno dei quali
è separato dagli altri da aree e bande di tensione,
rigidità o dolore? Nonostante questi dolori e disagi minimi,
potreste iniziate a notare che la sensazione che si diffonde in tutto
il pallone è una sensazione sottile di piacere e gioia.
State realmente respirando di piacere e irradiando
quest’ultimo in tutto il corpo. Dopo
l’inspirazione, non fate fuoriuscire, e quindi terminare,
immediatamente il respiro, ma trattenetelo come se fosse un piacere e
lasciate che permei tutto il corpo. In questo modo, un piacere sottile
scorre in tutto il corpo e diventa sempre più pieno ad ogni
ciclo successivo. Se non ne siete certi, fate altri tre o quattro
respiri, abbandonatevi al relativo piacere.
Potete
ora cominciare a capire perché, secondo la teoria yoga, il
respiro è una forza vitale – non in senso
filosofico, ma per quanto riguarda le sensazioni. Inspirando,
introducete una forza vitale che passa dalla gola all’addome,
ricaricando il corpo di vita ed energia. Espirando, emettete e
irradiate questa forza come piacere e gioia in tutto il corpo.
Potete
continuare a respirare espandendo completamente il pallone, inspirando
forza vitale dalla gola alla zona dell’ombelico
(“hara”), e cominciando a percepire
l’espirazione come una forza vitale che si irradia
dall’addome a tute le parti del corpo. A ogni inspirazione
dalla gola caricate lo hara di vitalità. Poi, con
l’espirazione, notate fino a che punto potete sentire (o
seguire) in ogni gamba la forza vitale o il piacere che si irradiano
fino alle cosce, alle ginocchia, ai piedi. Alla fine dovrebbe arrivare
fino alla punta dei piedi. Continuate l’esercizio facendo
altri respiri, e poi ripetetelo con le estremità superiori.
Riuscite a percepire la vitalità che si libera nelle
braccia, nelle dita, testa, cervello e cranio? Espirando, lasciate che
un delicato piacere attraversi il vostro corpo e il mondo in tutta
libertà. Liberate il respiro, attraverso il corpo,
nell’infinito.
Unendo
le varie fasi, arriviamo a un ciclo respiratorio completo: inspirando,
passate il respiro dalla gola allo hara, caricandolo di forza vitale.
Espirando, lasciate che questo sottile piacere scorra attraverso tutto
il corpo fino al mondo, il cosmo, l’infinito. Fate la stessa
cosa con tutte le sensazioni penose, i mali, le sofferenze e il dolore.
Lasciate che l’attenzione alle sensazioni passi attraverso
tutte le condizioni attuali, e le oltrepassi fino ad arrivare
all’infinito, un momento dopo l’altro.
Passiamo
ora alle caratteristiche specifiche di questo esercizio. Molto
probabilmente sarete stati in grado di percepire il piacere vitale e
l’attenzione alle sensazioni che circolano liberamente in
tutto il corpo. Tuttavia, in ciascuna delle fasi di questo esercizio,
potreste anche percepire certe zone di intorpidimento,
insensibilità, o inerzia da una parte, o di fermezza,
tensione, rigidità o dolore dall’altra. In altre
parole, avrete percepito dei blocchi (micro-confini) del flusso
completo dell’attenzione alle sensazioni. Molte persone
provano costantemente tensioni e rigidità al collo, agli
occhi, all’ano, al diaframma, alle spalle, o al fondoschiena.
Spesso si sente intorpidimento all’area pelvica, ai genitali,
al cuore, al basso addome, o alle estremità. E’
molto importante che scopriate nel migliore dei modi in che punto
esistono questi blocchi. Per il momento non cercate di eliminarli. Nel
migliore dei casi non vi riuscirete, nel peggiore dei casi, li
irrigidireste ancora di più. Cercate soltanto di capire dove
si trovano, e ricordate mentalmente la loro posizione.
Una
volta localizzati tali blocchi, iniziate il processo di dissoluzione.
Prima, però, cerchiamo di capire cosa significano tali
blocchi e resistenze; queste aree o bande di rigidità,
pressione e tensione ancorate in tutto il corpo. Abbiamo visto che, a
livello dell’ego, una persona può resistere ed
evitare un impulso o un’emozione negandone la
proprietà. Attraverso il meccanismo di proiezione egoica,
una persona può evitare di avere la consapevolezza di una
particolare tendenza-ombra. Se si sente veramente molto ostile, ma nega
la propria ostilità, la proietterà e
sentirà quindi che il mondo lo sta aggredendo. In altre
parole, proverà ansietà e paura, come risultato
dell’ostilità proiettata.
Che
cosa succede al corpo quando l’ostilità viene
proiettata? Mentalmente si verifica una proiezione, ma fisicamente deve
essersi verificato qualcos’altro, contemporaneamente,
poiché mente e corpo non sono una dualità. Che
cosa succede al corpo quando reprimete l’ostilità?
Come sopprimete, a livello corporeo, una forte emozione che cerca di
scaricarsi con qualche attività?
Nel
caso diveniate molto ostili e adirati, potreste scaricare
l’emozione con le seguenti attività: urlando,
strillando, dimenando braccia e pugni. Queste attività
muscolari sono l’essenza propria
dell’ostilità stessa. Quindi, dovendo sopprimere
l’ostilità, potete farlo soltanto sopprimendo
fisicamente queste attività muscolari di scarico. In altre
parole, dovete usare i muscoli per frenare le attività di
scarico, o piuttosto dovete usare alcuni vostri muscoli per frenare
l’azione di alcuni degli altri muscoli. Il risultato
sarà una guerra di muscoli. Metà dei vostri
muscoli lotta per scaricare l’ostilità menando
colpi, mentre l’altra metà si sforza proprio di
evitare questo. E’ come premere sull’acceleratore
con un piede e sul freno con l’altro. Il conflitto si
conclude con uno stallo, uno stallo molto intenso, con uno spreco
enorme di energia per arrivare a un movimento finale uguale a zero.
Per
sopprimere l’energia, serrerete probabilmente i muscoli della
mascella, gola, naso, spalle, braccia, poiché questo
è l’unico modo in cui riuscirete fisicamente a
“trattenere” l’ostilità.
L’ostilità negata, solitamente, come abbiamo
visto, fluttua nella consapevolezza come paura. La prossima volta
quindi che vi troverete presi da una paura irrazionale, notate che
tutte le spalle si muovono avanti e indietro, segno che state
contenendo l’ostilità, e dunque provando paura.
Nelle spalle stesse, tuttavia, non sentirete più la tendenza
a distendersi e ad aggredire; non sentirete più
ostilità; sentirete solo una forte tensione,
rigidità, pressione. Avete un blocco.
Questo
è esattamente la natura dei blocchi localizzati nel corpo
durante gli esercizi respiratori. Ogni blocco, ogni tensione o
pressione nel corpo, fondamentalmente è un trattenere a
livello muscolare qualche impulso o sensazione tabuizzata. Il fatto che
si tratti di blocchi muscolari è un punto estremamente
importante, punto sul quale ci soffermeremo molto brevemente. Per il
momento, ci basta notare che questi blocchi e bande di tensione sono il
risultato di due gruppi di muscoli che lottano l’uno contro
l’altro (attraverso un mini-confine), un gruppo che cerca di
scaricare l’impulso, l’altro che cerca di
trattenerlo. Questo è un controllo attivo, un
“trattenersi” o inibizione. Vi reprimete
letteralmente in certe aree invece di liberare l’impulso
associato a tale area.
Se
scoprire dunque una tensione intorno agli occhi, state forse contenendo
il desiderio di piangere. Se sentite una tensione dolorante alle
tempie, forse state serrando le mascelle inconsapevolmente, per evitare
di strillare, urlare o anche ridere. Una tensione alle spalle e al
collo è indice di rabbia, collera o ostilità
soppressa o controllata, mentre una tensione al diaframma indica che
limitate e trattenete in modo cronico il respiro, nel tentativo di
controllare la manifestazione di emozioni ribelli e
l’attenzione alle sensazioni in generale. (Durante ogni atto
di autocontrollo, molte persone trattengono il fiato.) La tensione al
basso addome e alla regione pelvica, di solito, indica che avete
eliminato tutta la consapevolezza della vostra sessualità,
che avete irrigidito e contenuto questa area per evitare che vi circoli
la forza vitale del respiro e dell’energia. Se ciò
si verifica – per una qualsiasi ragione –
escluderebbe anche molte sensazioni alle gambe. Una tensione,
rigidità o mancanza di forza alle gambe indica generalmente
mancanza di saldezza, stabilità, o equilibrio in generale.
Quindi,
come abbiamo appena visto, uno dei modi migliori per comprendere il
significato generale di un determinato blocco è quello di
notare in che punto del corpo esso si verifica. Aree particolari del
corpo liberano solitamente emozioni particolari. Probabilmente non
strillerete con i piedi, non piangerete con le ginocchia e non avrete
orgasmi con i gomiti. Per cui, se esiste un blocco in una regione
determinata del corpo, possiamo presumere che è stata
soppressa e contenuta l’emozione corrispondente. A questo
proposito, eccellenti guide sono le opere di Lowen e di Keleman.
Supponendo
che abbiate più o meno determinato l’ubicazione
dei principali blocchi delle sensazioni, potete passare al compito
veramente interessante: liberare ed eliminare i blocchi stessi. Anche
se il procedimento di base è semplice da capire e facile da
attuare, il raggiungimento dei risultati consapevoli richiede
più fatica, sforzo e pazienza. Probabilmente avrete
impiegato almeno 15 anni per costruirvi un determinato blocco, non
dovrete quindi sorprendervi se non scomparirà
definitivamente nel giro di 15 minuti. Come tutti i confini, ci vuole
tempo per dissolverli nell'ambito della consapevolezza.
Se
avete già notato tali blocchi, vi sarete accorti che
l’aspetto più fastidioso è che per
quanto energicamente proviate, non sembra che possiate riuscire ad
allentarli, per lo meno non definitivamente. Con sforzi consapevoli,
potrete arrivare faticosamente a qualche risultato per pochi minuti, ma
la tensione (al collo, alla schiena, al torace, ecc.)
tornerà a vendicarsi nel momento in cui dimenticate questo
“rilassamento forzato”. Alcuni blocchi e tensioni
– forse la maggior parte – rifiutano assolutamente
di allentarsi. E tuttavia, l’unico rimedio che abitualmente
usiamo in questo inutile tentativo è quello di diminuire le
tensioni consapevolmente (metodo che, abbastanza paradossalmente,
richiede uno sforzo alquanto estenuante).
Sembra,
in altre parole, che questi blocchi ci capitino per caso, che si
verifichino contro la nostra volontà, che siano del tutto
involontari e non desiderati. E’ come se fossimo delle
vittime che si sentono a disagio. Vediamo dunque da cosa dipende
l’insistenza di questi ospiti non invitati. La prima cosa da
tenere presente è che si tratta di blocchi muscolari, come
abbiamo detto in precedenza. Ogni blocco, in realtà,
è un contrazione, un irrigidimento, un serrarsi di un
muscolo o di un gruppo di muscoli. Si tratta di gruppi di muscoli
scheletrici e ogni muscolo scheletrico è controllato
dall’attività volontaria. Gli stessi muscoli
volontari che usate per muovere un braccio, per masticare, per
camminare, per saltare, per dare un pugno, o per calciare, sono i
muscoli che entrano in gioco in tutti i blocchi del corpo.
Ciò
significa che tali blocchi non sono, per meglio dire non possono essere
involontari. Non ci capitano per caso. Sono e devono essere qualcosa
che noi facciamo attivamente a noi stessi. In breve, abbiamo creato
questi blocchi deliberatamente, intenzionalmente e volontariamente,
dato che sono costituiti unicamente da muscoli volontari. Fatto
abbastanza curioso, non sappiamo di crearli. Serriamo i muscoli, e
sebbene ci accorgiamo che sono rigidi e tesi, non sappiamo che siamo
noi attivamente a tenderli. Una volta verificatosi questo tipo di
blocco, non possiamo rilassare questi muscoli semplicemente
perché, in primo luogo, non sappiamo che li stiamo
contraendo. Sembra così che tali blocchi si verifichino da
soli (come un qualsiasi altro processo inconsapevole), e noi sembriamo
vittime disperate, schiacciate da forze “al di
là” del nostro controllo.
La
situazione complessiva equivale quasi esattamente alla situazione in
cui io mi pizzico senza saperlo. E’ come se io mi pizzicassi
intenzionalmente, dimenticando subito di essere stato io a pizzicarmi.
Sento il dolore del pizzico e non riesco a capire perché il
dolore non cessa. In modo analogo, tutte le tensioni muscolari ancorate
nel mio corpo sono forme profondamente radicate di auto-pizzicamento.
La questione fondamentale dunque non è: “Come
posso arrestare o allentare tali blocchi?”; piuttosto:
“Come posso accorgermi di star attivamente
causandoli?” Se vi state pizzicando da soli e non lo sapete,
e chiedete a qualcuno di far cessare il dolore, non servirà
a niente. Chiedere come smettere di pizzicarvi, implica che non lo
state facendo voi. D’altra parte, appena vi accorgete che vi
state attivamente pizzicando, allora e solo allora, smetterete
spontaneamente. Non dovete andare in giro a chiedere come smettere di
pizzicarvi, allo stesso modo in cui non domandate come alzare la mano.
Entrambe le azioni sono volontarie.
L’essenziale,
quindi, è di avere la sensazione diretta del modo in cui
tendo attivamente tali muscoli, e dunque la cosa che non faccio
è cercare di rilassarli. Invece devo, come sempre puntare
sull’opposto. Devo fare esattamente ciò che non
avrei mai pensato di fare prima: devo cercare attivamente e
consapevolmente di aumentare quella determinata tensione. Aumentandola
volontariamente, rendo consapevole, invece che inconsapevole,
l’attività di auto-irrigidimento. In breve, inizio
a ricordare che mi stavo pizzicando da solo, che stavo letteralmente
attaccando me stesso. L’avere ripetutamente questa
conoscenza, fa liberare l’energia dalla guerra dei muscoli,
energia che ora posso dirigere all’esterno verso
l’ambiente, invece che all’interno, su me stesso.
Invece di schiacciarmi e di attaccarmi, posso ora
“attaccare” un lavoro, un libro, un buon pasto e,
di conseguenza, imparare di nuovo il significato della parola
aggressione: “muovere verso”.
Esiste
un secondo aspetto altrettanto importante dell’eliminazione
dei blocchi. Abbiamo appena visto che il primo consiste
nell’aumentare consapevolmente la pressione o tensione
serrando ulteriormente i muscoli interessati. In questo modo, facciamo
consapevolmente ciò che prima facevamo inconsapevolmente.
Ricordate che questi blocchi di tensione avevano una funzione molto
significativa – inizialmente erano stati introdotti per
eliminare sensazioni e impulsi che in un primo momento erano apparsi
pericolosi, tabù o inaccettabili. Questi blocchi erano, e lo
sono ancora, forme di resistenza a emozioni particolari. Per eliminare
definitivamente tali blocchi, vi dovrete aprire alle emozioni sepolte
sotto il crampo muscolare.
Dobbiamo
sottolineare che queste “sensazioni sepolte” non
hanno pretese selvaggiamente insaziabili o orgiastiche completamente
opprimenti, e neppure sono stimoli demoniaci e bestiali di eliminare il
padre, la madre e tutta la stirpe. Molti spesso, sono alquanto miti,
anche se possono apparire drammatiche perché sono state a
lungo contenute a livello muscolare. Di solito,
c’è bisogno di uno sfogo di lacrime, di uno o due
urla, della capacità di avere un orgasmo disinibito, un sano
sfogo di collera vecchia maniera, o una serie di colpi, limitati, ma
dati con collera a una pila di cuscini sistemati appositamente per
l’uso. Anche se sorge qualche emozione negativa abbastanza
forte – una collera molto pronunciata –
ciò non deve mettervi in stato di allarme, poiché
non costituisce una parte notevole della vostra personalità.
In un’opera di teatro, quando entra sulla scena per la prima
volta un personaggio secondario per recitare due sole battute, tutti
gli occhi del pubblico si rivolgono a questo personaggio anche se
rappresenta una parte insignificante di tutto il cast. Analogamente,
quando si presenta per la prima volta un’emozione negativa
sulla scena della vostra consapevolezza, potrete restare
temporaneamente colpiti, anche se si tratta di una porzione del cast
complessivo di emozioni. E’ molto meglio porla di fronte a
noi, che non farla girovagare dietro il sipario. In ogni caso, questa
liberazione emotiva, questo slancio di un certo tipo di emozioni, di
solito si verifica da solo appena si inizia ad assumere consapevolmente
la responsabilità dell’aumento
dell’irrigidimento dei muscoli nei diversi blocchi del corpo.
Appena iniziate a contrarre deliberatamente i muscoli interessati,
tenderete a ricordare contro che cosa state contraendo i muscoli. Per
esempio, se vedete un amico che sta per piangere e dite:
“Qualsiasi cosa tu faccia, combattila!”, egli
probabilmente scoppierà a piangere. In quel momento, egli
sta cercando deliberatamente di trattenere un processo naturale
dell’organismo, e sa che sta cercando di bloccarlo,
così l’emozione non potrà essere
facilmente sotterrata. Allo stesso modo, assumendovi deliberatamente la
responsabilità dei blocchi, cercando di aumentarli,
l’emozione inibita può iniziare a risalire in
superficie e a mostrarsi.
Il
procedimento completo di quest’esperimento di consapevolezza
del corpo si svolge come segue: dopo aver localizzato un blocco
specifico, per esempio tensione alla mascella, alla gola o alle tempie,
accentratevi tutta la vostra consapevolezza, percependo dove si trova
il blocco e quali sembrano essere i muscoli interessati. Poi,
lentamente ma deliberatamente, iniziate ad aumentare la tensione e la
pressione; in questo caso, serrando i muscoli della gola e stringendo i
denti. Mentre sperimentate l’aumento della pressione
muscolare, ricordatevi che non state semplicemente tendendo i muscoli,
ma che state attivamente trattenendo qualcosa. Potete anche ripetervi
(a voce alta se l’esercizio non interessa la bocca)
“No! Non voglio! Sto resistendo!”
Affinché percepiate veramente che quella parte di voi che
sta esercitando la pressione, sta trattenendo qualche sentimento. Poi,
potete lentamente rilasciare i muscoli, e allo stesso tempo aprirvi
completamente a qualunque sentimento voglia risalire in superficie. In
questo caso, potrebbe essere il desiderio di piangere, o di mordere,
vomitare, ridere o urlare. Potrebbe trattarsi anche di un piacevole
calore là dove si trovava il blocco. Per arrivare alla
liberazione naturale di emozioni bloccate ci vuole tempo, fatica,
apertura mentale e sano lavoro. Se avete un blocco tipicamente
resistente, per ottenere risultati apprezzabili saranno necessari degli
“allenamenti” giornalieri di 15 minuti per
più di un mese. Il blocco si libererà quando
l’attenzione alle sensazioni potrà scorrere in
quell’area particolare in modo completo e perfetto senza
ostacoli nel suo corso verso l’infinito.
Dalla
semplice riconciliazione della separazione tra la mente e il corpo, il
volontario e l’involontario, il voluto e lo spontaneo,
risulterà un cambiamento notevole nel proprio senso del
sé e del reale. Nella misura in cui riesci a percepire i
processi involontari del corpo come te, potrai iniziare ad accettare
come perfettamente naturali tutti i modi delle cose che non puoi
controllare. Potrai accettare più facilmente
l’incontrollabile e adagiarti facilmente nello spontaneo,
avendo fiducia in un sé più profondo che va al di
là del fragore della superficiale volontà e
dell’ego. Imparerai che non hai bisogno di controllarti per
accettarti. Infatti, il tuo sé più profondo, il
tuo centauro, è al di là del tuo controllo.
E’ volontario e involontario, manifestazioni entrambe
perfettamente accettabili di te.
Inoltre,
accettare come te stesso sia il volontario che
l’involontario, significa che non ti senti più
vittima del tuo corpo o dei processi spontanei e involontari in
generale. Sviluppi un profondo senso di responsabilità, non
nel senso che tieni sotto controllo consapevole tutto ciò
che accade e dunque di cui sei responsabile, ma nel senso che non hai
più bisogno di incolpare o attribuire a qualsiasi altro il
modo in cui ti senti. In ultima analisi tu sei la sorgente profonda di
tutti i processi volontari e involontari e non la vittima.
Accettare
l’involontario come te stesso, non significa che puoi
controllare l’involontario. Non sarai in grado di farti
crescere i capelli più in fretta o di far smettere lo
stomaco di brontolare o di far scorrere il sangue in senso contrario.
Invece, con la comprensione che questi processi sono proprio come
quelli volontari smetterai di avere il programma cronico ma infruttuoso
di assumerti la responsabilità della creazione, di
manipolare ossessivamente e controllare obbligatoriamente te stesso e
il tuo mondo. Paradossalmente, questa comprensione comporta un maggior
senso di libertà. Il tuo ego volontario può fare
consapevolmente due o forse tre cose alla volta. Invece, il tuo
organismo totale, senza alcun aiuto da parte dell’ego, in
questo momento sta coordinando letteralmente milioni di processi alla
volta, dalle operazioni complesse della digestione a quelle ancora
più complesse della neurotrasmissione al coordinamento
dell’informazione concettuale. Per questo lavoro ci vuole
molta più saggezza che non per le trovate superficiali in
cui l’ego si sente orgoglioso. Più riusciamo a
rimanere nel centauro, più riusciremo a fondare e a dare
alla nostra vita questo campo più ampio di saggezza e
libertà.
La
maggior parte dei nostri problemi e preoccupazioni di tutti i giorni
derivano dal fatto di voler controllare o manipolare i processi che
l’organismo governerebbe perfettamente senza
l’intervento dell’ego. Per esempio, l’ego
fuorviato cerca di fabbricare la felicità, piacere o
semplicemente gioia nella vita. Noi sentiamo che il piacere
è qualcosa che manca intrinsecamente alla situazione attuale
e che dobbiamo fabbricarlo circondandoci di giochi e aggeggi
sofisticati. Ciò rinforza l’illusione che la
felicità e il piacere possono essere reperiti
dall’esterno, un’illusione che da sola è
capace di bloccare il piacere, cosicché finiamo con il
lottare per qualcosa che ostacola la nostra gioia.
Ritornare
al centauro significa capire che il benessere mentale e fisico
circolano già nell’organismo totale psicofisico.
“L’energia è una gioia eterna, e viene
dal corpo”, disse Blake, e questa è una gioia che
non dipende da ricompense o promesse esterne. Essa deriva
dall’interno, ed è data liberamente nel momento
presente. Mentre l’ego vive nel tempo, con il collo allungato
ai guadagni futuri e il cuore che si lamenta per le perdite passate, il
centauro vive sempre nel nunc fluens, il presente concreto e che
scorre, il presente vivo che né si attacca a ieri,
né piange per il domani, ma si realizza nella
generosità di questo momento (non si tratta del presente
eterno, il nunc stans, ma di un passo nella giusta direzione). La
consapevolezza centaurica è un profondo antidoto per il
mondo dello shock futuro.
Non
soltanto potrete imparare ad accettare sia il volontario che
l’involontario come voi stessi, ma potrete anche cominciare a
capire che, a questo livello più profondo, volontario e
involontario sono una cosa sola. Sono entrambe attività
spontanee del centauro. Sappiamo già che
l’involontario è spontaneo. Ma anche atti di
volontà e decisioni intenzionali nascono spontaneamente.
Cosa c’è dietro un atto di volontà? Un
altro atto di volontà? Io voglio volere o la
volontà succede e basta? Nella prima ipotesi poi, voglio io
volere di volere? Le decisioni si creano spontaneamente, o decido io di
decidere di decidere? In effetti, in qualche caso, anche
l’attività volontaria e deliberata si imbatte
nella spontaneità del centauro, una spontaneità
che si trova alla base e che unifica sia il volontario che
l’involontario. Da questo livello profondo il sé
conduce, come disse Coomaraswamy, “una vita nel presente, non
calcolata”.
Il
risultato più importante di tutte le terapie che agiscono a
questo livello è il cambiamento sottile ma diffuso nella
consapevolezza man mano che l’individuo fa risorgere il
centauro e scopre la sua precedente identità con esso.
Questo potenziale non è soltanto l’insieme dei
potenziali egoici e corporei, ma piuttosto un’interezza che
supera largamente la somma di tutte le sue parti. Per dirlo con le
parole di Rollo May: “Né l’ego,
né il corpo, né l’inconscio possono
essere ‘autonomi’, possono solo esistere come parte
di una totalità. Ed è in questa
totalità che la volontà e la libertà
devono avere le loro basi”. I potenziali allargati di questa
“totalità” sono comunemente conosciuti
come quelli della auto-realizzazione (Goldstein, Maslow), autonomia
(Fromm, Riesman), o significato nella vita (May). Il livello del
centauro è il gran livello del movimento del potenziale
umano, dell’esistenzialismo, della terapia umanistica, ognuna
delle quali ha come presupposto di base l’integrazione di
mente, corpo ed emozioni in un’unità con un ordine
superiore, “una totalità più
profonda”.
Non
è questo l’ambito più adatto per una
dissertazione sull’auto-realizzazione; la seguente citazione
di Maslow è già completa. Essa sottolinea che
cos’è l’auto-realizzazione, e quali sono
i risultati se non si riesce a garantirla:
“Tutti
noi abbiamo un impulso verso la migliore realizzazione dei nostri
potenziali, verso l’auto-realizzazione, o umanizzazione o
realizzazione umana. Ciò è una spinta verso la
costituzione di un sé pienamente impegnato e autentico
… un accento più forte posto sul ruolo
dell’integrazione (o unità, interezza). Risolvere
la dicotomia in un’unità più alta,
più comprensiva, equivale a sanare la scissione nella
persona e a renderla più unificata. Questo è
anche un impulso al meglio, proprio alla cosa migliore che siete in
grado di diventare. Se programmate deliberatamente di essere meno di
quanto siete in grado di essere, allora vi avviso che sarete
profondamente infelici per il resto della vostra vita.”
Come
suggerisce Maslow, l’auto-realizzazione e il significato sono
intimamente connessi. Proprio per questo motivo, i terapeuti
centaurico/esistenziali sono profondamente interessati anche al
significato fondamentale della vita. Non al significato egoico, ma
qualcosa al di là. Una volta raggiunto un ego sano e
corretto, cosa succede? Una volta conseguiti i vostri fini egoici, una
volta che avete la casa, la macchina e stima per voi stessi, una volta
accumulati beni materiali e riconoscimenti professionali, una volta che
avete tutto questo, cosa succede? Quando la storia manca di significati
per l’anima, quando la ricerca del successo materiale nel
mondo esterno è privata di tutta la sua attrattiva, quando
si fa strada in voi la certezza che solo la morte vi aspetta, allora?
Trovare
un significato egoico nella vita vuol dire fare qualcosa nella vita,
fino al punto più appropriato. Ma “oltre
l’ego” significa oltre questo tipo di significato
– un significato che si riferisce meno al fare e
più all’essere. Come disse E.E. Cummings,
“Se puoi essere, sii. Se non puoi, rallegrati e affronta gli
affari degli altri, fa’ e disfa in relazione agli altri,
finché non cadrai”.
Trovare
un significato transegoico nella vita – significato
fondamentale – vuol dire scoprire che i processi propri della
vita stessa generano gioia. Il senso si trova non in azioni o possessi
esterni, ma nelle intime correnti radiose del vostro stesso essere, e
nella liberazione e relazione di queste correnti con il mondo, gli
amici, l’umanità in generale, e
l’infinito stesso.
Trovare
un significato vero nella vita vuol dire anche accettare la morte nella
vita, assistere alla temporaneità di tutto ciò
che è, liberare a ogni espirazione il corpo nel vuoto.
Arrendersi incondizionatamente alla morte a ogni espirazione, significa
rinascere e rigenerarsi a ogni inspirazione. D’altra parte,
indietreggiare di fronte alla morte e alla temporaneità di
ogni momento significa ritrarsi dalla vita di ogni momento,
poiché le due cose sono identiche.
Nel
complesso, il livello del centauro è la sede di: 1)
auto-realizzazione, 2) significato, 3) interessi esistenziali di vita e
morte. La soluzione di tutto ciò richiede una consapevolezza
ben integrata e attenta, una corrente di attenzione alle sensazioni che
invada tutto il corpo e utilizzi l’essere psicofisico tutto
intero. Identificarsi con ego e corpo significa, in realtà,
cambiarli entrambi ponendoli in un contesto nuovo. L’ego
può scendere fino a terra - suo campo e sostegno –
e il corpo può salire fino al cielo – suo spazio e
luce. Il confine, e la battaglia, tra i due è scomparso, un
nuovo gruppo di opposti si è riunito, e si è
scoperta un’unità più profonda. Per la
prima volta potete incorporare la vostra mente e intendere il vostro
corpo.