L’oggetto
di studio più interessante che possa esserci, lo dico
veramente con tutto il cuore, è la morte, sia che si tratti
della nostra morte o di quella di coloro con cui siamo in relazione,
come medici e infermieri o come familiari.
Se
c’è un tema eterno, vero in tutte le epoche, sotto
tutte le latitudini, in tutte le culture e civiltà, un tema
universale, è proprio la morte. Non sappiamo quali
avvenimenti ci riservi il futuro, se per esempio ci ammaleremo, ma
della morte possiamo essere assolutamente certi.
Su
quest’argomento, ancora una volta, il mondo occidentale della
fine del XX° secolo si separa nettamente sia da ciò
che è stato conosciuto nelle epoche più antiche e
di cui abbiamo testimonianze inconfutabili, sia da quello che di queste
società tradizionali sopravvive nei paesi del terzo mondo o
nelle religioni diverse dalla nostra. Fino a questi ultimi decenni, il
mondo dell’Islam era ancora, in larga misura, mussulmano e il
mondo dell’India era indù, ma il mondo occidentale
è cristiano ormai solo a parole. Oggi, le emozioni e le idee
concernenti la morte sono del tutto anormali se le compariamo con
quelle che sono sempre state e che ancora potrebbero essere. Il mondo
moderno non vuole più guardare in faccia né
accettare veramente l’inevitabilità della morte.
Se esiste una realtà certa, manifesta, impossibile da negare
è proprio la morte, e se c’è una
realtà che la mentalità attuale tenta di
eliminare a tutti i costi è proprio la morte.
La
fiducia nei saggi che avevano scoperto la Coscienza che sopravvive alla
morte è scomparsa, e oggi la morte è considerata
quasi dovunque – non dico senza eccezioni, ma quasi senza
eccezioni – come un disastro puro e semplice, come la
scadenza che bisogna rinviare il più a lungo possibile. Se
consideriamo questo atteggiamento nel modo giusto, non può
che apparirci aberrante, perché la morte è
dovunque, ci circonda, ci attende alla svolta della nostra esistenza,
ed è così per i nostri cari, per quelli che ci
amano e ci sono vicini – e lo sappiamo bene.
Non
c’è spiritualità degna di questo nome,
se la morte non è pienamente accettata, tanto pienamente e
gioiosamente accettata quanto l’idea di partire in vacanza
l’estate prossima. Ma questa partenza è ben
più importante e va preparata molto più
seriamente di un viaggio in vacanza.
L’umanità
ha posseduto e trasmesso, di generazione in generazione, un insieme di
conoscenze concernenti la morte. Cosa ne resta oggi? Come ci si prepara
e come si aiutano gli altri a morire? Se la malattia riguarda il
medico, la morte riguarda il lama o il prete, non il medico. Ma oggi la
morte è gestita dai medici, nell’attesa che se ne
approprino i ricercatori scientifici. Scienza, scienza profana e
disumana, quanti crimini si commettono in tuo nome! Ho visto morire
intorno a me i miei parenti e ho ascoltato discutere i medici, a volte
persino con foga, delle misure da prendere o da non prendere per
riuscire a prolungare la loro esistenza di due o tre giorni. Quanto
all’idea che ci sia un’arte di morire, una maniera
cosciente, giusta, di morire, di questo nessuno se ne occupa.
E’ tragico, ma la nostra indignazione non porterà
nessuna soluzione positiva.
L’alternativa
è questa: o la morte, la vostra e quella degli esseri che il
destino mette sulla vostra strada, è vissuta liberamente,
coscientemente, oppure è una morte mancata. La
verità è che ogni essere umano deve prepararsi
molto tempo prima per non mancare la propria morte e oggi sembra
così difficile poter dire a qualcuno che certamente
morirà. Quanto siamo scesi in basso collettivamente in
questa civiltà moderna, se abbiamo fino a questo punto
snaturato l’evento che segna il culmine di tutta la nostra
esistenza umana e che è certamente il più
importante che ci sia dato di vivere. Tra poco condividerò
con voi alcune osservazioni e riflessioni che ho fatto circa il modo in
cui possiamo aiutare gli altri. Ma, almeno per quanto riguarda ciascuno
di voi, cominciate fin d’ora a prepararvi per riuscire la
vostra morte. Ogni verità che ascoltate, ogni momento del
Cammino spirituale vissuto in maniera giusta è una
preparazione alla morte.
Per
usare il linguaggio tecnico dell’induismo, la morte
rappresenta una dissociazione del corpo fisico e del corpo
“causale” e “sottile”, di
conseguenza rappresenta una perturbazione a livello di manomayakosha
(il piano mentale) e di pranamayakosha (il piano energetico). Se per
tutta la vostra vita avete imparato a essere uno, pienamente
‘uno con’ i malesseri, le sofferenze, i disturbi,
tutti gli stati di coscienza anche quelli più sconvolgenti,
sarete pienamente ‘uno con’ i fenomeni che
precedono o che accompagnano il momento stesso in cui avviene
l’ultima espirazione e in cui viene normalmente costatato il
decesso. Dico il momento in cui ‘normalmente’ si
accetta il decesso, perché, oggi, una conseguenza del
successo ottenuto dalla scienza medica è
l’emergere di domande che una volta non esistevano circa
quando e come un essere debba essere considerato morto. Se voi avete
nel corso della vostra esistenza preso coscienza del Sé,
della vostra “Natura di Buddha”, di quel piano
della Coscienza che è indipendente
dall’identificazione con il corpo grossolano o sottile, non
potete più sentire la morte nel modo ordinario ed
è anche a questo che il Cammino può prepararvi.
Ma
potete subito fare vostro questo atteggiamento: mi considero impegnato
su un cammino spirituale, iniziatico, mistico, yogico – non
so quale definizione vi convenga di più – come mi
pongo fronte all’ineluttabilità della mia morte?
Conservo un timore, un’apprensione? La morte rimane per me
misteriosa, angosciante o si tratta di una certezza che non comporta
altre implicazioni a parte la necessità di morire
coscientemente e completamente vigile? Questo non avverrà
miracolosamente all’ultimo minuto, a meno che non siate stati
così impregnati di una fede religiosa che l’idea
di morire significa per voi la certezza di vedere Gesù
faccia a faccia o di accedere alla coscienza del Regno dei Cieli. Ma, a
parte quei pochi che hanno conservato la fede dei semplici e sono
ancora intrisi a livello di tutti i kosha (rivestimenti del
Sé) di questa certezza, come sapere, senza ombra di dubbio,
chi è pienamente pronto a morire in tutta
serenità?
Bisogna
esercitarsi. Se, ogni volta che avete una malattia fisica, ogni volta
che uno stato d’animo vi turba, rifiutate, “create
un secondo”, stabilite una dualità, non siete
‘uno con’ la situazione, come potete sperare di
aderire perfettamente, con tutto il vostro essere e con tutto il vostro
cuore, ai fenomeni fisiologici inevitabili al momento della morte?
Potete morire bene, positivamente, gioiosamente solo se avete
già l’esperienza della possibilità
reale (ma forse ancora sconosciuta da voi che mi leggete) d'essere
libero, autonomo, perfettamente centrato, pienamente sicuro e in pace,
qualunque siano i fenomeni che si possono produrre in voi.
L’esistenza è lì per permettervi di
fare questa esperienza. L’insegnamento fondamentale
è: essere ‘uno con’, aderire, non creare
un secondo, e si applica in modo particolare al tema della preparazione
alla morte.
La
verità fondamentale che dovete ascoltare è: non
considerare la morte come un disastro, come il fallimento della
medicina, come l’ultima sconfitta del medico, delle industrie
farmaceutiche e di una battaglia che è comunque persa in
anticipo. Se non è questa malattia, sarà la
prossima o un incidente o semplicemente lo spegnimento
all’età di 101 anni, come Alexandra David-Neel.
Io
non parlo ai medici o per loro, ma se leggete certi libri, certi saggi
critici, certe serie inchieste sulla morte “oggi”,
vi renderete conto fino a che punto la prospettiva medica è
contraria al punto di vista spirituale. Io ho letto dei testi
importanti, scritti da professori famosi nella loro
specialità, ma molto ignoranti circa l’esperienza
liberatrice, che descrivono perfettamente ciò che chiamano
“la sconfitta estrema della medicina”. Non
c’è nessuna sconfitta estrema della medicina;
esiste una legge universale che è quella del cambiamento nel
mondo manifestato; solo il Non-Manifestato, paragonabile allo schermo
che sottende la proiezione di un film, sfugge alla nascita e alla
morte. Il mondo manifestato è sottomesso al tempo e alla
molteplicità, alla trasformazione, a Brahma, Vishnu e Shiva,
alla nascita e alla morte. Non è tragico, è la
legge stessa dell’esistenza, dovunque,
nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente
grande, nella microfisica o quando si tratta delle galassie, e questo
gioco di nascita e morte, morte e nascita è chiamato dagli
induisti la danza di Shiva: ogni gesto, ogni postura del danzatore
è la sparizione di quelli precedenti e la manifestazione dei
successivi, ma il Danzatore è eterno.
Eppure,
nel momento in cui ci si sente improvvisamente male, in cui bruscamente
si prova un intenso dolore nella regione del cuore, non
c’è più filosofia o teoria induista che
tenga. Dal punto di vista vitale, lo slancio del vostro essere
è un Sì pieno e totale, o un NO, a quello che
può forse rivelarsi come il momento dell’arresto
del vostro funzionamento fisico? E’ ancora più
importante essere pronti, perché la morte spesso si annuncia
con sei mesi o un anno d’anticipo, ma talvolta sopraggiunge
senza preavviso.
Esiste
una legge – ma voi l’accetterete come tale?
– che afferma che la morte è differente a seconda
di come ci si è preparati. Un essere che si è
preparato a morire bene, che è impegnato su un Cammino
spirituale induista, cristiano, sufi, non morirà nelle
condizioni che gli rendano impossibile riuscire questa morte: anche se
il saggio è condannato, assassinato, giustiziato,
avrà i pochi istanti necessari per riuscire la sua morte.
Non sarà ucciso all’improvviso, in un incidente di
macchina, senza tuttavia rendersene conto. Se siete veramente pronti,
potete morire in un secondo, questo secondo sarà sufficiente
perché il Sì, l’Amen, l’Aum
siano totali.
Se
siete convinti che dopo la morte è finita, che non rimane
niente a parte un corpo chiamato cadavere e che si
decomporrà, se cercate soltanto il mezzo per soffrire meno
in questa vita, per contenere le emozioni e non esserne travolti, per
trovare una serenità che vi manca, ma se pensate che la
morte sia la fine di tutto, allora a cosa vi serve impegnarvi a morire
bene?
Vi
parlo con la convinzione, che può essere acquisita
sperimentalmente in questa vita, che la morte non è
né triste né tragica, per lo meno per chi muore,
a condizione che sia pronto. Preparatevi. Ma gli esseri umani sono e
sono sempre stati pronti a morire in modo disuguale. Anche nelle
culture impregnate di spiritualità, come io ne ho conosciute
ancora quindici o vent’anni fa in Afganistan, in India,
nell’ambiente tibetano dell’Himalaya, non ci sono
solo i Ramana Maharshi e i Socrate. Tuttavia, le persone religiose, per
le quali morire non è fonte di paura, possono essere aiutate
a morire. Ma oggi, l’aiuto dato a chi muore è
completamente dimenticato. Consiste soprattutto a somministrare
antalgici che evitano certe sofferenze. Non affermo che, fisicamente,
non sia giustificato, ma la vera questione non è questa. Non
parlo di un aiuto medico, parlo di un aiuto spirituale. Per quanto
riguarda l’aiuto medico, tutto termina al momento della
morte. Non ci sono iniezioni di morfina che producano il loro effetto
dopo la morte. L’aiuto spirituale non considera che tutto
finisce al momento della morte. La Coscienza esiste ancora, staccata
dal corpo fisico.