A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Saper Morire
dal libro “Pour une mort sans peur”
di Arnaud Desjardins
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Traduzione libera di G.Visini

L’oggetto di studio più interessante che possa esserci, lo dico veramente con tutto il cuore, è la morte, sia che si tratti della nostra morte o di quella di coloro con cui siamo in relazione, come medici e infermieri o come familiari.

Se c’è un tema eterno, vero in tutte le epoche, sotto tutte le latitudini, in tutte le culture e civiltà, un tema universale, è proprio la morte. Non sappiamo quali avvenimenti ci riservi il futuro, se per esempio ci ammaleremo, ma della morte possiamo essere assolutamente certi.

Su quest’argomento, ancora una volta, il mondo occidentale della fine del XX° secolo si separa nettamente sia da ciò che è stato conosciuto nelle epoche più antiche e di cui abbiamo testimonianze inconfutabili, sia da quello che di queste società tradizionali sopravvive nei paesi del terzo mondo o nelle religioni diverse dalla nostra. Fino a questi ultimi decenni, il mondo dell’Islam era ancora, in larga misura, mussulmano e il mondo dell’India era indù, ma il mondo occidentale è cristiano ormai solo a parole. Oggi, le emozioni e le idee concernenti la morte sono del tutto anormali se le compariamo con quelle che sono sempre state e che ancora potrebbero essere. Il mondo moderno non vuole più guardare in faccia né accettare veramente l’inevitabilità della morte. Se esiste una realtà certa, manifesta, impossibile da negare è proprio la morte, e se c’è una realtà che la mentalità attuale tenta di eliminare a tutti i costi è proprio la morte.

La fiducia nei saggi che avevano scoperto la Coscienza che sopravvive alla morte è scomparsa, e oggi la morte è considerata quasi dovunque – non dico senza eccezioni, ma quasi senza eccezioni – come un disastro puro e semplice, come la scadenza che bisogna rinviare il più a lungo possibile. Se consideriamo questo atteggiamento nel modo giusto, non può che apparirci aberrante, perché la morte è dovunque, ci circonda, ci attende alla svolta della nostra esistenza, ed è così per i nostri cari, per quelli che ci amano e ci sono vicini – e lo sappiamo bene.

Non c’è spiritualità degna di questo nome, se la morte non è pienamente accettata, tanto pienamente e gioiosamente accettata quanto l’idea di partire in vacanza l’estate prossima. Ma questa partenza è ben più importante e va preparata molto più seriamente di un viaggio in vacanza.

L’umanità ha posseduto e trasmesso, di generazione in generazione, un insieme di conoscenze concernenti la morte. Cosa ne resta oggi? Come ci si prepara e come si aiutano gli altri a morire? Se la malattia riguarda il medico, la morte riguarda il lama o il prete, non il medico. Ma oggi la morte è gestita dai medici, nell’attesa che se ne approprino i ricercatori scientifici. Scienza, scienza profana e disumana, quanti crimini si commettono in tuo nome! Ho visto morire intorno a me i miei parenti e ho ascoltato discutere i medici, a volte persino con foga, delle misure da prendere o da non prendere per riuscire a prolungare la loro esistenza di due o tre giorni. Quanto all’idea che ci sia un’arte di morire, una maniera cosciente, giusta, di morire, di questo nessuno se ne occupa. E’ tragico, ma la nostra indignazione non porterà nessuna soluzione positiva.

L’alternativa è questa: o la morte, la vostra e quella degli esseri che il destino mette sulla vostra strada, è vissuta liberamente, coscientemente, oppure è una morte mancata. La verità è che ogni essere umano deve prepararsi molto tempo prima per non mancare la propria morte e oggi sembra così difficile poter dire a qualcuno che certamente morirà. Quanto siamo scesi in basso collettivamente in questa civiltà moderna, se abbiamo fino a questo punto snaturato l’evento che segna il culmine di tutta la nostra esistenza umana e che è certamente il più importante che ci sia dato di vivere. Tra poco condividerò con voi alcune osservazioni e riflessioni che ho fatto circa il modo in cui possiamo aiutare gli altri. Ma, almeno per quanto riguarda ciascuno di voi, cominciate fin d’ora a prepararvi per riuscire la vostra morte. Ogni verità che ascoltate, ogni momento del Cammino spirituale vissuto in maniera giusta è una preparazione alla morte.

Per usare il linguaggio tecnico dell’induismo, la morte rappresenta una dissociazione del corpo fisico e del corpo “causale” e “sottile”, di conseguenza rappresenta una perturbazione a livello di manomayakosha (il piano mentale) e di pranamayakosha (il piano energetico). Se per tutta la vostra vita avete imparato a essere uno, pienamente ‘uno con’ i malesseri, le sofferenze, i disturbi, tutti gli stati di coscienza anche quelli più sconvolgenti, sarete pienamente ‘uno con’ i fenomeni che precedono o che accompagnano il momento stesso in cui avviene l’ultima espirazione e in cui viene normalmente costatato il decesso. Dico il momento in cui ‘normalmente’ si accetta il decesso, perché, oggi, una conseguenza del successo ottenuto dalla scienza medica è l’emergere di domande che una volta non esistevano circa quando e come un essere debba essere considerato morto. Se voi avete nel corso della vostra esistenza preso coscienza del Sé, della vostra “Natura di Buddha”, di quel piano della Coscienza che è indipendente dall’identificazione con il corpo grossolano o sottile, non potete più sentire la morte nel modo ordinario ed è anche a questo che il Cammino può prepararvi.

Ma potete subito fare vostro questo atteggiamento: mi considero impegnato su un cammino spirituale, iniziatico, mistico, yogico – non so quale definizione vi convenga di più – come mi pongo fronte all’ineluttabilità della mia morte? Conservo un timore, un’apprensione? La morte rimane per me misteriosa, angosciante o si tratta di una certezza che non comporta altre implicazioni a parte la necessità di morire coscientemente e completamente vigile? Questo non avverrà miracolosamente all’ultimo minuto, a meno che non siate stati così impregnati di una fede religiosa che l’idea di morire significa per voi la certezza di vedere Gesù faccia a faccia o di accedere alla coscienza del Regno dei Cieli. Ma, a parte quei pochi che hanno conservato la fede dei semplici e sono ancora intrisi a livello di tutti i kosha (rivestimenti del Sé) di questa certezza, come sapere, senza ombra di dubbio, chi è pienamente pronto a morire in tutta serenità?

Bisogna esercitarsi. Se, ogni volta che avete una malattia fisica, ogni volta che uno stato d’animo vi turba, rifiutate, “create un secondo”, stabilite una dualità, non siete ‘uno con’ la situazione, come potete sperare di aderire perfettamente, con tutto il vostro essere e con tutto il vostro cuore, ai fenomeni fisiologici inevitabili al momento della morte? Potete morire bene, positivamente, gioiosamente solo se avete già l’esperienza della possibilità reale (ma forse ancora sconosciuta da voi che mi leggete) d'essere libero, autonomo, perfettamente centrato, pienamente sicuro e in pace, qualunque siano i fenomeni che si possono produrre in voi. L’esistenza è lì per permettervi di fare questa esperienza. L’insegnamento fondamentale è: essere ‘uno con’, aderire, non creare un secondo, e si applica in modo particolare al tema della preparazione alla morte.

La verità fondamentale che dovete ascoltare è: non considerare la morte come un disastro, come il fallimento della medicina, come l’ultima sconfitta del medico, delle industrie farmaceutiche e di una battaglia che è comunque persa in anticipo. Se non è questa malattia, sarà la prossima o un incidente o semplicemente lo spegnimento all’età di 101 anni, come Alexandra David-Neel.

Io non parlo ai medici o per loro, ma se leggete certi libri, certi saggi critici, certe serie inchieste sulla morte “oggi”, vi renderete conto fino a che punto la prospettiva medica è contraria al punto di vista spirituale. Io ho letto dei testi importanti, scritti da professori famosi nella loro specialità, ma molto ignoranti circa l’esperienza liberatrice, che descrivono perfettamente ciò che chiamano “la sconfitta estrema della medicina”. Non c’è nessuna sconfitta estrema della medicina; esiste una legge universale che è quella del cambiamento nel mondo manifestato; solo il Non-Manifestato, paragonabile allo schermo che sottende la proiezione di un film, sfugge alla nascita e alla morte. Il mondo manifestato è sottomesso al tempo e alla molteplicità, alla trasformazione, a Brahma, Vishnu e Shiva, alla nascita e alla morte. Non è tragico, è la legge stessa dell’esistenza, dovunque, nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande, nella microfisica o quando si tratta delle galassie, e questo gioco di nascita e morte, morte e nascita è chiamato dagli induisti la danza di Shiva: ogni gesto, ogni postura del danzatore è la sparizione di quelli precedenti e la manifestazione dei successivi, ma il Danzatore è eterno.

Eppure, nel momento in cui ci si sente improvvisamente male, in cui bruscamente si prova un intenso dolore nella regione del cuore, non c’è più filosofia o teoria induista che tenga. Dal punto di vista vitale, lo slancio del vostro essere è un Sì pieno e totale, o un NO, a quello che può forse rivelarsi come il momento dell’arresto del vostro funzionamento fisico? E’ ancora più importante essere pronti, perché la morte spesso si annuncia con sei mesi o un anno d’anticipo, ma talvolta sopraggiunge senza preavviso.

Esiste una legge – ma voi l’accetterete come tale? – che afferma che la morte è differente a seconda di come ci si è preparati. Un essere che si è preparato a morire bene, che è impegnato su un Cammino spirituale induista, cristiano, sufi, non morirà nelle condizioni che gli rendano impossibile riuscire questa morte: anche se il saggio è condannato, assassinato, giustiziato, avrà i pochi istanti necessari per riuscire la sua morte. Non sarà ucciso all’improvviso, in un incidente di macchina, senza tuttavia rendersene conto. Se siete veramente pronti, potete morire in un secondo, questo secondo sarà sufficiente perché il Sì, l’Amen, l’Aum siano totali.

Se siete convinti che dopo la morte è finita, che non rimane niente a parte un corpo chiamato cadavere e che si decomporrà, se cercate soltanto il mezzo per soffrire meno in questa vita, per contenere le emozioni e non esserne travolti, per trovare una serenità che vi manca, ma se pensate che la morte sia la fine di tutto, allora a cosa vi serve impegnarvi a morire bene?

Vi parlo con la convinzione, che può essere acquisita sperimentalmente in questa vita, che la morte non è né triste né tragica, per lo meno per chi muore, a condizione che sia pronto. Preparatevi. Ma gli esseri umani sono e sono sempre stati pronti a morire in modo disuguale. Anche nelle culture impregnate di spiritualità, come io ne ho conosciute ancora quindici o vent’anni fa in Afganistan, in India, nell’ambiente tibetano dell’Himalaya, non ci sono solo i Ramana Maharshi e i Socrate. Tuttavia, le persone religiose, per le quali morire non è fonte di paura, possono essere aiutate a morire. Ma oggi, l’aiuto dato a chi muore è completamente dimenticato. Consiste soprattutto a somministrare antalgici che evitano certe sofferenze. Non affermo che, fisicamente, non sia giustificato, ma la vera questione non è questa. Non parlo di un aiuto medico, parlo di un aiuto spirituale. Per quanto riguarda l’aiuto medico, tutto termina al momento della morte. Non ci sono iniezioni di morfina che producano il loro effetto dopo la morte. L’aiuto spirituale non considera che tutto finisce al momento della morte. La Coscienza esiste ancora, staccata dal corpo fisico.

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007