La
cosa più importante che dovete capire circa la morte, anche
se contraddice le abitudini ordinarie, è la seguente: non
aiuterete qualcuno che muore o che è appena morto se voi
stessi soffrite per la sua morte, se vi disperate, piangete e vi
lamentate. E’ così serio e importante che vi
chiedo di osservare quello che reagisce in voi e di non ascoltare
queste parole con un orecchio distratto. Per quanto dolorosa vi sembri
la morte di vostra moglie, di vostro marito, di vostro figlio, della
migliore amica, del padre e della madre, non potete aiutare chi muore o
chi è appena morto se non accettate totalmente e con tutto
il vostro cuore che ciò che è sia,
cioè che quella persona muoia o sia morta.
Mi
ricordo di una lettera che Swamiji aveva scritto a due di noi, un
marito e una moglie, che avevano perso il loro neonato. Forse
è meno terribile perdere un lattante di un bambino di tre o
quattro anni che ci ha dato tanti sorrisi, tanti sguardi affascinati,
tante parole gentili; ma quando qualcuno ha desiderato un figlio e
quando questo figlio arriva a rappresentare un simbolo che trascende la
persona, è una cosa atroce scoprire che è morto
durante la notte. E Swamiji ha scritto a questo padre e a questa madre
una lettera insieme scioccante e ammirabile di cui ho letto e riletto
spesso la copia in inglese.
In
questa lettera Swamiji non utilizzava mai la parola
‘morte’ o ‘morire’, death o to
die, ma sempre “to go, to go away, he has gone
away”, che significa partire, allontanarsi. Scriveva in
sostanza – cito a memoria: “Se questo bambino vi ha
lasciato e questo bambino vi era così caro, non potete
immaginare di fare qualcosa di crudele o di doloroso per lui. Ebbene se
piangete, se deplorate la sua dipartita, esercitate su di lui
un’attrazione opposta al movimento naturale del suo destino,
che è quello di passare a un'altra forma
d’esistenza. Il suo karma termina qui. La
necessità di questa incarnazione era di venire sulla terra
per qualche settimana soltanto, prima di continuare sotto
un’altra forma o un’altra incarnazione. Gemendo
interiormente, soffrendo, sentendosi lacerati dal rifiuto di
ciò che è e dall’emozione dolorosa, voi
attirate questo bambino, lo chiamate, il vostro cuore grida:
“Perché ci abbandoni, perché te ne vai
lontano? Rimani con noi. Non è possibile, non può
essere vero, fa che non sia vero”.
Penso
con un amore infinito al grido che sale dal cuore di una madre davanti
al cadavere gelato: “Mi dica che non è vero,
dottore, che vivrà!” Mentre sa bene che non
vivrà, ma è troppo duro da accettare.
E’ perché siamo troppo abituati a girare le spalle
alla verità e a rifiutare che ciò che
è sia, che abbiamo, nei confronti della morte di coloro che
ci circondano, un atteggiamento che è puramente e
semplicemente menzognero e dunque scandaloso per chi pretende di essere
“un ricercatore della verità”. In quella
lettera, Swamiji diceva pressappoco: potete mettere il bambino che vi
è così caro in difficoltà, potete
farlo sentire lacerato tra il movimento del suo destino che
è di allontanarsi e il grido del vostro cuore che
è di rifiutare questo movimento e di richiamarlo indietro?
No, certamente no, l’amate troppo per fare questo. So you may
gladly – e la parola gladly significa volentieri, se non
persino gioiosamente – so you may gladly, così voi
potete dal fondo del cuore dirgli: “Va, figlio mio, va dove
il tuo destino ti chiama, farewell my son, farewell, addio figlio mio,
addio”.
Se
nostra figlia parte in viaggio di nozze con il marito, non vorremmo
rovinare la sua partenza singhiozzando sulla banchina da cui parte la
nave o all’aeroporto da dove decolla l’aereo che la
porta via. Lamentarsi perché nostra figlia ci lascia per la
sua nuova vita di sposa, sarebbe distruggere la sua gioia e non sarebbe
anche l’espressione di un egoismo totale, mascherato sotto
parole come compassione, generosità, sensibilità,
amore? Allora come possiamo rovinare con i nostri errori, il momento
straordinario in cui un essere umano abbandona il corpo fisico e
può abbandonarlo in modo cosciente?
Per
quello che concerne voi, l’idea di cui dovete impregnarvi
è di vedere la vostra morte come un avvenimento a cui siete
decisi a dire un sì totale e che vi impegna totalmente. Per
quello che riguarda la morte degli altri, si tratta anche qui di
vederla come un avvenimento a cui siete decisi a dire un sì
totale e che vi impegna totalmente. Non è facile, eppure
è la verità.
***
Dovete
esercitarvi a vedere fino in fondo i vostri eventuali rifiuti della
verità, per essere pronti, un giorno, ad andare oltre questa
menzogna che consiste nel negare ciò che è.
Aderire perfettamente alla propria sofferenza, senza resistere,
è anche rendere possibile che essa non sia più
insopportabile e che al fondo stesso di questo dolore straziante
completamente accettato, possiamo trovare la pace che va oltre ogni
comprensione e la serenità di un altro mondo.
Ogni
rifiuto di ciò che è, rappresenta sempre il
tentativo di una menzogna, quella di gridare più forte della
verità. La rivolta e la disperazione perché
qualcuno morirà, sta per morire, è morto sono
movimenti naturali per la maggior parte degli esseri umani di oggi, ma
certamente non un atteggiamento giusto e dobbiamo almeno essere molto
chiari su questo punto. E’ vero – e questo
può essere verificato – che negli ambienti molto
religiosi la morte è accettata, generalmente, meglio di
quanto accada negli ambienti non religiosi. Mi ricordo di
un’infermiera francese di Kabul che, una sera, nel mezzo di
una cena tra amici, raccontava di non poter più sopportare
l’attitudine delle madri afgane che dicevano: “Dio
l’ha donato, Dio l’ha ripreso”, quando il
loro figlioletto moriva, invece di urlare e di torcersi le mani nei
corridoi dell’ospedale. Questo atteggiamento di accettazione
era per lei inaccettabile.
E’
sicuramente vero che molte persone, pur non avendo mai sentito parlare
di Swami Prajnanpad, hanno vissuto la morte dei loro cari con
serenità, ed è sicuramente vero che altri hanno
vissuto la propria morte con serenità. Ma oggi non parlo ad
Afgani impregnati di Islam, o a Cristiani del XII° secolo,
parlo ai francesi del XX° secolo. L’atteggiamento che
vi spinge a mancare l’avvenimento più importante
della vostra vita e che vi impedisce di aiutare coloro che vi
circondano è destinato a rafforzarsi nei prossimi anni: esso
consiste a considerare la morte solo dal punto di vista medico, e
questo non h alcun senso perché la morte è
proprio il momento in cui la medicina non serve più.
La
malattia riguarda il medico, la morte riguarda il lama o il prete. Ci
sono ancora dei lama tra i Tibetani, ma i preti, oggi, non sono
più chiamati al capezzale del morente o lo sono del tutto
casualmente – “possiamo fare questo per il nonno
che sta morendo, non si sa mai”. Sono, inoltre, essi stessi
raramente disponibili perché poco numerosi e completamente
assorbiti dal loro ministero parrocchiale. Mi hanno raccontato molti
casi in cui il prete è arrivato, per dare
un’estrema unzione, frettolosamente, quasi in ritardo, di
corsa, perché altri impegni importanti lo attendevano. Non
siete voi i responsabili della diminuzione delle vocazioni sacerdotali,
ma sta di fatto che è così.
Il
fondamento di tutto ciò che potete fare per coloro che
muoiono intorno a voi, è la vostra attitudine di adesione
totale alla loro morte: sì, un sì positivo. In
che misura potete manifestare esteriormente questo atteggiamento
interiore? Ecco una domanda importante. Ma almeno potete avere il
controllo dell’atteggiamento interiore, anche se le
circostanze vi impediscono di dire al vostro prossimo: “Dal
punto di vista medico, solo un miracolo può salvarti. Se non
è entro un mese, sarà entro due mesi, ma ci
lascerai”. Potete dire questo? Non lo si dice più
oggi. Ma è un altro argomento. Che almeno quello che emana
dal più profondo di voi, quello che diffondete intorno a voi
sia il sì, aum, amen.
Ciò
che è, è. Ogni volta che ci ribelliamo, che
creiamo una disarmonia con la realtà, manchiamo
l’Essenziale, torniamo nel mondo limitato della sofferenza,
della morte, dell’assurdo e chiudiamo le porte della grande
Realtà divina promessa dal Cristo, da Buddha, dal Vedanta e
da tutti gli insegnamenti spirituali. Certamente, una volta che siamo
d’accordo sul nostro atteggiamento fondamentale, sarebbe
giusto poter aiutare un’altra persona a morire
coscientemente, senza mentirle e senza continuare a dire, quando tutti
sanno che è ormai una questione di giorni: “Su,
guarisci presto, a settembre andremo a fare una crociera in
Grecia”.
Che
vergogna ridurre l’essere umano ad una tale
mediocrità, a questa paura, a questa menzogna, a
quest’assurdo accecamento. Ma la condizione preliminare alla
possibilità di sentire come agire giustamente nelle
circostanze date, è il vostro atteggiamento profondo di
accettazione. Siate stabilizzati nel sì:
“Sì, papà sta morendo di un cancro ai
polmoni, sì.” E questa morte, dal punto di vista
medico, se non si è accecati, se non si è
ipnotizzati dall’attesa di una nuova tecnica di trattamento,
tutti i medici di buonsenso la sanno inevitabile e si
produrrà approssimativamente al momento previsto.
***
Già
è molto per colui che muore se chi lo circonda non rifiuta
il fatto che muore, non manifesta né inquietudine,
né tensione e ancor meno panico e singhiozzi prematuri.
Forse potete ammettere, a titolo di ipotesi, che la morte sia un
passaggio, una modalità particolare del gioco incessante di
nascite e morti, di trasformazioni continue. Non finisce tutto al
momento dell’ultimo respiro, dell’ultima
espirazione. E durante tre giorni, potete fare ancora qualcosa per la
persona che è morta. Ora, forse pensate che mi avventuro in
pieno occultismo, in pieno misticismo senza prove. Va bene. Non
accettate, ma neppure rifiutate. Semplicemente sospendete il giudizio
su ciò che dico, con la possibilità, magari
più avanti, di verificarlo.
A
ogni modo, chiediamoci perché c’è una
tale unanimità su questo punto in tutte le tradizioni del
mondo antico, che sia attraverso la pratica delle veglie funebri, o
della lettura del Bardo-Thodol, il Libro dei Morti tibetano. Un giovane
maestro tibetano Sogyal Rimpoche, che esprime in un linguaggio moderno
l’autenticità della tradizione tibetana nyingmapa,
ha scritto un capitolo “La morte è
un’altra nascita”, in cui usa
l’espressione il “neo-morto” per analogia
con il “neo-nato” (Sogyal Rimpoche, Il libro
tibetano del vivere e del morire, Ubaldini). Questa formula
è perfetta per definire l’attitudine tradizionale
tibetana: l’essere che è appena morto è
passato da un mondo a un altro, proprio come colui che è
appena nato e che ha lasciato l’universo senza
dualità del cordone ombelicale per il sorprendente mondo
dell’autonomia respiratoria e delle sensazioni. Se avete
letto il libro di Frédérick Leboyer sulla
“Nascita senza violenza”, se avete visto il suo
film, vi siete forse convinti che dice la verità, e che il
neonato è sorpreso, turbato, spaesato, anche se è
nato e morto, nato e morto, molte volte nelle vite anteriori. Ebbene,
chi è appena morto, come dice così bene Sogyal
Rimpoche, è un neo-morto; ha appena lasciato un mondo cui
era abituato per arrivare in un mondo nuovo, insolito, strano,
perché non ha più a disposizione i punti
d’appoggio fisici.
Se
siete familiari con certi “tuffi” abbastanza
profondi nell’inconscio, siete meglio piazzati per
comprendere come può essere uno stato di coscienza privato
dei punti d’appoggio fisici e mentali abituali, ancor
più se avete avuto delle esperienze di Sopra-Coscienza,
tecnicamente chiamata samadhi. In ogni modo, almeno
nell’ascesi che seguite qui, potete raggiungere delle
modalità di coscienza che permettono di intravedere cosa
sarebbe una Coscienza libera dalle identificazioni ordinarie, del tutto
differente
da quella di superficie che è completamente confusa con la
forma fisica e i meccanismi mentali che conosciamo.
Durante
tre giorni, l’atteggiamento di coloro che circondano il
defunto può essere di grande aiuto, a condizione che sia
positiva, e non una serie di lamenti che non possono che turbare ancora
di più quest’essere che diciamo di amare e a cui
pretendiamo di volere bene. Non voglio fare una discussione tecnica sui
metodi cattolici, buddhisti, tibetani, taoisti e induisti utilizzati
per aiutare questo neo-morto. Vi segnalo semplicemente questa
unanimità nelle tradizioni. Almeno un’attitudine
vi è possibile, il superamento di ogni emozione individuale
che sarebbe puramente egoistica, perché è
cinicamente egoistico proiettare la vostra disperazione su questo
neo-morto. Così come faremmo qualcosa per un vivente ferito
sul ciglio della strada e vorremmo che altri lo facessero per noi
quando sarà il nostro turno, noi possiamo coscientemente
circondare il morente e in seguito il morto di pensieri e di sentimenti
positivi che vanno tutti nel senso: “Sì,
sì, non ti preoccupare, vai per la tua strada, vai avanti,
non ti preoccupare”. Questo almeno è possibile.
Naturalmente,
l’asceta, che si è preparato, affronta al momento
della morte queste esperienze di una nuova coscienza in modo del tutto
differente. La tradizione vuole che il saggio non si reincarni
più, ma è una questione che non
affronterò oggi. Parlo a un livello più semplice
e accessibile, quello di ciò che vi attende tutti.
***
Quello
di cui parlo qui e che, come ho detto, ci riguarda tutti in sommo
grado, si riferisce, lo vedete, alle abitudini attuali che consistono
nel negare la morte il più a lungo possibile, di tentare
ancora un’ultima cura, e poi di lamentarsi e di disperarsi o
al contrario di rallegrarsi, perché l’agonia
durata mesi è stata troppo lunga, troppo logorante. Sono
comportamenti emozionali, non la condotta unificata e cosciente degna
di un essere umano e degna di colui o colei che sono passati a
quell’altra forma di vita che noi chiamiamo morte.
I
genitori hanno una grande responsabilità per quanto riguarda
la maniera con cui rendono familiari i loro figli, ancora piccoli,
impressionabili, influenzabili, con la certezza della morte.
E’ vostro dovere fin d’ora non impregnare i vostri
figli con l’idea che la morte sia un disastro, una tragedia,
una causa di disperazione, “il fallimento della
medicina”, in modo che abbiano sulla morte idee diverse dalla
sola speranza posta nella ricerca medica: “Sembra che un
premio Nobel è sul punto di scoprire come curare il
cancro”. La streptomicina è stata certamente una
grande cura per la tubercolosi polmonare – ne parlo con
conoscenza di causa. E poi? Sono stato salvato da una tubercolosi
caseosa evolutiva, ma morirò comunque un giorno.
Pensate
in quale contesto crescono i bambini. Come genitori, potete
familiarizzarli poco a poco con un’idea del tutto differente:
è normale morire, se ci si può curare ci si cura,
ma c’è un destino, un ordine naturale e la morte
non è soltanto il fallimento delle cure mediche. La morte
è un valore positivo non negativo. Che lo vogliate o no,
bisogna essere un pazzo o un idiota per fare di una certezza
così ineluttabile quale è la morte un valore
talmente negativo, rifiutato e negato il più possibile. Devo
dirvi, di passaggio, che per la quasi totali degli Indù
tradizionali, impregnati di Vedanta, l’immensa speranza che
si è diffusa tra i discepoli di Mère,
nell’ashram di Aurobindo, cioè
l’immortalità nel corpo fisico, appare
semplicemente assurda e antimetafisica. Continuare a mettere al mondo
figli e ottenere l’immortalità nel corpo fisico
renderebbe il pianeta del tutto invivibile nel lasso di pochi anni!
E’ l’atteggiamento più materialistico
che si possa immaginare. Non parlo solo a nome mio, ma di tutti i
saggi, tutti i jivanmukta (“liberati in vita”) che
ho interrogato. Sul Cammino che seguite qui, guardatevi dal farvi
influenzare da questa mentalità moderna antispirituale che
consiste nel rifiutare sottilmente la legge e la verità, nel
voler trionfare costi quel che costi sulla morte, e, di fatto, nel
voler rifare la Creazione.
A
qualcuno che gli chiedeva: “Ma non puoi fare un miracolo per
te come ne hai fatti per gli altri?” Ramana Maharshi
rispondeva: “La legge della cellula cancerogena è
di proliferare”. Ecco una risposta da Saggio. Ma, se fosse
stato possibile curarlo, perché non farlo? Quante volte vi
ho già ripetuto anche un’altra frase del Maharshi
che trovo incomparabile. Soffriva intensamente per un cancro della
guaina di un nervo – ed è evidente che non si
amministra la morfina a un jivanmukta indù – ma,
un giorno, ha detto: “Ho mal di testa, datemi due
aspirine”, perché, contro il mal di testa, le due
compresse di aspirina potevano servire. E’
l’insegnamento di un Maestro. Ricevuta da M>
Anandamayi, una signora europea si lamentava di essere molto malata:
“Tutto il mio soggiorno in India è rovinato, ho
sognato da tanto tempo di venire all’ashram e adesso che ci
sono arrivata, sto male”. M> le rispose:
“E’ la volontà di Dio che lei sia
malata”. La signora non la prese molto bene.
Volontà di Dio o meno, aveva atteso, aveva risparmiato per
mesi ed ecco che la sua visita era rovinata. Ma M> aggiunse:
“E’ anche la volontà di Dio che ci sia
un buon medico, conosciuto dall’ashram, a cinquecento metri
da qui”. Semplice. E’ la volontà di Dio
che sia malata, ma è anche la volontà di Dio che
ci sia un buon medico conosciuto dall’ashram.
Poiché è possibile, si faccia curare.
No,
non è il caso di dirvi oggi delle parole che non potrebbero
in nessun caso essere messe in pratica: “Non curate i malati,
spetta a Dio guarirli”. Il modo più semplice di
interpretare la fede, è quella di M> Anandamayi.
E’ la volontà di Dio che i malati siano malati ed
è la volontà di Dio che ci sia una farmacia di
guardia aperta tutta la notte. Ma, una volta che il buon senso ha
parlato, non lasciatelo trasformare in menzogna e intossicarvi di nuovo
con la mentalità antispirituale che regna oggi. Possiamo
curare. Fino a un certo punto, possiamo guarire. Ma la medicina ha i
suoi limiti, il medico ha i suoi limiti. Invece, il saggio, il lama, il
prete non hanno limiti perché per loro la morte non
è né un fallimento né uno scandalo.
E’ semplicemente il momento più importante della
vita di cui sono specialisti, come il medico è specialista
della malattia.