A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Saper Morire
dal libro “Pour une mort sans peur”
di Arnaud Desjardins
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La cosa più importante che dovete capire circa la morte, anche se contraddice le abitudini ordinarie, è la seguente: non aiuterete qualcuno che muore o che è appena morto se voi stessi soffrite per la sua morte, se vi disperate, piangete e vi lamentate. E’ così serio e importante che vi chiedo di osservare quello che reagisce in voi e di non ascoltare queste parole con un orecchio distratto. Per quanto dolorosa vi sembri la morte di vostra moglie, di vostro marito, di vostro figlio, della migliore amica, del padre e della madre, non potete aiutare chi muore o chi è appena morto se non accettate totalmente e con tutto il vostro cuore che ciò che è sia, cioè che quella persona muoia o sia morta.

Mi ricordo di una lettera che Swamiji aveva scritto a due di noi, un marito e una moglie, che avevano perso il loro neonato. Forse è meno terribile perdere un lattante di un bambino di tre o quattro anni che ci ha dato tanti sorrisi, tanti sguardi affascinati, tante parole gentili; ma quando qualcuno ha desiderato un figlio e quando questo figlio arriva a rappresentare un simbolo che trascende la persona, è una cosa atroce scoprire che è morto durante la notte. E Swamiji ha scritto a questo padre e a questa madre una lettera insieme scioccante e ammirabile di cui ho letto e riletto spesso la copia in inglese.

In questa lettera Swamiji non utilizzava mai la parola ‘morte’ o ‘morire’, death o to die, ma sempre “to go, to go away, he has gone away”, che significa partire, allontanarsi. Scriveva in sostanza – cito a memoria: “Se questo bambino vi ha lasciato e questo bambino vi era così caro, non potete immaginare di fare qualcosa di crudele o di doloroso per lui. Ebbene se piangete, se deplorate la sua dipartita, esercitate su di lui un’attrazione opposta al movimento naturale del suo destino, che è quello di passare a un'altra forma d’esistenza. Il suo karma termina qui. La necessità di questa incarnazione era di venire sulla terra per qualche settimana soltanto, prima di continuare sotto un’altra forma o un’altra incarnazione. Gemendo interiormente, soffrendo, sentendosi lacerati dal rifiuto di ciò che è e dall’emozione dolorosa, voi attirate questo bambino, lo chiamate, il vostro cuore grida: “Perché ci abbandoni, perché te ne vai lontano? Rimani con noi. Non è possibile, non può essere vero, fa che non sia vero”.

Penso con un amore infinito al grido che sale dal cuore di una madre davanti al cadavere gelato: “Mi dica che non è vero, dottore, che vivrà!” Mentre sa bene che non vivrà, ma è troppo duro da accettare. E’ perché siamo troppo abituati a girare le spalle alla verità e a rifiutare che ciò che è sia, che abbiamo, nei confronti della morte di coloro che ci circondano, un atteggiamento che è puramente e semplicemente menzognero e dunque scandaloso per chi pretende di essere “un ricercatore della verità”. In quella lettera, Swamiji diceva pressappoco: potete mettere il bambino che vi è così caro in difficoltà, potete farlo sentire lacerato tra il movimento del suo destino che è di allontanarsi e il grido del vostro cuore che è di rifiutare questo movimento e di richiamarlo indietro? No, certamente no, l’amate troppo per fare questo. So you may gladly – e la parola gladly significa volentieri, se non persino gioiosamente – so you may gladly, così voi potete dal fondo del cuore dirgli: “Va, figlio mio, va dove il tuo destino ti chiama, farewell my son, farewell, addio figlio mio, addio”.

Se nostra figlia parte in viaggio di nozze con il marito, non vorremmo rovinare la sua partenza singhiozzando sulla banchina da cui parte la nave o all’aeroporto da dove decolla l’aereo che la porta via. Lamentarsi perché nostra figlia ci lascia per la sua nuova vita di sposa, sarebbe distruggere la sua gioia e non sarebbe anche l’espressione di un egoismo totale, mascherato sotto parole come compassione, generosità, sensibilità, amore? Allora come possiamo rovinare con i nostri errori, il momento straordinario in cui un essere umano abbandona il corpo fisico e può abbandonarlo in modo cosciente?

Per quello che concerne voi, l’idea di cui dovete impregnarvi è di vedere la vostra morte come un avvenimento a cui siete decisi a dire un sì totale e che vi impegna totalmente. Per quello che riguarda la morte degli altri, si tratta anche qui di vederla come un avvenimento a cui siete decisi a dire un sì totale e che vi impegna totalmente. Non è facile, eppure è la verità.

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Dovete esercitarvi a vedere fino in fondo i vostri eventuali rifiuti della verità, per essere pronti, un giorno, ad andare oltre questa menzogna che consiste nel negare ciò che è. Aderire perfettamente alla propria sofferenza, senza resistere, è anche rendere possibile che essa non sia più insopportabile e che al fondo stesso di questo dolore straziante completamente accettato, possiamo trovare la pace che va oltre ogni comprensione e la serenità di un altro mondo.

Ogni rifiuto di ciò che è, rappresenta sempre il tentativo di una menzogna, quella di gridare più forte della verità. La rivolta e la disperazione perché qualcuno morirà, sta per morire, è morto sono movimenti naturali per la maggior parte degli esseri umani di oggi, ma certamente non un atteggiamento giusto e dobbiamo almeno essere molto chiari su questo punto. E’ vero – e questo può essere verificato – che negli ambienti molto religiosi la morte è accettata, generalmente, meglio di quanto accada negli ambienti non religiosi. Mi ricordo di un’infermiera francese di Kabul che, una sera, nel mezzo di una cena tra amici, raccontava di non poter più sopportare l’attitudine delle madri afgane che dicevano: “Dio l’ha donato, Dio l’ha ripreso”, quando il loro figlioletto moriva, invece di urlare e di torcersi le mani nei corridoi dell’ospedale. Questo atteggiamento di accettazione era per lei inaccettabile.

E’ sicuramente vero che molte persone, pur non avendo mai sentito parlare di Swami Prajnanpad, hanno vissuto la morte dei loro cari con serenità, ed è sicuramente vero che altri hanno vissuto la propria morte con serenità. Ma oggi non parlo ad Afgani impregnati di Islam, o a Cristiani del XII° secolo, parlo ai francesi del XX° secolo. L’atteggiamento che vi spinge a mancare l’avvenimento più importante della vostra vita e che vi impedisce di aiutare coloro che vi circondano è destinato a rafforzarsi nei prossimi anni: esso consiste a considerare la morte solo dal punto di vista medico, e questo non h alcun senso perché la morte è proprio il momento in cui la medicina non serve più.

La malattia riguarda il medico, la morte riguarda il lama o il prete. Ci sono ancora dei lama tra i Tibetani, ma i preti, oggi, non sono più chiamati al capezzale del morente o lo sono del tutto casualmente – “possiamo fare questo per il nonno che sta morendo, non si sa mai”. Sono, inoltre, essi stessi raramente disponibili perché poco numerosi e completamente assorbiti dal loro ministero parrocchiale. Mi hanno raccontato molti casi in cui il prete è arrivato, per dare un’estrema unzione, frettolosamente, quasi in ritardo, di corsa, perché altri impegni importanti lo attendevano. Non siete voi i responsabili della diminuzione delle vocazioni sacerdotali, ma sta di fatto che è così.

Il fondamento di tutto ciò che potete fare per coloro che muoiono intorno a voi, è la vostra attitudine di adesione totale alla loro morte: sì, un sì positivo. In che misura potete manifestare esteriormente questo atteggiamento interiore? Ecco una domanda importante. Ma almeno potete avere il controllo dell’atteggiamento interiore, anche se le circostanze vi impediscono di dire al vostro prossimo: “Dal punto di vista medico, solo un miracolo può salvarti. Se non è entro un mese, sarà entro due mesi, ma ci lascerai”. Potete dire questo? Non lo si dice più oggi. Ma è un altro argomento. Che almeno quello che emana dal più profondo di voi, quello che diffondete intorno a voi sia il sì, aum, amen.

Ciò che è, è. Ogni volta che ci ribelliamo, che creiamo una disarmonia con la realtà, manchiamo l’Essenziale, torniamo nel mondo limitato della sofferenza, della morte, dell’assurdo e chiudiamo le porte della grande Realtà divina promessa dal Cristo, da Buddha, dal Vedanta e da tutti gli insegnamenti spirituali. Certamente, una volta che siamo d’accordo sul nostro atteggiamento fondamentale, sarebbe giusto poter aiutare un’altra persona a morire coscientemente, senza mentirle e senza continuare a dire, quando tutti sanno che è ormai una questione di giorni: “Su, guarisci presto, a settembre andremo a fare una crociera in Grecia”.

Che vergogna ridurre l’essere umano ad una tale mediocrità, a questa paura, a questa menzogna, a quest’assurdo accecamento. Ma la condizione preliminare alla possibilità di sentire come agire giustamente nelle circostanze date, è il vostro atteggiamento profondo di accettazione. Siate stabilizzati nel sì: “Sì, papà sta morendo di un cancro ai polmoni, sì.” E questa morte, dal punto di vista medico, se non si è accecati, se non si è ipnotizzati dall’attesa di una nuova tecnica di trattamento, tutti i medici di buonsenso la sanno inevitabile e si produrrà approssimativamente al momento previsto.

***

Già è molto per colui che muore se chi lo circonda non rifiuta il fatto che muore, non manifesta né inquietudine, né tensione e ancor meno panico e singhiozzi prematuri. Forse potete ammettere, a titolo di ipotesi, che la morte sia un passaggio, una modalità particolare del gioco incessante di nascite e morti, di trasformazioni continue. Non finisce tutto al momento dell’ultimo respiro, dell’ultima espirazione. E durante tre giorni, potete fare ancora qualcosa per la persona che è morta. Ora, forse pensate che mi avventuro in pieno occultismo, in pieno misticismo senza prove. Va bene. Non accettate, ma neppure rifiutate. Semplicemente sospendete il giudizio su ciò che dico, con la possibilità, magari più avanti, di verificarlo.

A ogni modo, chiediamoci perché c’è una tale unanimità su questo punto in tutte le tradizioni del mondo antico, che sia attraverso la pratica delle veglie funebri, o della lettura del Bardo-Thodol, il Libro dei Morti tibetano. Un giovane maestro tibetano Sogyal Rimpoche, che esprime in un linguaggio moderno l’autenticità della tradizione tibetana nyingmapa, ha scritto un capitolo “La morte è un’altra nascita”, in cui usa l’espressione il “neo-morto” per analogia con il “neo-nato” (Sogyal Rimpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire, Ubaldini). Questa formula è perfetta per definire l’attitudine tradizionale tibetana: l’essere che è appena morto è passato da un mondo a un altro, proprio come colui che è appena nato e che ha lasciato l’universo senza dualità del cordone ombelicale per il sorprendente mondo dell’autonomia respiratoria e delle sensazioni. Se avete letto il libro di Frédérick Leboyer sulla “Nascita senza violenza”, se avete visto il suo film, vi siete forse convinti che dice la verità, e che il neonato è sorpreso, turbato, spaesato, anche se è nato e morto, nato e morto, molte volte nelle vite anteriori. Ebbene, chi è appena morto, come dice così bene Sogyal Rimpoche, è un neo-morto; ha appena lasciato un mondo cui era abituato per arrivare in un mondo nuovo, insolito, strano, perché non ha più a disposizione i punti d’appoggio fisici.

Se siete familiari con certi “tuffi” abbastanza profondi nell’inconscio, siete meglio piazzati per comprendere come può essere uno stato di coscienza privato dei punti d’appoggio fisici e mentali abituali, ancor più se avete avuto delle esperienze di Sopra-Coscienza, tecnicamente chiamata samadhi. In ogni modo, almeno nell’ascesi che seguite qui, potete raggiungere delle modalità di coscienza che permettono di intravedere cosa sarebbe una Coscienza libera dalle identificazioni ordinarie, del tutto

differente da quella di superficie che è completamente confusa con la forma fisica e i meccanismi mentali che conosciamo.

Durante tre giorni, l’atteggiamento di coloro che circondano il defunto può essere di grande aiuto, a condizione che sia positiva, e non una serie di lamenti che non possono che turbare ancora di più quest’essere che diciamo di amare e a cui pretendiamo di volere bene. Non voglio fare una discussione tecnica sui metodi cattolici, buddhisti, tibetani, taoisti e induisti utilizzati per aiutare questo neo-morto. Vi segnalo semplicemente questa unanimità nelle tradizioni. Almeno un’attitudine vi è possibile, il superamento di ogni emozione individuale che sarebbe puramente egoistica, perché è cinicamente egoistico proiettare la vostra disperazione su questo neo-morto. Così come faremmo qualcosa per un vivente ferito sul ciglio della strada e vorremmo che altri lo facessero per noi quando sarà il nostro turno, noi possiamo coscientemente circondare il morente e in seguito il morto di pensieri e di sentimenti positivi che vanno tutti nel senso: “Sì, sì, non ti preoccupare, vai per la tua strada, vai avanti, non ti preoccupare”. Questo almeno è possibile.

Naturalmente, l’asceta, che si è preparato, affronta al momento della morte queste esperienze di una nuova coscienza in modo del tutto differente. La tradizione vuole che il saggio non si reincarni più, ma è una questione che non affronterò oggi. Parlo a un livello più semplice e accessibile, quello di ciò che vi attende tutti.

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Quello di cui parlo qui e che, come ho detto, ci riguarda tutti in sommo grado, si riferisce, lo vedete, alle abitudini attuali che consistono nel negare la morte il più a lungo possibile, di tentare ancora un’ultima cura, e poi di lamentarsi e di disperarsi o al contrario di rallegrarsi, perché l’agonia durata mesi è stata troppo lunga, troppo logorante. Sono comportamenti emozionali, non la condotta unificata e cosciente degna di un essere umano e degna di colui o colei che sono passati a quell’altra forma di vita che noi chiamiamo morte.

I genitori hanno una grande responsabilità per quanto riguarda la maniera con cui rendono familiari i loro figli, ancora piccoli, impressionabili, influenzabili, con la certezza della morte. E’ vostro dovere fin d’ora non impregnare i vostri figli con l’idea che la morte sia un disastro, una tragedia, una causa di disperazione, “il fallimento della medicina”, in modo che abbiano sulla morte idee diverse dalla sola speranza posta nella ricerca medica: “Sembra che un premio Nobel è sul punto di scoprire come curare il cancro”. La streptomicina è stata certamente una grande cura per la tubercolosi polmonare – ne parlo con conoscenza di causa. E poi? Sono stato salvato da una tubercolosi caseosa evolutiva, ma morirò comunque un giorno.

Pensate in quale contesto crescono i bambini. Come genitori, potete familiarizzarli poco a poco con un’idea del tutto differente: è normale morire, se ci si può curare ci si cura, ma c’è un destino, un ordine naturale e la morte non è soltanto il fallimento delle cure mediche. La morte è un valore positivo non negativo. Che lo vogliate o no, bisogna essere un pazzo o un idiota per fare di una certezza così ineluttabile quale è la morte un valore talmente negativo, rifiutato e negato il più possibile. Devo dirvi, di passaggio, che per la quasi totali degli Indù tradizionali, impregnati di Vedanta, l’immensa speranza che si è diffusa tra i discepoli di Mère, nell’ashram di Aurobindo, cioè l’immortalità nel corpo fisico, appare semplicemente assurda e antimetafisica. Continuare a mettere al mondo figli e ottenere l’immortalità nel corpo fisico renderebbe il pianeta del tutto invivibile nel lasso di pochi anni! E’ l’atteggiamento più materialistico che si possa immaginare. Non parlo solo a nome mio, ma di tutti i saggi, tutti i jivanmukta (“liberati in vita”) che ho interrogato. Sul Cammino che seguite qui, guardatevi dal farvi influenzare da questa mentalità moderna antispirituale che consiste nel rifiutare sottilmente la legge e la verità, nel voler trionfare costi quel che costi sulla morte, e, di fatto, nel voler rifare la Creazione.

A qualcuno che gli chiedeva: “Ma non puoi fare un miracolo per te come ne hai fatti per gli altri?” Ramana Maharshi rispondeva: “La legge della cellula cancerogena è di proliferare”. Ecco una risposta da Saggio. Ma, se fosse stato possibile curarlo, perché non farlo? Quante volte vi ho già ripetuto anche un’altra frase del Maharshi che trovo incomparabile. Soffriva intensamente per un cancro della guaina di un nervo – ed è evidente che non si amministra la morfina a un jivanmukta indù – ma, un giorno, ha detto: “Ho mal di testa, datemi due aspirine”, perché, contro il mal di testa, le due compresse di aspirina potevano servire. E’ l’insegnamento di un Maestro. Ricevuta da M> Anandamayi, una signora europea si lamentava di essere molto malata: “Tutto il mio soggiorno in India è rovinato, ho sognato da tanto tempo di venire all’ashram e adesso che ci sono arrivata, sto male”. M> le rispose: “E’ la volontà di Dio che lei sia malata”. La signora non la prese molto bene. Volontà di Dio o meno, aveva atteso, aveva risparmiato per mesi ed ecco che la sua visita era rovinata. Ma M> aggiunse: “E’ anche la volontà di Dio che ci sia un buon medico, conosciuto dall’ashram, a cinquecento metri da qui”. Semplice. E’ la volontà di Dio che sia malata, ma è anche la volontà di Dio che ci sia un buon medico conosciuto dall’ashram. Poiché è possibile, si faccia curare.

No, non è il caso di dirvi oggi delle parole che non potrebbero in nessun caso essere messe in pratica: “Non curate i malati, spetta a Dio guarirli”. Il modo più semplice di interpretare la fede, è quella di M> Anandamayi. E’ la volontà di Dio che i malati siano malati ed è la volontà di Dio che ci sia una farmacia di guardia aperta tutta la notte. Ma, una volta che il buon senso ha parlato, non lasciatelo trasformare in menzogna e intossicarvi di nuovo con la mentalità antispirituale che regna oggi. Possiamo curare. Fino a un certo punto, possiamo guarire. Ma la medicina ha i suoi limiti, il medico ha i suoi limiti. Invece, il saggio, il lama, il prete non hanno limiti perché per loro la morte non è né un fallimento né uno scandalo. E’ semplicemente il momento più importante della vita di cui sono specialisti, come il medico è specialista della malattia.

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007