|
|
|
Dal libro: “Integral Spirituality”, (Integral Books 2006) di Ken Wilber
|
|
|
| Libera traduzione dall’inglese di Giovanna Visini |
|
Traduzione di alcuni stralci tratti dall’ultimo libro di Ken Wilber, “Integral Spirituality”,pubblicato nel 2006.
Postmetafisica Integrale
Illuminazione ed Evoluzione
Che Cos’è la Postmetafisica?
Che cos’è “la postmetafisica”? Cominciamo con la domanda: cos’è la metafisica?
La
metafisica, è considerata in generale quel ramo della filosofia che
tratta questioni relative all’ontologia (che cos’è l’essere o la
realtà?) e all’epistemologia (come conosciamo la realtà?). Il termine
fu utilizzato originariamente dai seguaci di Aristotele nel I° sec.
A.C. per un libro che chiamarono Metafisica semplicemente perché fu
scritto dopo il suo libro sulla Fisica. E’ una buona ragione come
qualsiasi altra, credo.
Se la metafisica iniziò con
Aristotele, finì con Kant. O, per lo meno, prese una direzione che
definì il modo in cui da allora sofisticati filosofi pensarono la
realtà. La filosofia critica di Kant sostituì gli oggetti ontologici
con le strutture del soggetto. In sostanza, questo significa che noi
non percepiamo oggetti empirici in un modo completamente realistico e
come se essi fossero già dati; al contrario, le strutture del soggetto
conoscente attribuiscono varie caratteristiche all’oggetto conosciuto
che poi sembrano appartenere all’oggetto – ma in realtà non gli
appartengono; sono, invece, co-creazioni del soggetto conoscente.
Varie categorie a priori del soggetto conoscente contribuiscono a
formare o costruire la realtà come la conosciamo. La realtà non è una
percezione, ma una concezione; almeno in parte. L’ontologia in quanto
tale semplicemente non esiste. Metafisica è dunque un nome generale per
il tipo di pensiero che non può comprendere questo. Possiamo anche dire
che la metafisica è un tipo di pensiero che è vittima del mito del
mondo “già dato”, precostituito.
Per la spiritualità
in generale questo significa che la metafisica deve essere eliminata o,
a dir poco, completamente ripensata. Tutte le categorie tradizionali
della metafisica – inclusi Dio, l’immortalità, l’anima, la mente, il
corpo, la conoscenza – non possono reggere l’indagine del pensiero
critico, non nella loro forma fondamentale, precritica e ontologica.
Nel mondo moderno e postmoderno, sono soltanto nozioni obsolete,
imbarazzanti per la religione tanto quanto il flogisto, la danza di San
Vito e la frenologia lo sono per la medicina.
Prendiamo,
per esempio, la Grande Catena dell’Essere. La critica che i teorici
dello stadio/meme verde hanno rivolto alla Grande Catena è,
francamente, povera e poco raffinata, e non coglie le principali
questioni in gioco. Iniziamo, invece, con i semplici fatti come li ha
descritti Arthur Lovejoy nello studio ormai classico su questo tema, La
Grande Catena dell’Essere.
I vari teorici della Grande
Catena sostengono 3 punti essenziali: 1) tutti i fenomeni – tutte le
cose ed eventi, persone, animali, minerali, piante – sono
manifestazioni della sovrabbondanza e della pienezza dello Spirito,
così che lo Spirito vi è intrinsecamente intessuto, e dunque anche
l’intero mondo naturale e materiale è, come disse Platone, “un Dio
visibile e sensibile” (la pienezza dello Spirito); 2) quindi, non vi è
“nessun gap” in natura, nessun anello mancante, nessun dualismo
irriducibile, poiché ogni cosa è interconnessa con ogni altra (il
continuum dell’essere); e 3) il continuum dell’essere tuttavia mostra
delle gradazioni, poiché alcuni emergenti appaiono in alcune dimensione
e non appaiono in altre; per esempio, i lupi possono correre, le rocce
no, quindi vi sono “gap” quando consideriamo specificamente gli
emergenti (la gerarchia dell’essere).
Ora qualunque
cosa noi moderni e postmoderni possiamo pensare della Grande Catena in
quanto teoria, ciò non di meno essa “è stata la filosofia ufficiale
della maggior parte dell’umanità civilizzata per la maggior parte della
sua storia”; e inoltre, si tratta della visione del mondo che nelle sue
varie forme “è stata abbracciata dal maggior numero di menti
speculative tra le più sottili e dai grandi maestri religiosi (in
Oriente e in Occidente)”.
La Grande Catena
dell’Essere, così come è stata da tutti descritta, consisteva di un
numero di livelli che andava da tre o quattro (per es. corpo,
mente, anima e spirito) fino a dodici o più. Questi livelli erano
livelli dell’essere (ontologia) come anche livelli della conoscenza
(epistemologia). Erano considerati come dati eternamente e senza tempo
(o “già dati”, precostituiti), esistenti in modo oggettivo o
ontologico, come gli archetipi di Platone, o le memorie collettive o
vasana (Asanga, Vasubandhu), o le Idee hegeliane, o gli eidos di
Husserl, per citare solo pochi importanti filosofi. Ma Lovejoy ha
assolutamente ragione: la vasta maggioranza dei più grandi filosofi
dell’umanità e dei maestri spirituali hanno sottoscritto l’una o
l’altra versione della Grande Olarchia dell’Essere e della Conoscenza.
In generale, allora, prima di buttarla nella spazzatura, sarebbe meglio
avere qualcosa con cui rimpiazzarla.
La metafisica,
come regola generale, ha semplicemente dato per scontato che questi
livelli di realtà esistessero, e poi li ha utilizzati per spiegare il
mondo, Dio, l’anima, la liberazione (nirvana, metanoia, redenzione,
salvezza) e la sofferenza (peccato, illusione, maya, caduta, samsara).
Ma con la svolta critica nella filosofia postmoderna, queste stesse
strutture richiedevano una spiegazione (e una difesa). E la conclusione
più semplice di questa storia alquanto complicata è che non possono
essere difese. Esse non sono riconosciute soddisfacenti dal pensiero
moderno o postmoderno o dalle metodologie critiche. Questo non
significa di per sé che debbano essere buttate via (la modernità e la
postmodernità potrebbero sbagliarsi su questo punto). Ma la pretesa
della Postmetafisica Integrale è che è possibile dare conto di tutti
gli elementi realmente necessari della metafisica o di una filosofia
spirituale pur senza conservarli. Le presupposizioni della metafisica
sono semplicemente un bagaglio non necessario e ingombrante che
danneggia più che aiutare la spiritualità. La spiritualità, per
sopravvivere nel mondo presente e nel futuro, è e deve essere
postmetafisica.
Ricordate bene un punto che penso sia
centrale in questa questione. Le teorie come la Grande Olarchia
dell’Essere e della Conoscenza – e di fatto ogni concezione che
possiamo chiamare “metafisica” – erano modi che i vari filosofi e saggi
hanno usato per interpretare le loro esperienze. Plotino
non si è messo un giorno a camminare andando a sbattere in un edificio
di 10 piani, con etichette su ogni piano che dicevano “fisico”,
“emozionale”, “mente logica”, “mente più elevata”, “nous” e “Uno”. La
sua idea che la realtà consistesse di 10 livelli principali di essere e
conoscenza era semplicemente il miglior modo che conosceva per
interpretare certe sue intuizioni ed esperienze (particolarmente
varie esperienze mistiche di unio mystica). Ma non c’era un edificio
preesistente là fuori etichettato come “La Grande Catena” che aveva 10
strutture discrete o piani che chiunque potesse vedere se fosse
andato nello stesso posto fisico dove era stato Plotino nella sua
passeggiata nei boschi. La Grande Olarchia – e la metafisica in
generale – è semplicemente un modo superbo di interpretare la realtà se
si sta cercando di rendere conto di Dio, dell’anima, della non dualità
mistica, e della manifestazione di un mondo materiale che sembra
un’illusione al confronto con la realtà sperimentata nello stato di
unio mystica.
E’ ancora un modo superbo di
interpretare la realtà. Ma molti suoi aspetti sono disperatamente,
profondamente e dolorosamente bisognosi di un aggiornamento e di una
revisione. Il primo e principale è: i 10 o più livelli di realtà non
sono strutture preesistenti che si trovano là fuori aspettando che
tutti quanti vi sbattano contro, come mele, rocce o graffette. Anche SE
concordassimo che c’è qualcosa come i 10 livelli di realtà, questi
livelli devono essere compresi non come strutture esistenti
indipendentemente, ma in parte come co-strutture del soggetto
conoscente – cioè come strutture della coscienza umana (da qui il
costruttivismo che è una parte intrinseca della svolta postmoderna
dello Spirito).
Secondo punto: i metodi di verifica
dell’esistenza di queste strutture della coscienza non possono più
implicare la semplice affermazione della loro esistenza perché lo
dicono le tradizioni; e neppure basare lo loro esistenza puramente
sull’introspezione o la meditazione (o altre pretese e asserzioni di
cui si adduce che trascendono la cultura). Dovranno, per lo meno,
implicare alcune versioni della richiesta moderna di evidenza
oggettiva e della richiesta postmoderna di fondamento intersoggettivo –
in mancanza delle quali si sta presentando, in primo luogo, soltanto un
dato mito (o una data mitologia; i miti sono pretese di verità senza
adeguate prove – si tratta di quel tipo di pretese contro cui la
modernità ha lottato coraggiosamente al fine di superarle, perché sono
troppo spesso menzogne empiriche che nascondono nel loro seno il potere
imperialistico) o, in secondo luogo, il mito del dato (che pretende di
essere libero dalla cultura, si tratta del tipo di pretese contro cui
la postmodernità ha lottato coraggiosamente al fine di superarle,
perché esse troppo spesso sono modi della falsa coscienza che
nascondono nel loro seno marginalizzazione e oppressione).
Terzo
punto: queste strutture della coscienza non possono essere concepite
come date per l’eternità o fuori del tempo – non sono archetipi, non
sono idee eterne nella mente di Dio, non sono forme collettive fuori
dalla storia, non sono immagini eidetiche atemporali, ecc. Per la
maggior parte, questi livelli postmetafisici di essere e conoscenza
dovrebbero essere concepiti come forme che si sono sviluppate nel
tempo, nell’evoluzione e nella storia. Questo non vuol dire che la
filosofia spirituale può fare completamente a meno di qualsiasi forma a
priori (non lo può nessuna filosofia); ma meno vi si ricorre e meglio
è. E le forme a priori che vengono postulate saranno meglio difendibili
se fanno almeno qualche riferimento alle forme di giustificazione
moderne e postmoderne (e alle pretese di validità scientifiche).
Asserire semplicemente che esse esistono non è assolutamente
sufficiente. E neppure è d’aiuto pretendere che si conosce Dio
personalmente.
In questa parte, vorrei fare tre cose.
Primo, dare una spiegazione circa l’esistenza di livelli e strutture
della coscienza che non poggia su concezioni metafisiche. In seguito,
dare due esempi del pensiero postmetafisico; la spiegazione riguarda
“l’indirizzo” di un olone nel Kosmo (vuol dire: che cosa è necessario
specificare per localizzare qualunque fenomeno nell’universo?). Gli
esempi riguardano un nuovo modo di parlare delle realtà spirituali, un
modo che si può chiamare appunto postmetafisico.
La Scala Mobile dell’Illuminazione
Nel
capitolo 4, abbiamo introdotto l’idea della “scala mobile
dell’Illuminazione” – in particolare, se nel mondo delle forme c’è
l’evoluzione, e se l’Illuminazione implica il sentimento di essere uno
con il mondo delle forme che evolvono, come possiamo definire
l’Illuminazione in modo da riconoscere in pieno il mondo nella sua
evoluzione, senza però privare l’Illuminazione della sua natura senza
tempo? Questa è una incredibile sfida…
Ripeto qui i primi
paragrafi del capitolo 4, “La scala mobile dell’Illuminazione”, in modo
da accelerare l’esposizione. Se facciamo un qualche passo in
avanti qui, credo che avremo realizzato un lungo cammino verso la
creazione di un’autentica postmetafisica. Allora cominciamo e vediamo
quello che riusciamo a fare. Iniziamo riportando i primi paragrafi del
capitolo precedente.
|
|
|
|
|
©2009-2010
Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 16/05/2009
|
|
|
|