A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Gli stadi della meditazione
in una prospettiva interculturale

di Daniel P. Brown

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dal libro “Le trasformazioni della coscienza. Psicologia transpersonale e sviluppo umano"
di Ken Wilber, Jack Engler e Daniel P.Brown. Ubaldini Editore, 1989

Le controversie sugli ‘stadi della meditazione’ si è incentrata di solito su due interrogativi: 1) se si possa dire che tali stadi esistano in una qualche forma oggettiva (ossia, se possiedono validità estrinseca); 2) in che misura se la possiedono, siano interculturali o quasi universali.

Brown ed Engler hanno addotto in altri loro scritti prove sostanziali dell’effettiva ‘realtà’ degli stadi della meditazione – del fatto che essi rappresentano evidenti cambiamenti cognitivi, percettivi e affettivi, che avvengono secondo un modello di sviluppo per stadi.

Daniel Brown si occupa ora del secondo interrogativo, presentando una cartografia approfondita degli stadi della meditazione delineata a partire da tre tradizioni diverse: la Mahamudra tibetana, gli Yogasutra dell’Induismo e la Vipassana theravada (cartografia che è stata poi controllata mediante il raffronto con altri testi contemplativi cristiani, cinesi, ecc.). I risultati ottenuti inducono decisamente a pensare che gli stadi della meditazione abbiano davvero validità interculturale e universale (a un’analisi approfondita, non superficiale).

Questa cartografia non tende soltanto ad avallare le asserzioni più letterarie della “trascendente unità delle religioni”, ma rappresenta un nuovo prezioso ausilio per la soluzione di alcuni sostanziali conflitti fra approcci ‘teistici’ e ‘non teistici’ alla contemplazione (per esempio l’induista contrapposto al buddhista). Spingendo la propria analisi a un livello sufficientemente profondo, Brown è in grado di dimostrare “come i meditanti induisti e buddhisti procedano attraverso gli stessi diciotto stadi di meditazione, eppure abbiano in essi esperienze diverse a causa delle diverse prospettive in cui si pongono. Poiché nella meditazione il “prospettivismo” è inevitabile, come del resto in ogni altro tipo di indagine, ogni descrizione di esperienza meditativa effettuata nelle rispettive tradizioni e ugualmente valida anche se diversa”. Tuttavia la prospettiva influisce sul risultato della progressione delle esperienze: se è simile nelle varie culture la via degli stadi meditativi, non lo è l’esperienza del risultato, l’illuminazione. In questo senso, la conclusione di Brown è l’opposto delle nozioni stereotipe dell’esperienza mistica in cui di solito la philosophia perennis ha visto la ‘trascendente unità delle religioni’: ci sono molti sentieri che portano alla stessa meta. La profonda analisi della meditazione fatta da Brown suggerisce il contrario: c’è un solo sentiero che porta a mete diverse, a diverse esperienze dell’illuminazione.

Introduzione

Un annoso problema nello studio del misticismo comparato riguarda le similarità e le diversità che, attraverso culture e periodi storici assai differenti, appaiono chiaramente fra le varie tradizioni contemplative. Alcuni studiosi hanno sostenuto che le tradizioni contemplative sono diversissime l’una dall’altra e che ciascuna di esse si crea la propria peculiare concezione di una realtà chiamata ultima (von Hugel, 1908; Tucci, 1958). Per altri, tutte le tradizioni contemplative descrivono un’esperienza mistica identica e uno scopo comune (Otto, 1969; Huxley, 1944; Stace, 1960). Alcuni tentano di descrivere l’unica via che consentirebbe di raggiungerlo (Underhill, 1955), mentre altri ritengono che ce ne siano molte, tutte dirette alla stessa meta (Naranjo, 1972) e altri ancora assumono una posizione intermedia e classificano le tradizioni mistiche in più tipi distinti (Zanher, 1957). Ma nonostante l’entusiasmo con il quale lo si affronta, purtroppo il dibattito è lungi dall’essere risolto perché alla maggior parte degli studiosi del misticismo comparato, con l’eccezione dell’opera enciclopedica di Eliade, manca una conoscenza di prima mano delle varie tradizioni contemplative; essi hanno per lo più una grande familiarità con una sola tradizione e una conoscenza superficiale delle altre. Di conseguenza, i raffronti sono spesso riduttivi, come per esempio nell’uso del misticismo cristiano quale pietra di paragone delle tradizioni orientali (Otto, 1932). Storicamente l’unione con Dio, e in genere un’unica dimensione transpersonale, sono state considerate incontestabilmente lo scopo del misticismo, anche quando questi assunti sono in aperta contraddizione con le maggiori tradizioni come il Buddhismo.

Questa esposizione è un altro tentativo di risolvere il problema delle similarità e delle diversità esistenti fra le varie tradizioni contemplative. E’ il risultato di dodici anni di studio di tre tradizioni meditative orientali: lo Yoga dell’Induismo, il Buddhismo theravada e il Buddhismo mahayana. Mi sono sforzato di studiarle nella prospettiva in cui le culture interpretano se stesse. Ciò ha reso necessario l’apprendimento dei linguaggi canonici, la traduzione dei testi classici della meditazione, le interviste a praticanti o maestri contemporanei, e soprattutto la pratica delle tre meditazioni conformemente alle tradizioni di ciascuna. Nel Buddhismo, l’equilibrio di dottrina e pratica è considerato necessario per evitare gli estremi dell’intellettualismo e della pratica della meditazione senza una precisa direzione. 1

Come psicologo occidentale che imparava a tradurre i testi di meditazione dell’Oriente, scoprii anzitutto che le idee dell’Occidente sulla presunta ineffabilità dell’esperienza mistica erano sbagliate. Queste tradizioni, specie il Buddhismo tibetano, sono tradizioni di lignaggio. La società monastica tibetana era organizzata in modo che numerosissimi monaci passassero la maggior parte della vita praticando la meditazione, discutendone la pratica o studiando. E’ un atteggiamento in netto contrasto con quello dei mistici occidentali i quali praticavano spesso isolati dalla comunità spirituale. I tibetani disponevano di un corpo di insegnamenti con i quali il meditante poteva paragonare la propria esperienza meditativa. Queste esperienze erano poi discusse in dibattiti continui. In tradizioni di questo tipo, con una pratica di meditazione organizzata socialmente, si è avuta l’evoluzione di un linguaggio tecnico dell’esperienza meditativa: un linguaggio che è stato perfezionato generazione dopo generazione. I termini tecnici non hanno referenti esterni, come per esempio ‘casa’, ma si riferiscono a stati interni replicabili che possono essere identificati da chiunque si attenga alla stessa pratica, per esempio, ‘correnti di energia’ o ‘meditazioni sul seme’. Come avviene per i linguaggi specialistici della matematica, della chimica o della fisica, il linguaggio tecnico della meditazione è intelligibile soltanto a quei gruppi specializzati di yogin che hanno familiarità con l’esperienza in questione. Per comprenderlo occorrono strumenti specialistici, come quelli che possono essere forniti dalla filologia, dall’ermeneutica e dall’antropologia semiotica.

La mia seconda scoperta fu che le tradizioni della meditazione descrivono per lo più una progressione sistematica dello sviluppo spirituale, cioè un ‘sentiero’. Ci sono due tipi di sentiero: il graduale e il veloce. Il sentiero ‘graduale’ descrive l’esperienza della meditazione come il rivelarsi in una sequenza chiaramente definibile di stadi che culminano nell’illuminazione. Il sentiero ‘improvviso’ non individua stadi netti: l’illuminazione giunge all’improvviso dopo che si è diventati provetti praticanti. La mia esposizione si limita a un raffronto tra vari sentieri di meditazione graduali.

Questo capitolo è quindi una comparazione dei sentieri seguiti in tre tradizioni, ognuna delle quali descrive un modello a stadi per lo sviluppo della meditazione. A scopo illustrativo, ho voluto illustrare per ciascuna di esse i vari stadi ricorrendo a un testo autorevole (e ai principali commenti su di esso). Con il termine ‘autorevole’ mi riferisco ai testi che i praticanti nativi citano quali rappresentanti delle loro tradizioni. Essi sono: il testo dello Yoga induista, gli Yogasutra (Aforismi sullo Yoga) di Patanjali, tradotto dal sanscrito; il testo del Buddhismo theravada, il Visuddhimagga (Il Sentiero della Purificazione) di Buddhaghosa, tradotto dal pali; il testo del Buddhismo mahayana, il principale commento di Bkra’ shis rnam rgyal alla Mahamudra, Nges don … zla zer (Luce lunare sulla Sicura Verità della Mahamudra) tradotto dal tibetano. Il lettore che desideri consultare le traduzioni inglesi di questo materiale può disporre di quelle effettuate, rispettivamente, da Mishra (1963), Nyanamoli (1976) e Brown (1981).

L’indagine metodica dei testi di ogni tradizione ha avuto inizio con l’individuazione dei principali stadi lungo la via della meditazione, come pure dei termini tecnici usati per esprimere le esperienze in ciascuno stadio. Per accrescere l’attendibilità del metodo, mi sono anche servito di commenti autorevoli e di testi collegati. Ciò mi ha aiutato a eliminare l’uso di vocaboli troppo peculiari a favore di un corpo consensuale di termini tecnici, come pure a completare la conoscenza di esperienze descritte troppo brevemente o troppo oscuramente in certi punti dei testi, come negli Yogasutra, in cui un intero stadio della pratica può essere descritto in un unico aforisma. Ne è risultata una descrizione tecnica particolareggiata delle esperienze di ogni stadio della meditazione e dell’intera successione degli stadi per ciascuna tradizione. Ho esposto altrove dettagliatamente questo tipo di approccio (Brown, 1981).

I tre testi – Yogasutra, Visuddhimagga e Mahamudra – sono stati poi messi a confronto sinotticamente, stadio per stadio, al fine di farne emergere un’eventuale sequenza sottostante. Ma ogni tradizione ha suddiviso in modo diverso gli stadi della pratica; l’esame dei lineamenti testuali dei vari stadi si è dimostrato un metodo poco affidabile per la ricerca di una struttura comune. Si è rivelata invece più utile l’analisi accurata del linguaggio tecnico usato in ciascun testo. Questo approccio mi ha consentito di scoprire una struttura sottesa agli stadi di meditazione molto netta e costante in tutte e tre le tradizioni. Si ritiene che la successione degli stadi sia universale, nonostante i modi assai diversi in cui essi sono concettualizzati e descritti nelle varie tradizioni. Si ritiene anche che rappresenti un naturale sviluppo umano, disponibile a chiunque pratichi la meditazione, e che sia invariabile, cioè che nell’esperienza effettiva l’ordine degli stadi sia immutabile. Inoltre è stato anche possibile specificare la natura del risultato finale, l’illuminazione, stando ai modi in cui esso è simile e diverso nelle tre tradizioni.

Queste concordano nel suddividere la pratica della meditazione in tre parti principali: gli esercizi preliminari, le meditazioni di concentrazione e le meditazioni di visione profonda. Secondo l’analisi sinottica usata in questa ricerca, i principali stadi della pratica sono complessivamente sei: due preliminari, due di concentrazione e due di visione profonda. Essi sono: i. Addestramento preliminare etico; ii. Addestramento preliminare mentale/corporeo; iii. Concentrazione con supporto; iv. Concentrazione senza supporto; v. Meditazione di visione profonda ordinaria; vi. Mente straordinaria e illuminazione. Ognuno di questi sei stadi può essere ulteriormente suddiviso in tre sottostadi. Ci sono tre sottostadi per l’addestramento preliminare etico, tre sottostadi per l’addestramento mentale/corporeo, e così via. Se ogni tradizione piò avere un proprio modo di organizzare gli stadi, il metodo sinottico ha comunque scoperto una struttura comune sottesa ai diciotto distinti stadi (6 x 3) la cui successione si rivela invariabile. I risultati sono riportati nella Tavola 4 per gli stadi da i a iv. (La Tavola non è stata trascritta. Può essere consultata sul libro da cui questo brano è tratto.)

Questo modello a stadi porta alla constatazione che, nella meditazione, conoscenza ed esperienza sono legate allo stato (Fischer, 1971). Ciò significa che la struttura della cognizione in ciascuno stato, come pure nella successione degli stati, è specifica soltanto per quello stato e discontinua rispetto a quella degli altri stati. Sotto questo profilo, il mio approccio ha qualche affinità con gli studi di Bourguignon (1965) sulla glossolalia nelle varie culture. Bourguignon è riuscito a dimostrare l’esistenza di una struttura comune sottostante alla glossolalia che si fonda sulla specificità di una trance ipervigile simile sperimentata da locutori di più culture diverse. Se le differenze rimandano a fattori culturali, le somiglianze rimandano alla struttura dello stato di coscienza condiviso. Allo stesso modo, le somiglianze interculturali nel sentiero della meditazione sono dovute alla struttura degli stati di coscienza meditativi; solo che qui abbiamo a che fare non con un solo stato, ma con una progressione di stati meditativi connessi. Quindi, il sentiero fondamentale con i suoi diciotto stadi non viene presentato semplicemente come un altro modello concettuale: può rappresentare qualcosa di insito nella stessa struttura dell’esperienza umana.

Se l’ordine degli stadi è fisso, l’esperienza effettiva di ciascuno stadio varia significativamente nelle tre tradizioni, perché ognuna di esse inserisce nell’addestramento filosofico preliminare un fattore che lo influenza. L’istruzione filosofica alimenta rispettivamente in ciascuna una prospettiva distinta. Questa, a sua volta, influenza l’approccio alla meditazione, ma, quel che più importa, influisce anche sulla natura stessa della meditazione. Questo capitolo dimostrerà come i meditanti induisti o buddhisti, o i seguaci del Buddhismo theravada o mahayana, possano procedere per gli stessi diciotto stadi di meditazione e avere in essi esperienze diverse proprio per le diverse prospettive in cui si trovano. Queste prospettive sono assai più di semplici tendenze concettuali, perché rappresentano qualcosa di intrinseco all’acquisizione delle conoscenza umana. Quindi, poiché il ‘prospettivismo’ è inevitabile nella meditazione, come in ogni altra forma di indagine, tranne forse nel momento iniziale dell’illuminazione, ogni descrizione dell’esperienza meditativa fatta nelle rispettive tradizioni è valida, anche se diversa dalle altre.

Le due prospettive maggiormente divergenti sono, da un lato, la tradizione yogica induista e, dall’altro, le due tradizioni buddhiste. La filosofia dualistica del Samkhya con i suoi assunti materialistici influenza la meditazione induista in un senso; le dottrine buddhiste dell’assenza del Sé e della produzione condizionata la influenzano in un altro. Induisti e buddhisti sono ben consapevoli della diversità della loro esperienza e gli uni ritengono priva di valore quella degli altri. Per esempio, un commento agli Yogasutra (1:32) fa un esplicito riferimento all’esperienza buddhista allo scopo di confutarla. Fra le varie tradizioni di commento i dibattiti sono spesso accalorati. Senza entrare nella complessità dei sistemi filosofici, basti dire che le differenti esperienze possono essere definite nel modo migliore con i termini ekatattva e ksanika. Ekatattva caratterizza la posizione induista e significa letteralmente ‘una stessa sostanza’. Ksanika caratterizza la tradizione buddhista e significa ‘istantaneità’. Questi termini si riferiscono al modo in cui il contenuto mentale è esperito nei vari stadi della meditazione. Per gli induisti, tutte le vicissitudini degli eventi mentali sono manifestazioni della ‘stessa sostanza’. Per i buddhisti, ogni evento osservabile separatamente nel succedersi degli eventi mentali è ‘istantaneo’. Entrambe le tradizioni concordano invece nel ritenere che gli eventi mentali siano soggetti a un cambiamento incessante, la cui natura però esse sperimentano in modo diverso: per gli yogi induisti, gli eventi mentali si dispiegano in forma continua; per il meditante buddhista in forma discontinua.

E’ un dibattito con il quale gli scienziati occidentali hanno dimestichezza. Il paradosso continuità/discontinuità pervade le scienze fisiche e quelle sociali – per esempio, in fisica la teoria dei campi si contrappone alla teoria dei quanti; nelle scienze sociali i modelli continui di diagnosi psichiatrica si contrappongono ai discontinui (Strauss, 1973). L’esempio migliore di questo paradosso continuità/discontinuità ci viene forse dalla ricerca sulla natura della luce. Si presume che la luce sia un fenomeno unitario, eppure la si è descritta come un’onda (continua) o come un fotone simile a una particella (discontinua), e si possono effettuare esperimenti a sostegno di entrambe le posizioni. A seconda del punto di osservazione, questo ‘ondulamento’ unitario appare più simile a un’onda oppure a una particella.

I meditanti non sono esenti dal rapporto fra il punto di osservazione e gli eventi osservabili. Il punto di osservazione, quale che sia, influenza l’effettiva esperienza di meditazione. Ogni tradizione meditativa presenta una diversa teoria del Sé, che influisce sul punto di osservazione assunto durante la meditazione. Come mostrerà questo capitolo, il punto di osservazione riflessivo dello yogi induista influenza gli eventi osservabili sì da farli rivelare come una continua trasformazione del contenuto mentale, mentre la prospettiva concomitante del Buddhismo li influenza in modo da farli apparire come una successione di eventi separati discontinui. Benché si possano individuare nell’Induismo come nel Buddhismo gli stessi diciotto stadi, le vicissitudini del dispiegarsi degli eventi possono essere esperite nella meditazione in forma completamente diversa – come una trasformazione continua o come una successione discontinua – nelle rispettive tradizioni. Quelle che possono passare per differenze culturali nell’espressione linguistica e concettuale dell’esperienza della meditazione possono rappresentare un paradosso insito nella struttura stessa della conoscenza meditativa. Le differenze veramente importanti dell’esperienza effettiva possono essere comprese nei termini del paradosso continuità/discontinuità. Nel prosieguo di questo capitolo esaminerò in maniera più particolareggiata ogni stadio e il paradosso continuità/discontinuità.


Gli stadi della meditazione


Stadio I. Pratiche etiche preliminari

A. I preliminari ordinari: cambiamento di atteggiamento

Le pratiche etiche preliminari riguardano la completa trasformazione psicocomportamentale intesa a preparare il principiante, in un momento successivo, alla meditazione vera e propria. Sono effettuate mentre il novizio continua a vivere la sua vita di tutti i giorni. Siccome i principianti dubitano per lo più della loro capacità di conseguire l’illuminazione, la pratica, almeno nella Mahamudra, comincia con un esercizio per ‘risvegliare la fede’ (M, dad pa’ i ’don pa). I terapeuti comportamentisti, per esempio Bandura (1977), riconoscerebbero anch’essi l’importanza di promuovere il senso della ‘efficacia del Sé’, ossia il convincimento che all’inizio di qualsiasi presagito cambiamento di comportamento si può riuscire a produrre un risultato: in questo caso l’illuminazione. Il principiante, inoltre, deve imparare a cambiare l’atteggiamento verso la vita quotidiana per abbandonare gli attaccamenti mondani e diventare sempre più motivato alla pratica della meditazione. Questo cambiamento può essere sollecitato mediante una serie di ‘preliminari ordinari’ (M, thun mong yin pa), chiamati nella Mahamudra le ‘Quattro Nozioni’ (M, blo bzhi). Il novizio deve innanzitutto riflettere sulla rara e preziosa occasione di trovarsi in una situazione favorevole alla pratica, poi compiere una visualizzazione particolareggiata del proprio comportamento giornaliero e delle sue conseguenze, come pure una visualizzazione della sofferenza sperimentata dai vari esseri nel mondo. Presi nel loro insieme, questi esercizi producono uno stato ipermotivato che pone il novizio in grado di perdere lentamente ogni interesse per le attività quotidiane e di diventare invece fortemente motivato a intraprendere la pratica del dharma. Questo stato ipermotivato è analogo a quello che gli psicologi sociali hanno chiamato di ‘reattanza’ (Brehm, 1972), che si ha quando è minacciata la libertà dell’individuo. Le riflessioni su quest’occasione e sulla morte portano alla rivalutazione delle faccende dello spirito nei confronti di quelle della vita quotidiana e all’intenso desiderio di praticare.


B. I preliminari straordinari: cambiamento intrapsichico

Favorita così questa motivazione, il principiante è in grado di rinunciare alle faccende quotidiane e di ‘penetrare’ (M, ’jug sgo; YS, svadhyaya 2:32). La consapevolezza è ora rivolta al flusso della coscienza tenendo ben presente lo scopo della pratica. La Mahamudra raccomanda reiterate riflessioni formali sullo scopo mediante lo sviluppo di un ‘atteggiamento illuminato’ (M, byang chub sems pa). Negli Yogasutra si istruisce il novizio a ‘stabilire il collegamento’ con la ‘consapevolezza trascendente’, purusa, (YS, samprayogah, 2:44). La riflessione interna sullo scopo è integrata nel comportamento esterno dal rigoroso studio formale dei fondamenti filosofici della pratica. In questo modo egli muta lentamente ma radicalmente aspettative e credenze circa la pratica. Gli psicologi sociali hanno mostrato come le modificazioni delle aspettative personali di risultato e del proprio sistema di credenze abbiano un impatto significativo su qualsiasi tipo di cambiamento del comportamento. Per esempio, Frank (1961) potrebbe interpretare le riflessioni interne e lo studio formale come una manipolazione del proprio ‘sistema di assunti’ e delle proprie ‘aspettative di salute psicologica’, per cui il meditante giunge a credere sempre più che la pratica della meditazione produrrà, con l’illuminazione,cambiamenti d’esperienza positivi e irreversibili. Inoltre, Smith (1976) ha dimostrato che, con la meditazione, le aspettative di risultato influiscono significativamente sui cambiamenti emotivi e comportamentali.

Per prepararsi alla meditazione vera e propria, il principiante deve compiere una radicale trasformazione del flusso della coscienza e dare armonia alla propria vita interiore. Lo si ottiene con una serie di esercizi chiamati ‘preliminari straordinari’ (M, thung mong ma yin pa) nella Mahamudra e ‘prescrizioni’ (YS, niyama) negli Yogasutra (2:40-45). Il flusso della coscienza è composto da vari ‘fattori mentali’ (M, sems ‘byung’; letteralmente ‘ciò che avviene nella mente’). Gli stati affettivi dolorosi, con i pensieri, le immagini e i ricordi che vi sono associati, sono frequentissimi, e ciascuno di essi – dicono gli Yogasutra – contribuisce a creare il dubbio (YS, vitarka, 1:32). Il principiante impara a osservare e a reagire agli eventi del flusso per modificarne il contenuto. Con la ‘confessione’ (M, gshogs pa) o ‘purificazione’ (YS, shaucha, 2:40-41) individua ed estirpa gli stati dolorosi. Attraverso ‘offerte’ concomitanti (M, mchod pa) e perseguendo l’‘appagamento’ (YS, samtosa, 2:42) coltiva attivamente stati piacevoli, per esempio la pazienza. Con la rappresentazione di qualche simbolo della realtà ultima – sia visivamente come nel ‘guru-yoga’ della Mahamudra, sia auditivamente come nel mormorare l’OM nell’ ‘identificazione con Ishvara’ dello Yogasutra (YS, ishvarapranidhanani, 2:45) – egli impara a riformulare i concetti riguardanti la realtà ultima in modo che le ‘nozioni’ spontanee (M, blo) che sopravvengono nel flusso della coscienza siano più in armonia con le credenze filosofiche e con lo scopo ultimo della pratica della meditazione.

Presi nell’insieme, questi esercizi producono un profondo cambiamento intrapsichico. Essi richiamano alla mente quella che in psicologia sociale è chiamata la ‘teoria dell’autoconsapevolezza oggettiva’ (Duval e Wicklund, 1973). La pratica orientale delle prescrizioni e la pratica occidentale della focalizzazione su di sé – e quanto a ciò la psicoanalisi – si fondano entrambi sulla consapevolezza degli eventi nel flusso della coscienza, e hanno entrambe lo scopo di provocare cambiamenti intrapsichici nel fluire dei sentimenti e dei pensieri che l’individuo ha su se stesso. Sono stati compiuti studi di laboratorio su soggetti sottoposti a condizioni che spingono a focalizzarsi su se stessi e richiedono che si diriga l’attenzione interiormente. La prima reazione è una più acuta consapevolezza dell’affetto negativo (Scheir, 1976; Scheir e Carver, 1977). Al di là di queste reazioni negative iniziali, Ickes, Wicklund e Ferris (1973) hanno constatato che durante la focalizzazione su di sé certe condizioni possono accrescere l’affetto positivo. Anche Geller e Shaver (1976) hanno scoperto che la focalizzazione su di sé può modificare le cognizioni che abbiamo su noi stessi. Nella meditazione, la focalizzazione sugli eventi del flusso della coscienza può essere effettuata in modo da estirpare gli stati affettivi dolorosi, coltivare i piacevoli e rendere le proprie associazioni spontanee più adeguate allo scopo ultimo.


C. I preliminari avanzati: cambiamenti del comportamento

Le prescrizioni sono integrate da una serie di pratiche comportamentali chiamate rispettivamente ‘preliminari avanzati’ (M, khyad pa), ‘precetti’ (VM, sila) e divieti (YS, yama). Esse comprendono modificazioni: a) dello stile di vita e del comportamento sociale; b) dell’input sensoriale; c) del grado di consapevolezza. Il principiante impara a individuare il comportamento dannoso e quindi a ‘praticare il comportamento opposto’ (M, stobs bzhi; YS, prati paksabhavanam, 2:33). Per le leggi di causa ed effetto, quest’azione contraria si manifesterà col tempo come una serie di cambiamenti positivi nel flusso della coscienza; il cambiamento di comportamento contribuisce al cambiamento intrapsichico.

Stile di vita e comportamento sociale sono regolati mediante un elenco di precetti principali e secondari destinati a enumerare gli elementi della vita quotidiana al fine di far compiere all’individuo un accurato esame del proprio comportamento: routine e abitudini giornaliere, lavoro e tempo libero, alimentazione e sonno. Le normali attività dell’individuo e anche un eccesso di input sensoriale, scompigliano il flusso della coscienza. Il principiante impara anche a controllare i sensi con un esercizio chiamato ‘controllo dei sensi’ (M, dhang po’ i sgo sdom pa) nella Mahamudra e ‘disciplina del calore interiore’ (YS, tapas) negli Yogasutra. I divieti si concludono con un rigoroso addestramento alla consapevolezza, coltivato sia nella seduta formale (M, dran pa; VM, sati) sia nell’intero corso delle proprie attività giornaliere (M, shes bzhin; VM, samprajanna), allo scopo di conseguire uno stato di consapevolezza ininterrotta per l’intero giorno e l’intera notte.

Da tempo i terapeuti comportamentisti mettono in risalto l’importanza di modificare il comportamento, benché solo la più recente teoria cognitiva comportamentista abbia sottolineato l’esistenza di un qualche nesso fra comportamento esterno e processi interni (Bandura, 1977). Alcuni esponenti della medicina comportamentistica e del biofeedback hanno dato rilievo alla connessione fra attenzione/consapevolezza e processi interni (Green et al., 1970). Le tradizioni della meditazione illustrano le interruzioni fra i tre elementi: realtà interna, comportamento esterno e attenzione/consapevolezza. La teoria comportamentista orientale (asiatica), specie la terapia Morita (Reynolds, 1976), si avvicina alle tradizioni della meditazione nel suo assunto che la regolazione del comportamento esterno con il semplice lavoro può influenzare enormemente la vita interiore. Anche certe terapie occidentali hanno apprezzato il valore dell’attività per lo sviluppo interiore (Erikson, 1976). Poiché la meditazione ha lo scopo di modificare il flusso della coscienza, è necessario un controbilanciamento che dia più ordine alla vita esterna. Se gli eventi del flusso diventano più regolari, è più facile effettuare quell’addestramento alla consapevolezza che è di vitale importanza per la meditazione formale.

Alcuni ricercatori occidentali hanno cominciato a indagare i processi interni dei meditanti alle prime armi. Per esempio, nei principianti aumenta l’assorbimento (Davidson, Goleman e Schwartz, 1976), e diminuisce la distrazione (Van Nuys, 1973). Mentre queste ricerche riguardano la meditazione formale, il concetto di 'flusso' di Csckzentmihalyi riguarda la consapevolezza durante l’attività quotidiana. Il flusso si riferisce al fondersi di azione e consapevolezza senza distrarsi dal compito che si sta svolgendo. In condizioni ottimali, il contenuto del flusso è armonioso e cambia per le richieste della realtà senza dar luogo a incongruenze. Raggiunta l’armonia fra comportamento esterno e vita interiore, il novizio è più preparato alla meditazione formale quando vi si aggiunga la consapevolezza.

 

 

 

 

 

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007