Stadio
II. Addestramento preliminare del corpo e della mente
A.
Addestramento alla consapevolezza corporea
Mentre
i preliminari avanzati mirano a eliminare le distrazioni
nell’addestramento iniziale alla consapevolezza,
l’addestramento preliminare corporeo/mentale dirige il
training alla consapevolezza più estensivamente verso il
foro interiore, sul ‘flusso della coscienza’ (M,
rgyun; VM, bhavanga). Il meditante deve ora imparare a individuare con
chiarezza nel flusso l‘attività che
distrae’ (M, bias ba; YS, vritti), come pure a impedire
cadute di consapevolezza. Poiché questo compito comporta
l’attenta discriminazione dei vari tipi di distrazione,
l’esercizio è chiamato nella Mahamudra i
‘tre isolamenti’ (M, dben gsum). Il meditante isola
e specifica la natura dell’attività del flusso in
modo da far ordine nel caos.
Comincia
con l’addestramento alla consapevolezza dei processi
corporei. Si ritira in un luogo appartato, riduce al minimo i movimenti
fisici e adotta una postura stabile. Gli Yogasutra consigliano
più posture (YS, asana, 2:46-48); la Mahamudra ne usa una
sola, la posizione del loto, ma suggerisce di tenere presenti i sette
‘punti’ (gambe, colonna vertebrale, petto, collo,
mani, lingua e occhi). Tanto gli Yogasutra quanto la Mahamudra ne
forniscono un modello ideale: rispettivamente la divinità
Ishvara e il Buddha cosmico, Vairocana. Perfezionata la postura, il
meditante osserva attentamente lo stato del corpo per notare le
eventuali imperfezioni della posizione e le attività
irrequiete. Scopre ben presto che il corpo emette una costante e
disordinata attività interna; essa viene neutralizzata con
la costante produzione di attività controllata,
‘mantenendo fermamente’ (M, sgrim ba) la postura
perfetta con ‘sforzo’ (M, ‘bad pa). Come
risultato la grossolana attività del corpo subisce un
cambiamento che la Mahamudra definisce
‘acquietamento’ (M, rang babs, letteralmente
‘caduta in se stesso’) e gli Yogasutra chiamano
‘stabilità’ (YS, sthira, 2:46), con cui
diventa facile mantenere a lungo e senza fatica una posizione stabile.
L’acquietamento o la stabilità non implicano una
cessazione dell’attività corporea, ma,
più esattamente, una ridistribuzione
dell’attività muscolare in modo che il corpo sia
restituito alla sua ‘azione appropriata’ (M, las
rung). Ampie ricerche su queste posture (Ikegami, 1970) hanno
convalidato l’asserzione dei testi di meditazione: la postura
per la meditazione non è tecnicamente rilassante, nel senso
di una globale riduzione dell’attività muscolare
irregolare, ma stabilizzante, nel senso di una accresciuta
regolarità nella distribuzione
dell’attività muscolare. Inoltre, la
consapevolezza si apre a livelli sottili di attività
corporea, avvertita come un fluire nel corpo di correnti di energia.
Con la maggiore esperienza, il meditante impara a isolare gli schemi
energetici discernibili, che subiscono col tempo un significativo
‘riassetto’ (M, sgrigs pa) in direzione di una
maggiore regolarità. Poiché si afferma che queste
correnti sono correlate all’attività della mente,
l’addestramento alla postura contribuisce anche a creare uno
stato mentale più equilibrato, chiamato
‘fermezza’ (M, bstan pa) nella Mahamudra ed
‘equilibrio’ (YS, samapatti, 2:47) negli Yogasutra.
B. Acquietamento della respirazione e del pensiero
Con
l’acquietarsi del corpo, si acquista una maggiore
consapevolezza dell’attività irregolare della
respirazione e degli eventi nel flusso della coscienza. Questo
disordine nel flusso assume la forma di ‘illusione’
(YS, indrajala, 2:52) del pensiero e dell’attività
incessante del dialogo interiore e/o delle fantasticherie (M, ngag).
Entrambe le irregolarità della respirazione e del dialogo
interiore, sono comprese nel termine tibetano
‘parola’ (M, ngag, dben) nella Mahamudra e
‘controllo del respiro’ (YS, pranayama) negli
Yogasutra. Muovendo sia dalla respirazione sia dal dialogo interiore,
la meditazione ha lo scopo di isolare i diversi aspetti del ciclo
respiratorio e/o del dialogo interiore in modo da diminuire
l’attività irregolare o,
nell’espressione degli Yogasutra, ‘interromperne il
movimento’ (YS, gativicchedah, 2:49). La Mahamudra parte dal
dialogo interiore, gli Yogasutra dalla respirazione. La prima
dà al meditante l’istruzione di ‘lasciar
andare’ (M, lhod pa) ogni sforzo dopo aver avvertito
l’acquietarsi del corpo e notare la risultante
attività del flusso fino a che non avvenga l’
‘acquietamento’ (M, rang babs) del dialogo
interiore. Allora le chiacchiere mentali e le fantasticherie recedono
nello sfondo. I secondi gli prescrivono di interferire attivamente nel
ritmo normale della respirazione modificandone la direzione, la durata,
la successione, cosa che produce un netto
‘cambiamento’ (YS, vritti) del ciclo respiratorio e
del flusso (YS, 2:50).
Entrambi
gli approcci risultano in un’accresciuta
regolarità del ciclo respiratorio, un esito convalidato
anche da studi empirici sui meditanti (Kasamutsu e Harai, 1966;
Wallace, 1970). Altro risultato comune a entrambi è la
riduzione del pensiero ordinario, chiamato ‘non
cognizione’ (M, mi rtog) nella Mahamudra e
‘distruggere [le cognizioni che creano] la copertura della
luce [della consapevolezza]’ (YS, kseeyate prakasa /
avaranam, 2:52) negli Yogasutra. Questa asserzione circa la riduzione
del pensiero ha avuto una certa convalida empirica da uno studio con il
Rorschach effettuato su individui dediti a pratiche di meditazione
intensiva, nei quali si è avuta una significativa
diminuzione della produttività e del pensiero associativo.
Il conseguente maggiore ordine del flusso è il primo
equivalente della ‘contemplazione’ (M, bsam gtam,
letteralmente l’‘acquietarsi delle
riflessioni’).
C. Riassetto del flusso della coscienza
Pensiero
decostruttivo
Ora
il meditante ha creato un ambiente interiore favorevole alla
meditazione ed è in grado di portare la
‘consapevolezza’ (M, rig pa; Ys, sattva)
all’attento esame di quest’ambiente. Tuttavia,
l’ordinaria consapevolezza cosciente è rivolta
verso l’esterno, e il primo compito è lo sviluppo
di uno ‘stile’ (M, lugs) di consapevolezza detto
‘introversione’ (M, nang du) nella Mahamudra e
‘ritiro in se stessi’ (YS, pratyahara, 2:54) negli
Yogasutra. Il meditante impara a ‘sganciarsi’ (YS,
asamprayoge, 2:54) dalla realtà esterna e
dall’influenza degli oggetti dei sensi in modo da portare la
consapevolezza a rivolgere ogni attenzione al flusso della coscienza.
Questo esercizio è quindi chiamato negli Yogasutra
‘ritrazione dei sensi’ (YS, pratyahara). Il
meditante impara anche a ‘isolare’ i vari aspetti
del flusso e a vedere in che modo si dispieghino gli eventi. Questo
esercizio è quindi chiamato nella Mahamudra
‘isolamento della mente’ (M, dben sems).
Come
risultato, il meditante diventa meno sensibile agli eventi esterni e
più sensibile agli eventi interiori. In uno studio empirico
effettuato partendo da questo assunto, si è rilevato un
aumento dell’effetto autocinetico durante la meditazione
(Pelletier, 1974). Tale aumento è stato interpretato come
un’accresciuta distanza dalla realtà esterna
(Mayman e Voth, 1969). Un risultato connesso è che il
restante contenuto del flusso della coscienza si fa percepibile: a
questo punto, ricordi specifici, anticipazioni di eventi futuri e
categorizzazioni di eventi percettivi in atto.
Ma
il risultato più importante, ottenuto con la pratica
estensiva, è la dilatazione della coscienza al di
là del contenuto agli stessi processi con cui gli eventi
compaiono nel flusso. Il contenuto del pensiero viene a cadere. Questa
consapevolezza penetrante causa anche un
‘riassetto’ (M, srigs pa) del flusso nel senso di
un maggior ordine. Qui però le due tradizioni divergono. Il
meditante buddhista impara a discernere la discontinuità del
flusso, lo yogi induista la continuità. Le due tradizioni
sono però d’accordo nel ritenere che
l’esercizio debba principalmente mirare a far discernere la
struttura del flusso della coscienza, non il suo contenuto. Il termine
tecnico con cui si designa l’esperienza discontinua del
meditante buddhista è
‘discontinuità’ (M, spros ba), ossia
successione di eventi separati, uno dopo l’altro, con uno
iato fra il precedente e il seguente. L’esperienza continua
dell’induista è definita tecnicamente
‘cambiamento continuo del materiale mentale’ (YS,
chittavritti, 1:1). L’ordinario contenuto della mente si
modifica continuamente per prendere la forma dei sempre mutevoli dati
sensoriali. Con questo esercizio lo yogi impara a
‘individuare il contenuto mentale nella forma che esso
veramente ha [non in quella dei dati dei sensi]’ (YS, 2:54).
Ma in entrambe le tradizioni il meditante riesce ad avvertire una
sempre maggiore regolarità nell’ambiente
interiore, che non subisce più l’influenza
immediata dei mutevoli eventi esterni.
Stadio III. Concentrazione con supporto
A.1.
Concentrazione ‘frontale’
Il
meditante comincia la concentrazione ‘frontale’ (M,
mnong du; YS, dharana, 3:1) scegliendo il posto, costruendosi un comodo
sedile e adottando una posizione stabile. Poiché la
concentrazione ha lo scopo di fissare l’attenzione su
qualcosa per periodi di tempo prolungati, si può usare
qualsiasi ‘oggetto di consapevolezza’ (M, dmigs pa;
VM, nimitta; YS, alambana) che sia tangibile e abbia attributi
chiaramente definiti in modo da ‘far da supporto’
(M, rten) alla concentrazione. La Mahamudra si serve principalmente di
oggetti visivi, per esempio pietre o pezzi di legno, gli Yogasutra
fanno ricorso ai mantra e il Visuddhimagga a vari oggetti (VM, kasina),
scelti secondo l’indole personale. L’oggetto viene
poi posto ‘fronte’ a una distanza ottimale (VM,
mnong du; VM, parikamma; YS, tratakam): la distanza di un giogo nella
Mahamudra, o di due braccia e mezzo nel Visuddhimagga. Le tre
tradizioni concordano su più elementi fondamentali della
pratica della concentrazione. Il controllo dello sguardo, effettuato
fissando dritto davanti a sé, nella Mahamudra, o
socchiudendo gli occhi, nel Visuddhimagga, riduce l’input
sensoriale e quindi anche le manifestazioni del flusso della coscienza.
Fissare lo sguardo sugli ‘attributi’ percettivi (M,
mtsan ma), per esempio colore e forma, è molto importante
(M, sems gzung, letteralmente: ‘attaccare la mente; YS,
dharani, ‘tenere saldamente’). Altrettanto
importante è sforzarsi di mantenere la concentrazione (M,
sgrim ba; YS, dharani).
Un
primo risultato, nella prospettiva del punto di osservazione,
è la capacità di sostenere la consapevolezza
sempre più a lungo senza cadute di tensione. Dice la
Mahamudra: “La consapevolezza sta in parte [sul suo
oggetto]” (M, gnas cha). Altro risultato, nella prospettiva
degli eventi osservabili, è un cambiamento
dell’esperienza dell’oggetto di consapevolezza. Il
meditante ne percepisce soltanto i ‘puri e semplici
attributi’ (M, mtshan, ma tsam). La categorizzazione (M,
rtsis gdab) e il ‘pensiero discriminante’ (M, rtog
pa) nei confronti dell’oggetto vengono a cessare.
Per
esempio, se l’oggetto fosse un bastoncino, ne resterebbero
soltanto il colore e la forma, senza alcun significato particolare come
bastoncino. Nei termini della psicologia cognitivistica occidentale, la
concentrazione scardina la normale elaborazione delle informazioni. La
fissazione dello sguardo sopprime i movimenti oculari microsaccadici
che sono importanti ai fini dell’esplorazione percettiva
(Fischer, 1971). E’ anche interrotta la funzione
categorizzante dell’elaborazione delle informazioni. Secondo
Bruner (1973), la percezione è un atto costruttivo mediante
il quale l’informazione percettiva viene ripartita in varie
categorie sulla base di tratti fisici definiti particolareggiatamente.
Con la categorizzazione si costruiscono modelli del mondo
più o meno veridici che “vanno al di là
delle informazioni date”. Le categorie simboliche permettono
la rapida codificazione delle informazioni anche quando i suggerimenti
di stimolo sono minimi, ma la permettono a spese della precisione. Di
solito il mondo è ‘visto’ attraverso il
filtro di un’ampia rete di categorie astratte. Ma con la
concentrazione prolungata il meditante le scardina e ritorna agli
effettivi tratti fisici degli oggetti di percezione o, come dicono i
testi, ai loro ‘puri e semplici attributi’.
A.2. Concentrazione ‘interiore’
La
concentrazione ‘frontale’ è un passo
preparatorio all’esercizio principale della concentrazione
‘interiore’ (M, nang du). Esso ha lo scopo di
addestrare la consapevolezza a ‘restare ferma’ di
fronte alle potenziali distrazioni del flusso di coscienza servendosi
di un oggetto di consapevolezza interno. Il meditante passa ora alla
rappresentazione interna dell’oggetto che prima era esterno.
Le tradizioni buddhiste ricorrono a rappresentazioni visive (M, gzugs
brnyan, ‘immagine riflessa’; VM, uggahanimitta,
‘immagine eidetica’); gli Yogasutra a una
rappresentazione delle correnti di energia sottile nel corpo (YS,
dharanachakra, 3:1). La concentrazione ‘interiore’
è praticata sino a quando “non ci sia
più alcuna differenza nella visione dell’oggetto
di consapevolezza a occhi aperti e a occhi chiusi” (VM,
4:30). Poi, quando riesce a protrarre la concentrazione su questi
oggetti interni, il meditante passa a oggetti ancora più
dettagliati: l’immagine tipica del Corpo del Tathagata
(Buddha) con i suoi trentacinque tratti percettivi maggiori e gli
ottanta minori, nella Mahamudra, e, analogamente, l’immagine
della divinità Hari, negli Yogasutra (3:1).
Un
primo risultato, nella prospettiva del punto di osservazione,
è il raggiungimento da parte del meditante di una condizione
di concentrazione ininterrotta che la Mahamudra chiama ‘mente
che sta ferma’ (M, sems gnas). Altro risultato, nella
prospettiva degli eventi osservabili, è la trasformazione
che avviene nel flusso della coscienza. Dapprima, l’oggetto
interno domina sempre più il flusso per cui, nelle buone
sedute, può essere l’unico evento che si manifesta
istante per istante. Poi l’oggetto diventa sempre
più instabile. Cambia dimensioni, forma, posizione e
luminosità: può diventare, per esempio, grande
come il mare o piccolo come un seme di senape. Quella che prima
sembrava una rappresentazione interiore fissa è ora
percepita come un’immagine in continuo cambiamento. Infine il
flusso si ‘riordina’ (M, rten ‘brel byed
pa) in modo da accostarsi sempre più all’oggetto
di consapevolezza. Se l’immagine è quella del
Buddha o di Hari nei loro aspetti tipici, il flusso di coscienza
comincia ad accostarsi nel suo manifestarsi a tali aspetti e
qualità. Nei termini della psicologia cognitivistica, il
meditante destabilizza la costanza dell’oggetto. Anche se non
vi sono studi empirici sui cambiamenti che avvengono nella costanza
dell’oggetto nel corso della meditazione intensiva di
concentrazione, la perdita di tale costanza è stata
constatata durante la deprivazione sensoriale (Zubek, 1969) e in
condizioni di concentrazione protratta (Hochberg, 1970).
B. Abilità nel riconoscere il seme: riconoscimento dello
schema
Con
il progredire della concentrazione, si ha un profondo mutamento
dell’oggetto di consapevolezza. Esso emerge in una forma
nuova, chiamata il ‘seme’ (M, thig le; VM,
patibhaga; YS, bindu). Gli incontri iniziali con il seme sono
impressionanti. Il campo della concentrazione si riduce a un piccolo
seme compatto che fluttua nello spazio (VM, 4:31). Sembra anche che il
seme emetta una luce propria. Esso contiene informazioni combinate
provenienti da ogni sistema sensoriale – tutte le forme, i
suoni, i profumi, ecc. Mentre nelle meditazioni precedenti le
informazioni provenienti da ciascun sistema sensoriale erano separate,
esse non lo sono più nella meditazione sul seme, nella quale
si sommano. Il seme contiene le stesse informazioni che provengono
dalle molteplici modalità sensoriali indipendentemente dalla
natura dell’oggetto che le origina (oggetto visivo o mantra).
Contiene anche informazioni su una miriade di sottili attributi
percettivi (M, mtshan ma ’phra mo), non discernibile nella
percezione ordinaria, nonché su una grande
quantità di attributi ‘particolari’ (M,
bye brag) e ‘vari’ (M, sna tshog). E’
soggetto a continua trasformazione.
La
natura esatta della trasformazione differisce nel sistema buddhista e
induista. Benché entrambi concordino sul fatto che nella
consapevolezza il seme va continuamente cambiando, il cambiamento
è percepito come discontinuo nel Buddhismo e come continuo
nell’Induismo. La Mahamudra descrive il seme (M, thig le)
come ‘emanante’ (M, ’char ba’ i
thig le) vari eventi percettivi separati. Da esso pulsano in
successione specifiche immagini, luci colorate, vibrazioni, fragranze,
sensazioni, ecc., con discontinuità
nell’emanazione dei vari eventi. Per gli Yogasutra, il seme
(YS, bindu) è una ‘incessante
trasformazione’ (YS, vritti) di ‘uno stesso
continuum’ (YS, ekatanata, 3:2). Immagini, luci, vibrazioni,
ecc. continuano a intrecciarsi, come nei disegni di Escher, senza
confini discernibili tra gli eventi che si succedono.
La
meditazione sul seme richiede una modifica della natura della
concentrazione. Poiché lo sforzo interferisce con gli eventi
che si dispiegano dal seme, il meditante riceve l’istruzione
di passare a uno stile di concentrazione
‘rilassato’ (M, glod pa). Questo richiede
‘abilità’ (M, rstal), come è
chiamato l’esercizio nella Mahamudra. Il passaggio al
rilassamento comporta un più chiaro manifestarsi degli
eventi, i quali si susseguono in una ‘non
cessazione’ (M, ma ’gag pa). Il meditante impara a
focalizzare l’attenzione sugli eventi che si dispiegano nel
flusso allorché emerge il seme. Quindi l’esercizio
è chiamato ‘contemplazione’ (YS, dhyana)
negli Yogasutra (3:2). Il termine tecnico per questo particolare
aspetto della consapevolezza è
‘riconoscimento’ (M, ngo shes ba, letteralmente
‘conoscere il materiale’; YS, pratyaya, 3:2). Il
meditante non fa altro che agevolare la concentrazione e notare quella
che la Mahamudra ha chiamato la ‘forza delle emanazioni
danzanti’ (M, sgyu ’phrul gar dbang phyug).
In
seguito a questo riconoscimento si stabilisce una nuova condizione del
seme detta nella Mahamudra ‘seme condensato’ (M,
bsdu ba’ i thig le). Al meditante riesce sempre
più difficile riconoscere gli schemi percettivi. Con il
crescere dell’abilità questi diventano una
‘massa di luce’ (M, od kyi gong bu). Analogamente,
nel Visuddhimagga il patibhaga (leteralmente, ‘segno di
somiglianza’) è descritto come un disco luminoso
simile alla luna o a una stella, migliaia di volte più puro
del ‘ segno eidetico (uggaha)’. Il ‘seme
sviluppato’ (VM, sannapatibhaga) non ha né colori
né forme particolari (VM, 4:31). Così pure, negli
Yogasutra l’emissione di luce con la scomparsa degli schemi
specifici contraddistingue l’inizio del successivo gradino
della pratica, il samadhi del principiante (YS, 3:3) in cui il seme
appare come una gemma preziosa (YS, 1:41). Sulla scomparsa degli
specifici schemi tutte le tradizioni concordano. Scompaiono anche gli
‘stati emotivi dolorosi’ (M, nyong mong; YS,
klesa). Il meditante non ‘particolarizza’
più (M, yid la byed pa) tali schemi; nella consapevolezza
non resta che una mutevole massa di luce. Questo riconoscimento
è chiamato ‘grande chiarezza’ (M, gsal
bde ba). Poiché l’oggetto non assomiglia
più a quello che era in origine, il Visuddhimagga (VM, 4:31)
lo chiama ‘semplice modo di apparenza’ o
‘somiglianza’ (VM, 4:31).
L’esercizio
di abilità descrive quello che gli psicologi cognitivisti
hanno chiamato il ‘riconoscimento dello schema’, un
processo mediante il quale si costruisce uno schema ben definito a
partire da informazioni limitate. Secondo le teorie costruttivistiche
della percezione, la formazione dello schema è un processo a
due stadi. Alla prima sintesi percettiva globale fa seguito la
specificazione degli schemi riconoscibili (Hebb, 1949; Allport, 1967;
Neisser, 1967). Il meditante osserva questi stadi ala rovescia: nel
seme emanante diventa consapevole di una miriade di schemi specifici.
C.
Fermare la mente: sintesi percettiva
E’
assai difficile mantenere la consapevolezza del seme condensato. Certi
particolari schemi possono facilmente ripresentarsi o si può
perdere la consapevolezza del seme. Per approfondire la concentrazione,
il seme va ‘protetto’ come è chiamato
l’esercizio nel Visuddhimagga (VM, 4:34). Il meditante deve
‘eliminare ‘ (M, zad pa) ogni residuo contenuto
cognitivo e percettivo che possa provocare la perdita della
consapevolezza del seme. Deve ‘fermare la mente’
(M, sems med), com’è chiamato
l’esercizio nella Mahamudra. Gli Yogasutra lo chiamano invece
il ‘samadhi [del principiante]’ durante il quale
“decrescono le grossolane fluttuazioni del materiale
mentale” (YS, Kseenavritti, 1:14). Uno dei problemi
è che l’oggetto di consapevolezza si fa sempre
più sottile. La difficoltà di mantenere la
concentrazione ha a che fare con l’
‘attività’ (M, byas ba) dei sistemi
sensoriali. La mente è continuamente attiva nel registrare
l’input sensoriale in atto. “La mente vaga fra gli
oggetti dei sensi” (M, sems yul la phyan). ‘Si
sposta’ (M, ’pho ba) continuamente da un istante
dell’input sensoriale all’altro, e
quest’attività dà inizio
all’intera sequenza dei processi con i quali viene
‘costruito’ (M, bcos pa) il mondo della percezione.
Il meditante deve imparare a fermare questa sottile ma costante
attività, con la quale sono registrate ed elaborate le
impressioni dei sensi, e decostruire l’ordinaria percezione
degli schemi. L’esercizio è perciò
chiamato ‘arresto della mente’.
Per
fermare la mente occorre sviluppare una semplice consapevolezza vuota
di ogni attività. Nella Mahamudra il meditante pone la
propria consapevolezza sullo spazio vuoto, reprimendo
l’attività con la quale vengono riconosciuti i
particolari schemi. Negli Yogasutra sviluppa la consapevolezza in modo
che essa ‘rimanga su quello’ (YS, tatsha),
‘penetri in quello’ (YS, tananjanata) e
‘assuma l’identità
dell’oggetto’ (YS, samapattita, 1:4)
“mentre si fanno cessare le fluttuazioni” (YS,
Kseenavritti, 1:41). Se non riesce a sviluppare una consapevolezza
libera da attività, si può praticare
l’‘esercizio del trattenere il respiro’
(M, bum ba can; YS, kumbhaka). Quando il respiro è
trattenuto per intervalli sempre più lunghi,
l’attività mentale cessa momentaneamente.
Acquisita una certa sensazione di come sia l’arresto della
mente, il meditante prosegue nello svolgimento dell’esercizio
senza l’aiuto della manipolazione fisiologica.
Un
primo risultato, nella prospettiva del punto di osservazione,
è che la consapevolezza diventa ininterrotta, senza
più cadute di tensione. La consapevolezza ‘sta
continuamente’ (M, gnas ba’ i rgyun) o
“sta su quello e penetra in quello” (YS, 1:41).
Cessato il contenuto mentale grossolano, nulla più la
intralcia. L’altro risultato, dal punto di vista degli eventi
osservabili, è che il meditante ‘ha arrestato la
mente’ (M, sems med). E’ entrato in uno stato di
concentrazione profonda chiamato samadhi. Riesce a mantenere la
consapevolezza sulle soglie dei diversi sensi e ad arrestare
l’attività di costruzione del contenuto mentale
grossolano appena si presenta alla coscienza. Benché possa
continuare ad avvertirvi alcuni movimenti alla soglia dei sensi, questi
non vengono ‘costruiti’ (M, bcos pa) in chemi
percettivi e cognitivi grossolani. Il meditante reprime
l’attività alle ‘soglie [sensoriali] che
emanano’ (M, ’char sgo). Secondo la Mahamudra, le
‘cognizioni grossolane’ (M, rags rtog) –
pensiero, percetti, emozioni – cessano, mentre resta
l’attività più
‘sottile’ (M, ’phra rtog). Per gli
Yogasutra, l’oggetto di consapevolezza perde la sua forma
specifica: è ‘vuoto di forma propria’
(YS, svarupashunyam, 3:3). La consapevolezza si apre al sostrato della
percezione ordinaria, ossia a un incessante flusso di luce nel fluire
della consapevolezza. Quest’esercizio serve a decostruire
quella che gli psicologi della percezione chiamano la
‘sintesi percettiva’ (Hebb, 1949; Neisser, 1967),
il più rudimentale stadio della costruzione percettiva prima
del riconoscimento dello schema. Così facendo il meditante
impara a smantellare il mondo grossolano della percezione e ad
arrestare la mente.