A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Gli stadi della meditazione
in una prospettiva interculturale

di Daniel P. Brow

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Stadio II. Addestramento preliminare del corpo e della mente

A. Addestramento alla consapevolezza corporea

Mentre i preliminari avanzati mirano a eliminare le distrazioni nell’addestramento iniziale alla consapevolezza, l’addestramento preliminare corporeo/mentale dirige il training alla consapevolezza più estensivamente verso il foro interiore, sul ‘flusso della coscienza’ (M, rgyun; VM, bhavanga). Il meditante deve ora imparare a individuare con chiarezza nel flusso l‘attività che distrae’ (M, bias ba; YS, vritti), come pure a impedire cadute di consapevolezza. Poiché questo compito comporta l’attenta discriminazione dei vari tipi di distrazione, l’esercizio è chiamato nella Mahamudra i ‘tre isolamenti’ (M, dben gsum). Il meditante isola e specifica la natura dell’attività del flusso in modo da far ordine nel caos.

Comincia con l’addestramento alla consapevolezza dei processi corporei. Si ritira in un luogo appartato, riduce al minimo i movimenti fisici e adotta una postura stabile. Gli Yogasutra consigliano più posture (YS, asana, 2:46-48); la Mahamudra ne usa una sola, la posizione del loto, ma suggerisce di tenere presenti i sette ‘punti’ (gambe, colonna vertebrale, petto, collo, mani, lingua e occhi). Tanto gli Yogasutra quanto la Mahamudra ne forniscono un modello ideale: rispettivamente la divinità Ishvara e il Buddha cosmico, Vairocana. Perfezionata la postura, il meditante osserva attentamente lo stato del corpo per notare le eventuali imperfezioni della posizione e le attività irrequiete. Scopre ben presto che il corpo emette una costante e disordinata attività interna; essa viene neutralizzata con la costante produzione di attività controllata, ‘mantenendo fermamente’ (M, sgrim ba) la postura perfetta con ‘sforzo’ (M, ‘bad pa). Come risultato la grossolana attività del corpo subisce un cambiamento che la Mahamudra definisce ‘acquietamento’ (M, rang babs, letteralmente ‘caduta in se stesso’) e gli Yogasutra chiamano ‘stabilità’ (YS, sthira, 2:46), con cui diventa facile mantenere a lungo e senza fatica una posizione stabile. L’acquietamento o la stabilità non implicano una cessazione dell’attività corporea, ma, più esattamente, una ridistribuzione dell’attività muscolare in modo che il corpo sia restituito alla sua ‘azione appropriata’ (M, las rung). Ampie ricerche su queste posture (Ikegami, 1970) hanno convalidato l’asserzione dei testi di meditazione: la postura per la meditazione non è tecnicamente rilassante, nel senso di una globale riduzione dell’attività muscolare irregolare, ma stabilizzante, nel senso di una accresciuta regolarità nella distribuzione dell’attività muscolare. Inoltre, la consapevolezza si apre a livelli sottili di attività corporea, avvertita come un fluire nel corpo di correnti di energia. Con la maggiore esperienza, il meditante impara a isolare gli schemi energetici discernibili, che subiscono col tempo un significativo ‘riassetto’ (M, sgrigs pa) in direzione di una maggiore regolarità. Poiché si afferma che queste correnti sono correlate all’attività della mente, l’addestramento alla postura contribuisce anche a creare uno stato mentale più equilibrato, chiamato ‘fermezza’ (M, bstan pa) nella Mahamudra ed ‘equilibrio’ (YS, samapatti, 2:47) negli Yogasutra.


B. Acquietamento della respirazione e del pensiero

Con l’acquietarsi del corpo, si acquista una maggiore consapevolezza dell’attività irregolare della respirazione e degli eventi nel flusso della coscienza. Questo disordine nel flusso assume la forma di ‘illusione’ (YS, indrajala, 2:52) del pensiero e dell’attività incessante del dialogo interiore e/o delle fantasticherie (M, ngag). Entrambe le irregolarità della respirazione e del dialogo interiore, sono comprese nel termine tibetano ‘parola’ (M, ngag, dben) nella Mahamudra e ‘controllo del respiro’ (YS, pranayama) negli Yogasutra. Muovendo sia dalla respirazione sia dal dialogo interiore, la meditazione ha lo scopo di isolare i diversi aspetti del ciclo respiratorio e/o del dialogo interiore in modo da diminuire l’attività irregolare o, nell’espressione degli Yogasutra, ‘interromperne il movimento’ (YS, gativicchedah, 2:49). La Mahamudra parte dal dialogo interiore, gli Yogasutra dalla respirazione. La prima dà al meditante l’istruzione di ‘lasciar andare’ (M, lhod pa) ogni sforzo dopo aver avvertito l’acquietarsi del corpo e notare la risultante attività del flusso fino a che non avvenga l’ ‘acquietamento’ (M, rang babs) del dialogo interiore. Allora le chiacchiere mentali e le fantasticherie recedono nello sfondo. I secondi gli prescrivono di interferire attivamente nel ritmo normale della respirazione modificandone la direzione, la durata, la successione, cosa che produce un netto ‘cambiamento’ (YS, vritti) del ciclo respiratorio e del flusso (YS, 2:50).

Entrambi gli approcci risultano in un’accresciuta regolarità del ciclo respiratorio, un esito convalidato anche da studi empirici sui meditanti (Kasamutsu e Harai, 1966; Wallace, 1970). Altro risultato comune a entrambi è la riduzione del pensiero ordinario, chiamato ‘non cognizione’ (M, mi rtog) nella Mahamudra e ‘distruggere [le cognizioni che creano] la copertura della luce [della consapevolezza]’ (YS, kseeyate prakasa / avaranam, 2:52) negli Yogasutra. Questa asserzione circa la riduzione del pensiero ha avuto una certa convalida empirica da uno studio con il Rorschach effettuato su individui dediti a pratiche di meditazione intensiva, nei quali si è avuta una significativa diminuzione della produttività e del pensiero associativo. Il conseguente maggiore ordine del flusso è il primo equivalente della ‘contemplazione’ (M, bsam gtam, letteralmente l’‘acquietarsi delle riflessioni’).


C. Riassetto del flusso della coscienza

Pensiero decostruttivo

Ora il meditante ha creato un ambiente interiore favorevole alla meditazione ed è in grado di portare la ‘consapevolezza’ (M, rig pa; Ys, sattva) all’attento esame di quest’ambiente. Tuttavia, l’ordinaria consapevolezza cosciente è rivolta verso l’esterno, e il primo compito è lo sviluppo di uno ‘stile’ (M, lugs) di consapevolezza detto ‘introversione’ (M, nang du) nella Mahamudra e ‘ritiro in se stessi’ (YS, pratyahara, 2:54) negli Yogasutra. Il meditante impara a ‘sganciarsi’ (YS, asamprayoge, 2:54) dalla realtà esterna e dall’influenza degli oggetti dei sensi in modo da portare la consapevolezza a rivolgere ogni attenzione al flusso della coscienza. Questo esercizio è quindi chiamato negli Yogasutra ‘ritrazione dei sensi’ (YS, pratyahara). Il meditante impara anche a ‘isolare’ i vari aspetti del flusso e a vedere in che modo si dispieghino gli eventi. Questo esercizio è quindi chiamato nella Mahamudra ‘isolamento della mente’ (M, dben sems).

Come risultato, il meditante diventa meno sensibile agli eventi esterni e più sensibile agli eventi interiori. In uno studio empirico effettuato partendo da questo assunto, si è rilevato un aumento dell’effetto autocinetico durante la meditazione (Pelletier, 1974). Tale aumento è stato interpretato come un’accresciuta distanza dalla realtà esterna (Mayman e Voth, 1969). Un risultato connesso è che il restante contenuto del flusso della coscienza si fa percepibile: a questo punto, ricordi specifici, anticipazioni di eventi futuri e categorizzazioni di eventi percettivi in atto.

Ma il risultato più importante, ottenuto con la pratica estensiva, è la dilatazione della coscienza al di là del contenuto agli stessi processi con cui gli eventi compaiono nel flusso. Il contenuto del pensiero viene a cadere. Questa consapevolezza penetrante causa anche un ‘riassetto’ (M, srigs pa) del flusso nel senso di un maggior ordine. Qui però le due tradizioni divergono. Il meditante buddhista impara a discernere la discontinuità del flusso, lo yogi induista la continuità. Le due tradizioni sono però d’accordo nel ritenere che l’esercizio debba principalmente mirare a far discernere la struttura del flusso della coscienza, non il suo contenuto. Il termine tecnico con cui si designa l’esperienza discontinua del meditante buddhista è ‘discontinuità’ (M, spros ba), ossia successione di eventi separati, uno dopo l’altro, con uno iato fra il precedente e il seguente. L’esperienza continua dell’induista è definita tecnicamente ‘cambiamento continuo del materiale mentale’ (YS, chittavritti, 1:1). L’ordinario contenuto della mente si modifica continuamente per prendere la forma dei sempre mutevoli dati sensoriali. Con questo esercizio lo yogi impara a ‘individuare il contenuto mentale nella forma che esso veramente ha [non in quella dei dati dei sensi]’ (YS, 2:54). Ma in entrambe le tradizioni il meditante riesce ad avvertire una sempre maggiore regolarità nell’ambiente interiore, che non subisce più l’influenza immediata dei mutevoli eventi esterni.


Stadio III. Concentrazione con supporto

A.1. Concentrazione ‘frontale’

Il meditante comincia la concentrazione ‘frontale’ (M, mnong du; YS, dharana, 3:1) scegliendo il posto, costruendosi un comodo sedile e adottando una posizione stabile. Poiché la concentrazione ha lo scopo di fissare l’attenzione su qualcosa per periodi di tempo prolungati, si può usare qualsiasi ‘oggetto di consapevolezza’ (M, dmigs pa; VM, nimitta; YS, alambana) che sia tangibile e abbia attributi chiaramente definiti in modo da ‘far da supporto’ (M, rten) alla concentrazione. La Mahamudra si serve principalmente di oggetti visivi, per esempio pietre o pezzi di legno, gli Yogasutra fanno ricorso ai mantra e il Visuddhimagga a vari oggetti (VM, kasina), scelti secondo l’indole personale. L’oggetto viene poi posto ‘fronte’ a una distanza ottimale (VM, mnong du; VM, parikamma; YS, tratakam): la distanza di un giogo nella Mahamudra, o di due braccia e mezzo nel Visuddhimagga. Le tre tradizioni concordano su più elementi fondamentali della pratica della concentrazione. Il controllo dello sguardo, effettuato fissando dritto davanti a sé, nella Mahamudra, o socchiudendo gli occhi, nel Visuddhimagga, riduce l’input sensoriale e quindi anche le manifestazioni del flusso della coscienza. Fissare lo sguardo sugli ‘attributi’ percettivi (M, mtsan ma), per esempio colore e forma, è molto importante (M, sems gzung, letteralmente: ‘attaccare la mente; YS, dharani, ‘tenere saldamente’). Altrettanto importante è sforzarsi di mantenere la concentrazione (M, sgrim ba; YS, dharani).

Un primo risultato, nella prospettiva del punto di osservazione, è la capacità di sostenere la consapevolezza sempre più a lungo senza cadute di tensione. Dice la Mahamudra: “La consapevolezza sta in parte [sul suo oggetto]” (M, gnas cha). Altro risultato, nella prospettiva degli eventi osservabili, è un cambiamento dell’esperienza dell’oggetto di consapevolezza. Il meditante ne percepisce soltanto i ‘puri e semplici attributi’ (M, mtshan, ma tsam). La categorizzazione (M, rtsis gdab) e il ‘pensiero discriminante’ (M, rtog pa) nei confronti dell’oggetto vengono a cessare.

Per esempio, se l’oggetto fosse un bastoncino, ne resterebbero soltanto il colore e la forma, senza alcun significato particolare come bastoncino. Nei termini della psicologia cognitivistica occidentale, la concentrazione scardina la normale elaborazione delle informazioni. La fissazione dello sguardo sopprime i movimenti oculari microsaccadici che sono importanti ai fini dell’esplorazione percettiva (Fischer, 1971). E’ anche interrotta la funzione categorizzante dell’elaborazione delle informazioni. Secondo Bruner (1973), la percezione è un atto costruttivo mediante il quale l’informazione percettiva viene ripartita in varie categorie sulla base di tratti fisici definiti particolareggiatamente. Con la categorizzazione si costruiscono modelli del mondo più o meno veridici che “vanno al di là delle informazioni date”. Le categorie simboliche permettono la rapida codificazione delle informazioni anche quando i suggerimenti di stimolo sono minimi, ma la permettono a spese della precisione. Di solito il mondo è ‘visto’ attraverso il filtro di un’ampia rete di categorie astratte. Ma con la concentrazione prolungata il meditante le scardina e ritorna agli effettivi tratti fisici degli oggetti di percezione o, come dicono i testi, ai loro ‘puri e semplici attributi’.


A.2. Concentrazione ‘interiore’

La concentrazione ‘frontale’ è un passo preparatorio all’esercizio principale della concentrazione ‘interiore’ (M, nang du). Esso ha lo scopo di addestrare la consapevolezza a ‘restare ferma’ di fronte alle potenziali distrazioni del flusso di coscienza servendosi di un oggetto di consapevolezza interno. Il meditante passa ora alla rappresentazione interna dell’oggetto che prima era esterno. Le tradizioni buddhiste ricorrono a rappresentazioni visive (M, gzugs brnyan, ‘immagine riflessa’; VM, uggahanimitta, ‘immagine eidetica’); gli Yogasutra a una rappresentazione delle correnti di energia sottile nel corpo (YS, dharanachakra, 3:1). La concentrazione ‘interiore’ è praticata sino a quando “non ci sia più alcuna differenza nella visione dell’oggetto di consapevolezza a occhi aperti e a occhi chiusi” (VM, 4:30). Poi, quando riesce a protrarre la concentrazione su questi oggetti interni, il meditante passa a oggetti ancora più dettagliati: l’immagine tipica del Corpo del Tathagata (Buddha) con i suoi trentacinque tratti percettivi maggiori e gli ottanta minori, nella Mahamudra, e, analogamente, l’immagine della divinità Hari, negli Yogasutra (3:1).

Un primo risultato, nella prospettiva del punto di osservazione, è il raggiungimento da parte del meditante di una condizione di concentrazione ininterrotta che la Mahamudra chiama ‘mente che sta ferma’ (M, sems gnas). Altro risultato, nella prospettiva degli eventi osservabili, è la trasformazione che avviene nel flusso della coscienza. Dapprima, l’oggetto interno domina sempre più il flusso per cui, nelle buone sedute, può essere l’unico evento che si manifesta istante per istante. Poi l’oggetto diventa sempre più instabile. Cambia dimensioni, forma, posizione e luminosità: può diventare, per esempio, grande come il mare o piccolo come un seme di senape. Quella che prima sembrava una rappresentazione interiore fissa è ora percepita come un’immagine in continuo cambiamento. Infine il flusso si ‘riordina’ (M, rten ‘brel byed pa) in modo da accostarsi sempre più all’oggetto di consapevolezza. Se l’immagine è quella del Buddha o di Hari nei loro aspetti tipici, il flusso di coscienza comincia ad accostarsi nel suo manifestarsi a tali aspetti e qualità. Nei termini della psicologia cognitivistica, il meditante destabilizza la costanza dell’oggetto. Anche se non vi sono studi empirici sui cambiamenti che avvengono nella costanza dell’oggetto nel corso della meditazione intensiva di concentrazione, la perdita di tale costanza è stata constatata durante la deprivazione sensoriale (Zubek, 1969) e in condizioni di concentrazione protratta (Hochberg, 1970).


B. Abilità nel riconoscere il seme: riconoscimento dello schema

Con il progredire della concentrazione, si ha un profondo mutamento dell’oggetto di consapevolezza. Esso emerge in una forma nuova, chiamata il ‘seme’ (M, thig le; VM, patibhaga; YS, bindu). Gli incontri iniziali con il seme sono impressionanti. Il campo della concentrazione si riduce a un piccolo seme compatto che fluttua nello spazio (VM, 4:31). Sembra anche che il seme emetta una luce propria. Esso contiene informazioni combinate provenienti da ogni sistema sensoriale – tutte le forme, i suoni, i profumi, ecc. Mentre nelle meditazioni precedenti le informazioni provenienti da ciascun sistema sensoriale erano separate, esse non lo sono più nella meditazione sul seme, nella quale si sommano. Il seme contiene le stesse informazioni che provengono dalle molteplici modalità sensoriali indipendentemente dalla natura dell’oggetto che le origina (oggetto visivo o mantra). Contiene anche informazioni su una miriade di sottili attributi percettivi (M, mtshan ma ’phra mo), non discernibile nella percezione ordinaria, nonché su una grande quantità di attributi ‘particolari’ (M, bye brag) e ‘vari’ (M, sna tshog). E’ soggetto a continua trasformazione.

La natura esatta della trasformazione differisce nel sistema buddhista e induista. Benché entrambi concordino sul fatto che nella consapevolezza il seme va continuamente cambiando, il cambiamento è percepito come discontinuo nel Buddhismo e come continuo nell’Induismo. La Mahamudra descrive il seme (M, thig le) come ‘emanante’ (M, ’char ba’ i thig le) vari eventi percettivi separati. Da esso pulsano in successione specifiche immagini, luci colorate, vibrazioni, fragranze, sensazioni, ecc., con discontinuità nell’emanazione dei vari eventi. Per gli Yogasutra, il seme (YS, bindu) è una ‘incessante trasformazione’ (YS, vritti) di ‘uno stesso continuum’ (YS, ekatanata, 3:2). Immagini, luci, vibrazioni, ecc. continuano a intrecciarsi, come nei disegni di Escher, senza confini discernibili tra gli eventi che si succedono.

La meditazione sul seme richiede una modifica della natura della concentrazione. Poiché lo sforzo interferisce con gli eventi che si dispiegano dal seme, il meditante riceve l’istruzione di passare a uno stile di concentrazione ‘rilassato’ (M, glod pa). Questo richiede ‘abilità’ (M, rstal), come è chiamato l’esercizio nella Mahamudra. Il passaggio al rilassamento comporta un più chiaro manifestarsi degli eventi, i quali si susseguono in una ‘non cessazione’ (M, ma ’gag pa). Il meditante impara a focalizzare l’attenzione sugli eventi che si dispiegano nel flusso allorché emerge il seme. Quindi l’esercizio è chiamato ‘contemplazione’ (YS, dhyana) negli Yogasutra (3:2). Il termine tecnico per questo particolare aspetto della consapevolezza è ‘riconoscimento’ (M, ngo shes ba, letteralmente ‘conoscere il materiale’; YS, pratyaya, 3:2). Il meditante non fa altro che agevolare la concentrazione e notare quella che la Mahamudra ha chiamato la ‘forza delle emanazioni danzanti’ (M, sgyu ’phrul gar dbang phyug).

In seguito a questo riconoscimento si stabilisce una nuova condizione del seme detta nella Mahamudra ‘seme condensato’ (M, bsdu ba’ i thig le). Al meditante riesce sempre più difficile riconoscere gli schemi percettivi. Con il crescere dell’abilità questi diventano una ‘massa di luce’ (M, od kyi gong bu). Analogamente, nel Visuddhimagga il patibhaga (leteralmente, ‘segno di somiglianza’) è descritto come un disco luminoso simile alla luna o a una stella, migliaia di volte più puro del ‘ segno eidetico (uggaha)’. Il ‘seme sviluppato’ (VM, sannapatibhaga) non ha né colori né forme particolari (VM, 4:31). Così pure, negli Yogasutra l’emissione di luce con la scomparsa degli schemi specifici contraddistingue l’inizio del successivo gradino della pratica, il samadhi del principiante (YS, 3:3) in cui il seme appare come una gemma preziosa (YS, 1:41). Sulla scomparsa degli specifici schemi tutte le tradizioni concordano. Scompaiono anche gli ‘stati emotivi dolorosi’ (M, nyong mong; YS, klesa). Il meditante non ‘particolarizza’ più (M, yid la byed pa) tali schemi; nella consapevolezza non resta che una mutevole massa di luce. Questo riconoscimento è chiamato ‘grande chiarezza’ (M, gsal bde ba). Poiché l’oggetto non assomiglia più a quello che era in origine, il Visuddhimagga (VM, 4:31) lo chiama ‘semplice modo di apparenza’ o ‘somiglianza’ (VM, 4:31).

L’esercizio di abilità descrive quello che gli psicologi cognitivisti hanno chiamato il ‘riconoscimento dello schema’, un processo mediante il quale si costruisce uno schema ben definito a partire da informazioni limitate. Secondo le teorie costruttivistiche della percezione, la formazione dello schema è un processo a due stadi. Alla prima sintesi percettiva globale fa seguito la specificazione degli schemi riconoscibili (Hebb, 1949; Allport, 1967; Neisser, 1967). Il meditante osserva questi stadi ala rovescia: nel seme emanante diventa consapevole di una miriade di schemi specifici.

C. Fermare la mente: sintesi percettiva

E’ assai difficile mantenere la consapevolezza del seme condensato. Certi particolari schemi possono facilmente ripresentarsi o si può perdere la consapevolezza del seme. Per approfondire la concentrazione, il seme va ‘protetto’ come è chiamato l’esercizio nel Visuddhimagga (VM, 4:34). Il meditante deve ‘eliminare ‘ (M, zad pa) ogni residuo contenuto cognitivo e percettivo che possa provocare la perdita della consapevolezza del seme. Deve ‘fermare la mente’ (M, sems med), com’è chiamato l’esercizio nella Mahamudra. Gli Yogasutra lo chiamano invece il ‘samadhi [del principiante]’ durante il quale “decrescono le grossolane fluttuazioni del materiale mentale” (YS, Kseenavritti, 1:14). Uno dei problemi è che l’oggetto di consapevolezza si fa sempre più sottile. La difficoltà di mantenere la concentrazione ha a che fare con l’ ‘attività’ (M, byas ba) dei sistemi sensoriali. La mente è continuamente attiva nel registrare l’input sensoriale in atto. “La mente vaga fra gli oggetti dei sensi” (M, sems yul la phyan). ‘Si sposta’ (M, ’pho ba) continuamente da un istante dell’input sensoriale all’altro, e quest’attività dà inizio all’intera sequenza dei processi con i quali viene ‘costruito’ (M, bcos pa) il mondo della percezione. Il meditante deve imparare a fermare questa sottile ma costante attività, con la quale sono registrate ed elaborate le impressioni dei sensi, e decostruire l’ordinaria percezione degli schemi. L’esercizio è perciò chiamato ‘arresto della mente’.

Per fermare la mente occorre sviluppare una semplice consapevolezza vuota di ogni attività. Nella Mahamudra il meditante pone la propria consapevolezza sullo spazio vuoto, reprimendo l’attività con la quale vengono riconosciuti i particolari schemi. Negli Yogasutra sviluppa la consapevolezza in modo che essa ‘rimanga su quello’ (YS, tatsha), ‘penetri in quello’ (YS, tananjanata) e ‘assuma l’identità dell’oggetto’ (YS, samapattita, 1:4) “mentre si fanno cessare le fluttuazioni” (YS, Kseenavritti, 1:41). Se non riesce a sviluppare una consapevolezza libera da attività, si può praticare l’‘esercizio del trattenere il respiro’ (M, bum ba can; YS, kumbhaka). Quando il respiro è trattenuto per intervalli sempre più lunghi, l’attività mentale cessa momentaneamente. Acquisita una certa sensazione di come sia l’arresto della mente, il meditante prosegue nello svolgimento dell’esercizio senza l’aiuto della manipolazione fisiologica.

Un primo risultato, nella prospettiva del punto di osservazione, è che la consapevolezza diventa ininterrotta, senza più cadute di tensione. La consapevolezza ‘sta continuamente’ (M, gnas ba’ i rgyun) o “sta su quello e penetra in quello” (YS, 1:41). Cessato il contenuto mentale grossolano, nulla più la intralcia. L’altro risultato, dal punto di vista degli eventi osservabili, è che il meditante ‘ha arrestato la mente’ (M, sems med). E’ entrato in uno stato di concentrazione profonda chiamato samadhi. Riesce a mantenere la consapevolezza sulle soglie dei diversi sensi e ad arrestare l’attività di costruzione del contenuto mentale grossolano appena si presenta alla coscienza. Benché possa continuare ad avvertirvi alcuni movimenti alla soglia dei sensi, questi non vengono ‘costruiti’ (M, bcos pa) in chemi percettivi e cognitivi grossolani. Il meditante reprime l’attività alle ‘soglie [sensoriali] che emanano’ (M, ’char sgo). Secondo la Mahamudra, le ‘cognizioni grossolane’ (M, rags rtog) – pensiero, percetti, emozioni – cessano, mentre resta l’attività più ‘sottile’ (M, ’phra rtog). Per gli Yogasutra, l’oggetto di consapevolezza perde la sua forma specifica: è ‘vuoto di forma propria’ (YS, svarupashunyam, 3:3). La consapevolezza si apre al sostrato della percezione ordinaria, ossia a un incessante flusso di luce nel fluire della consapevolezza. Quest’esercizio serve a decostruire quella che gli psicologi della percezione chiamano la ‘sintesi percettiva’ (Hebb, 1949; Neisser, 1967), il più rudimentale stadio della costruzione percettiva prima del riconoscimento dello schema. Così facendo il meditante impara a smantellare il mondo grossolano della percezione e ad arrestare la mente.

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007