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Adelphi
1997
James
Hillman, psicologo analista americano, è stato direttore
dell’Istituto C.G. Jung di Zurigo. Tra i suoi libri
ricordiamo:
Saggio su Pan, Il suicidio e l’anima, Il mito
dell’analisi,
Anima, La vana fuga dagli Dei, Fuochi blu, La forza del carattere.
In questo libro, attraverso le storie di molti personaggi famosi,
Hillman affronta il tema del destino. Esiste qualcosa in ciascuno di
noi che ci induce a essere in un certo modo, a fare certe scelte, a
prendere certe vie? Se esiste, è il daimon, il
“demone” che ciascuno di noi riceve come compagno
prima
della nascita, secondo il mito di Er raccontato da Platone.
E’
ciò che si nasconde dietro le parole come
“vocazione”, “chiamata”,
“carattere”. E’ la chiave per leggere
quel linguaggio
cifrato che costituisce il “codice
dell’anima”.
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Ci
sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano
le
nostre teorie su di essa. Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la
sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada.
Alcuni di noi questo “qualcosa” lo ricordano come
un
momento preciso dell’infanzia, quando un bisogno pressante e
improvviso, una fascinazione, un curioso insieme di circostanze, ci ha
colpiti con la forza di un’annunciazione: Ecco quello che
devo
fare, ecco quello che devo avere. Ecco chi sono.
Questo libro ha per argomento quell’annuncio.
O forse la chiamata non è stata così vivida,
così
netta, ma più simile a piccole spinte verso un determinato
approdo, mentre ci lasciamo galleggiare nella corrente pensando ad
altro. Retrospettivamente, sentiamo che era la mano del destino.
Questo libro ha per argomento quel senso del destino.
Tali annunci e tali sensazioni determinano una biografia con
altrettanta forza dei ricordi di violenze terribili; solo che quegli
enigmatici momenti tendono a essere relegati in un angolo. Le nostre
teorie, infatti, danno la preferenza ai traumi, e al compito che essi
ci impongono di elaborarli. Ma, nonostante le offese precoci e tutti i
“sassi e i dardi della oltraggiosa sorte”, noi
rechiamo
impressa fin dall’inizio l’immagine di un preciso
carattere
individuale dotato di taluni tratti indelebili.
Questo libro ha per argomento la potenza di quel carattere.
Poiché le teorie psicologiche della personalità e
del suo
sviluppo sono così fortemente dominate dalla visione
“traumatica” degli anni infantili, la messa a fuoco
dei
nostri ricordi o il linguaggio con cui raccontiamo la nostra storia
sono a priori contaminati dalle tossine di tali teorie. E’
possibile, invece, che la nostra vita non sia determinata tanto dalla
nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparata a immaginarla.
I guasti non ci vengono tanto dai traumi infantili , bensì
– è quanto si sostiene in questo libro –
dalla
modalità traumatica con cui ricordiamo l’infanzia
come un
periodo di disastri arbitrari e provocati da cause esterne che ci hanno
plasmati male.
Questo libro, dunque, vuole riparare in parte a tali guasti, mostrando
che cos’altro c’era, c’è,
nella nostra natura.
Vuole risuscitare le inspiegabili giravolte che ha dovuto compiere la
nostra barca presa nei gorghi e nelle secche della mancanza di senso,
restituendoci la percezione del nostro destino. Perché
è
questo che in tante vite è andato smarrito e va recuperato:
il
senso della propria vocazione, ovvero che c’è una
ragione
per cui si è vivi.
Non la ragione per cui vivere; non il significato della vita in
generale, o la filosofia di un credo religioso: questo libro non ha la
pretesa di fornire risposte del genere. Esso vuole rivolgersi piuttosto
alla sensazione che esiste un motivo per cui la mia persona, che
è unica e irripetibile, è al mondo, e che
esistono cose
alle quali mi devo dedicare al di là del quotidiano e che al
quotidiano conferiscono la sua ragion d’essere; la sensazione
che
il mondo, in qualche modo, vuole che io esista, la sensazione che
ciascuno è responsabile di fronte a un’immagine
innata, i
cui contorni va riempiendo nella propria biografia.
Quell’immagine innata è anch’essa
l’argomento
di questo libro, così come è
l’argomento di ogni
biografia – e nelle pagine seguenti ne incontreremo molte, di
biografie. Quello della biografia è un problema che
ossessiona
la soggettività occidentale, come dimostra il suo abbandono
alle
terapie del Sé. Chi è in terapia, o è
comunque
toccato dalla riflessione terapeutica sia pure diluita nel bagno di
lacrime delle confessioni in diretta TV, è alla ricerca di
una
biografia soddisfacente: Come posso mettere insieme in
un’immagine coerente i pezzi della mia vita? Come posso
rintracciare la trama di fondo della mia storia?
Per scoprire l’immagine innata dobbiamo accantonare gli
schemi
psicologi generalmente usati – e per lo più
usurati. Essi
non rivelano abbastanza. Rifilano le vite per adattarle allo schema:
crescita come sviluppo, una fase dopo l’altra,
dall’infanzia attraverso una giovinezza tormentata fino alla
crisi della mezza età e alla vecchiaia, e infine alla morte.
Mentre procedi, un passo dopo l’altro, attraverso una mappa
già tutta disegnata, ti ritrovi su un itinerario che ti dice
dove sei stato prima ancora che tu ci sia arrivato, o nella media di
una statistica calcolata da un attuario per conto di una compagnia di
assicurazioni. Il corso della tua vita è stato descritto al
futuro anteriore. Oppure, invece della prevedibile autostrada,
sarà il “viaggio” fuori dagli itinerari
battuti, in
cui si accumulano e si scartano episodi senza un disegno, e gli eventi
sono frantumati come in un curriculum vitae organizzato esclusivamente
sulla base della cronologia: prima ho fatto Questo, poi
Quest’altro. Una vita simile è come una narrazione
priva
di trama, tutta imperniata su una figura centrale sempre più
tediosa, “io… io… io”, che
vagola nel deserto
dei “vissuti” senza più linfa.
Io dico che siamo stati derubati della nostra vera biografia
– il
destino iscritto nella ghianda – e che entriamo in analisi
per
riappropriarcene. Ma l’immagine innata non si
potrà
trovare, finché non disporremo di una teoria psicologica che
attribuisca realtà psichica primaria alla chiamata del
destino.
Altrimenti, la nostra identità continuerà a
essere quella
del consumatore dei sociologi, determinata da statistiche calcolate su
campioni casuali, mentre le sollecitazioni del daimon, non
riconosciute, appariranno come eccentricità costipate di
aggressivi rancori e di paralizzanti nostalgie. La rimozione, che tutte
le scuole terapeutiche considerano la chiave d’accesso alla
struttura della personalità, non riguarda il passato,
bensì la ghianda, e gli errori che in passato abbiamo
compiuto
nel rapportarci a essa.
Noi appiattiamo la nostra vita con il modo stesso in cui la concepiamo.
Abbiamo smesso di immaginarla con un pizzico di romanticismo, con un
piglio romanzesco. Perciò questo libro
raccoglierà anche
il tema romantico e oserà vedere la biografia alla luce di
grandi idee, come la bellezza, il mistero, il mito.
Una cosa va chiarita subito. Il paradigma oggi dominante per
interpretare le vite umane individuali, e cioè il gioco
reciproco tra genetica e ambiente, omette una cosa essenziale: quella
particolarità che dentro di noi si chiama
“me”. Se
accetto l’idea di essere l’effetto di un
impercettibile
palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, io mi riduco a mero
risultato. Quanto più la mia vita viene spiegata sulla base
di
qualcosa che è già nei miei cromosomi, di
qualcosa che i
miei genitori hanno fatto o hanno omesso di fare e alla luce dei miei
primi anni di vita ormai lontani, tanto più la mia biografia
sarà la storia di una vittima. La vita che io vivo
sarà
una sceneggiatura scritta dal mio codice genetico,
dall’eredità ancestrale, da accadimenti
traumatici, da
comportamenti inconsapevoli dei miei genitori, da incidenti sociali.
Questo libro vuole smascherare la mentalità della vittima,
da
cui nessuno di noi può liberarsi, finché non
riusciremo a
vedere in trasparenza i paradigmi teorici che a quella
mentalità
danno origine e ad accantonarli. Noi siamo vittime delle teorie ancor
prima che vengano messe in pratica. L’identità di
vittima
dell’americano contemporaneo è il rovescio della
medaglia
sul cui dritto campeggia tutta lustra l’identità
opposta:
l’immagine eroica dell’«uomo che si
è fatto da
sé», che si è ritagliato il destino da
solo con
volontà incrollabile. La Vittima è
l’altra faccia
dell’Eroe. Più in profondità, tuttavia,
noi siamo
vittime della psicologia accademica, della psicologia scientistica,
financo della psicologia terapeutica, i cui paradigmi non spiegano e
non affrontano in maniera soddisfacente – che è
come dire
ignorano – il senso della vocazione, quel mistero
fondamentale
che sta al centro di ogni vita umana.
Questo libro, insomma, ha per argomento la vocazione, il destino, il
carattere, l’immagine innata: le cose che, insieme,
sostanziano
la “teoria della ghianda”, l’idea,
cioè, che
ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che
chiede
di essere vissuta e che è già presente prima di
poter
essere vissuta.
«Prima di poter essere vissuta»… Questa
frase
solleva dei dubbi su un altro importante paradigma: quello temporale. E
il tempo, che misura tutte le cose, deve avere un termine.
Anch’esso, dunque, va accantonato; altrimenti, il prima
determinerà sempre il dopo, e noi rimaniamo
incatenati a
cause remote sulle quali non possiamo intervenire. Perciò
questo
libro dedicherà molto tempo a ciò che
è fuori del
tempo, cercando di leggere ciascuna vita a ritroso, oltre che in avanti.
Il leggere a ritroso ci permette di vedere come certe ossessioni
precoci siano l’abbozzo di comportamenti attuali. A volte,
anzi,
i picchi dei primi anni non sono mai più superati. Leggere a
ritroso significa che la parola chiave per le biografie non
è
tanto “crescita” quanto “forma”
e che lo
sviluppo ha senso soltanto in quanto svela un aspetto
dell’immagine originaria. Beninteso, ciascuna vita umana di
giorno in giorno progredisce e regredisce, e noi vediamo svilupparsi
svariate facoltà e le osserviamo decadere. E tuttavia
l’immagine innata del nostro destino le contiene tutte nella
compresenza di oggi ieri e domani. La nostra persona non è
un
processo o un evolversi. Noi siamo quell’immagine
fondamentale,
ed è l’immagine che si sviluppa, se mai lo fa.
Come disse
Picasso: «Io non mi evolvo. Io sono».
Tale, infatti, è la natura dell’immagine, di
qualunque
immagine. L’immagine è presente tutta in una
volta. Quando
guardiamo una faccia di fronte a noi, o una scena fuori dalla finestra
o un quadro alla parete, noi vediamo un tutto, una Gestalt. Tutte le
parti si presentano simultaneamente. Non c’è un
pezzo che
ne causa un altro o che lo precede nel tempo. Non ha importanza se il
pittore ha inserito le macchie rosse per ultime o per prima, le
striature grigie dopo un ripensamento o come struttura iniziale, o se
magari esse sono segni residui di un’immagine precedente
rimasti
sulla tela: ciò che vediamo è esattamente
ciò che
c’è da vedere, tutto in una volta. E’
così
anche per la faccia che ci sta di fronte: carnagione e lineamenti
formano un’unica espressione, un’immagine sola,
data tutta
insieme. Lo stesso vale per l’immagine dentro la ghianda. Noi
nasciamo con un carattere; che è dato; che è un
dono,
come nella fiaba, delle fate madrine al momento della nascita.
°°°
Questo libro intraprende una strada nuova a partire da
un’idea
antica: ciascuna persona viene al mondo perché chiamata.
L’idea viene da Platone, dal mito di Er che egli pone alla
fine
della sua opera più nota, la Repubblica. In breve,
l’idea
è la seguente.
Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie
un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve
un
compagno che ci guidi quassù, un daimon, che unico e tipico
nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e
crediamo di essere venuti vuoti. E’ il daimon che ricorda il
contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto,
è lui dunque il portatore del nostro destino.
Secondo Plotino (205-270 d. C. ), il maggiore dei filosofi
neoplatonici, noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la
situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti, come
racconta il mito, alla sua necessità. Come dire che la mia
situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari
adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla
mia
anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è
perché ho dimenticato.
E Platone racconta quel mito affinché non dimentichiamo:
infatti, come spiega nelle ultimissime righe, salvando il mito potremo
salvare noi stessi e prosperare. Il mito, insomma, svolge una funzione
psicologica di redenzione, e una psicologia derivata dal mito
può ispirare una vita fondata su di esso.
Il mito porta anche a mosse pratiche. La più pratica
consiste
nel vedere la nostra biografia avendo presenti le idee implicite nel
mito, e cioè le idee di vocazione, di anima, di daimon, di
destino, di necessità, che esploreremo nelle pagine
seguenti.
Poi, suggerisce il mito, dobbiamo prestare particolare attenzione
all’infanzia, per cogliere i primi segni del daimon
all’opera, per afferrare le sue intenzioni e non bloccargli
la
strada. Le altre conseguenze pratiche vengono da sé: a)
riconoscere la vocazione come un dato fondamentale
dell’esistenza
umana; b) allineare la nostra vita su di essa; c) trovare il
buon
senso di capire che gli accidenti della vita, compresi il mal di cuore
e i contraccolpi naturali che la carne porta con sé, fanno
parte
del disegno dell’immagine, sono necessari a esso e
contribuiscono
a realizzarlo.
Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta
di
vista. Oppure può possederci totalmente. Non importa: alla
fine
verrà fuori. Il daimon non ci abbandona.
Si è cercato per secoli il termine più
appropriato per
indicare questo tipo di “vocazione”, o chiamata. I
latini
parlavano del nostro genius, i greci del nostro daimon e i cristiani
dell’angelo custode. I romantici, Keats per esempio, dicevano
che
la chiamata veniva dal cuore, mentre l’occhio intuitivo di
Michelangelo vedeva un’immagine nel cuore della persona che
stava
scolpendo. I neoplatonici parlavano di un corpo immaginale, ochema, che
ci trasporta come un veicolo, che è il nostro personale
supporto
o sostegno. C’è chi fa riferimento alla dea
Fortuna, chi a
un genietto, a un cattivo seme o genio malefico. Per gli Egizi poteva
essere il ka o il ba, con il quale si poteva dialogare.
Presso
gli eschimesi e altri popoli dove è praticato lo
sciamanesimo,
è il nostro spirito, la nostra anima-libera, la nostra
anima-animale, la nostra anima-respiro.
In epoca vittoriana, l’antropologo culturale E.B. Taylor
(1832-1917) riferiva che presso i popoli
“primitivi” (come
venivano definite le società non tecnologiche)
ciò che
noi chiamiamo “anima” era concepito come
“un’immagine umana immateriale, una sorta di
vapore, di
velo o ombra … impalpabile e invisibile,
manifestante
tuttavia potenza fisica”. In tempi più recenti,
l’etnologo Ǎke Hultkrantz, studiosi dei popoli amerindi,
afferma
che, secondo queste popolazioni, l’anima “trae
origine da
un’immagine” ed è “concepita
sotto forma di
immagine”. Platone, nel mito di Er, usa una parola analoga
paradeigma, o forma fondamentale, che abbraccia l’intero
destino
di una persona. Questa immagine che ci accompagna come
un’ombra
nella vita, sebbene sia portatrice del destino e della fortuna, non
è però una guida morale né va confusa
con la voce
della coscienza.
Il genius dei latini non era un moralista. Benché
“conoscesse tutto il futuro di un individuo e ne determinasse
il
destino”, tuttavia “tale divinità non
esercitava
alcuna sanzione morale; era semplicemente un agente della sorte
personale. Si poteva tranquillamente chiedere al proprio genio di
realizzare desideri malvagi o egoistici”. A Roma come
nell’Africa occidentale o a Haiti, una persona poteva
chiedere al
proprio daimon (o comunque si chiamasse) di fare ammalare i propri
nemici, di gettarli sul lastrico, di aiutarla a manipolare o a sedurre
gli altri. Dedicheremo un capitolo (“Il Cattivo
Seme”)
anche a questo aspetto “malvagio” del daimon.
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