A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Dal libro  "Uscire dalla paura"

di krishnananda

Rompere l'identificazione col bambino emozionale

Feltrinelli Editore 2008
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Krishnananda (Thomas Trobe), psichiatra, laureato a Harvard e all’Università della California, è diventato poi discepolo del maestro spirituale Osho. Fa parte ora della Osho Academy e guida gruppi di crescita. Ha individuato nella co-dipendenza una delle principali fonti di malessere degli esseri umani contemporanei. Ha pubblicato anche “A tu per tu con la paura” (Urra 1997, Feltrinelli 2006) e “Fiducia e sfiducia” (Urra 2004).

 Lo stato mentale del bambino emozionale


Consideriamo più dettagliatamente il bambino emozionale.

Immaginate che un bambino entri, proprio ora, nella vostra camera e vi chieda di uscire a giocare con lui. Comincia a fare i capricci. Voi vorreste che capisse che potrete giocare con lui domani, che oggi non è proprio possibile. Ma “domani” non significa nulla per lui. Si mette a pestare i piedi: “No! Adesso!” dice. Finché, pieno di rabbia, scoppia a piangere.

Dentro di noi abbiamo una parte che è esattamente come quel bambino: non ha alcuna nozione del domani, non sopporta di aspettare né di venire contrariata, non sa posporre la gratificazione e il piacere a un altro momento perché non crede che ci sia un “altro momento”, non ha la possibilità dentro di sé di contenere il dolore o la frustrazione. Sebbene ciascuno abbia un proprio comportamento, magari un po’ diverso da quello di altri, la profonda esperienza di quello spazio è per lo più la stessa per tutti noi Possiamo chiamarlo “stato mentale del bambino ferito” o spazio interiore del “bambino emozionale”.

In questo stato di coscienza siamo incapaci di stare con ciò che c’è, di essere presenti e contenere l’esperienza, siamo spaventati, diffidenti e molto insicuri. E queste paure ci rendono impulsivi, reattivi e costantemente inquieti.

Quando ci troviamo in questa struttura mentale non siamo di solito consapevoli di nient’altro in noi se non di questo spazio, ci identifichiamo totalmente col bambino emozionale, incapaci di vedere che non è ciò che siamo. Molti, a causa di ferite subite nell’infanzia, ferite profonde e non ancora guarite, sono sempre stati pieni di paura, vergogna e sfiducia, finendo col crearsi un’identità basata su quel bambino emozionale. Ma quelle qualità non sono parte della nostra natura, ci sono state instillate come risultato del condizionamento e delle esperienze su cui non avevamo controllo.

La mancanza di comprensione – di “spazio” – per le paure, i bisogni e i comportamenti del bambino emozionale, crea infelicità nella nostra vita ed è causa di molti dei nostri problemi, soprattutto nelle relazioni. Spesso, nei nostri seminari, mostriamo il film Luna di fiele, di Roman Polanski, in cui possiamo vedere ciò che succede quando entriamo in una relazione vivendo, inconsapevolmente, nello stato mentale del nostro bambino. Il film è la storia di una relazione amorosa. La prima parte mostra l’inconsapevolezza di due persone che si innamorano credendo di avere finalmente trovato l’amore che cercavano. Poi, a mano a mano che la loro relazione si approfondisce, ciascuno dei due scende sempre più a compromessi, riempiendosi di risentimento verso l’altro. Dapprima uno è tiranno dell’altro, ma poi i ruoli si scambiano. Sebbene la fine sia un po’ troppo drammatica, viene mostrato chiaramente come l’amore senza la consapevolezza porti solo dolore e distruzione.

Nella mia ricerca ho scoperto che quando penetro in profondità nello stato del bambino emozionale ci sono due aspetti. Il primo, ciò che è manifesto, è costituito dai comportamenti che condizionano la nostra vita quando siamo catturati dal bambino emozionale: 1) reazione e controllo, 2) aspettative e pretese, 3) compromesso, 4) assuefazione e 5) pensiero magico. Sono le cinque facciate che l’altro si trova davanti quando si relaziona con noi. Dietro questi comportamenti c’è un’altra parte, più profonda, costituita dalle emozioni dello stato mentale del bambino ferito: 1) paura e choc, 2) vergogna e insicurezza, 3) bisogno e vuoto, 4) angoscia e 5) sfiducia e rabbia.


Dirò subito qualcosa a proposito di ciascuno dei cinque comportamenti ed emozioni, ma li tratterò più dettagliatamente nei successivi capitoli.

Quando siamo nello stato mentale del bambino reagiamo in modo automatico agli eventi della vita. Le reazioni sono determinate dalla paura che se non reagiamo ci accadrà qualcosa di brutto o non riusciremo a ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. Dallo stimolo passiamo automaticamente alla reazione, senza alcuna consapevolezza di cosa stia succedendo e perché; lo spazio tra lo stimolo e la reazione è infinitesimale. Reagiamo così velocemente e automaticamente perché sentiamo che è questione di vita o di morte. Sempre. Reagiamo tutte le volte che ci sentiamo minacciati, reagiamo per soddisfare i nostri bisogni, reagiamo quando non ci sentiamo al sicuro, amati e apprezzati.

Quando due persone si incontrano nello stato mentale del bambino, ciascuno vede nell’altro qualcuno che deve prendersi cura dei suoi bisogni insoddisfatti o qualcuno che, in qualche modo, potrebbe fargli del male. Ne risulta che ciascuno si sentirà spinto a controllare l’altro in ogni modo possibile e le conseguenze saranno conflitti, aspettative insoddisfatte, incomunicabilità, giochi di potere e dolore.

Il bambino interiore ha delle aspettative sugli altri e sulla vita. Si aspetta che i suoi bisogni saranno soddisfatti e che sarà liberato dalle paure e da ciò che lo affligge. E’ naturale che un bambino senta così, perché trovandosi in uno stato di impotenza e insicurezza cos’altro potrebbe sperare per sentirsi al sicuro? In certi casi sono state vissute talmente tante delusioni che le aspettative sono state seppellite sotto uno strato di rassegnazione, ma sono ancora lì, nascoste nei desideri del nostro bambino emozionale. Questo aspetto dello stato mentale del bambino può, per alcuni di noi, essere piuttosto evidente: abbiamo delle pretese e gli altri ci devono ciò che vogliamo e, quando le cose non vanno come vorremmo o ci sentiamo privati dell’attenzione, biasimiamo e accusiamo convinti di essere stati trattati ingiustamente.

E’ anche naturale che quando siamo nello stato mentale del bambino, basato sulla paura e sulla vergogna, viviamo una vita di compromessi. La vergogna e la paura portano al compromesso perché siamo terrorizzati da ciò che gli altri potrebbero pensare e, in questo stato, abbiamo perso il contatto con la nostra forza e la fiducia in noi stessi, nei nostri pensieri, emozioni e intuizioni. In breve, non viviamo per noi stessi ma per gli altri.

Quando siamo dominati dallo stato mentale del nostro bambino siamo anche inclini all’assuefazione. Questo bambino, proprio come farebbe qualsiasi bambino, vuole un’immediata gratificazione e se non siamo capaci di osservare e di prendere distanza dalle nostre emozioni e paure, cercheremo di aggrapparci a qualcosa che possa darci sollievo. Spesso si tratta di assuefazioni croniche e non siamo nemmeno consapevoli della loro presenza o di cosa le guidi. Ma se potessimo avere una comprensione di quanto terrorizzato è il bambino emozionale dentro di noi, avremmo forse più compassione per le nostre assuefazioni, soprattutto considerando che tutti ne abbiamo.

Infine, quando siamo nello stato mentale del bambino, speriamo magicamente che arrivi la persona giusta a liberarci da ogni nostra paura e dal nostro dolore, speriamo di venire liberati dalla solitudine e da tutto ciò che ci affligge. Cerchiamo di cambiare amici e amanti in ciò che vorremmo che fossero, oppure andiamo da qualcun altro, sperando che questi soddisferà finalmente le nostre aspettative. In entrambi i casi non dovremo sentire il dolore della solitudine quando ci deluderanno. Il nostro bambino emozionale non può vedere le cose così come sono perché le idealizza: ha bisogno di sentire che le persone e la vita sono in un certo modo, per sentirsi al sicuro e mettere ordine nel proprio mondo interiore. Quello che fa è semplicemente immaginarsi che le cose sono così come vuole che siano, mette certe persone su un piedistallo e vive nella speranza e nell’illusione.

E’ facile riconoscere i comportamenti del nostro bambino emozionale. Per mettere invece a nudo le emozioni che stanno dietro questi comportamenti occorre un ulteriore passo in profondità. Le paure sono ben radicate nella nostra mente e si basano su esperienze passate, alcune delle quali sono state dimenticate; inoltre, siccome il bambino è ferito, quando ne siamo dominati non ci sentiamo liberi o spontanei, ma pieni di vergogna, inadeguatezza, senso di inferiorità, tristezza, rabbia e sfiducia. Non ci sentiamo autosufficienti, al contrario ci sentiamo vuoti e aneliamo disperatamente che qualcuno colmi quel vuoto. Siamo spinti a cercare all’esterno il nostro benessere interiore.

Normalmente siamo molto identificati con lo stato mentale del bambino. Quando cattura la nostra coscienza – cosa che può accadere in qualsiasi momento, appena sentiamo la benché minima frustrazione o disturbo – sembra essere totalmente ciò che siamo. Essendo persi nelle nostre reazioni, subissati dalle aspettative o sopraffatti dall’insicurezza e dalla paura, ci è difficile immaginare che ciò accade solo perché il bambino emozionale dentro di noi ha preso il comando.

Sempre, durante i vent’anni in cui sono stato col mio maestro spirituale, il suo più importante messaggio è stato di imparare a osservare. Ci ha sempre detto che la meditazione è la sola medicina che ha da darci, la cura per ogni nostra sofferenza. Ma per far sì che continuassimo ad ascoltare, che continuassimo a “comprare” la medicina, ha dovuto escogitare molte graziose confezioni.

Possiamo applicare l’osservazione a qualsiasi aspetto della nostra vita, ma ho notato che comprendere le nostre difficoltà nelle relazioni – la nostra autostima compromessa e molti dei nostri modelli di comportamento – significa imparare a osservare il nostro bambino emozionale in tutte le sue forme. Tutti noi abbiamo questa capacità di osservare, di contenere e comprendere, ma ci vuole pratica per sviluppare queste qualità. All’inizio viviamo per lo più nello stato mentale del bambino e l’osservare è raro o del tutto assente. Passiamo dallo stimolo alla reazione come dei robot, senza capire perché ci sentiamo e ci comportiamo in un certo modo. Lo stato del bambino non ha consapevolezza di sé, è meccanico, automatico e ripetitivo, ma quando cominciamo a osservare e a comprendere di più lo spazio interiore del nostro bambino emozionale, la capacità di essere un “testimone” si approfondisce e la nostra consapevolezza matura.

 


©2008-2009 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 04/11/2008