Krishnananda
(Thomas Trobe), psichiatra, laureato a Harvard e
all’Università della California, è
diventato poi discepolo del maestro spirituale Osho. Fa parte ora della
Osho Academy e guida gruppi di crescita. Ha individuato nella
co-dipendenza una delle principali fonti di malessere degli esseri
umani contemporanei. Ha pubblicato anche “A tu per tu con la
paura” (Urra 1997, Feltrinelli 2006) e “Fiducia e
sfiducia” (Urra 2004).
Lo stato mentale del bambino
emozionale
Consideriamo più dettagliatamente il bambino emozionale.
Immaginate che un bambino entri, proprio ora, nella vostra camera e vi
chieda di uscire a giocare con lui. Comincia a fare i capricci. Voi
vorreste che capisse che potrete giocare con lui domani, che oggi non
è proprio possibile. Ma “domani” non
significa nulla per lui. Si mette a pestare i piedi: “No!
Adesso!” dice. Finché, pieno di rabbia, scoppia a
piangere.
Dentro di noi abbiamo una parte che è esattamente come quel
bambino: non ha alcuna nozione del domani, non sopporta di aspettare
né di venire contrariata, non sa posporre la gratificazione
e il piacere a un altro momento perché non crede che ci sia
un “altro momento”, non ha la
possibilità dentro di sé di contenere il dolore o
la frustrazione. Sebbene ciascuno abbia un proprio comportamento,
magari un po’ diverso da quello di altri, la profonda
esperienza di quello spazio è per lo più la
stessa per tutti noi Possiamo chiamarlo “stato mentale del
bambino ferito” o spazio interiore del “bambino
emozionale”.
In questo stato di coscienza siamo incapaci di stare con ciò
che c’è, di essere presenti e contenere
l’esperienza, siamo spaventati, diffidenti e molto insicuri.
E queste paure ci rendono impulsivi, reattivi e costantemente inquieti.
Quando ci troviamo in questa struttura mentale non siamo di solito
consapevoli di nient’altro in noi se non di questo spazio, ci
identifichiamo totalmente col bambino emozionale, incapaci di vedere
che non è ciò che siamo. Molti, a causa di ferite
subite nell’infanzia, ferite profonde e non ancora guarite,
sono sempre stati pieni di paura, vergogna e sfiducia, finendo col
crearsi un’identità basata su quel bambino
emozionale. Ma quelle qualità non sono parte della nostra
natura, ci sono state instillate come risultato del condizionamento e
delle esperienze su cui non avevamo controllo.
La mancanza di comprensione – di “spazio”
– per le paure, i bisogni e i comportamenti del bambino
emozionale, crea infelicità nella nostra vita ed
è causa di molti dei nostri problemi, soprattutto nelle
relazioni. Spesso, nei nostri seminari, mostriamo il film Luna di
fiele, di Roman Polanski, in cui possiamo vedere ciò che
succede quando entriamo in una relazione vivendo, inconsapevolmente,
nello stato mentale del nostro bambino. Il film è la storia
di una relazione amorosa. La prima parte mostra
l’inconsapevolezza di due persone che si innamorano credendo
di avere finalmente trovato l’amore che cercavano. Poi, a
mano a mano che la loro relazione si approfondisce, ciascuno dei due
scende sempre più a compromessi, riempiendosi di
risentimento verso l’altro. Dapprima uno è tiranno
dell’altro, ma poi i ruoli si scambiano. Sebbene la fine sia
un po’ troppo drammatica, viene mostrato chiaramente come
l’amore senza la consapevolezza porti solo dolore e
distruzione.
Nella mia ricerca ho scoperto che quando penetro in
profondità nello stato del bambino emozionale ci sono due
aspetti. Il primo, ciò che è manifesto,
è costituito dai comportamenti che condizionano la nostra
vita quando siamo catturati dal bambino emozionale: 1) reazione e
controllo, 2) aspettative e pretese, 3) compromesso, 4) assuefazione e
5) pensiero magico. Sono le cinque facciate che l’altro si
trova davanti quando si relaziona con noi. Dietro questi comportamenti
c’è un’altra parte, più
profonda, costituita dalle emozioni dello stato mentale del bambino
ferito: 1) paura e choc, 2) vergogna e insicurezza, 3) bisogno e vuoto,
4) angoscia e 5) sfiducia e rabbia.
Dirò subito qualcosa a proposito di ciascuno dei cinque
comportamenti ed emozioni, ma li tratterò più
dettagliatamente nei successivi capitoli.
Quando siamo nello stato mentale del bambino reagiamo in modo
automatico agli eventi della vita. Le reazioni sono determinate dalla
paura che se non reagiamo ci accadrà qualcosa di brutto o
non riusciremo a ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. Dallo
stimolo passiamo automaticamente alla reazione, senza alcuna
consapevolezza di cosa stia succedendo e perché; lo spazio
tra lo stimolo e la reazione è infinitesimale. Reagiamo
così velocemente e automaticamente perché
sentiamo che è questione di vita o di morte. Sempre.
Reagiamo tutte le volte che ci sentiamo minacciati, reagiamo per
soddisfare i nostri bisogni, reagiamo quando non ci sentiamo al sicuro,
amati e apprezzati.
Quando due persone si incontrano nello stato mentale del bambino,
ciascuno vede nell’altro qualcuno che deve prendersi cura dei
suoi bisogni insoddisfatti o qualcuno che, in qualche modo, potrebbe
fargli del male. Ne risulta che ciascuno si sentirà spinto a
controllare l’altro in ogni modo possibile e le conseguenze
saranno conflitti, aspettative insoddisfatte,
incomunicabilità, giochi di potere e dolore.
Il bambino interiore ha delle aspettative sugli altri e sulla vita. Si
aspetta che i suoi bisogni saranno soddisfatti e che sarà
liberato dalle paure e da ciò che lo affligge. E’
naturale che un bambino senta così, perché
trovandosi in uno stato di impotenza e insicurezza cos’altro
potrebbe sperare per sentirsi al sicuro? In certi casi sono state
vissute talmente tante delusioni che le aspettative sono state
seppellite sotto uno strato di rassegnazione, ma sono ancora
lì, nascoste nei desideri del nostro bambino emozionale.
Questo aspetto dello stato mentale del bambino può, per
alcuni di noi, essere piuttosto evidente: abbiamo delle pretese e gli
altri ci devono ciò che vogliamo e, quando le cose non vanno
come vorremmo o ci sentiamo privati dell’attenzione,
biasimiamo e accusiamo convinti di essere stati trattati ingiustamente.
E’ anche naturale che quando siamo nello stato mentale del
bambino, basato sulla paura e sulla vergogna, viviamo una vita di
compromessi. La vergogna e la paura portano al compromesso
perché siamo terrorizzati da ciò che gli altri
potrebbero pensare e, in questo stato, abbiamo perso il contatto con la
nostra forza e la fiducia in noi stessi, nei nostri pensieri, emozioni
e intuizioni. In breve, non viviamo per noi stessi ma per gli altri.
Quando siamo dominati dallo stato mentale del nostro bambino siamo
anche inclini all’assuefazione. Questo bambino, proprio come
farebbe qualsiasi bambino, vuole un’immediata gratificazione
e se non siamo capaci di osservare e di prendere distanza dalle nostre
emozioni e paure, cercheremo di aggrapparci a qualcosa che possa darci
sollievo. Spesso si tratta di assuefazioni croniche e non siamo nemmeno
consapevoli della loro presenza o di cosa le guidi. Ma se potessimo
avere una comprensione di quanto terrorizzato è il bambino
emozionale dentro di noi, avremmo forse più compassione per
le nostre assuefazioni, soprattutto considerando che tutti ne abbiamo.
Infine, quando siamo nello stato mentale del bambino, speriamo
magicamente che arrivi la persona giusta a liberarci da ogni nostra
paura e dal nostro dolore, speriamo di venire liberati dalla solitudine
e da tutto ciò che ci affligge. Cerchiamo di cambiare amici
e amanti in ciò che vorremmo che fossero, oppure andiamo da
qualcun altro, sperando che questi soddisferà finalmente le
nostre aspettative. In entrambi i casi non dovremo sentire il dolore
della solitudine quando ci deluderanno. Il nostro bambino emozionale
non può vedere le cose così come sono
perché le idealizza: ha bisogno di sentire che le persone e
la vita sono in un certo modo, per sentirsi al sicuro e mettere ordine
nel proprio mondo interiore. Quello che fa è semplicemente
immaginarsi che le cose sono così come vuole che siano,
mette certe persone su un piedistallo e vive nella speranza e
nell’illusione.
E’ facile riconoscere i comportamenti del nostro bambino
emozionale. Per mettere invece a nudo le emozioni che stanno dietro
questi comportamenti occorre un ulteriore passo in
profondità. Le paure sono ben radicate nella nostra mente e
si basano su esperienze passate, alcune delle quali sono state
dimenticate; inoltre, siccome il bambino è ferito, quando ne
siamo dominati non ci sentiamo liberi o spontanei, ma pieni di
vergogna, inadeguatezza, senso di inferiorità, tristezza,
rabbia e sfiducia. Non ci sentiamo autosufficienti, al contrario ci
sentiamo vuoti e aneliamo disperatamente che qualcuno colmi quel vuoto.
Siamo spinti a cercare all’esterno il nostro benessere
interiore.
Normalmente siamo molto identificati con lo stato mentale del bambino.
Quando cattura la nostra coscienza – cosa che può
accadere in qualsiasi momento, appena sentiamo la benché
minima frustrazione o disturbo – sembra essere totalmente
ciò che siamo. Essendo persi nelle nostre reazioni,
subissati dalle aspettative o sopraffatti dall’insicurezza e
dalla paura, ci è difficile immaginare che ciò
accade solo perché il bambino emozionale dentro di noi ha
preso il comando.
Sempre, durante i vent’anni in cui sono stato col mio maestro
spirituale, il suo più importante messaggio è
stato di imparare a osservare. Ci ha sempre detto che la meditazione
è la sola medicina che ha da darci, la cura per ogni nostra
sofferenza. Ma per far sì che continuassimo ad ascoltare,
che continuassimo a “comprare” la medicina, ha
dovuto escogitare molte graziose confezioni.
Possiamo applicare l’osservazione a qualsiasi aspetto della
nostra vita, ma ho notato che comprendere le nostre
difficoltà nelle relazioni – la nostra autostima
compromessa e molti dei nostri modelli di comportamento –
significa imparare a osservare il nostro bambino emozionale in tutte le
sue forme. Tutti noi abbiamo questa capacità di osservare,
di contenere e comprendere, ma ci vuole pratica per sviluppare queste
qualità. All’inizio viviamo per lo più
nello stato mentale del bambino e l’osservare è
raro o del tutto assente. Passiamo dallo stimolo alla reazione come dei
robot, senza capire perché ci sentiamo e ci comportiamo in
un certo modo. Lo stato del bambino non ha consapevolezza di
sé, è meccanico, automatico e ripetitivo, ma
quando cominciamo a osservare e a comprendere di più lo
spazio interiore del nostro bambino emozionale, la capacità
di essere un “testimone” si approfondisce e la
nostra consapevolezza matura.