A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Dal libro  "Uscire dalla paura"

di krishnananda

Rompere l'identificazione col bambino emozionale

Feltrinelli Editore 2008
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 Quando incontriamo lo stato del bambino emozionale, possiamo comportarci con esso in modo simile a come ci comporteremmo con quel bambino che entrò nella nostra camera chiedendoci attenzione. Non lo reprimiamo, non lo mandiamo via. Ciò creerebbe solo difficoltà, perché lui andrà altrove a sfogarsi, o potrebbe ripiegarsi su se stesso, nascondendo il suo entusiasmo e le sue doti, come molti di noi hanno fatto. Quello che faremo sarà cercare di capire il suo comportamento e ciò che nasconde: daremo dunque il nostro amore e la nostra attenzione al bambino emozionale, osservando senza giudizio. Questo non lo fa scomparire, ma non sarà più quella potente forza nascosta nella nostra vita che, senza che ne siamo consapevoli, guida i nostri comportamenti e le nostre emozioni. Forse rimarrà sempre dentro di noi una parte spaventata e reattiva, sfiduciata e insicura, ma col rafforzarsi del nostro osservatore e col crescere della nostra maturità possiamo riconoscere che è come un ospite venuto a stare nella nostra casa, possiamo osservare, fare un bel respiro … e lasciar che sia! Questi comportamenti – reazioni, aspettative, assuefazioni e compensazioni – sono sintomi di profonde emozioni nascoste, ma praticando pazientemente “l’essere con” queste emozioni quando sorgono, anziché giudicarle, impariamo a riconoscere e a contenere le sensazioni di sfiducia, paura, vuoto e insicurezza che stanno dietro i comportamenti.

La comprensione dello stato mentale del nostro bambino emozionale può chiarire gran parte della nostra vita, come e perché reagiamo in un certo modo, perché abbiamo dentro così tanta paura, così tanta fame di amore e di attenzione, perché è così difficile lasciare che qualcuno ci si avvicini, perché siamo così inquieti, perché abbiamo problemi a esprimerci nella sessualità, nella creatività, nella capacità di autoaffermazione. In breve, ci dà una comprensione di gran parte della nostra vita di tutti i giorni.

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Paure


Kristin, una mia amica norvegese, è terrorizzata dall’acqua. Non ha alcuna idea dell’origine di questa paura, ma va in panico al solo pensiero di entrare in mare, il che è davvero poco norvegese. Nathan, un altro amico, è un musicista di talento ma, a causa di una paralizzante angoscia da palcoscenico, non si esibisce mai. Andreas, un ingegnere svizzero che ha partecipato a molti dei nostri seminari, ha un incarico di alta responsabilità presso l’amministrazione della sua città, ma ha il terrore di essere anche solo minimamente in contrasto con altre posizioni. Queste paure inspiegabili e irrazionali sono molto comuni. Io ho un sogno ricorrente in cui devo presentarmi a un esame ma sono impreparato e un altro in cui sono completamente solo e cerco disperatamente Amana senza riuscire a trovarla. Quando esploro lo spazio interiore del mio bambino ferito, ciò che trovo è una profonda paura … ogni genere di paura. E mi sembra che, col passare degli anni, quella mia parte spaventata diventi ancora più intensa e, forse, più sensibile. Credo che ci sia sempre stata, ma l’avevo nascosta talmente bene da non poterla sentire o riconoscere così chiaramente.

La paura è un’altra delle qualità cardinali del bambino emozionale e possiamo meglio valutare perché questo aspetto sia così potente, se ci rendiamo conto di quanta paura quel bambino ha costantemente dentro di sé. A un alto livello di consapevolezza, cominciamo a vedere che la paura è un’illusione e che siamo nel grembo di un’esistenza benevola, ma nello stato mentale del bambino non siamo connessi a questa realtà. Dobbiamo prima riconoscere le paure che si agitano nel nostro bambino interiore.

C’è una storia che mio padre mi raccontava quando ero piccolo. E’ la storia di un bambino terrorizzato dai kreplach, dei tipici ravioli ebrei. Un giorno sua madre gli disse che gli avrebbe mostrato che non c’era niente da temere dai kreplach. Lo portò con sé in cucina, lo mise a sedere e, dopo avere steso un impasto di farina, gli chiese se aveva paura. No, rispose lui. Allora tagliò un quadratino di pasta. C’è qualcosa che ti fa paura?, gli chiese. Niente. Allora prese del trito di carne e lo mise al centro del quadratino. E adesso? chiese. No, certo che no! rispose lui. Quindi prese un angolo e lo ripiegò. Hai paura? No! Allora ripiegò un altro angolo. Ancora nessuna paura? Nessuna. Infine, prese l’ultimo angolo e lo piegò. Ahhhhh, kreplach! urlò il bambino.

La paura del nostro bambino ha diverse origini. In primo luogo, non è possibile per una natura così sensibile crescere nello stressante, repressivo e competitivo mondo occidentale senza sviluppare profonde paure. C’è poi il trauma della nascita in un corpo fisico e i diversi modi in cui questa avviene. Gli innumerevoli traumi subiti durante l’infanzia si sono aggiunti a quel trauma originale. Ogni durezza o invasione, sia pure in forma sottile, hanno scioccato la nostra naturale sensibilità. Infine, c’è la pura e semplice insicurezza del vivere in un mondo dove, di fondo, siamo inermi davanti alle soverchianti forze della vita. Abbiamo molte paure ma, alla loro base, ce ne sono due essenziali: quella di non sopravvivere e quella di non ricevere amore, le altre sono dei derivati di queste; se infatti esaminiamo attentamente i nostri comportamenti e le nostre paure ci accorgiamo di come, in un modo o nell’altro, gran parte della nostra vita sia condizionata da queste due.

La nostra cultura non insegna un atteggiamento di comprensione verso la paura, impariamo invece a rinnegarla e ad andare avanti stringendo i denti. Lottiamo per presentare un’immagine che convinca, sia gli altri che noi stessi, che le nostre paure non esistono, vergognandoci di averle. Oppure ci affliggiamo e ci giudichiamo a causa loro. Ma se non abbiamo un rapporto di benevola accettazione con le nostre paure, non lo abbiamo neanche con la nostra sensibilità. E se non c’è apertura nel modo in cui affrontiamo le nostre paure non svilupperemo mai una sana relazione con il nostro potere. Consideriamo il potere non come accettazione ma come assenza di paura, e a causa di questo condizionamento negativo rispetto alla paura impariamo a vergognarci della nostra sensibilità e della nostra vulnerabilità anziché apprezzarne la bellezza, e il nostro potere diviene aggressivo anziché centrato.

Avevo compensato così bene le mie paure che quando, durante gli anni universitari, un mio compagno di stanza abbandonò la scuola e si mise in cura psichiatrica, pensai semplicemente che fosse un debole. Fu solo anni più tardi che cominciai a riconoscere la scissione che avevo dentro di me. In superficie mi ero costruito delle maschere davvero creative per poter continuare a “funzionare” e tenere in mano la situazione, ma a un livello più profondo stavo nascondendo un bambino pieno di paura, pronto a emergere in situazioni di stress come relazionarsi a una donna, dare un esame o partecipare a una competizione sportiva. Una volta, sempre durante l’università, chiesi a una compagna di corso, molto sexy e attraente, se voleva uscire con me. Con mia grande sorpresa mi disse di sì, ma quando andai a prenderla ero talmente nervoso che non mi veniva in mente nulla da dire, nessuna cosa mi sembrava all’altezza. Nel corso della serata divenni sempre più teso finché, giunti a una festa che dava un amico, mi misi a bere di più di quanto potessi reggere … che non è molto. Così, una volta fuori, raccolsi tutto il mio coraggio per darle un bacio, ma finii per vomitare!

Credo che tutti no abbiamo storie orribili come questa. Se la nostra parte sensibile è stata repressa, riemergerà in modi inaspettati o verrà proiettata sulla persona amata. E'’ successo anche a me. Il mio primo amore fu una ragazza molto sensibile che, dopo anni di terapia, aveva finalmente trovato la forza e la fiducia per affrontare, giorno dopo giorno, quella costante sfida che era per lei la vita. Dato che per me la paura era semplicemente qualcosa da superare sbarazzandomene, non riuscivo a capire le sue difficoltà: per me stava solo indulgendo nelle sue paure. La nostra parte sensibile si nasconde o si vendica creando ostacoli, quando viene condannata dalla nostra parte rigida che compensa le sue paure, e da questo nasce una lotta interiore.
La paura, a parte quando viene causata da un pericolo immediato, si basa sul passato, su esperienze e condizionamenti che continuano a vivere nella mente del bambino ferito. E’ una traccia lasciata da esperienze negative, traumi e forme di pensiero cariche di paura che appartenevamo ai nostri genitori, ai nostri insegnanti e alla nostra cultura. Dopo aver osservato con attenzione e senza giudizio le mie paure, ho riconosciuto che non sono basate sulla realtà. Spesso posso vedere come una paura mi sia arrivata da uno o da entrambi i genitori, insinuandosi subdolamente nei miei pensieri. Per esempio, quando ero giovane avevo soprattutto paure connesse al denaro e alla sopravvivenza … e ancora mi sento un po’ in colpa se compro un maglione che costa più di 50 dollari! Ma poi divento consapevole di me stesso; lentamente, riesco a vedere che quando sorge una paura è perché il mio bambino emozionale ha preso il sopravvento.

Quando divento irritabile e frenetico (oltre il mio livello normale) è per me un buon segnale che il mio bambino emozionale ha preso il sopravvento: sta sorgendo una paura provocata dal non riuscire a ottenere qualcosa da qualcuno o scatenata da un disagio fisico, un rifiuto, una critica o dall’idea di fallire. Il primo passo è riconoscere la paura, il secondo è riconoscere che il bambino emozionale ha preso il sopravvento.

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Vergogna e Colpa

 
Vergogna e colpa sono un’altra delle esperienze cardinali del bambino emozionale. La vergogna è una sensazione di inadeguatezza, di non valere abbastanza. Immagino che ognuno di noi abbia un suo modo di descrivere questa esperienza ma, in ogni caso, non si tratta di un’esperienza piacevole. Quando siamo dominati dalla vergogna non sentiamo più noi stessi, non solo nel senso di non avere un’esperienza positiva, ma di un’assenza completa di esperienza di sé. C’è una caduta di energia, tutto sembra richiedere troppo sforzo e non riusciamo a immaginare di poter essere competenti in qualche cosa o che gli altri ci possano rispettare e amare. Inoltre, per rendere la cosa peggiore, cominciamo a comportarci in un modo che rafforza quella sensazione: diciamo idiozie, facciamo ogni genere di errori, lasciamo sempre tutto in disordine, non completiamo ciò che stiamo facendo o lo facciamo sciattamente, o addirittura ce ne andiamo in giro con un aspetto intontito, finendo poi col sentirci in colpa per essere un tale disastro e affondando nel buco. Da questo spazio vediamo un mondo dove tutti hanno successo, mentre noi non possiamo che fallire, e non ci è possibile immaginare niente di diverso, perché siamo convinti che questo è ciò che siamo, questa è la vita e niente cambierà mai.

Un giorno, proprio nel periodo in cui stavo scrivendo questo capitolo, mentre mi trovavo dal parrucchiere in attesa del mio turno vidi una donna che, come fu servita, si alzò dalla sedia, pagò e si avviò verso l’uscita ma, prima di uscire, si diede un’occhiata allo specchio in modo frettoloso, allontanandosi come se non volesse essere vista. Era davvero una donna attraente, ma il linguaggio del suo corpo diceva che lei non la pensava così. Se teniamo davanti a noi uno specchio, la prima impressione è solitamente di vergogna, invariabilmente troviamo qualcosa che non va e che deve essere migliorata. Vi potete ricordare dell’ultima volta che vi siete sentiti esclusi o che avevate una sensazione di non appartenenza? O che siete stati rifiutati o avete fallito in qualcosa di importante per voi? O quando qualcuno che guardavate con ammirazione vi ha detto qualcosa di spiacevole, oppure eravate con qualcuno verso il quale provavate rispetto e non sentivate voi stessi? Questi momenti provocano la nostra vergogna, e quando ne siamo dominati sentiamo di non andare bene così come siamo. Nei momenti che chiamiamo “attacchi di vergogna” lo sentiamo in modo acuto, ma fondamentalmente è sempre presente e, per alcuni di noi, è paralizzante.

 


©2008-2009 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 04/11/2008