Quando
incontriamo lo stato del bambino emozionale, possiamo comportarci con
esso in modo simile a come ci comporteremmo con quel bambino che
entrò nella nostra camera chiedendoci attenzione. Non lo
reprimiamo, non lo mandiamo via. Ciò creerebbe solo
difficoltà, perché lui andrà altrove a
sfogarsi, o
potrebbe ripiegarsi su se stesso, nascondendo il suo entusiasmo e le
sue doti, come molti di noi hanno fatto. Quello che faremo
sarà
cercare di capire il suo comportamento e ciò che nasconde:
daremo dunque il nostro amore e la nostra attenzione al bambino
emozionale, osservando senza giudizio. Questo non lo fa scomparire, ma
non sarà più quella potente forza nascosta nella
nostra
vita che, senza che ne siamo consapevoli, guida i nostri comportamenti
e le nostre emozioni. Forse rimarrà sempre dentro di noi una
parte spaventata e reattiva, sfiduciata e insicura, ma col rafforzarsi
del nostro osservatore e col crescere della nostra maturità
possiamo riconoscere che è come un ospite venuto a stare
nella
nostra casa, possiamo osservare, fare un bel respiro … e
lasciar
che sia! Questi comportamenti – reazioni, aspettative,
assuefazioni e compensazioni – sono sintomi di profonde
emozioni
nascoste, ma praticando pazientemente “l’essere
con”
queste emozioni quando sorgono, anziché giudicarle,
impariamo a
riconoscere e a contenere le sensazioni di sfiducia, paura, vuoto e
insicurezza che stanno dietro i comportamenti.
La comprensione dello stato mentale del nostro bambino emozionale
può chiarire gran parte della nostra vita, come e
perché
reagiamo in un certo modo, perché abbiamo dentro
così
tanta paura, così tanta fame di amore e di attenzione,
perché è così difficile lasciare che
qualcuno ci
si avvicini, perché siamo così inquieti,
perché
abbiamo problemi a esprimerci nella sessualità, nella
creatività, nella capacità di autoaffermazione.
In breve,
ci dà una comprensione di gran parte della nostra vita di
tutti
i giorni.
……………………………………………………………………………..
Paure
Kristin, una mia amica norvegese, è terrorizzata
dall’acqua. Non ha alcuna idea dell’origine di
questa
paura, ma va in panico al solo pensiero di entrare in mare, il che
è davvero poco norvegese. Nathan, un altro amico,
è un
musicista di talento ma, a causa di una paralizzante angoscia da
palcoscenico, non si esibisce mai. Andreas, un ingegnere svizzero che
ha partecipato a molti dei nostri seminari, ha un incarico di alta
responsabilità presso l’amministrazione della sua
città, ma ha il terrore di essere anche solo minimamente in
contrasto con altre posizioni. Queste paure inspiegabili e irrazionali
sono molto comuni. Io ho un sogno ricorrente in cui devo presentarmi a
un esame ma sono impreparato e un altro in cui sono completamente solo
e cerco disperatamente Amana senza riuscire a trovarla. Quando esploro
lo spazio interiore del mio bambino ferito, ciò che trovo
è una profonda paura … ogni genere di paura. E mi
sembra
che, col passare degli anni, quella mia parte spaventata diventi ancora
più intensa e, forse, più sensibile. Credo che ci
sia
sempre stata, ma l’avevo nascosta talmente bene da non
poterla
sentire o riconoscere così chiaramente.
La
paura
è
un’altra delle qualità cardinali del bambino
emozionale e
possiamo meglio valutare perché questo aspetto sia
così
potente, se ci rendiamo conto di quanta paura quel bambino ha
costantemente dentro di sé. A un alto livello di
consapevolezza,
cominciamo a vedere che la paura è un’illusione e
che
siamo nel grembo di un’esistenza benevola, ma nello stato
mentale
del bambino non siamo connessi a questa realtà. Dobbiamo
prima
riconoscere le paure che si agitano nel nostro bambino interiore.
C’è una storia che mio padre mi raccontava quando
ero
piccolo. E’ la storia di un bambino terrorizzato dai
kreplach,
dei tipici ravioli ebrei. Un giorno sua madre gli disse che gli avrebbe
mostrato che non c’era niente da temere dai kreplach. Lo
portò con sé in cucina, lo mise a sedere e, dopo
avere
steso un impasto di farina, gli chiese se aveva paura. No, rispose lui.
Allora tagliò un quadratino di pasta.
C’è qualcosa
che ti fa paura?, gli chiese. Niente. Allora prese del trito di carne e
lo mise al centro del quadratino. E adesso? chiese. No, certo che no!
rispose lui. Quindi prese un angolo e lo ripiegò. Hai paura?
No!
Allora ripiegò un altro angolo. Ancora nessuna paura?
Nessuna.
Infine, prese l’ultimo angolo e lo piegò. Ahhhhh,
kreplach! urlò il bambino.
La paura del nostro bambino ha diverse origini. In primo luogo, non
è possibile per una natura così sensibile
crescere nello
stressante, repressivo e competitivo mondo occidentale senza sviluppare
profonde paure. C’è poi il trauma della nascita in
un
corpo fisico e i diversi modi in cui questa avviene. Gli innumerevoli
traumi subiti durante l’infanzia si sono aggiunti a quel
trauma
originale. Ogni durezza o invasione, sia pure in forma sottile, hanno
scioccato la nostra naturale sensibilità. Infine,
c’è la pura e semplice insicurezza del vivere in
un mondo
dove, di fondo, siamo inermi davanti alle soverchianti forze della
vita. Abbiamo molte paure ma, alla loro base, ce ne sono due
essenziali: quella di non sopravvivere e quella di non ricevere amore,
le altre sono dei derivati di queste; se infatti esaminiamo
attentamente i nostri comportamenti e le nostre paure ci accorgiamo di
come, in un modo o nell’altro, gran parte della nostra vita
sia
condizionata da queste due.
La nostra cultura non insegna un atteggiamento di comprensione verso la
paura, impariamo invece a rinnegarla e ad andare avanti stringendo i
denti. Lottiamo per presentare un’immagine che convinca, sia
gli
altri che noi stessi, che le nostre paure non esistono, vergognandoci
di averle. Oppure ci affliggiamo e ci giudichiamo a causa loro. Ma se
non abbiamo un rapporto di benevola accettazione con le nostre paure,
non lo abbiamo neanche con la nostra sensibilità. E se non
c’è apertura nel modo in cui affrontiamo le nostre
paure
non svilupperemo mai una sana relazione con il nostro potere.
Consideriamo il potere non come accettazione ma come assenza di paura,
e a causa di questo condizionamento negativo rispetto alla paura
impariamo a vergognarci della nostra sensibilità e della
nostra
vulnerabilità anziché apprezzarne la bellezza, e
il
nostro potere diviene aggressivo anziché centrato.
Avevo compensato così bene le mie paure che quando, durante
gli
anni universitari, un mio compagno di stanza abbandonò la
scuola
e si mise in cura psichiatrica, pensai semplicemente che fosse un
debole. Fu solo anni più tardi che cominciai a riconoscere
la
scissione che avevo dentro di me. In superficie mi ero costruito delle
maschere davvero creative per poter continuare a
“funzionare” e tenere in mano la situazione, ma a
un
livello più profondo stavo nascondendo un bambino pieno di
paura, pronto a emergere in situazioni di stress come relazionarsi a
una donna, dare un esame o partecipare a una competizione sportiva. Una
volta, sempre durante l’università, chiesi a una
compagna
di corso, molto sexy e attraente, se voleva uscire con me. Con mia
grande sorpresa mi disse di sì, ma quando andai a prenderla
ero
talmente nervoso che non mi veniva in mente nulla da dire, nessuna cosa
mi sembrava all’altezza. Nel corso della serata divenni
sempre
più teso finché, giunti a una festa che dava un
amico, mi
misi a bere di più di quanto potessi reggere …
che non
è molto. Così, una volta fuori, raccolsi tutto il
mio
coraggio per darle un bacio, ma finii per vomitare!
Credo che tutti no abbiamo storie orribili come questa. Se la nostra
parte sensibile è stata repressa, riemergerà in
modi
inaspettati o verrà proiettata sulla persona amata.
E'’
successo anche a me. Il mio primo amore fu una ragazza molto sensibile
che, dopo anni di terapia, aveva finalmente trovato la forza e la
fiducia per affrontare, giorno dopo giorno, quella costante sfida che
era per lei la vita. Dato che per me la paura era semplicemente
qualcosa da superare sbarazzandomene, non riuscivo a capire le sue
difficoltà: per me stava solo indulgendo nelle sue paure. La
nostra parte sensibile si nasconde o si vendica creando ostacoli,
quando viene condannata dalla nostra parte rigida che compensa le sue
paure, e da questo nasce una lotta interiore.
La paura, a parte quando viene causata da un pericolo immediato, si
basa sul passato, su esperienze e condizionamenti che continuano a
vivere nella mente del bambino ferito. E’ una traccia
lasciata da
esperienze negative, traumi e forme di pensiero cariche di paura che
appartenevamo ai nostri genitori, ai nostri insegnanti e alla nostra
cultura. Dopo aver osservato con attenzione e senza giudizio le mie
paure, ho riconosciuto che non sono basate sulla realtà.
Spesso
posso vedere come una paura mi sia arrivata da uno o da entrambi i
genitori, insinuandosi subdolamente nei miei pensieri. Per esempio,
quando ero giovane avevo soprattutto paure connesse al denaro e alla
sopravvivenza … e ancora mi sento un po’ in colpa
se
compro un maglione che costa più di 50 dollari! Ma poi
divento
consapevole di me stesso; lentamente, riesco a vedere che quando sorge
una paura è perché il mio bambino emozionale ha
preso il
sopravvento.
Quando divento irritabile e frenetico (oltre il mio livello normale)
è per me un buon segnale che il mio bambino emozionale ha
preso
il sopravvento: sta sorgendo una paura provocata dal non riuscire a
ottenere qualcosa da qualcuno o scatenata da un disagio fisico, un
rifiuto, una critica o dall’idea di fallire. Il primo passo
è riconoscere la paura, il secondo è riconoscere
che il
bambino emozionale ha preso il sopravvento.
………………………………………………………………………………
Vergogna e Colpa
Vergogna e colpa sono un’altra delle esperienze cardinali del
bambino emozionale. La vergogna è una sensazione di
inadeguatezza, di non valere abbastanza. Immagino che ognuno di noi
abbia un suo modo di descrivere questa esperienza ma, in ogni caso, non
si tratta di un’esperienza piacevole. Quando siamo dominati
dalla
vergogna non sentiamo più noi stessi, non solo nel senso di
non
avere un’esperienza positiva, ma di un’assenza
completa di
esperienza di sé. C’è una caduta di
energia, tutto
sembra richiedere troppo sforzo e non riusciamo a immaginare di poter
essere competenti in qualche cosa o che gli altri ci possano rispettare
e amare. Inoltre, per rendere la cosa peggiore, cominciamo a
comportarci in un modo che rafforza quella sensazione: diciamo idiozie,
facciamo ogni genere di errori, lasciamo sempre tutto in disordine, non
completiamo ciò che stiamo facendo o lo facciamo
sciattamente, o
addirittura ce ne andiamo in giro con un aspetto intontito, finendo poi
col sentirci in colpa per essere un tale disastro e affondando nel
buco. Da questo spazio vediamo un mondo dove tutti hanno successo,
mentre noi non possiamo che fallire, e non ci è possibile
immaginare niente di diverso, perché siamo convinti che
questo
è ciò che siamo, questa è la vita e
niente
cambierà mai.
Un giorno, proprio nel periodo in cui stavo scrivendo questo capitolo,
mentre mi trovavo dal parrucchiere in attesa del mio turno vidi una
donna che, come fu servita, si alzò dalla sedia,
pagò e
si avviò verso l’uscita ma, prima di uscire, si
diede
un’occhiata allo specchio in modo frettoloso, allontanandosi
come
se non volesse essere vista. Era davvero una donna attraente, ma il
linguaggio del suo corpo diceva che lei non la pensava così.
Se
teniamo davanti a noi uno specchio, la prima impressione è
solitamente di vergogna, invariabilmente troviamo qualcosa che non va e
che deve essere migliorata. Vi potete ricordare dell’ultima
volta
che vi siete sentiti esclusi o che avevate una sensazione di non
appartenenza? O che siete stati rifiutati o avete fallito in qualcosa
di importante per voi? O quando qualcuno che guardavate con ammirazione
vi ha detto qualcosa di spiacevole, oppure eravate con qualcuno verso
il quale provavate rispetto e non sentivate voi stessi? Questi momenti
provocano la nostra vergogna, e quando ne siamo dominati sentiamo di
non andare bene così come siamo. Nei momenti che chiamiamo
“attacchi di vergogna” lo sentiamo in modo acuto,
ma
fondamentalmente è sempre presente e, per alcuni di noi,
è paralizzante.