A.R.A.T ( Associazione Rebirthing ad Approccio Transpersonale )
Dott.ssa GIOVANNA VISINI
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Vincere la paura

Dal libro “Pour une mort sans peur”

di Arnaud Desjardins

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Nel suo accecamento e nella sua stupidità, l’ego cerca di appropriarsi della verità suprema. La verità suprema, quella incarnata da Ramana Maharshi o dal Buddha o da qualunque Saggio è: “Io non cambio, sfuggo al tempo, non posso essere distrutto” – ma naturalmente solo l’atman o la Coscienza suprema può esprimersi in questo modo – e anche: “Non c’è che l’Io”, poiché la dualità è scomparsa, poiché il saggio è uno con il tutto, e il tutto è diventato una forma o un’espressione di se stesso. E’ la “Realizzazione”, il “Risveglio”, la “Liberazione”. E l’ego, dal canto suo, cerca stupidamente – ma non appena abbiamo un po’ di compassione, invece di indignarci, lo troviamo quasi commovente – l’ego cerca di proclamare la caricatura di questa verità: io non cambio, sono indistruttibile, e non ci sono che io. Eh no! Dal punto di vista dell’ego, dal punto di vista dei kosha, i rivestimenti dell’atman, del corpo fisico e del corpo sottile, non è vero che “non ci sono che io”, anche se cerco di affermarmi e anche se soffro di ogni contraddizione e di ogni limite. E non sono immutabile, cambio con le circostanze della mia vita. Quello che ero, l’attimo dopo non lo sono più: l’uomo di 30 anni è scomparso per sempre nell’uomo di 35 anni che è scomparso per sempre nell’uomo di 50 anni, e colui o colei che eravate quando siete entrati in questa stanza oggi, è già scomparso per sempre nel momento in cui mi ascoltate.

Brahma, Vishnu e Shiva, i tre aspetti di Ishwara, sono all’opera nell’universo. Se possiamo comprendere che sono tre manifestazioni di una realtà eterna e indistruttibile, tutti i nostri problemi sono risolti, certo, ma all’inizio del cammino queste sono solo parole per voi. Noi sappiamo, sappiamo perché è inscritto in noi, nel nostro corpo causale, nella nostra biologia, sappiamo che moriremo. A partire dal momento in cui siamo nati, siamo attirati, come l’ago dalla calamita, siamo attirati da questa morte cui ci avviciniamo ogni giorno di più. Che dobbiamo morire a 18 o a 80 anni , noi ci avviciniamo alla morte ogni giorno e lo sappiamo.

L’India va oltre quello che l’occidentale è disposto ad ammettere, affermando che portiamo in noi il ricordo di migliaia di nascite e di migliaia di morti, quello che è chiamato comunemente ‘incarnazioni successive’. C’è una memoria profonda, inscritta nelle nostre cellule, nel nostro corpo sottile – se voi accettate o no l’esistenza di questo corpo sottile, questa poi è un’altra faccenda – e sappiamo profondamente, ancor più di quanto la fisiologia e la psicologia moderna siano pronte a confermare, sappiamo che moriremo, perché siamo morti migliaia di volte e ne conserviamo l’esperienza. Questo affermano Induismo e Buddhismo. Oggi, qua e là, nel quadro delle ricerche psicologiche troviamo che qualcuno ammette che alcuni esseri siano capaci di ritrovare il ricordo assai preciso di esistenze anteriori o anche di morti anteriori nelle forme di anamnesi, questa parola significa semplicemente “ritorno alla coscienza della memoria dimenticata”.

D’altronde, forse avete osservato che i bambini piccoli parlano molto facilmente della morte, come se fosse una cosa molto semplice: “Dimmi mamma, quando morirai…” come se fosse tanto semplice quanto informarsi: “Dimmi mamma, quando vieni a passare otto giorni a casa?”, o ancora: “Quando sarò morto”. Io sono stato spesso colpito della facilità con cui i bambini parlano della morte, come se la comprendessero e non ne fossero affatto turbati. Mi ricordo la riflessione di una bimbetta mentre guardava i grossi elenchi telefonici di Parigi. Era meravigliata che vi fossero tanti nomi, tutti quei nomi in ogni pagina, e poi disse: “E un giorno, tutti questi nomi, tutti, tutti, tutti, saranno tutti morti”, come un’evidenza naturale che non era né triste, né dolorosa.

Più tardi, attraverso meccanismi che oggi, in questa conversazione, possiamo solo sfiorare, la paura della morte comincia a costituirsi. Se un bambino non è segnato dal ricordo di una morte tragica o prematura in una vita anteriore, se non è influenzato da una tale samskara inconscio, se ha conosciuto delle morti tranquille, accettate, trova la morte normale e per niente paurosa. Man mano che l’ego si forma, si cristallizza, si contrae in se stesso, con quel desiderio di immutabilità che non può essere trovata, quel desiderio di stabilità che nessuno può scoprire, allora la paura della sparizione, della distruzione, del cambiamento, e naturalmente della morte comincia ad apparire come emozione.

Ma tutte le paure non sono altro che forme della paura della morte, perché, dopo tutto, cosa può accaderci, per utilizzare il nostro linguaggio ordinario, di peggiore, di più tragico? Il “peggio” della mancanza di denaro, cosa potrebbe essere? Morire di fame e di freddo perché non si ha abbastanza per nutrirsi e scaldarsi. Bisogna guardare chiaramente dentro le vostre paure. E se avete paura della morte, è perché essa è inscritta in voi, e voi lo sapete, e ne siete attratti, attratti dalla morte che nello stesso tempo rifiutate.

***

Questo meccanismo è sempre operante. In tutte le paure c’è questa attrazione che portiamo in noi, che ci concerne, che ci impegna, e questo rifiuto, questa contraddizione tragica tra una parte di noi che dice sì e una parte che dice no. Se la paura ci sembra un’emozione così insopportabile, è perché non permette nessuna unificazione interiore. Un’emozione è il rifiuto di essere uno con la situazione esterna. Se sono disperato, è perché sono in contraddizione o in conflitto con il fenomeno esterno che mi sembra disperante, la perdita di un oggetto prezioso per esempio. Ma la paura è l’emozione più dolorosa, più terribile perché, più di ogni altra, rappresenta un conflitto all’interno di noi stessi. E’ insopportabile, terrificante perché ciò cui diciamo 'no' è in noi.

Comprendete bene questo punto. Nelle emozioni ordinarie, l’essenziale di ciò cui diciamo 'no', si trova all’esterno di noi: dico no a un fenomeno che si è appena prodotto. Certamente, c’è una vulnerabilità interiore che ci fa reagire in modo particolare a quel fenomeno. L’avvenimento fa vibrare un’emozione latente e particolare per ciascuno di noi, altrimenti tutti soffrirebbero allo stesso modo nelle stesse circostanze. Perché alcuni individui sono completamente perduti se la persona che aspettavano è in ritardo di dieci minuti all’incontro, mentre altri, dopo tre quarti d’ora si accontentano di pensare: “bah, però sta un po’ esagerando…” e la cosa si ferma lì?

Queste emozioni variano a seconda delle ferite latenti, non cicatrizzate che portiamo in noi, ma ciò che rifiutiamo, ciò cui diciamo ‘no’ l’abbiamo sotto gli occhi, è un orologio che segna le diciannove e trenta, mentre avevo appuntamento alle diciannove e una sedia di bistrot ancora vuota vicino alla mia: lui o lei non sono venuti. Nella paura non abbiamo niente sotto gli occhi, tranne una fantasia dell’immaginazione: “Il mio bambino morirà, lo so”. “In che modo il vostro bambino sta morendo e voi lo sapete? Il medico vi ha detto che è malato di leucemia?” “No, No, ma lo sento”, o qualunque altra paura: “Ci sarà la guerra e mi condurranno in un campo di deportati”. Dov’è questo campo di deportati?

Vedete come la paura detta “irragionevole” sia un’emozione particolare; ciò cui diciamo ‘no’ è dentro di noi. E’ questo che rende la paura insopportabile, perché il nemico che vorremmo negare con tutte le nostre forze, è interiore e dirò di più: è una parte di noi. Noi affermiamo, siamo dunque inizialmente positivi e immediatamente neghiamo, siamo negativi. Affermo: morirò un giorno. Non è esterno a me, è in me che gioca la legge della nascita e della morte, e lo so. Comunque, anche se eliminiamo completamente l’idea orientale delle esistenze anteriori, sappiamo nelle nostre cellule che invecchiamo, che abbiamo cominciato, come si suole dire, il conto alla rovescia nel momento stesso in cui siamo nati. Dunque una parte di noi afferma: è così, morirò; e per certe ragioni, certe cause, rifiutiamo questa morte verso cui siamo invincibilmente attirati; non voglio morire.

E’ chiaro nel caso della morte, ma è sempre vero. A voi scoprirlo. So bene che è sconvolgente da ascoltare e difficile da credere che abbiamo paura di ciò che in realtà vogliamo. Ma capite che non siete unificati. Una parte ha paura, un’altra vuole proprio ciò che vi terrorizza. Avete paura di ciò che in realtà volete. Affermo che è sempre così, questo è vero sempre. Ed è l’unico segreto che può aiutarvi a vedere chiaro, a essere un giorno completamente liberi delle vostre paure attraverso la vera conoscenza di se stessi. Semplicemente, cercate di ascoltare bene ciò che vi dico e di vedere come potete applicarlo seriamente alle vostre vite, alla vostra realtà.

Farò adesso un altro esempio, più semplice. E’ quello della madre per la quale il figlio è un peso, un fardello. Anche per una vera madre, una madre che ha desiderato di esserlo, un bambino è un carico molto pesante. Osservate una madre che non vive che per il suo bambino. Salta agli occhi che, a volte, quel figlio è un peso e che una parte di lei grida: “No, non ne posso più, bisogna occuparsi di lui tutto il giorno, non ne posso più, è troppo faticoso”. Cosa succede quando ci sembra di portare un peso troppo grande? Vogliamo che la situazione migliori, cioè che il fardello scompaia. Dunque bisogna che questo bambino sparisca, dunque – abbiamo il coraggio di chiamare le cose con il loro nome – “bisogna che questo bambino muoia”. Solo che un simile pensiero è completamente censurato. E’ necessario che una madre sia molto avanti sul cammino della verità per riconoscere alla luce del sole che una parte di lei desidera la morte del figlio adorato.

Cosa succede in una simile situazione? Per il fatto stesso che questo desiderio, questo augurio – che naturalmente non riguarda la totalità dell’essere, ma che comunque c’è – è rifiutato, si trasforma in paura e la madre comincia ad assillare il bambino: “Non salire lassù, ti ucciderai; non correre così, ti ucciderai”. C’è qualcosa di anormale. Se questa donna ha paura che il figlioletto muoia, è innanzi tutto perché lo desidera e poi perché è riuscita a rimuovere questo desiderio nel suo inconscio.

Ecco un esempio semplice, meno complesso, ma anche meno interessante della paura della nostra morte inevitabile. La madre si augura che il figlio muoia, nega questo desiderio che allora si esprime nel timore che il bambino muoia: “Cosa fa? Dove è andato? Cosa gli è successo?” Paure totalmente infondate. Non è tragico vivere nella paura, nella sofferenza a causa di un avvenimento che non si è prodotto e che, statisticamente, ha una probabilità molto esigua di prodursi? E’ la follia stessa dell’emozione.

Questa legge della paura è sempre all’opera e, a volte, in un modo molto più complesso. Spero che alcuni esempi facilmente comprensibili possano, almeno, aiutarvi fin d’ora a situarvi in modo diverso di fronte a un certo numero di paure. Se avete paura di qualcosa senza ragione, è perché la desiderate. Ora, ci sono diverse maniere di desiderare e la parola “desidero” può essere difficile da comprendere, ecco perché sarete maggiormente aiutati se utilizzerete un’altra espressione: “E’ perché sono attratto, forse persino affascinato come lo è la preda da un serpente che la fissa negli occhi”.

Se comparaste in voi stessi le vostre paure essenziali, vedreste che sono molto diverse: una persona ha paura di cadere gravemente ammalata, un’altra non ha mai provato un’inquietudine del genere. C’è chi ha paura del disonore, della vergogna, della messa al bando da parte della società, e chi invece non è nemmeno sfiorato dall’idea che questa paura possa sorgere in lui. Alcuni hanno paura della morte di una persona cara, di un parente, di un figlio, altri della guerra civile, di un cataclisma, della rivoluzione, della bomba atomica e altri ancora hanno paure meno spettacolari. La paure variano molto da un individuo all’altro. Se la paura fosse razionale o ragionevole, le paure umane sarebbero molto più simili. Ma non è così. Certo, trovate molte persone che hanno paure simili, perché gli esseri umani si raggruppano in grandi categorie psicologiche. Ma queste parentele ci illudono, facendoci credere che le nostre paure fanno parte del fondo comune dell’umanità. La paura sì, ma poi voi avete le vostre paure particolari, perché avete le vostre attrazioni particolari.

***

Quello da cui siamo attirati, lo portiamo in noi e lo proiettiamo al di fuori di noi. E’ inscritto in noi tutti che moriremo, siamo nati per morire. Fin dalla nascita comincia il cambiamento, l’invecchiamento e, conseguentemente, la morte. E questa attrazione rifiutata, la proiettiamo all’esterno, sotto la forma delle differenti paure della morte, per malattia, per incidente in macchina o in aereo, per un attentato.

Vedete, vedete come le vostre paure sono irrazionali, anche se il mentale è così abile a razionalizzarle. Conosco alcuni Francesi che, dopo aver ascoltato i racconti sulla mancanza di sicurezza nelle strade di New York o di Chicago, hanno paura di recarsi negli Stati Uniti. Come se il solo fatto di mettere piede sul suolo americano fosse la garanzia di essere assassinati. Altri percorrono gli Stati Uniti in lungo e in largo per sei mesi senza la minima preoccupazione. Guardate la varietà delle vostre paure e non accettate le razionalizzazioni che vi propone il mentale.

Come qualsiasi altra emozione, la paura non è mai giustificata. Solo che c’è. Che si tratti di una legge universale, come quella dell’invecchiamento e del cambiamento inevitabile, o di un trauma dell’infanzia impresso in voi, una situazione dolorosa, un fenomeno che sul momento vi terrorizzò, il samskara esiste in voi. Più o meno inconsciamente voi lo sapete, lo negate e lo proiettate all’esterno. E’ una legge della psicologia moderna, ma è anche una delle leggi scoperte dalla saggezza antica. L’essenza stessa del trauma rimane identica nell’avvenimento antico e nella paura attuale, ma la forma può cambiare. Ci sono delle trasposizioni, delle equivalenze. Avete potuto essere atterriti una volta da vostro padre quando eravate molto piccoli. Sul momento si trattava di un fenomeno reale, non immaginario. Si è impresso in voi come un samskara e determinerà un certo numero di paure che proverete oggi, paura di fenomeni che sono il simbolo o la trasposizione di quella collera paterna di un tempo. Una trasposizione facile può essere la paura dell’autorità di qualunque genere, il prete, il poliziotto, le encicliche del papa o le leggi. Ci possono essere, invece, situazioni ancora più ‘trasposte’, molto meno riconoscibili e che diventano comprensibili solo se trovate veramente l’essenza dell’emozione e non la sua apparenza, la sua forma esteriore.

Dopo aver ricevuto questo insegnamento da Swamiji, ho guardato le mie paure in un modo del tutto differente: com’è possibile che desidero ciò di cui ho tanta paura e che vorrei veramente che non succedesse mai? Eppure, se ho fiducia in Swamiji, devo credere che è così assertivo perché sa quello che dice. Che cosa desideri? Ho visto emergere in me la paura della morte eventuale di alcune persone. Ah, allora desidero la loro morte? In superficie, certamente, una voce grida: “No, no, non è vero”. E’ il modo in cui la superficie tenta di negare, di reprimere ancor più la profondità. E’ successo a me, succederà a voi. Ho avuto paura della morte di alcune persone e mi sembrava che fosse una cosa terribile per me, ma poi mi sono ricordato dell’insegnamento di Swamiji. Allora, coraggio! Apriamoci alla nostra verità; e, ogni volta, è apparsa una rivelazione straordinaria – sì, una simile scoperta non è poca cosa, è vero; ho paura di questa morte come una cosa terribile e, nel più profondo di me stesso una parte di me la desidera, è attratta. Mi affascina, in un modo o nell’altro, qualunque sia la ragione per la quale voglio che questo fenomeno si produca. Io non sono unificato, una parte di me rifiuta, io rifiuto il mio rifiuto e questo si trasforma in paura.

Potete cercare di avere questa onestà, questo gusto della verità e, diciamolo, questo coraggio di fronte alle vostre paure? In cosa questa cosa mi concerne, perché questo mi interessa tanto? Possiamo usare anche la parola “interessato”. Diciamo che una persona è disinteressata, nel senso buono del termine, cioè che non immette motivazioni egoistiche o egocentriche in una data situazione. Agisce senza ricercare nessun profitto. Ma diciamo anche che una cosa ci interessa quando ci appassiona, quando ci attira in modo particolare. A cosa sono interessato? “No, no, questo non mi interessa, al contrario, mi fa orrore.” Menzogna!

Se qualcuno tra voi mi dice: “Arnaud, ho paura della malattia e della morte”. – “Ah, come e perché questo vi interessa tanto? Perché vi appassiona a tal punto da farvi paura?” Sì, per quanto mi concerne, nessuno prima di Swamiji era sceso tanto nei dettagli. Le risposte che avevo ottenuto altrove erano sempre le risposte spirituali classiche: “Non abbiate paura, Dio vuole il vostro bene, abbandonate il vostro destino nelle mani di Dio; voi non sapete ciò che è bene e ciò che è male, da un male può arrivare un bene; abbiate una fiducia assoluta; chi vuole salvare la sua vita la perderà, cosa importa morire fisicamente se salvate la vostra anima”. Certo, le spiegazioni induiste o cristiane sono vere e possono trasformare radicalmente un’esistenza, ma sono meno chiare, meno incisive, meno profonde dell’insegnamento che ho ricevuto da Swamiji.

Ascoltatelo: quello che vi fa paura è ciò che vi fa orrore? No, è ciò che vi appassiona, è ciò che più vi interessa, è ciò da cui vi sentite particolarmente attirati.

Se siete disinteressati, se quella cosa non vi interessa, se non ne siete coinvolti, se non ne siete attratti, allora non può farvi paura. Perché l’idea di poter essere uccisi per le vie di New York vi affascina tanto? – “Assolutamente no, mi fa orrore.” No! Vi appassiona. Perché? Ecco il segreto della paura. Perché?

Ancora una volta siamo riportati alla conoscenza di noi stessi, alla conoscenza del soggetto. Chi ha paura? L’essere ordinario, più che del soggetto, si interessa più agli oggetti, cioè a tutto quello di cui può prendere coscienza, le situazioni felici, quelle tragiche. E’ questo interesse, l’attrazione o la repulsione per gli oggetti che riempie le vostre vite e le vostre preoccupazioni. Invece, chi è impegnato su un Cammino di ascesi si interessa al soggetto: chi ama, chi vuole, chi desidera, chi soffre, chi è attratto, chi è respinto, chi ha paura?

Il segreto delle vostre paure lo troverete in voi stessi e non osservando all’esterno le possibilità di una guerra, i rischi di un omicidio, le statistiche delle compagnie d’assicurazione sugli incidenti del fine settimana. Niente di tutto questo vi darà la risposta alle vostre paure. Guardate in voi stessi. Perché mi interessa, perché mi attrae e perché ne ho tanta paura?

Tutte le emozioni sono costituite da rifiuti. Se non c’è negazione della realtà, non può esserci emozione. E’ la legge dell’emozione. Invece di dire sì a ciò che è, rifiuto che ciò che è, sia. Sono stato fermato dalla polizia sulla strada, dopo la constatazione mi aspettavo di avere 300 franchi di ammenda, invece sono condannato a 1500 franchi di multa e il ritiro della patente per un mese: ecco, nero su bianco sotto i miei occhi; io non posso accettare che ciò che è sia, ed emerge l’emozione, ma emerge a causa di una sensibilità che mi è propria. Rifiuto un fatto esteriore a me.

Ma quello che nego nell’emozione particolare della paura, è un fatto unicamente interiore, in cui tutto quello che proietto all’esterno è una mia invenzione. Per questo la paura è un’emozione particolare, la più importante di tutte. Rifiuto un fatto unicamente interiore. Se oggi avete paura di una guerra civile in Francia e di essere uccisi, fucilati da un plotone d’esecuzione, dov’è la minaccia? Generalmente, i condannati hanno paura prima, nel momento in cui i fucili sono veramente puntati contro di loro non hanno più paura. Dov’è la minaccia? Se avete paura della morte di vostro figlio quando invece è in piena salute, dov’è la minaccia?

Una parte di voi afferma la realtà che è all’interno di voi stessi, una parte la rifiuta. E’ terrificante perché il nemico è in voi stessi. Non sapete contro cosa vi battete, cosa volete cercare di negare, di rifiutare e come potete intervenire. Se il nemico è esterno a voi, avete un’idea del modo in cui potete agire. Se c’è veramente una malattia, posso usare gli antibiotici, altri trattamenti, ma la paura, nel senso fondamentale della parola, paura, è sempre un fenomeno irrazionale che il mentale giustifica: “Sì, ho letto i giornali, la situazione è molto grave, i Russi invadono la Polonia!” Tutto ciò per giustificare una paura che non si fonda su alcuna realtà, a parte una realtà interna a voi stessi. Quello che rende la paura particolarmente terrificante, è che portiamo in noi stessi quello che temiamo e lo portiamo con noi ovunque andiamo.

 


©2007-2008 Giovanna Visini - Ultimo aggiornamento: 01/12/2007