Nel
suo accecamento e nella sua stupidità, l’ego cerca
di appropriarsi della verità suprema. La verità
suprema, quella incarnata da Ramana Maharshi o dal Buddha o da
qualunque Saggio è: “Io non cambio, sfuggo al
tempo, non posso essere distrutto” – ma
naturalmente solo l’atman o la Coscienza suprema
può esprimersi in questo modo – e anche:
“Non c’è che l’Io”,
poiché la dualità è scomparsa,
poiché il saggio è uno con il tutto, e il tutto
è diventato una forma o un’espressione di se
stesso. E’ la “Realizzazione”, il
“Risveglio”, la “Liberazione”.
E l’ego, dal canto suo, cerca stupidamente – ma non
appena abbiamo un po’ di compassione, invece di indignarci,
lo troviamo quasi commovente – l’ego cerca di
proclamare la caricatura di questa verità: io non cambio,
sono indistruttibile, e non ci sono che io. Eh no! Dal punto di vista
dell’ego, dal punto di vista dei kosha, i rivestimenti
dell’atman, del corpo fisico e del corpo sottile, non
è vero che “non ci sono che io”, anche
se cerco di affermarmi e anche se soffro di ogni contraddizione e di
ogni limite. E non sono immutabile, cambio con le circostanze della mia
vita. Quello che ero, l’attimo dopo non lo sono
più: l’uomo di 30 anni è scomparso per
sempre nell’uomo di 35 anni che è scomparso per
sempre nell’uomo di 50 anni, e colui o colei che eravate
quando siete entrati in questa stanza oggi, è già
scomparso per sempre nel momento in cui mi ascoltate.
Brahma,
Vishnu e Shiva, i tre aspetti di Ishwara, sono all’opera
nell’universo. Se possiamo comprendere che sono tre
manifestazioni di una realtà eterna e indistruttibile, tutti
i nostri problemi sono risolti, certo, ma all’inizio del
cammino queste sono solo parole per voi. Noi sappiamo, sappiamo
perché è inscritto in noi, nel nostro corpo
causale, nella nostra biologia, sappiamo che moriremo. A partire dal
momento in cui siamo nati, siamo attirati, come l’ago dalla
calamita, siamo attirati da questa morte cui ci avviciniamo ogni giorno
di più. Che dobbiamo morire a 18 o a 80 anni , noi ci
avviciniamo alla morte ogni giorno e lo sappiamo.
L’India
va oltre quello che l’occidentale è disposto ad
ammettere, affermando che portiamo in noi il ricordo di migliaia di
nascite e di migliaia di morti, quello che è chiamato
comunemente ‘incarnazioni successive’.
C’è una memoria profonda, inscritta nelle nostre
cellule, nel nostro corpo sottile – se voi accettate o no
l’esistenza di questo corpo sottile, questa poi è
un’altra faccenda – e sappiamo profondamente, ancor
più di quanto la fisiologia e la psicologia moderna siano
pronte a confermare, sappiamo che moriremo, perché siamo
morti migliaia di volte e ne conserviamo l’esperienza. Questo
affermano Induismo e Buddhismo. Oggi, qua e là, nel quadro
delle ricerche psicologiche troviamo che qualcuno ammette che alcuni
esseri siano capaci di ritrovare il ricordo assai preciso di esistenze
anteriori o anche di morti anteriori nelle forme di anamnesi, questa
parola significa semplicemente “ritorno alla coscienza della
memoria dimenticata”.
D’altronde,
forse avete osservato che i bambini piccoli parlano molto facilmente
della morte, come se fosse una cosa molto semplice: “Dimmi
mamma, quando morirai…” come se fosse tanto
semplice quanto informarsi: “Dimmi mamma, quando vieni a
passare otto giorni a casa?”, o ancora: “Quando
sarò morto”. Io sono stato spesso colpito della
facilità con cui i bambini parlano della morte, come se la
comprendessero e non ne fossero affatto turbati. Mi ricordo la
riflessione di una bimbetta mentre guardava i grossi elenchi telefonici
di Parigi. Era meravigliata che vi fossero tanti nomi, tutti quei nomi
in ogni pagina, e poi disse: “E un giorno, tutti questi nomi,
tutti, tutti, tutti, saranno tutti morti”, come
un’evidenza naturale che non era né triste,
né dolorosa.
Più
tardi, attraverso meccanismi che oggi, in questa conversazione,
possiamo solo sfiorare, la paura della morte comincia a costituirsi. Se
un bambino non è segnato dal ricordo di una morte tragica o
prematura in una vita anteriore, se non è influenzato da una
tale samskara inconscio, se ha conosciuto delle morti tranquille,
accettate, trova la morte normale e per niente paurosa. Man mano che
l’ego si forma, si cristallizza, si contrae in se stesso, con
quel desiderio di immutabilità che non può essere
trovata, quel desiderio di stabilità che nessuno
può scoprire, allora la paura della sparizione, della
distruzione, del cambiamento, e naturalmente della morte comincia ad
apparire come emozione.
Ma
tutte le paure non sono altro che forme della paura della morte,
perché, dopo tutto, cosa può accaderci, per
utilizzare il nostro linguaggio ordinario, di peggiore, di
più tragico? Il “peggio” della mancanza
di denaro, cosa potrebbe essere? Morire di fame e di freddo
perché non si ha abbastanza per nutrirsi e scaldarsi.
Bisogna guardare chiaramente dentro le vostre paure. E se avete paura
della morte, è perché essa è inscritta
in voi, e voi lo sapete, e ne siete attratti, attratti dalla morte che
nello stesso tempo rifiutate.
***
Questo
meccanismo è sempre operante. In tutte le paure
c’è questa attrazione che portiamo in noi, che ci
concerne, che ci impegna, e questo rifiuto, questa contraddizione
tragica tra una parte di noi che dice sì e una parte che
dice no. Se la paura ci sembra un’emozione così
insopportabile, è perché non permette nessuna
unificazione interiore. Un’emozione è il rifiuto
di essere uno con la situazione esterna. Se sono disperato,
è perché sono in contraddizione o in conflitto
con il fenomeno esterno che mi sembra disperante, la perdita di un
oggetto prezioso per esempio. Ma la paura è
l’emozione più dolorosa, più terribile
perché, più di ogni altra, rappresenta un
conflitto all’interno di noi stessi. E’
insopportabile, terrificante perché ciò cui
diciamo 'no' è in noi.
Comprendete
bene questo punto. Nelle emozioni ordinarie, l’essenziale di
ciò cui diciamo 'no', si trova all’esterno di noi:
dico no a un fenomeno che si è appena prodotto. Certamente,
c’è una vulnerabilità interiore che ci
fa reagire in modo particolare a quel fenomeno. L’avvenimento
fa vibrare un’emozione latente e particolare per ciascuno di
noi, altrimenti tutti soffrirebbero allo stesso modo nelle stesse
circostanze. Perché alcuni individui sono completamente
perduti se la persona che aspettavano è in ritardo di dieci
minuti all’incontro, mentre altri, dopo tre quarti
d’ora si accontentano di pensare: “bah,
però sta un po’ esagerando…”
e la cosa si ferma lì?
Queste
emozioni variano a seconda delle ferite latenti, non cicatrizzate che
portiamo in noi, ma ciò che rifiutiamo, ciò cui
diciamo ‘no’ l’abbiamo sotto gli occhi,
è un orologio che segna le diciannove e trenta, mentre avevo
appuntamento alle diciannove e una sedia di bistrot ancora vuota vicino
alla mia: lui o lei non sono venuti. Nella paura non abbiamo niente
sotto gli occhi, tranne una fantasia dell’immaginazione:
“Il mio bambino morirà, lo so”.
“In che modo il vostro bambino sta morendo e voi lo sapete?
Il medico vi ha detto che è malato di leucemia?”
“No, No, ma lo sento”, o qualunque altra paura:
“Ci sarà la guerra e mi condurranno in un campo di
deportati”. Dov’è questo campo di
deportati?
Vedete
come la paura detta “irragionevole” sia
un’emozione particolare; ciò cui diciamo
‘no’ è dentro di noi. E’
questo che rende la paura insopportabile, perché il nemico
che vorremmo negare con tutte le nostre forze, è interiore e
dirò di più: è una parte di noi. Noi
affermiamo, siamo dunque inizialmente positivi e immediatamente
neghiamo, siamo negativi. Affermo: morirò un giorno. Non
è esterno a me, è in me che gioca la legge della
nascita e della morte, e lo so. Comunque, anche se eliminiamo
completamente l’idea orientale delle esistenze anteriori,
sappiamo nelle nostre cellule che invecchiamo, che abbiamo cominciato,
come si suole dire, il conto alla rovescia nel momento stesso in cui
siamo nati. Dunque una parte di noi afferma: è
così, morirò; e per certe ragioni, certe cause,
rifiutiamo questa morte verso cui siamo invincibilmente attirati; non
voglio morire.
E’
chiaro nel caso della morte, ma è sempre vero. A voi
scoprirlo. So bene che è sconvolgente da ascoltare e
difficile da credere che abbiamo paura di ciò che in
realtà vogliamo. Ma capite che non siete unificati. Una
parte ha paura, un’altra vuole proprio ciò che vi
terrorizza. Avete paura di ciò che in realtà
volete. Affermo che è sempre così, questo
è vero sempre. Ed è l’unico segreto che
può aiutarvi a vedere chiaro, a essere un giorno
completamente liberi delle vostre paure attraverso la vera conoscenza
di se stessi. Semplicemente, cercate di ascoltare bene ciò
che vi dico e di vedere come potete applicarlo seriamente alle vostre
vite, alla vostra realtà.
Farò
adesso un altro esempio, più semplice. E’ quello
della madre per la quale il figlio è un peso, un fardello.
Anche per una vera madre, una madre che ha desiderato di esserlo, un
bambino è un carico molto pesante. Osservate una madre che
non vive che per il suo bambino. Salta agli occhi che, a volte, quel
figlio è un peso e che una parte di lei grida:
“No, non ne posso più, bisogna occuparsi di lui
tutto il giorno, non ne posso più, è troppo
faticoso”. Cosa succede quando ci sembra di portare un peso
troppo grande? Vogliamo che la situazione migliori, cioè che
il fardello scompaia. Dunque bisogna che questo bambino sparisca,
dunque – abbiamo il coraggio di chiamare le cose con il loro
nome – “bisogna che questo bambino
muoia”. Solo che un simile pensiero è
completamente censurato. E’ necessario che una madre sia
molto avanti sul cammino della verità per riconoscere alla
luce del sole che una parte di lei desidera la morte del figlio adorato.
Cosa
succede in una simile situazione? Per il fatto stesso che questo
desiderio, questo augurio – che naturalmente non riguarda la
totalità dell’essere, ma che comunque
c’è – è rifiutato, si
trasforma in paura e la madre comincia ad assillare il bambino:
“Non salire lassù, ti ucciderai; non correre
così, ti ucciderai”. C’è
qualcosa di anormale. Se questa donna ha paura che il figlioletto
muoia, è innanzi tutto perché lo desidera e poi
perché è riuscita a rimuovere questo desiderio
nel suo inconscio.
Ecco
un esempio semplice, meno complesso, ma anche meno interessante della
paura della nostra morte inevitabile. La madre si augura che il figlio
muoia, nega questo desiderio che allora si esprime nel timore che il
bambino muoia: “Cosa fa? Dove è andato? Cosa gli
è successo?” Paure totalmente infondate. Non
è tragico vivere nella paura, nella sofferenza a causa di un
avvenimento che non si è prodotto e che, statisticamente, ha
una probabilità molto esigua di prodursi? E’ la
follia stessa dell’emozione.
Questa
legge della paura è sempre all’opera e, a volte,
in un modo molto più complesso. Spero che alcuni esempi
facilmente comprensibili possano, almeno, aiutarvi fin d’ora
a situarvi in modo diverso di fronte a un certo numero di paure. Se
avete paura di qualcosa senza ragione, è perché
la desiderate. Ora, ci sono diverse maniere di desiderare e la parola
“desidero” può essere difficile da
comprendere, ecco perché sarete maggiormente aiutati se
utilizzerete un’altra espressione: “E’
perché sono attratto, forse persino affascinato come lo
è la preda da un serpente che la fissa negli
occhi”.
Se
comparaste in voi stessi le vostre paure essenziali, vedreste che sono
molto diverse: una persona ha paura di cadere gravemente ammalata,
un’altra non ha mai provato un’inquietudine del
genere. C’è chi ha paura del disonore, della
vergogna, della messa al bando da parte della società, e chi
invece non è nemmeno sfiorato dall’idea che questa
paura possa sorgere in lui. Alcuni hanno paura della morte di una
persona cara, di un parente, di un figlio, altri della guerra civile,
di un cataclisma, della rivoluzione, della bomba atomica e altri ancora
hanno paure meno spettacolari. La paure variano molto da un individuo
all’altro. Se la paura fosse razionale o ragionevole, le
paure umane sarebbero molto più simili. Ma non è
così. Certo, trovate molte persone che hanno paure simili,
perché gli esseri umani si raggruppano in grandi categorie
psicologiche. Ma queste parentele ci illudono, facendoci credere che le
nostre paure fanno parte del fondo comune
dell’umanità. La paura sì, ma poi voi
avete le vostre paure particolari, perché avete le vostre
attrazioni particolari.
***
Quello
da cui siamo attirati, lo portiamo in noi e lo proiettiamo al di fuori
di noi. E’ inscritto in noi tutti che moriremo, siamo nati
per morire. Fin dalla nascita comincia il cambiamento,
l’invecchiamento e, conseguentemente, la morte. E questa
attrazione rifiutata, la proiettiamo all’esterno, sotto la
forma delle differenti paure della morte, per malattia, per incidente
in macchina o in aereo, per un attentato.
Vedete,
vedete come le vostre paure sono irrazionali, anche se il mentale
è così abile a razionalizzarle. Conosco alcuni
Francesi che, dopo aver ascoltato i racconti sulla mancanza di
sicurezza nelle strade di New York o di Chicago, hanno paura di recarsi
negli Stati Uniti. Come se il solo fatto di mettere piede sul suolo
americano fosse la garanzia di essere assassinati. Altri percorrono gli
Stati Uniti in lungo e in largo per sei mesi senza la minima
preoccupazione. Guardate la varietà delle vostre paure e non
accettate le razionalizzazioni che vi propone il mentale.
Come
qualsiasi altra emozione, la paura non è mai giustificata.
Solo che c’è. Che si tratti di una legge
universale, come quella dell’invecchiamento e del cambiamento
inevitabile, o di un trauma dell’infanzia impresso in voi,
una situazione dolorosa, un fenomeno che sul momento vi
terrorizzò, il samskara esiste in voi. Più o meno
inconsciamente voi lo sapete, lo negate e lo proiettate
all’esterno. E’ una legge della psicologia moderna,
ma è anche una delle leggi scoperte dalla saggezza antica.
L’essenza stessa del trauma rimane identica
nell’avvenimento antico e nella paura attuale, ma la forma
può cambiare. Ci sono delle trasposizioni, delle
equivalenze. Avete potuto essere atterriti una volta da vostro padre
quando eravate molto piccoli. Sul momento si trattava di un fenomeno
reale, non immaginario. Si è impresso in voi come un
samskara e determinerà un certo numero di paure che
proverete oggi, paura di fenomeni che sono il simbolo o la
trasposizione di quella collera paterna di un tempo. Una trasposizione
facile può essere la paura
dell’autorità di qualunque genere, il prete, il
poliziotto, le encicliche del papa o le leggi. Ci possono essere,
invece, situazioni ancora più
‘trasposte’, molto meno riconoscibili e che
diventano comprensibili solo se trovate veramente l’essenza
dell’emozione e non la sua apparenza, la sua forma esteriore.
Dopo
aver ricevuto questo insegnamento da Swamiji, ho guardato le mie paure
in un modo del tutto differente: com’è possibile
che desidero ciò di cui ho tanta paura e che vorrei
veramente che non succedesse mai? Eppure, se ho fiducia in Swamiji,
devo credere che è così assertivo
perché sa quello che dice. Che cosa desideri? Ho visto
emergere in me la paura della morte eventuale di alcune persone. Ah,
allora desidero la loro morte? In superficie, certamente, una voce
grida: “No, no, non è vero”.
E’ il modo in cui la superficie tenta di negare, di reprimere
ancor più la profondità. E’ successo a
me, succederà a voi. Ho avuto paura della morte di alcune
persone e mi sembrava che fosse una cosa terribile per me, ma poi mi
sono ricordato dell’insegnamento di Swamiji. Allora,
coraggio! Apriamoci alla nostra verità; e, ogni volta,
è apparsa una rivelazione straordinaria –
sì, una simile scoperta non è poca cosa,
è vero; ho paura di questa morte come una cosa terribile e,
nel più profondo di me stesso una parte di me la desidera,
è attratta. Mi affascina, in un modo o nell’altro,
qualunque sia la ragione per la quale voglio che questo fenomeno si
produca. Io non sono unificato, una parte di me rifiuta, io rifiuto il
mio rifiuto e questo si trasforma in paura.
Potete
cercare di avere questa onestà, questo gusto della
verità e, diciamolo, questo coraggio di fronte alle vostre
paure? In cosa questa cosa mi concerne, perché questo mi
interessa tanto? Possiamo usare anche la parola
“interessato”. Diciamo che una persona è
disinteressata, nel senso buono del termine, cioè che non
immette motivazioni egoistiche o egocentriche in una data situazione.
Agisce senza ricercare nessun profitto. Ma diciamo anche che una cosa
ci interessa quando ci appassiona, quando ci attira in modo
particolare. A cosa sono interessato? “No, no, questo non mi
interessa, al contrario, mi fa orrore.” Menzogna!
Se
qualcuno tra voi mi dice: “Arnaud, ho paura della malattia e
della morte”. – “Ah, come e
perché questo vi interessa tanto? Perché vi
appassiona a tal punto da farvi paura?” Sì, per
quanto mi concerne, nessuno prima di Swamiji era sceso tanto nei
dettagli. Le risposte che avevo ottenuto altrove erano sempre le
risposte spirituali classiche: “Non abbiate paura, Dio vuole
il vostro bene, abbandonate il vostro destino nelle mani di Dio; voi
non sapete ciò che è bene e ciò che
è male, da un male può arrivare un bene; abbiate
una fiducia assoluta; chi vuole salvare la sua vita la
perderà, cosa importa morire fisicamente se salvate la
vostra anima”. Certo, le spiegazioni induiste o cristiane
sono vere e possono trasformare radicalmente un’esistenza, ma
sono meno chiare, meno incisive, meno profonde
dell’insegnamento che ho ricevuto da Swamiji.
Ascoltatelo:
quello che vi fa paura è ciò che vi fa orrore?
No, è ciò che vi appassiona, è
ciò che più vi interessa, è
ciò da cui vi sentite particolarmente attirati.
Se
siete disinteressati, se quella cosa non vi interessa, se non ne siete
coinvolti, se non ne siete attratti, allora non può farvi
paura. Perché l’idea di poter essere uccisi per le
vie di New York vi affascina tanto? –
“Assolutamente no, mi fa orrore.” No! Vi
appassiona. Perché? Ecco il segreto della paura.
Perché?
Ancora
una volta siamo riportati alla conoscenza di noi stessi, alla
conoscenza del soggetto. Chi ha paura? L’essere ordinario,
più che del soggetto, si interessa più agli
oggetti, cioè a tutto quello di cui può prendere
coscienza, le situazioni felici, quelle tragiche. E’ questo
interesse, l’attrazione o la repulsione per gli oggetti che
riempie le vostre vite e le vostre preoccupazioni. Invece, chi
è impegnato su un Cammino di ascesi si interessa al
soggetto: chi ama, chi vuole, chi desidera, chi soffre, chi
è attratto, chi è respinto, chi ha paura?
Il
segreto delle vostre paure lo troverete in voi stessi e non osservando
all’esterno le possibilità di una guerra, i rischi
di un omicidio, le statistiche delle compagnie
d’assicurazione sugli incidenti del fine settimana. Niente di
tutto questo vi darà la risposta alle vostre paure. Guardate
in voi stessi. Perché mi interessa, perché mi
attrae e perché ne ho tanta paura?
Tutte
le emozioni sono costituite da rifiuti. Se non c’è
negazione della realtà, non può esserci emozione.
E’ la legge dell’emozione. Invece di dire
sì a ciò che è, rifiuto che
ciò che è, sia. Sono stato fermato dalla polizia
sulla strada, dopo la constatazione mi aspettavo di avere 300 franchi
di ammenda, invece sono condannato a 1500 franchi di multa e il ritiro
della patente per un mese: ecco, nero su bianco sotto i miei occhi; io
non posso accettare che ciò che è sia, ed emerge
l’emozione, ma emerge a causa di una sensibilità
che mi è propria. Rifiuto un fatto esteriore a me.
Ma
quello che nego nell’emozione particolare della paura,
è un fatto unicamente interiore, in cui tutto quello che
proietto all’esterno è una mia invenzione. Per
questo la paura è un’emozione particolare, la
più importante di tutte. Rifiuto un fatto unicamente
interiore. Se oggi avete paura di una guerra civile in Francia e di
essere uccisi, fucilati da un plotone d’esecuzione,
dov’è la minaccia? Generalmente, i condannati
hanno paura prima, nel momento in cui i fucili sono veramente puntati
contro di loro non hanno più paura.
Dov’è la minaccia? Se avete paura della morte di
vostro figlio quando invece è in piena salute,
dov’è la minaccia?
Una
parte di voi afferma la realtà che è
all’interno di voi stessi, una parte la rifiuta. E’
terrificante perché il nemico è in voi stessi.
Non sapete contro cosa vi battete, cosa volete cercare di negare, di
rifiutare e come potete intervenire. Se il nemico è esterno
a voi, avete un’idea del modo in cui potete agire. Se
c’è veramente una malattia, posso usare gli
antibiotici, altri trattamenti, ma la paura, nel senso fondamentale
della parola, paura, è sempre un fenomeno irrazionale che il
mentale giustifica: “Sì, ho letto i giornali, la
situazione è molto grave, i Russi invadono la
Polonia!” Tutto ciò per giustificare una paura che
non si fonda su alcuna realtà, a parte una realtà
interna a voi stessi. Quello che rende la paura particolarmente
terrificante, è che portiamo in noi stessi quello che
temiamo e lo portiamo con noi ovunque andiamo.